“Lettera a Ciampi: I Giuliani e l’Italia Adriatica” di Stelio Spadaro

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Illustre Presidente, al Vittoriano, alla mostra su “I simboli dell’appartenenza” manca l’Alabarda, cioè Trieste, manca il profilo degli italiani del confine orientale.

Manca, insomma, ancora – e non mi riferisco in particolare alla mostra, dove probabilmente si poteva fare solo poco di più – una riflessione complessiva, dal punto di vista della Repubblica, sulle vicende degli italiani della costa nord orientale dell’Adriatico.

Fernand Braudel, il grande storico francese delle Annales, già tanti anni fa ebbe modo di ricordare esplicitamente che nella storia c’è un Italia tirrenica e un’Italia adriatica, lungo quell’arco che va da Trieste alle coste dalmate, passando per le isole del Quarnero.

 

A tale regione, etnicamente plurale, gli italiani della costa nord orientale hanno dato nei secoli un essenziale, originale contributo. Non si comprende la storia dell’Adriatico senza la loro storia, il loro contributo di lavoro, di cultura, di arte, di costruzione di luoghi e di una grande civiltà del mare. Va restituito alla memoria il significato di tale secolare originale esperienza civile, politica, umana, con le sue contraddizioni, con le sue paure, con i suoi tentativi di dare “risposte” alla condizione di essere italiani in questa realtà. L’Italia, la patria, per loro è sempre stata qualcosa di diverso: un antico, naturale riferimento al mondo e alla lingua di Venezia; o una scelta o un’aspirazione, o una prepotenza affermata o subita; o una protezione, o un tormento. In tante riflessioni di quegli italiani l’aspirazione all’Europa nasce proprio come possibile sbocco positivo e lungimirante di queste contraddizioni e di questa condizione: l’europeismo che anima tanti giuliani, da Gabriele Foschiatti , il repubblicano poi soppresso a Dachau, a Giovanni Paladin, l’uomo della Resistenza patriottica del 30 aprile 1945, non è un ornamento intellettuale, è una risposta, è una via che si intravede per uscire dalle gabbie dei nazionalismi.

Dopo la seconda guerra mondiale la Venezia Giulia fu radicalmente sconvolta e fu scardinato il mondo degli istriani, fiumani e dalmati di lingua italiana, quello degli esuli e quello dei rimasti. Quella civiltà fu scardinata perché considerata dagli ambienti nazionalistici croati e sloveni, abusiva, artificiale, costituita essenzialmente o da sparuti discendenti di antichi veneti o da immigrati, che, con l’esodo, a cui tanti istriani furono costretti, sarebbero tornati a casa loro, come dalla Libia o da Rodi.

Ma non è così: quella regione strutturalmente plurale, è stata ed è ancora, nonostante le terribili semplificazioni etniche, casa comune di italiani, sloveni e croati che i nazionalismi da più parti e ripetutamente hanno inteso minare, distruggere , negare.

Su tali vicende a lungo ci fu un silenzio imbarazzato della Repubblica e le tradizioni di quella civiltà furono affidate soltanto alle istituzioni che gli esuli istriani ebbero la forza di costruire e a quelle poche, che i “rimasti” riuscirono a fatica a mantenere in vita, lungo una traversata di decenni. E fu una traversata burrascosa, intrisa di ostilità e indifferenze, o strumentali sopportazioni, in cui regime comunista e nazionalismo s’intrecciarono in una convergente opera di repressione.

Ora che l’Europa si apre , e che l’Adriatico, non più un “confine” di tutto, si apre e si afferma anche in queste regioni la democrazia con le sue istituzioni, si può ben comprendere la storia di quel popolo e inserirla nella storia d’Europa, di un’Europa che si apre al mondo e che ha bisogno di richiamarsi a tutti gli apporti e tradizioni.

E quelli degli italiani della costa nord orientale dell’Adriatico sono apporti e tradizioni che oggi più che mai sono utili all’Europa che anche qui si costruisce. C’è Venezia, alle spalle di quest’universo, con i suoi lunghi secoli di organizzazione e di integrazione delle genti adriatiche. So bene che anche di quest’eredità il fascismo ha fatto strame, quando ha cercato di utilizzare strumentalmente la civiltà di Venezia – interetnica per eccellenza – addirittura quale antecedente del nazionalismo fascista. Ma non possiamo continuare a restare prigionieri dell’abuso che ne fecero gli alfieri feroci di Mussolini. Quella di Venezia è un’eredità positiva per l’Adriatico e ad essa ora possiamo guardare con grande rispetto e serenità perché è stata una civiltà-mondo che ha contato e ha integrato. Spetta alla Repubblica riprendere in chiave non nazionalistica l’apporto che viene da questa tradizione – senza nessuna indulgenza nei confronti del proprio e dell’altrui nazionalismo – e compiere una riflessione su quel capitolo originale e complesso della nostra identità nazionale che è dato da questi italiani della costa nord orientale, i quali. vissuti in un territorio complesso, hanno dovuto approfondire una serie di temi e di questioni che altri italiani non hanno avuto bisogno di affrontare: dal ragionamento sulla loro identità, al rapporto con gli “altri”, al modo di vivere un conflitto nazionale che dalla seconda metà dell’800 sempre più segnò esperienze e riflessioni. Ora abbiamo il dovere e la possibilità di riflettere su questo capitolo e portare dentro la memoria della Repubblica, e dal punto di vista della Repubblica, il profilo e le esperienze, la cultura civile, le vicende storiche e artistiche di questi connazionali. Una riflessione dunque sul loro profilo e sul loro contributo: contributo a quelle terre e contributo alla cultura e alla storia del nostro Paese, prima e dopo il sorgere, nel corso dell’800, del conflitto nazionale, prima e dopo il 1919, prima e dopo il 1945, prima e dopo la frattura dell’esodo.

Oggi, nell’Europa che viene, abbiamo la possibilità di riflettere su questo mondo per capirne il valore; in un Adriatico oggi aperto, in cui è possibile fruire appieno della memoria di secolari interazioni, è utile e possibile una riflessione complessiva, da questo punto di vista, sui tratti della civiltà del popolo giuliano, fiumano e dalmata di lingua italiana, nella sua unità e nelle sue articolazioni.

Ritengo, Signor Presidente, che nel programma previsto tra il 2004 e il 2011 sui temi dell’identità italiana, si possa e si debba trovare spazio anche per un’iniziativa specificatamente dedicata alle nostre vicende.