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Il Consiglio della III Circoscrizione, venuto a conoscenza dell’inutile provocazione messa in atto da un gruppo di manifestanti sloveni (pare ci fossero anche esponenti della minoranza slovena triestini), dove a una delegazione dell’Unione degli istriani è stato impedito di raccogliersi in preghiera e di portare un fiore in ricordo alle persone infoibate a GOLOBIVNICA (abisso dei colombi) presso Corgnale di Divaccia in Slovenia, NONOSTANTE che la stessa era stata autorizzata dalle autorità slovene;


Chi si trovi ad analizzare le vicende triestine di questo ultimo mezzo secolo non può non riconoscere come la storia della città di San Giusto si sia caratterizzata per una serie di progetti di ampio respiro che si sono succeduti e che ne hanno segnato le vicende politiche.

Sicuramente l'immediato dopoguerra si è tutto incentrato sul tema forte del trovare una risposta allo status di precarietà che era risultato dalle previsioni del Trattato di Parigi: quella collocazione del tutto aleatoria nel quadro del fantomatico Territorio Libero di Trieste, tanto aleatoria che tale staterello neppure riuscì mai a nascere (le grandi potenze alleate che dovevano sponsorizzarlo erano diventane, nel frattempo, le forze contrapposte della terza guerra mondiale, la cosiddetta guerra fredda).


Potrebbe sembrare una favola, ma non lo è! E' la storia di una Regione della nostra Patria che c'era una volta e che oggi non c'è più.

Era racchiusa tra le Alpi Giulie a nord e l'Adriatico a sud; fra il fiume Isonzo ad ovest, e ad est la displuviale che, da monte Tricorno digrada su monte Nevoso e su monte Maggiore prima di scendere sul golfo del Quarnaro.

Comprendeva cinque Province: Trieste, Gorizia, Pola in Istria, Fiume nel Carnaro e Zara in Dalmazia.

Di queste città solo due sono rimaste all'Italia: Trieste mutilata, e Gorizia smembrata. L'una e l'altra oggi sono inserite nella Regione "Friuli Venezia Giulia".


2009-corgnale-babypartigianoVoglio testimoniare perché c’ero.
Voglio testimoniare perché sono figlio di esuli Istriani che hanno perso tutto, senza alcuna colpa se non quella di amare l’Italia.
Posso testimoniare perché ho sempre rispettato gli Sloveni e la loro minoranza presente in Italia.
Posso testimoniare perché ho sempre rispettato chi è morto per un ideale anche se diverso dal mio.

Un pullman di esuli si recherà sabato 23 maggio a Corgnale per l’omaggio ai caduti senza alcun vessillo o bandiera, congiuntamente ad una rappresentanza ufficiale del Comune di Trieste composta dai capigruppo di tutti i partiti ed a numerosi consiglieri comunali e regionali locali e di fuori regione, mentre nei prossimi giorni il presidente Lacota invierà un dossier circostanziato circa i processi del 1947 per gli infoibamenti del ’43 al prof. Dežman ed al Governo Sloveno.


Sono un istriano, papà di Parenzo, e mamma di Capodistria.
Venezia GiuliaLa mia terra, l'Istria la ho nel cuore da sempre, e da istriano mi permetto raccontarvi gli avvenimenti che si sono verificati, a nostro danno, verso la fine della II guerra mondiale

La regione Giulia si chiude con il gruppo di isole e isolette dette dalmatiche, di Cherso e Lussino, che si protende verso la Dalmazia attraversato il golfo del Quarnaro, ove mirabili città, create dalla popolazione romana prima, bizantina e veneta poi si affacciano sulla costa, dando al mare adriatico le caratteristiche di un lago interno delimitato ad est dalle catene montuose delle Alpi Giulie, dalle Alpi Dinariche e dai Velebit, ed a Ovest dalla costa peninsulare sovrastata dagli Apennini.


Pienamente riuscito il pellegrinaggio dell’Unione degli Istriani alla Foiba di Corgnale

Lacota: “Finalmente è stato possibile deporre dei fiori in un clima di civile libertà”

Ha avuto luogo oggi la commemorazione sulla Foiba Golobivnica di Corgnale di Divaccia organizzata dall’Unione degli Istriani – Libera Provincia dell’Istria in Esilio a compimento dell’analoga cerimonia che era stata incivilmente e vergognosamente impedita da un gruppo di esagitati travestiti da partigiani titini lo scorso 28 febbraio.



Sloveni e Venezia Giulia

Nella pagina Cultura e Spettacoli del 17 maggio u.s. Alberto Rochira attribuisce allo scrittore Boris Pahor due singolari affermazioni che a Trieste non possono passare sotto silenzio.

Mi riferisco alla frase «è giusto ricordarsi delle foibe e degli esuli italiani, ma anche che 100.000 sloveni sono stati esuli dalle terre della Venezia Giulia». Poiché le organizzazioni slovene, quando presentano le richieste di finanziamento allo Stato italiano (senza alcun censimento probatorio!) sostengono che, attualmente, sarebbero presenti nella nostra regione 100.000 sloveni, mi domando quanti dovevano essere gli sloveni nella Venezia Giulia nel 1918 se fosse vero il dato di Pahor di altri 100.000 esiliati nel primo dopoguerra.


Gli Sloveni si sono inventati una " festa " per far da contro-altare alla nostra " giornata del ricordo "

Il 16 settembre scorso, a Gorizia si è tenuta la commemorazione per il ritorno della città sonziaca all'Italia. Il 15 settembre del 1947 infatti entrò in vigore il trattato di pace firmato il 10 febbraio dello stesso anno che assegnava definitivamente Pola e Fiume alla Jugoslavia e Gorizia all'Italia. Rimaneva aperta la questione di Trieste che assumeva lo status di " territorio libero " controllato militarmente fino al 1954 dagli Anglo-Americani nella Zona A (circa l'attuale provincia di Trieste) e dagli Jugoslavi nella Zona B (le città ora slovene e croate di Capodistria, Isola d'Istria, Pirano, Umago, Buie d'Istria e Cittanova d'Istria). Dopo il 1954 l'amministrazione civile del Territorio Libero di Trieste passò all'Italia quasi in tutta l'area della Zona A e l'amministrazione civile della Zona B " provvisoriamente " alla Jugoslavia, con l'assicurazione che quella Zona sarebbe ritornata all'Italia prima o poi. Ricordo che fino a questo momento gl'Italiani, nonostante minacce, uccisioni, esproprî, violenze di ogni genere restavano la maggioranza etnica nella Zona B che, proprio secondo il trattato, entrato appunto in vigore il 15 settembre 1947, la Zona B era a sovranità italiana.

Il 15 settembre scorso, tra le sole polemiche interne allo stato sloveno, ma non tangenti minimamente non solo la politica italiana, ma nemmeno quella regionale, la Slovenia ha dichiarato proprio il 15 settembre giorno di festa nazionale per il " ritorno " del " Litorale " (Pirano, Isola d'Istria e Capodistria) alla " madrepatria slovena ". Altra data riconosciuta come " festa nazionale " è stato il 17 agosto, data in cui la Slovenia rientrò in possesso del Prekmurje (l'Oltre-Mura), ovvero una regione dell'Ungheria, abitata in maggioranza da Ungheresi ma assegnata nel 1919 alla Jugoslavia, tornata all'Ungheria nella seconda guerra mondiale e infine ripresa dalla Jugoslavia dopo la fine del conflitto.

Il 10 novembre 1975 fu firmato dal governo Moro l'iniquo trattato di Osimo (ratificato dal " nostro " parlamento nel 1977) che regalava la Zona B alla Jugoslavia. Fu solo allora che la Slovenia entrò in possesso di ciò che chiama austriacantemente " Litorale " e che è in realtà una parte importantissima della Venezia Giulia che ora sta oltre confine.

Alcuni addirittura potrebbero obbiettare adducendo il fatto che solo nel 1991 la Slovenia si rese indipendente dalla Jugoslavia e che solo allora si creò legalmente uno stato sloveno così com'è, senza che nulla " ritornasse " a lei.

Gli Sloveni si sono inventati una " festa " per far da contro-altare alla nostra " giornata del ricordo ", dimostrando un'altra volta come l'ideale di Unione Europea assuma caratteristiche sempre più grottesche in quest'angolo d'Europa. Un ideale, quello dell'Unione, utilizzato dagli Sloveni solo quando esiste un tornaconto per la Slovenia ; naturalmente ignorato quando si tratta dei diritti o degl'interessi degli altri cittadini dell'Unione, come si è visto per il Corridoio N°5, per l'utilizzo del marchio di " vino friulano " dei loro vini, dei beni immobili da ritornare agl'Italiani e degl'immobili che gl'Italiani tuttora non possono acquistare in Slovenia.

Tanto scalpore ha fatto oltreconfine sia la fiction de " Il cuore nel pozzo ", sia la decisione parlamentare d'istituire il 10 febbraio come " giornata del ricordo " delle foibe e dell'esodo dei giuliano-dalmati, nessuna nota di protesta da parte del nostro governo per questa decisione oltraggiosa nei confronti dell'Italia e della storia europea tutta.

Nessuna delle città che la Slovenia commemora nella sua, come dimostrato, falsa festività, furono mai slovene né etnicamente, né storicamente, né regionalmente, nemmeno sotto la tanto decantata Austria-Ungheria, ma furono città che per etnia, storia e regione erano " italiane " e che anche ora, passati solo 30 anni da Osimo, anche con pulizie etniche, esodi di massa e rapine dei beni immobili, non sono certo né saranno mai slovene, né fisicamente, né storicamente.

Massimiliano Verdini

Il Piccolo 18/09/05

Manifestazione a Portorose con il premier Jansa per ricordare il trattato di pace che sancì il passaggio delle tre città costiere alla Jugoslavia

Festa del Litorale senza la minoranza Silvano Sau: «Non possiamo celebrare la data in cui abbiamo perso il nostro status»

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PORTOROSE Bandiere, fanfare, pubblico delle grandi occasioni, diretta televisiva: la Slovenia ha celebrato in grande stile, per la prima volta, la Giornata del ritorno della Primorska (il Litorale sloveno) alla madre patria, in ricordo del 15 settembre 1947, data dell'entrata in vigore del Trattato di pace di Parigi, che ha sancito i nuovi confini italo-jugoslavi (a parte il Territorio libero di Trieste), diventati poi i confini italo-sloveni. Lo ha fatto con una manifestazione solenne all'Auditorio di Portorose, dove ai circa duemila presenti, compresi i rappresentanti delle Associazioni dei combattenti partigiani (che fino al giorno prima avevano minacciato il boicotaggio della festa per non essere stati invitati - «disguido» poi risolto in extremis, nda.), si è rivolto il capo del governo Janez Jansa. Il premier ha ricordato le sofferenze degli sloveni del Litorale durante il ventennio fascista, ma anche e soprattutto il loro attaccamento all'indentità nazionale, che li ha portati a organizzare uno dei primi movimenti antifascisti in Europa. Se dopo la seconda Guerra mondiale «il regime jugoslavo non avesse trascinato il Paese al di là della cortina di ferro, avremmo potuto contare anche su Trieste, Gorizia e la Slavia veneta» ha detto tra l'altro Jansa. Il premier ha parlato anche del passato più recente, ribadendo che questa celebrazione non ci sarebbe stata senza una «Slovenia libera, indipendente e democratica». Per quanto riguarda il futuro, il premier ha posto l'accento sullo sviluppo dei centri universitari di Capodistria e Nova Gorica, dove il Politecnico dovrebbe essere prossimamente trasformato nel quarto polo universitario del Paese.

La celebrazione di Portorose è stata volutamente ignorata dalla comunità italiana. «Ogni Paese ha ovviamente il diritto di celebrare le date che preferisce - ha dichiarato il presidente della Comunità autogestita costiera (Can) Silvano Sau a Tv Capodistria - ma in aree come questa, nazionalmente miste, celebrare la vittoria di uno significa spesso ricordare la sofferenza dell'altro».

«Indubbiamente non possiamo celebrare il fatto che il 15 settembre del 1947 gli italiani sono stati ridotti a condizione di minoranza nè possiamo celebrare il fatto che alcune clausole di quel Trattato di pace ancora oggi non vengono rispettate. Celebrare giornate del genere - ha concluso Sau - per noi sarebbe quanto meno inopportuno».

Da segnalare infine una curiosità: la «Giornata del ritorno della Primorska alla madre patria» è stata celebrata prima ancora di diventare ufficialmente festa nazionale. Lo diventerà soltanto tra qualche settimana, quando il Parlamento approverà la Legge sul nuovo calendario delle feste nazionali. La fretta è la conferma che la festa, per quanto sentita, è stata voluta principalmente come risposta alla Giornata italiana del ricordo dell'esodo e delle foibe c.p.

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