LEGA NAZIONALE
LEGA NAZIONALE - CENNI STORICI
Elaborazione del testo di Alfieri Seri "Attualità della Lega Nazionale a novant'anni dalla sua fondazione"
Presentiamo alcuni documenti che raccontano la storia della Lega Nazionale


(precedente

 

Nel 1906 la lotta raggiunse la fase più acuta. Attilio Hortis lanciò allora nel parlamento di Vienna la famosa sfida, ardita e clamorosa contro il governo affermando: "A noi triestini resta il Comune, palladio della nostra vita politica e morale. Lo Stato potrà precipitare a rovina, ma il Comune resterà"; ciò che indusse il governo di Vienna a correre ai ripari presentando nel 1908, ad opera del presidente del Consiglio dei ministri Bienerth, lo schema di riforma elettorale che negli intendimenti del governo avrebbe consolidato il principio di Stato unitario austriaco e, nelle convinzioni di Hohenlohe avrebbe annientato il movimento irredentistico. Ma fu il vero momento, l'attimo magico, che ancora una volta catalizzò maggiormente lo spirito combattivo dei cittadini, intolleranti di qualsiasi imposizione, affatto arrendevoli nel momento in cui più pressante si faceva la minaccia all'identità nazionale, frutto di eredità, di tradizione ma, in molti casi, anche di libera scelta culturale.

Per comprendere più compiutamente il clima politico di allora (che qualcuno potrà rapportare al tempo nostro) i socialisti, come rileverà il Tamaro, coerenti alla loro logica - prima socialisti, poi internazionalisti e poi italiani - si batterono contro l'italianizzazione degli sloveni, da loro considerata violenta. Ma andarono ancor oltre, sollecitando dal Hohenlohe l'erezione di una scuola slava in città (ciò che - allora - suscitò un'ondata di sdegno); accusando il Comune di sperperare il danaro pubblico per il contributo dato alla Lega; dileggiando un manifesto degli studenti triestini che incitava i cittadini a non mandare i propri figli alle scuole tedesche; appoggiando ancora le pretese avanzate dagli slavi per avere scuole a Gorizia.

In questo gioco, che l'Austria vedeva con molto favore per le ragioni cui ho accennato sopra, gli stessi socialisti rimasero intrappolati quando, scoppiata la crisi orientale nel 1908 con l'annessione della Bosnia, si trovarono presi nell'orbita della politica viennese e subordinati ai capi del socialismo austriaco ossequienti a quella politica.

I patrioti italiani coniarono a scherno - dopo che Claudio Treves aveva rinfacciato a Valentino Pittoni il puro nazionalismo austriaco - il blasone di imperial regio socialismo triestino. (Va detto ad onore del vero che Valentino Pittoni ispiratore e sostenitore della linea politica socialista fu un'integerrima figura, sia come uomo che come politico, che rimase coerentemente fedele alle proprie idee anche quando il movimento nazionale toccò i massimi consensi popolari) e il suo partito fu bollato di austriacante.

In quello stesso 1908 il movimento nazionale fu catalizzato da episodi memorabili: la posa della lampada - disegnata da Giovanni Mayer e alimentata con olio dell'Istria - sulla tomba di Dante; i solenni funerali della madre di Oberdan e il terremoto di Messina che vide mobilitata l'intera città nella raccolta di fondi e di materiali per il soccorso di quelle popolazioni disastrate.

Fu la preparazione al trionfo che il partito nazionale riportò nelle successive elezioni del 1909, con l'elezione a podestà di Alfonso Valerio. Conseguenza di questo largo suffragio fu un'irrimediabile spaccatura del partito socialista, dal quale si staccarono coloro che non condividevano (o che non condividevano più) la linea politica del partito, sostanzialmente antinazionale.

Saldamente attestato al comune il partito degli italiani acquisì maggiore forza. Nelle elezioni politiche del 1911 il candidato nazionale battè quello socialista nello stesso rione popolare di S. Giacomo. L'occasione dell'inaugurazione del monumento di Verdi assunse il carattere di un vero plebiscito d'italianità; plebiscito che si ripetè ancora nelle successive elezioni amministrative.

Socialisti e sloveni - che trovavano appoggio nella politica di Ferdinando Massimiliano, viscerale nemico dell'Italia - reagirono, ma la loro azione si spense contro il muro compatto dello schieramento nazionale.

Si accumularono però i rancori e si intensificarono le violenze da entrambe le parti. Così quando scoppiò il conflitto mondiale - la causa incidentale del quale fu proprio l'Arciduca Ferdinando, sostenitore strumentale del nazionalismo sloveno e vittima di quello croato - e apparve imminente l'entrata in guerra dell'Italia, la sede della Lega - che si trovava in via Nuova 6, oggi via Mazzini - così come il Piccolo di Mayer e lo stabilimento tipografico Modiano - fu devastata ed incendiata. Le scuole della Lega furono chiuse d'autorità, sequestrato il patrimonio e perseguitati i dirigenti e i maestri. Anche la tenuta di Farra d'Isonzo, di proprietà di Riccardo Pitteri, rifugiatosi a Roma, fu sequestrata dalle autorità austriache. Sacrificio di cose - disse allora il Pitteri - in luogo di sacrificio di sangue, è il meno che un italiano possa fare.

 

(continua)