ISTRIA FIUME DALMAZIA
Alla fine della seconda guerra mondiale 350.000 italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia hanno dovuto abbandonare tutto, la casa, i beni, il lavoro - tutto - per fuggire dalla furia dell'occupazione slavo-comunista.
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Piero Fassino, nel suo recente libro autobiografico, rievoca le vicende del suo viaggio a Lubiana quando rinunciò ad ogni pretesa di restituzione dei beni agli esuli da parte della Slovenia.

Un viaggio estremamente precipitoso (eravamo nella primavera del 1996 e il Governo Prodi non era entrato ancora pienamente in carica) che oggi nella rievocazione-confessione di Piero Fassino trova la sua spiegazione: Romano Prodi, neo Presidente del Consiglio, al rientro da Washington, gli aveva comunicato che Clinton aveva dato ordine che venisse immediatamente chiuso il conflitto con la Slovenia. Prodi aveva girato l’ordine a Fassino, il quale si era precipitato a Lubiana con il risultato – a tutti ben noto – di dichiarare ufficialmente che l’Italia niente aveva da pretendere dalla Slovenia (e quindi nessuna restituzione di case agli esuli) e che la Slovenia, per quanto riguardava Roma , aveva il tappeto rosso per entrare in Europa.

Ci saremmo aspettati che la dichiarazione-confessione di Fassino provocasse un turbinio di commenti e di reazioni da parte delle associazioni, da parte della Federazione degli Esuli, da parte soprattutto di politici e di partiti. In realtà c’è stato solo un assordante silenzio. Cerchiamo almeno, come Lega Nazionale, e con lo strumento modesto di questo periodico, di proporre alcune considerazioni e di formulare qualche domanda.

La prima domanda: che gli Stati Uniti ed il loro presidente dell’epoca , Bill Clinton, vedessero con favore l’entrata della Slovenia in Europa, può essere ben comprensibile. Che il contenzioso con l’Italia fosse visto come un intralcio da rimuovere può anche essere logico. Ciò che resta inspiegabile è per quali ragioni gli Stati Uniti non abbiano rimosso l’ostacolo premendo su Lubiana (in teoria il soggetto più debole) affinché restituisse quattro bicocche agli esuli italiani e abbiano invece preferito pretendere dal Governo di Roma che rinunciasse ai diritti dei suoi cittadini.

La seconda domanda: Prodi e Fassino erano stati eletti per rappresentare i cittadini italiani, avevano avuto l’incarico di formare il Governo per servire l’interesse nazionale. Non c’è meraviglia nel fatto che abbiano esaudito i desideri di Washington (anche se più tardi, anni dopo, sulla questione guerra all’Iraq sosterranno posizioni molto diverse). Fa specie la loro obbedienza “cieca, pronta e assoluta” (per dirla con Giovannino Guareschi) che si è concretizzata nel precipitarsi a Lubiana senza neppure il minimo tentativo di ottenere che fosse Washington (o l’Europa) a premere sulla Slovenia per un ammorbidimento della sua posizione (ad esempio riesumando il vecchio accordo di Aquileia). In realtà Fassino non lo dice, ma maliziosamente si può pensarlo, la precipitosità della svendita dei nostri diritti andava anche bene perché dava una mano ai compagni post-comunisti di Lubiana nelle elezioni slovene che erano ormai incombenti.

La terza e ultima domanda: alla fine della guerra e con il Diktat del 1947 il prezzo della sconfitta di tutti gli italiani è stato in larga misura pagato dagli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia. Nel 1975, quando si trattava di dare ossigeno all’ansimante regime di Tito, c’è stato il Trattato di Osimo e quindi il prezzo relativo è stato nuovamente sostenuto dalle genti giuliane.

Nel 1996, nuove esigenze internazionali (la Slovenia in Europa), vecchie pessime abitudini nazionali (alleati che sanno solo dire “signorsì”), tutto ciò ha comportato, una volta di più, che il costo relativo gravasse sugli esuli di Fiume, Pola e Dalmazia e che i loro sacrosanti diritti, a riavere quanto era stato loro rubato, venissero vergognosamente sacrificati. In definitiva la domanda vera è una sola: c’è una qualche ragione per la quale tocchi sempre a noi pagare il prezzo delle cosiddette “ragioni più alte” ?

 

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Il libro di Fassino merita ancora due osservazioni, forse più marginali ma non del tutto irrilevanti.

Innanzitutto una sua affermazione quantomeno inesatta. Egli scrive, riferendosi al compromesso Solana, che sarebbe stato riconosciuto un “diritto di prelazione” agli esuli. In realtà questo termine “prelazione” ha un senso tecnico ben preciso: se tizio intende vendere la mia proprietà, deve in primo luogo offrirla a me stesso. Di tutto ciò , invece, non c’è traccia nel compromesso Solana, il quale prevede unicamente che la Slovenia avrebbe autorizzato anticipatamente (rispetto ad altri cittadini europei) l’accesso degli esuli al mercato immobiliare. E, per inciso, neppure questo è stato fatto da Lubiana (ma Fassino sembra ignorarlo) e di certo nel libro non ne parla.

L’altra osservazione riguarda una omissione (al limite della menzogna) ed è relativa all’incontro del Sottosegretario Piero Fassino con noi esuli ala Stazione Marittima di Trieste, subito dopo il famigerato viaggio a Lubiana. Egli ricorda un’assemblea “affollata e tesa”, ed elenca una serie di iniziative da lui prospettate agli esuli ed alle loro associazioni (emissione di un francobollo, conio di una medaglia, programma RAI, interventi sui programmi scolastici e interventi sui periodi previdenziali).

Nel suo ricordo, o almeno nel suo libro, non c’è però traccia di quello che è stato il più impegnativo tra gli impegni da lui assunti di fronte all’assemblea, affollata e tesa, alla Stazione Marittima. Il Governo italiano – egli dichiarò – corrisponderà un indennizzo “equo e definitivo”come corrispettivo della rinuncia alla richiesta di restituzione. Di fronte a qualcuno – l’on. Marucci Vascon – che gli ricordava che il Ministero del Tesoro aveva quantificato in 4/5000 miliardi questo genere di intervento , egli solennemente affermava “se si vuole i soldi si trovano”.

I soldi, poi, non si sono trovati perché , evidentemente, la volontà non c’è stata e, al posto degli indennizzi equi e definitivi, è arrivata solo l’usuale leggina preelettorale, con la solita vergognosa elemosina.

Fassino quindi ha fatto molto, molto bene a non ricordare questo suo pubblico impegno: così solenne nella sua formulazione, così solennemente disatteso sia dal Governo Prodi, di cui egli era Sottosegretario, sia dal Governo D’Alema, di cui era Ministro.

 

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Eravamo nel 1996 e i protagonisti di allora erano Bill Clinton, Romano Prodi e Piero Fassino.

Oggi siamo nel 2003 e sulla scena si muovono altri personaggi: George Bush, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.

La Slovenia deve ancora entrare in Europa, la Croazia è all’inizio del suo percorso verso Bruxelles, gli esuli fiumano-dalmati continuano a reclamare il rispetto dei loro diritti di vedersi restituire ciò che il comunismo di Tito ha loro rubato.

Cambiati i protagonisti, sulle scene nazionali e internazionali ci ostiniamo a voler credere che cambierà anche il copione della recita e che non ci toccherà assistere nuovamente alla farsa-tragedia del Diktat del 1947, di Osimo del 1975 e di Lubiana del 1996.

Gli italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia sono stanchi di essere loro, sempre loro a dover pagare per le alte ragioni della real-politik.

Paolo Sardos Albertini

18 settembre 2003