Capolavori istriani - Lettera al Corriere della Sera dall'Unione degli Istriani

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Spettabile REDAZIONE de IL CORRIERE DELLA SERA
Alla cortese ed urgente attenzione del Dott. Paolo Mieli

Egregio Direttore,
con la presente mi trovo costretto ad intervenire, anche in seguito alle centinaia di segnalazioni di esuli istriani pervenute in mattinata alla Segreteria Generale della Giunta dell'Unione degli Istriani, in merito alle affermazioni contenute nell'articolo apparso oggi sul Suo pregiatissimo quotidiano a firma di Carlo Bertelli, dal titolo "I capolavori veneti vanno restituiti all'Istria" (pag. 27).

Senza entrare nel merito delle opinioni espresse e delle tesi proposte, certamente non condivise ed anzi inaccettabili, proprio sulla base di norme e principi internazionali prima ancora che nel sentimento di ogni esule istriano, voglio evidenziare come gran parte delle informazioni risultino errate o, nella migliore delle ipotesi, estremamente imprecise.

Nel citare gli artisti veneti, l'autore dell'articolo parla di Matteo Ponzoni (mentre il nome corretto è Matteo Ponzone o Matteo di Verona) e nel designare la probabile sede museale di destinazione delle opere, egli indica "un' ala del castello di Miramare" (mentre la sede proposta è quella delle Scuderie di Miramare, recentemente restaurate, distanti oltre un chilometro dal Castello stesso, che non verrebbe certamente svuotato di arredi originali per ospitare i capolavori istriani).

Proseguendo nella lettura dell'articolo, l'errore più grave (ed inamissibile per chiunque ha "l' onore" di scrivere su un quotidiano come Il Corriere!) l'autore lo commette scrivendo che "Le opere d'arte dell'Istria.........furono ricoverate prima nella villa Passariano a Pirano, nel Friuli;"

E' semplicemente vergognoso il pressappochismo con cui l'autore ha pubblicato queste informazioni. Pirano è una cittadina della costa istriana, non del Friuli (dove non esiste alcuna Pirano omonima), mentre Passariano è una localita (non la villa!), nei pressi di Codroipo dove si trova la residenza dell'ultimo doge di Venezia Manin. Dunque, ricapitolando, per corretta informazione ai lettori, gran parte dei capolavori istriani restaurati proveniva da chiese e palazzi di Pirano (Istria) e vennero in un primo momento ricoverati in Villa Manin a Passariano (UD).

Evitando ancora di entrare nel merito del brevissimo excursus storico sui Trattati, citato dall'autore omettendo però il Memorandum di Londra del 1954, che assegnò Trieste all'Italia e cedette in amministrazione provvisoria l'ex Zona B alla Jugoslavia (e quindi anche Pirano e Capodistria), non posso invece non respingere l'affermazione " .... . Da Capodistria emigrarono per l'Italia quasi 8.000 cittadini....". Non si trattò di alcuna emigrazione, poiché nessun italiano abbandonò l'Istria alla ricerca di un lavoro, ma fu costretto ad andarsene a colpi di intimidazioni, vessazioni, violazioni, infoibamenti ed uccisioni.

Non è possibile in poche righe ricostruire le disgrazie delle genti istriane ed i tradimenti perpetrati dall'Italia, quella Patria per la quale essi abbandonarono tutto, pagando con i loro beni, morali e materiali, il prezzo di una catastrofica sconfitta, finendo una volta arrivati nei campi profughi, al limite dell'emarginazione sociale.

E proprio per questo non può essere sufficiente intervenire con stringate precisazioni e correzioni alle affermazioni rese dall'autore con incredibile faciloneria.

Ritengo opportuno, invece, far sapere all'autore ed ai lettori che innumerevoli altri capolavori scomparvero durante la repressione jugoslava in Istria. Si tratta di quadri, manufatti, argenteria, ma soprattutto intere biblioteche sottratte a conventi e chiese.
Dirò di più. Centinaia di quadri e migliaia di libri antichi (come del resto arredi sacri. Disgustoso!) si possono ancora ammirare nei saloni delle ville degli ex ufficiali combattenti jugoslavi, sulla collina di Dedinje, in uno dei quartieri più esclusivi di Belgrado, a pochi isolati dal Palazzo Reale dei Karagjorgevic.

Sarebbe bene, caro Bertelli, che quelle opere trafugate venissero restituite alle chiese ed ai palazzi dell'Istria, dai quali furono rubate, molto spesso dagli stessi attuali proprietari.

I capolavori istriani invece, sottratti anch'essi da chiese e palazzi, ma solo per essere salvati dalle razzie partigiane, è bene che rimangano nel nostro Paese, nello spirito di chi allora operò affinché oggi, dopo decenni, possano essere ammirate e godute da tutti.

Potrebbero forse anche tornare in Istria, ma non prima di essere tornati noi esuli. Noi nelle nostre case, quelle ancora vuote che la democratica Slovenia non intende restituire, lasciandole piuttosto cadere a pezzi, ed i nostri quadri nelle nostre Chiese a Pirano e Capodistria, dove l'italiano non esiste più, salvo, naturalmente, sulle cassette all'entrata, dove troviamo evidente la scritta: "OFFERTE".

Trieste, 29 agosto 2005


Massimiliano Lacota
Presidente dell' Unione degli Istriani
Libera Provincia dell' Istria in Esilio