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da "Il Corriere della Sera" online del 7/2/04

La cassaforte della vecchia Dc? In una baracca


Da 508 palazzi a una baracca di campagna Caccia alla cassaforte scomparsa della Dc
L' INCHIESTA: IL TESORO DELLA DC. Da Roma al Lago di Garda fino alla Croazia sulle tracce del patrimonio del partito, finito intestato a un inconsapevole italo-croato senza lavoro stabile Finanziarie fantasma, prestanome e notai compiacenti all' origine di un «buco nero» di miliardi di vecchie lire su cui indaga la magistratura e si moltiplicano i ricorsi
Rizzo Sergio, Stella Gian Antonio


BUJE (Croazia) - Una carriola senza ruota, una sedia con tre gambe, un po' di legna e matasse di ragnatele: ciò che restava dell' immenso tesoro della Democrazia cristiana è finito qui, in un ripostiglio diroccato nelle campagne di Babici, tra Buje e Umago, in Istria. Finito sulla carta, si capisce. In realtà è sparito nel nulla. Un giochetto di prestigio e, puff!, si è volatilizzato nelle mani di un uomo con doppio passaporto italo-croato. Il solito finanziere d' assalto diventato enormemente ricco con i business postcomunisti? Macché: un poveraccio che, incapace di trovare lavoro, guadagna qualcosa scaricando cassette a Trieste. «Firma qui», gli hanno detto. Ha firmato.

E si è così ritrovato, lui che vive in uno sgangherato monolocale da incubo balcanico, alla testa d' un impero immobiliare. Il tutto per il tempo strettamente necessario a costruire, da parte degli «amici» ai quali aveva fatto il piacerino, una rete di società regolarmente registrate ma destinate a sparire dietro bilanci secretati, muri di silenzio e indirizzi fantasma. Buchi neri come nerissimo è il buco lasciato dalle casseforti del partito che per mezzo secolo ebbe in mano l' Italia. Casseforti dai nomi leggendari come Affidavit, Ser (Società edilizia romana), Sfae, Immobiliare. Proprietarie grazie a migliaia di offerte di povera gente, a decine di sontuose donazioni e magari a qualche inghippo, di edifici come palazzo Sturzo all' Eur, la villa liberty della Camilluccia (che apparteneva alla Sari) o la casa di Alcide De Gasperi in Trentino per un totale, dal magazzino al grattacielo, di 508 immobili. Un patrimonio sconfinato. Che nel giro di pochi anni, nel caos infernale di scissioni, battaglie giudiziarie, rivendicazioni, compromessi e vendite per tappare le voragini di debiti della vecchia Dc o consentire una ripartizione della cassa comune tra questo o quel partito gemmato dal collasso della Balena Bianca, si è via via impoverito. E ha perso, lungo il tormentatissimo percorso di smantellamento, questo o quel pezzo di pregio svenduto a cifre talvolta irrisorie.

Per non parlare di qualche fetta di torta (e che fetta!) sparita nel nulla. Al punto che, su denuncia di Pierluigi Castagnetti, ultimo segretario del Ppi, sono partite un' inchiesta e una catena di azioni giudiziarie che rischiano di dar soddisfazione ai ricorrenti quando dei 205 immobili rimasti in ballo resteranno solo le pietre. Intestate a chissà chi e chissà dove. Come è potuto succedere? E' quello che proveremo a raccontare, ricostruendo i vari passaggi tra finanziarie domiciliate in baracche di lamiera e depositi bancari fasulli e notai di bocca buona e teste di legno improvvisamente comparse sulla scena ed improvvisamente sparite nel nulla. Una storia pazzesca, cialtrona, infame e ridicola, che val la pena di ricomporre andando a ritroso. E cominciando quindi dall' ultima volta in cui le quattro società che custodivano ciò che restava dell' impero democristiano vengono avvistate in Italia. E' il 27 marzo 2003. Nello studio del notaio Claudio Avitabile di Bardolino, sulla sponda veronese del Lago di Garda, un certo Paolo Borgo, un immobiliarista ignoto ai più che il 10 dicembre 2002 è comparso come amministratore unico delle quattro società, si dimette e cede la carica a Silvano Mitrovic, un italo-croato dal doppio passaporto residente a Buje, in Istria, in via Garibaldi 7.

Contestualmente le sedi dell' Affidavit, della Sfae, dell' Immobiliare e della Ser, che già erano state trasferite da Roma a Bergamo subendo alcune metamorfosi di cui diremo, vengono smistate a Babici, in via Zakinji 113. Il posto, in realtà, è a una mezz' oretta di macchina da Trieste appena al di là di Rabuiese. Ma è come se fosse nel Kamchatka: mentre proseguono le cause giudiziarie, in Istria non va a buttarci un occhio nessuno. Peccato. Perché le sorprese sono davvero divertenti. Stando all' efficiente sito Internet e alle ricerche degli impiegati del Tribunale Commerciale di Fiume e della Fina, la società di controllo sulle imprese registrate in Croazia, pare che le storiche casseforti ancora gonfie di immobili siano forse partite dal Lago di Garda ma non siano mai arrivate al di là della frontiera. Sparite. Senza lasciare una traccia neppure nella interminabile lista delle oltre settecento società in liquidazione che occupa decine di pagine. Dove sono finite? Boh... E i beni che avevano nel portafoglio? Boh... Non basta: la sede scelta per la nuova attività oltreconfine delle immobiliari miliardarie traslocate è una catapecchia della contrada Zakinji, che i nostri continuano a chiamare con nome antico di Zacchigna, un borgo vicino a Materada, il minuscolo paesello che Fulvio Tomizza scelse per raccontare nel libro omonimo come nacque l' odio tra italiani e croati che avrebbe portato alla guerra fratricida, alle foibe, all' esodo forzato e tragico della nostra comunità. Un cespuglio di case, covoni di fieno, qualche filare di vite, un po' di galline e conigli. «Immobiliar de cossa?», chiede stupefatto Enrico Zacchigna, che abita una porta più in là. E' vecchio, acciaccato e piegato dal mal di schiena ma non perde un colpo con la testa. E giura: «Mai savudo de immobiliari. Mai visto nisùn. Mai vista ' na machina. Niente de niente». Racconta anzi che un paio di anni fa erano venuti quelli del Comune: «Un caos. El numero 111 xè diventà 116, il 113 xè diventà 112, il 115 xè diventà 114 o non so cossa, fatto sta che a un certo punto non ci si capisce più niente. Il 113? E chi lo sa? Era quella baracca ma adesso...». Quanto a Silvano Mitrovic, per lui è un fantasma come le società di cui figura essere il titolare: «Qua conosco tutti, dalla valle del Quieto a Salvore, ma giuro che questo nome non l' ho mai sentito. Mai. Sicuro che esiste?». Esiste. Lui sì, esiste. Solo che non è in grado neanche di cambiare la vecchia auto ansimante con una nuova. Ha 44 anni, è figlio di imbianchino e di una casalinga che arrotonda la pensione facendo la domestica a Trieste e fatica da sempre a mettere insieme il pranzo e la cena. Guadagnata la licenza dell' ottava elementare, musicista nel gruppo «Azur» in giro per balere, ha fatto per un po' il garzone di macelleria, poi si è arrangiato in mille lavori senza mai trovare il suo: un mese qua, un mese là, una settimana da un' altra parte. Fallito il matrimonio, per non tornare a vivere coi genitori all' indirizzo che ha dato al notaio, si è sistemato in uno sgarrupato monolocale al primo piano di una oscena palazzina annerita e scrostata alla periferia del paese. Quando ha saputo di avere posseduto, sulla carta, decine di miliardi, poco poco sveniva al telefono: «Ma no, non è possibile, ho messo solo due firme...". In cambio di soldi? "Neanche una kuna! E' stato un favore. Mi hanno detto che era tutto regolare. Che non avrei avuto grane. E adesso? Posso spiegare tutto. Io sono a posto. Ci vediamo alle sette. Vi racconto tutto». All'appuntamento, però, non arriverà mai. Alle cinque del pomeriggio, dopo aver sentito qualche misterioso «amico», cambia versione: «E allora? Sì, ho comprato io». Con che soldi? «Che vi frega?». Con che soldi? «E devo spiegarlo a voi? Cosa volete da me? Ma fatevi gli affari vostri!». Clic.

Sergio Rizzo Gian Antonio Stella

Origine e fine della Dc

NEL 1942 La nascita clandestina Alcuni dirigenti del disciolto Partito popolare di Don Sturzo fondano clandestinamente, nel 1942, la Democrazia cristiana, che guida il Paese, con varie coalizioni, dal ' 45 al ' 93 ANNI ' 50-' 70 Da De Gasperi a Moro Alle elezioni del 1948 la Dc di De Gasperi ottiene il 48,5% di voti. Nel ' 54 è segretario Fanfani: nel ' 59 viene sostituito da Moro, che dà voce ai dorotei. Negli anni ' 70 torna alla guida Fanfani ANNI ' 80-' 90 Il Caf e Martinazzoli Negli anni ' 80 alla guida c' è De Mita, poi Forlani che si allea con Craxi a sostegno del governo Andreotti (il «Caf»). Mani Pulite si abbatte sulla Dc, che viene sciolta da Martinazzoli nel ' 94 Patrimonio svanito IMMOBILI L' enorme patrimonio della Democrazia cristiana, costituito da 508 immobili (edifici di pregio ma anche semplici magazzini) era gestito in origine da quattro società: Affidavit, Ser (Società edilizia romana), Sfae, Immobiliare LA CESSIONE Con la fine della Dc nel 1994, la storia del patrimonio si complica. Nel 2002 risulta amministratore unico Paolo Borgo: l' anno dopo cede la carica a Silvano Mitrovic, un italo-croato residente in Istria VIA ZAKINJI La sede della nuova società immobiliare è una casa fatiscente in via Zakinji 113 a Babici, in Istria. La persona che risulta titolare, Mitrovic, abita in un monolocale ed è sempre vissuto facendo piccoli lavori

da "Il Piccolo" su [Kataweb]

Il tesoro della Dc: è giallo

di Silvio Maranzana

Sembra un «giallo» senza fine la vicenda del patrimonio immobiliare dell’ex Democrazia cristiana finito in Istria: 205 tra palazzi, appartamenti e sedi di circoli. Dopo la scoperta fatta dal Corriere della sera del passaggio delle finanziarie a una società amministrata da Silvano Mitrovic, croato di 44 anni di Buie, che ha sede in una casa che risulta di proprietà di Roberto Giurissevich, 60 anni, in località Zacchigni, lo stesso papà di Mitrovic, Spasoje, ha ammesso che il figlio avrebbe «messo alcune firme sperando di poter aprire un ufficio in Istria». Adesso salta fuori un ulteriore atto di compravendita firmato sempre nello studio del notaio Claudio Avitabile di Bardolino, sponda veronese del lago di Garda che, nell’agosto scorso, registra il passaggio di 152 dei 205 immobili in questione, a un altro istriano, Silvano Brajkovic, 41 anni, domiciliato, a Crasizza nei pressi di Buie. Tra questi ultimi non risulta Palazzo Diana a Trieste che però, anche sulla scorta delle dichiarazioni rilasciate dai dirigenti locali, sembrerebbe aver preso comunque la strada istriana.

TRIESTE - C’è un altro colpo di scena nella vicenda dei 205 palazzi, parte dell’immenso tesoro immobiliare dell’ex Democrazia Cristiana, finiti non si sa come nelle mani di alcune società fantasma in Istria. Ed è un colpo di scena recentissimo.

Dopo la scoperta da parte del «Corriere della Sera» che alcune di queste società, intestate a un certo Silvano Mitrovic, avevano sede nel paesino di Zacchigni, vicino Umago, ora viene fuori che appena il 2 agosto 2003, ben 152 fra sedi e circoli della Democrazia cristiana passano a un altro istriano. Si tratta di Silvano Brajkovic, nato a Pisino il 28 marzo 1963, domiciliato nei pressi di Buie, in località Crasizza al numero 44. Che è anche la sede della «Severo srl.» di cui Brajkovic è amministratore unico e alla quale sono intestati ora gli immobili. Tra questi, uno è a Ronchi dei Legionari, due nel comune di Udine e uno, di ben sedici vani, a Talmassons. Altri sono sparsi in tutta Italia: da Ferrara a Macerata, da Ancona a Perugia.

Ma non è tutto: ci sono pochi dubbi infatti che sia finito, almeno formalmente, in mani croate, anche Palazzo Diana, sede della Democrazia cristiana di Trieste, per mezzo secolo il vero centro del potere politico e economico cittadino, oltre che stabile di particolare pregio e valore.

Dietro alla vicenda dei 205 immobili della Dc si nasconde una delle più ingarbugliate e complesse operazioni di cessione di patrimonio immobiliare mai avvenute in Italia. Quello che sembra essere l’atto finale - ma non è detto che non salti fuori un’ulteriore scatola cinese - risale come detto al 2 agosto 2003. Nello studio del notaio Claudio Avitabile, a Bardolino, sul Garda sponda veronese, il patrimonio immobiliare della «Universo srl.» del trentino Paolo Borgo - titolare dei 205 beni - passa alla «Severo srl.» del buiese Silvano Brajkovic.

La giornalista Fabiana Marcolini de «L’Arena» di Verona ha ricostruito ieri alcuni passaggi. Gli immobili, sedi del partito e palazzi storici ereditati da Ppi e Cdu dopo lo scioglimento della «Balena bianca» vengono affidati a due società, la «Ser spa» e l’«Immobiliare spa» (a quest’ultima apparteneva anche Palazzo Diana, ndr.) le cui quote vengono acquistate da altre due finanziarie, la «Affidavit» e la «Sfae» a propria volta acquistate da un uomo d’affari di Verona, Angiolino Zandomeneghi, 45 anni di Colognola ai Colli. Il passaggio avviene il 26 febbraio 2002, dieci giorni prima del congresso del Ppi.

Pare che Zandomeneghi, socio di una decina di società importanti, un patteggiamento a una pena di un anno e dieci mesi per la truffa del foraggio disidratato ai danni della Cee, riesca a concludere l’affare per la miseria di 3 milioni di euro. Si trova però poi a fronteggiare Ppi e Cdu, ovvero i «diseredati» intenzionati a riprendersi i beni sulla base della non validità del contratto di cessione perché siglato dai vecchi tesorieri. A loro però il giudice dà torto.

Un’altra svolta avviene nell’agosto 2002 allorché viene chiesto il fallimento dell’immobiliare «Europa», srl con sede a San Bonifacio che aveva acquistato le quote delle due finanziarie, il cui amministratore unico, almeno fino al gennaio 2003, è appunto l’immobiliarista trentino Paolo Borgo. Seguono una serie di querele e controquerele tra Zandomeneghi e alcuni giudici fallimentari romani. Nel frattempo 205 palazzi o appartamenti italiani «scivolano» in Istria, come un sorta di «beni abbandonati» alla rovescia dalla Balena bianca

Una delle tante pagine non scritte della nostra storia recente è l'Esodo di 350 mila fiumani, istriani e dalmati che, dal 1945, si riversarono in Italia con tutti i mezzi possibili: vecchi piroscafi, macchine sgangherate, treni di fortuna, carri agricoli, barche, a nuoto e a piedi. Una fuga per restare italiani, un vero Esodo biblico, affrontato con determinazione, verso un'Italia sconfitta e semidistrutta, quale reazione al violento tentativo di naturalizzazione voluta nella primavera del 1945, dalla ferocia dei partigiani slavi.


Trieste - E' stata deposta ieri, sotto il portico del Palazzo Comunale di Trieste, una corona d'alloro nell'anniversario dell'assassinio di Giovanni Nini e del sottotenente del Regio Esercito Luigi Casciana. Presente lo stendardo dell'antico Regno di Dalmazia, scortato dai dirigenti della Fondazione Rustia Traine nei tradizionali manti purpurei del Patriziato Dalmatico, è stato reso omaggio a due figure eroiche, cadute vittime degli jugoslavi, nella guerra di Spalato.

Due dalmati italiani nel mondo, vittime dei fatti del 1920 quando furono uccisi il Comandante Tommaso Gulli ed il motorista Aldo Rossi, Nini venne accoltellato a morte in piazza Unità di Trieste da un ufficiale jugoslavo e il tenente Casciana morì in seguito ad una bomba lanciata dal Balkan che stava proteggendo con i suoi soldati.

Nel 1920 Inghilterra e Francia avevano ormai fatto capire che non intendevano rispettare i Patti di Londra, firmati il 26 aprile 1915, che assegnavano all'Italia oltre a Zara anche una parte rilevante della costa e delle isole della Dalmazia centrale. L'Italia, accanto a navi francesi e inglesi, inviò a Spalato la regia nave Puglia e la sua missione divenne umanitaria. La nave forniva alla popolazione spalatina, stremata da anni di guerra e di fame, centinaia di pasti giornalieri ed era attrezzata con un ambulatorio in grado di fornire cure ospedaliere di tutto rispetto.

Non si distingueva nell'assistenza tra italiani, croati o serbi di Spalato.

In questo clima, prendendo a pretesto delle manifestazioni di protesta per una bandiera serba sequestrata da un marinaio della "Puglia" e restituita furono uccisi il Comandante della "Puglia" Tommaso Gulli ed il motorista Aldo Rossi.

Immediata la reazione a Trieste dove hanno luogo grandi manifestazioni per l'italianità della Dalmazia. In Piazza dell'Unità il 14 luglio un jugoslavo, che riesce a dileguarsi protetto dai suoi, uccide a coltellate uno dei dimostranti, Giovanni Nini di origine dalmata. In questo clima di uccisioni e pestaggi di italiani di Dalmazia, che lasceranno le città e le case che i loro avi avevano costruito e abitato per millenni (il secondo grande esodo del 1920 degli italiani dalla Dalmazia dopo quello strisciante dovuto alle vessazioni austro-ungariche che iniziano nel 1866) si prepara una manifestazione di protesta.

Una colonna di manifestanti si diresse verso l'Hotel Balkan. Il sottotenente Luigi Casciana del Regio esercito italiano schierò una fila di soldati della vicina caserma a difesa dell'Hotel Balkan; cadde vittima.


News ITALIA PRESS

La vicenda dei cosiddetti "beni abbandonati" (più esattamente "beni rapinati") sottratti dalla Jugoslavia agli italiani d'Istria, di Fiume e della Dalmazia e rapinati una seconda volta da Croazia e da Slovenia, ritorna periodicamente agli onori della cronaca. Il tutto senza alcun risultato concreto, almeno fino ad oggi, se non quello di creare progressiva confusione negli interessati. Proprio come contributo a ricordare l'iter di tale vicenda e a fare il punto sulla situazione, proponiamo un intervento su tale argomento del Presidente della Lega Nazionale e che verrà, prossimamente, pubblicato su un periodico nazionale.

Alla fine della seconda guerra mondiale decine e decine di migliaia di cittadini italiani dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia furono vittime di una tipica operazione di "pulizia etnica". Il neocostituito regime comunista Jugoslavo, guidato dal Maresciallo Tito, mise in atto il terrore e la violenza per costringerli a lasciare le proprie attività, le proprie terre, i propri morti e cercare rifugio in Italia. Fu l'inizio dell'Esodo di trecento e cinquanta mila italiani i quali, in qualche modo, si trovarono a pagare la sconfitta dell'Italia più degli altrti loro compatrioti.

L'abbandono delle loro città - Capodistria, Pola, Fiume, Zara e le tante altre - fu accompagnato, da parte dello Stato jugoslavo - con una serie di atti di esproprio dei loro beni che si trovarono quindi ad essere nazionalizzati o comunque trasferiti in proprietà pubblica. Il tutto in piena coerenza con la natura di stato comunista del regime di Tito che, in quanto tale, nazionalizzava non solo le proprietà degli esuli italiani, ma anche quelle dei propri cittadini: la proprietà privata era un furto, per l'ideologia del Comunismo, era diritto-dovere della Stato sottrarla dalle mani dei privati.

La proprietà degli Italiani, finite dunque nelle mani dello stato jugoslavo, avevano formato oggetto di vari atti internazionali (Trattato di Pace del '47, Trattato di Osimo del '75, Trattato di Roma del'83) il cui risultato era stato uno solo: i beni "rapinati"ai cittadini italiani erano rimasti nelle mani dei rapinatori jugoslavi.

Poi si arriva al 1989. Il Comunismo internazionale sprofonda nel più colossale fallimento che la Storia ricordi. Con esso finisce anche il Comunismo jugoslavo e la stessa Repubblica Federativa jugoslava scompare (in mezzo a sangue e massacri) dallo scenario della storia. Sui territori già abitati dai profughi italiani nascono due nuove realtà statuali, Slovenia e Croazia, che si proclamano non più comuniste, ma ispirate ai principi della liberal democrazia e che, in quanto tali, si mpegnano a rimuovere le tracce del comunismo anche restituendo ai privati quelle proprietà immobiliari che lo stato aveva loro nazionalizzate.

Lo fanno, sia Slovenia che Croazia, con le cosiddette "leggi di de-nazionalizzazione", che prevedono meccanismi similari per restituire i beni espropriati ai cittadini ex jugoslavi, ma che hanno la comune caratteristica di escludere da tale diritto i cittadini italiani.

Gli Italiani di Capodistria, di Pola, di Fiume o di Zara, vittime della pulizia etnica a fine guerra, vittime degli espropri comunisti del maresciallo Tito, si sono così trovati - all'inizio degli anni '90 - ad essere vittime di una ulteriore ingiustizia: discriminati dai governi di Lubiana e di Zagabria nel loro diritto alla restituzione dei beni rapinati.

Ed il loro naturale tutore, il Governo di Roma? Ha alternato qualche sprazzo di tutela (almeno in linea di principio), con lunghe fasi di disattenzione, con alcuni momenti di vergognoso cedimento.

La prima fase di tutela la si ebbe nel '92, al momento del riconoscimento dei due nuovi stati di Slovenia e di Croazia, quando l'Italia, per opera del Ministro degli esteri Gianni de Michelis, subordinò tale riconoscimento all'apertura di negoziati proprio sulla questione "restituzione dei beni". Poi il ministro cambiò e la politica italiana fu vittima di altre distrazioni (era l'epoca in cui imperversarono i signori di "mani pulite"), dei diritti degli esuli da tutelare, dei negoziato con Croazia e Slovenia da aprire nessuno se ne ricordò. Bisognerà arrivare al momento nel quale i due nuovi stati iniziarono a bussare alle porte d'Europa perché qualcuno si accorgesse che discriminare il diritto di proprietà in nome di quello di cittadinanza era un qualcosa che gridava vendetta ai più elementari principi del diritto comunitario. Croazia e Slovenia avevano escluso i cittadini stranieri dal diritto di essere proprietari di immobili ed avevano discriminato i cittadini italiani nel diritto alla restituzione dei beni nazionalizzati: con tali comportamenti erano fuori dalla logica giuridica degli stati europei.

In tale spirito il governo italiano (si era nel '94, con il primo Ministero Berlusconi) pretese dall'Unione Europea che Lubiana e di Zagabria, prima di negoziare il loro ingresso in Europa, regolassero in modo conforme al diritto europeo la questione dei beni degli esuli italiani. Il governo successivo sembrò perseverare in questa linea (alla Farnesina c'era Susanna Agnelli) ottenendo anzi che la richiesta italiana fosse fatta propria della stessa unione europea. Poi però - e siamo nel maggio del'96 - il governo cambiò ancora; arrivo quello di Romano Prodi con, sottosegretario agli esteri, Piero Frassino. Fu lui che, non appena nominato, si precipitò a Lubiana per dichiarare ufficialmente che non c'era nessuna, nessunissima pretesa dell'Italia in tema di restituzione dei beni e che - per quanto riguardava il governo di Roma - l'ingresso della Slovenia in Europa non aveva ostacoli di sorta. Un atto, questo di Fassino, che nei confronti degli esuli italiani (ma forse dell'Italia tutta) aveva il sapore amaro del tradimento più vergognoso. A posteriori, nel suo libro autobiografico, cerca di giustificarsi raccontando che era stato Prodi ad ordinarglielo e che Prodi, a sua volta, aveva ricevuto un ordine in tale senso da parte del presidente Clinton.

Il fatto è che dopo quelle dichiarazioni le porte per Bruxelles si spalancarono, per la Slovenia, e la questione dei diritti degli italiani sparì dalle agende diplomatiche.

Sarà con il secondo governo Berlusconi - e siamo al 2001 - che si ritornò a parlarne, in riferimento all'inizio di negoziati tra Croazia ed Europa. Alla Farnesina si trovava il Ministro Ruggero il quale aprì un tavolo negoziale con la Croazia, ma accetto il principio che si ritenesse la materia già regolata dai trattati precedenti e che si verificasse unicamente se c'erano delle situazioni marginali, non regolamentate da trattati, che dessero spazi a qualche soluzione. Il tutto si concretizzo nella formula, usata dal ministro, del "pacta sunt servanda". Tale impostazione venne energicamente contestata dalle associazioni degli esuli sia in termini di giustizia sostanziale che di diritto formale: quei trattati che si voleva consacrare erano stati stipulati dall'Italia con un soggetto che non esisteva più (la Jugoslavia), avevano un contenuto profondamente diverso (riguardavano beni immobili in una società comunista, non in un libero mercato) e soprattutto avevano per oggetto la nazionalizzazione indiscriminata, non la de-nazionalizzazione discriminata. Sempre per restare al latinorumu, si disse che la formula completa doveva essere "pacta sunt serranda, rebus sic stantibus" e che pertanto, essendo mutate le condizioni oggettive, tutto poteva e doveva essere oggetto di nuovo negoziato. Si ricordò anzi che nel '92 de Michelis aveva ottenuto da Croazia e Slovenia l'intesa di aprire negoziati su tale argomento e che, conseguentemente, anche le nostre controparti avevano riconosciuto allora che la materia non era da considerarsi preclusa dai trattati precedenti.

Non è dato sapere se tale questione dei "beni" abbia avuto un qualche ruolo, certo è che poco dopo tali prese di posizione il ministro Ruggero venne licenziato da Berlusconi, il quale prima assunse lui stesso l'interim degli Esteri e poi affidò tale ministero all'attuale titolare Frattini.

Al momento esiste comunque, sulla carta, una commissione mista italo-croata, costituita all'epoca di Ruggero e composta di diplomatici e di giuristi; le sue riunioni sono decisamente saltuarie ed appaiono decisamente prive di qualsivoglia prospettiva risolutiva della questione (pare ci si stia ancora baloccando con il "pacta sunt servanda").

C'è però, forse, un fatto nuovo foriero di qualche speranza. Nelle ultime elezioni croate ha prevalso uno schieramento di centro destra, politicamente in piena omogeneità con quello al governo a Roma (il leader croato Sanader aveva fatto campagna elettorale invocando proprio l'appoggio del centro destra italiano).

In tale contesto appare oggi possibile un percorso che fino a ieri non era praticabile: affrontare cioè la "questioni"beni" non più come un annoso problema da risolvere, bensì come una risorsa da valorizzare. E ciò puntando a restituite agli Italiani tutto quanto sarà realisticamente possibile, senza creare contraccolpi nel contesto croato, vale a dire tutte quelle proprietà (e non sono certo poche) che risultino tutt'ora in mano pubblica, vincolando tale restituzioni ad interventi a sostegno del ripristino, del restauro di tali immobili . In tale modo si otterrebbe il duplice risultato di soddisfare, almeno parzialmente, la domanda di giustizia degli esuli italiani, ma anche quello di realizzare in Croazia una serie di interventi economici a tutto beneficio delle economie locali. In prospettiva sarebbe soprattutto l'investimento più efficace per i futuro rapporti italo-croati, improntati ad uno spirito di cooperazione che di sicuro conviene ad entrambi gli Stati.

Saprà la politica italiana essere abbastanza attenta ed accorta per cogliere tale opportunità oppure, come troppe volte in passato, saranno i mille altri problemi, grandi o piccoli, della nostra politica romana a far prevalere la disattenzione ed il silenzio sulla storia infinita dei beni rapinati? Staremo a vedere.

Paolo Sardos Albertini

settembre 2004

Ho letto con molta attenzione l'intervista rilasciata al Piccolo, il 24 agosto u.s., da Fabio Forti, Presidente dell'Associazione Volontari della Libertà, che stimo ed apprezzo per quanto fatto in passato ed in tempi recenti; un apprezzamento dimostrato intervenendo personalmente a diverse importanti manifestazioni organizzate dalla sua Associazione, in nome di una fortemente sentita e condivisa "italianità". Tuttavia il suo dire mi ha procurato qualche perplessità e fatto sì che mi ponessi taluni interrogativi ai quali ho avuto difficoltà a darmi delle convincenti risposte e che, pertanto, ripropongo a Lui ed a quanti mi leggeranno.


COME POTEVANO INTERESSARSI ALLA RESTITUZIONE DEI NOSTRI BENI SE STAVANO OCCULTANDO I LORO?

Seguo con molto interesse gli articoli de "Il Piccolo" sulla "cassaforte istriana" nella quale avrebbero trovato rifugio diverse società titolari del patrimonio immobiliare della Democrazia Cristiana. In attesa della completa ricostruzione dei fatti, mi sembra comunque di poter già cogliere nella vicenda un significativo contributo simbolico: in terra d'Istria noi esuli siamo stati espropriati , ad opera del comunismo jugoslavo, dalle nostre case e dalle nostre terre; in terra d'Istria, Croazia e Slovenia ci hanno di fatto espropriati una seconda volta escludendoci dalla restituzione degli immobili; sempre in terra d'Istria - lo scopriamo ora - una fetta importante della politica italiana (la Democrazia Cristiana) andava a nascondere le proprie case, i propri palazzi, il proprio patrimonio immobiliare.

C'è sicuramente un qualcosa di simbolico, di tristemente simbolico in tale accostamento tra immobili rubati e immobili nascosti. Al di là di ciò, mi ciedo se tutto questo non aiuti forse a spiegare l'atteggiamento di fastidio e sufficienza con cui certa parte della politica italiana prestava disattento orecchio alle nostre richieste di giustizia.

Come potevano preoccuparsi della restituzione dei nostri immobili quando dovevano pensare a nascondere i propri?

Un'ultima osservazione: non so cosa emergerà dall'inchiesta de "Il Piccolo", ma se dovesse risultare che i vari prestanomi locali hanno fatto man bassa di beni a loro affidati, e dovesse risultare che la cosidetta "cassaforte istriana" della Democrazia Cristiana è stata debitamente svuotata, confesso che (con spirito forse poco cristiano) il mio pensiero sarebbe "ben ghe stà!". - Paolo Sardos Albertini

Lettera inviata al quotidiano "Il Piccolo" e pubblicata il giorno 11 febbraio 2004, dall'avv. Paolo Sardos Albertini, Presidente della Lega Nazionale

23 Agosto 1797 - Nonostante la caduta della Città e della Repubblica di Venezia, alcuni capo-saldi continuarono a resistere per alcuni mesi cercando inutilmente di mantenere in vita la fiamma della Serenissima.

Nell'agosto del 1797, l'ultimo baluardo di Venezia, a Perasto, è costretto a cedere: il comandante del dominio, nell'ammainare la bandiera della Serenissima, pronunciò un celebre discorso rimasto come una sorta di testamento per le future generazioni rappresentate dal giovane nipote Annibale.

 

 

In sto amaro momento, in sto ultimo sfogo de amor, de fede al Veneto Serenissimo Dominio el Gonfalon della Serenissima Repubblica ne sta de conforto, o cittadini, che la nostra condotta passada che quela de sti ultimi tempi rende più giusto sto atto fatal ma virtuoso, ma doveroso per mi.

Savarà da mi i vostri fìoi e la storia del zorno farà saver a tutta l'Europa che Perasto ha degnamente sostenudo fino all'ultimo l'onor del Veneto Gonfalon onorandolo co sto atto solenne e deponendolo bagnà del nostro universal amarissimo pianto.

Sfoghemose, cittadini, sfoghemose! Ma in sti nostri ultimi sentimenti coi quali sigilemo la nostra gloriosa carriera corsa soto al Serenissimo Veneto Governo rivolgemose verso sta insegna che lo rappresenta e su esso sfoghemo el nostro dolor.

Per 377 anni la nostra fede, el nostro valor t’ha sempre custodio per mar dove n'ha ciamà i to nemici.

Per 377 anni le nostre sostanze, el nostro sangue, le nostre vite xe stae sempre per ti e felicissimi savemo reputa:

TI CON NU - NU CON TI

Semo stai sempre vittoriosi - sempre illustri e virtuosi.

Nessun con Ti n'ha visto scampar

Nissun con Ti n'ha visto vinti e paurosi

Se i tempi infelicissimi, par imprevidenza, par dissension, par arbitri illegali,  par vizi offendenti la natura e el gius de le genti non avesse ti tolto dall'Italia, par Ti in perpetuo sarave stae le nostre sostanze, el sangue, la nostra vita e piuttosto che vederte vinta e desonorà dai toi se avarave sepelio soto de Ti.

Ma za che altro non ne resta da far de Ti, el nostro cor sia l'onorarissima to tomba e el più grande To elogio, le nostre lacrime.

 

INSENOCITE ANCA TI, ANNIBALE,

E TIENTELA A MENTE PER TUTTA LA VITA

 

Conte Giuseppe Viscovich

Capitano di Perasto

Spett.le Lega Nazionale,
sono una studentessa dell'Università di Venezia "Ca' Foscari", e sono figlia di un'esule istriana. Sto svolgendo una ricerca universitaria sul ruolo del canto dei cori verdiani del "Va' pensiero" e "O Signor che dal tetto natio" nella cultura degli esuli istriani, fiumani e dalmati.

Ho preparato un questionario rivolto alle persone che abbiano sperimentato la drammatica esperienza dell'esilio.

Vi chiederei, per cortesia, di divulgare la notizia tra i vostri iscritti: è fondamentale, per me, raccogliere un materiale copioso per poter ampliare la mia ricerca.

Il questionario si può facilmente scaricare dal sito internet www.istria.tk ; se necessario, può essere richiesto ai miei recapiti, che vi autorizzo a divulgare.

Può essermi restituito, una volta compilato, nei seguenti modi:
- via email, a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. , come allegato;
- via fax, allo 011 33 27 75
- per posta, a Chiara Bertoglio, corso Monte Cucco 125, 10141 Torino
- chi preferisse un'intervista telefonica può richiederla allo 011 33 48 46.

In ogni caso, il termine ultimo ed improrogabile per la consegna dei questionari è il 30 settembre 2005.

Vi ringrazio di cuore se vorrete cortesemente aiutarmi.
Tanti cordiali saluti,
Chiara Bertoglio

articolo tratto da News ITALIA PRESS

Torino – AAA istriani nel mondo cercasi. Perchè Chiara Bertoglio, 22 anni, figlia di un'esule istriana, sta redigendo una ricerca universitaria con l'obiettivo di capire il ruolo svolto dal canto del "Va', pensiero" nei raduni delle comunità di istriani all'estero.

Facendo appello agli esponenti della diaspora succeduta alla fine della seconda guerra mondiale e agli accordi per l'attribuzione dei territori della Venezia Giulia e dell'Istria, Bertoglio, musicista nella vita e studentessa di musicologia all'Università Ca' Foscari di Venezia, cercherà di raccogliere il maggior numero di risposte sul tema. La ricerca si baserà su interviste, rilevando dati sia quantitativi che qualitativi che possano dare un'idea dei sentimenti che il canto verdiano suscita e quanto esso formi parte del patrimonio della storia di una regione.

Il questionario è infatti impostato in due parti: la prima rileva la provenienza, le date di partenza, i legami con un contesto musicale generale, un eventuale amore per l'opera; la seconda parte invece riguarda gli aspetti psicologici e musicologici, con la richiesta di una propria autodefinizione, tra esule, profugo, immigrato, emigrato, rifugiato politico.

L'analisi verterà poi anche su parti del brano, come parte della storia d'Italia, ma anche come canto che individua situazioni particolari. Il lavoro coinvolgerà persone che abbiano vissuto direttamente l'esperienza dell'esilio dall'Istria, in seguito ai drammatici avvenimenti seguenti la seconda guerra mondiale, tra foibe titine, divisioni territoriali ed emigrazioni dalle regioni passate sotto territorio jugoslavo.


News ITALIA PRESS

L’annoso tema dei beni abbandonati (meglio “espropriati”) è stato abbinato in questi ultimi tempi a quello delle Commissioni di giuristi che lo starebbero sviscerando. Commissioni sulle quali la pubblica opinione rischia di avere idee un po’ confuse: quanti e quali sono queste Commissioni? Quali sono i loro compiti? Sono dei doppioni o magari sono in contrasto tra di loro?

Alcune considerazioni in ordine alla annunciata ripresa dei negoziati tra Italia e Croazia sulla restituzione dei beni immobili agli Esuli

COORDINAMENTO ISTRIA FIUME DALMAZIA
DELLA LEGA NAZIONALE


(A)

Secondo le anticipazioni giornalistiche sembrerebbe che il negoziato debba seguire la “impostazione Ruggiero”, vale a dire:

- in forza del principio “pacta sunt servanda”, affermazione della permanente vigenza dei trattati dell’83 che , in attuazione del Trattato di Osimo, avevano definito la questione “beni”

- conseguentemente ipotizzare la restituzione esclusivamente per quei casi che non rientrino nella materia coperta da tali trattati

- in pratica risulterebbero restituibili quelle proprietà immobiliari che sono state nazionalizzate dalla Jugoslavia, pur non risultando intestate a cosiddetti “optanti”

(B) Tale “impostazione Ruggiero“ è da ritenersi assolutamente:

- infondata giuridicamente posto che nel gennaio 1992 Croazia e Slovenia , al momento del loro riconoscimento internazionale, hanno accettato di rinegoziare la questione beni e quindi – per atto consensuale – la materia non può più ritenersi regolamentata dai precedenti trattati ma richiede una nuova originale regolamentazione (i negoziati aperti nel ‘92 avevano tra l’altro già portato, nel ‘94, al cosidetto “accordo di Aquileia” ,sottoscritto dal Ministro degli Esteri sloveno, anche se poi sconfessato dal suo Governo);

- scandalosa ed inaccettabile politicamente perché avrebbe l’effetto di penalizzare con la non restituzione proprio coloro che hanno fatto la scelta per l’Italia (effettuando l’opzione prevista dal Trattato di Pace) e di premiare con la restituzione quanti hanno viceversa rifiutato tale scelta pro Italia.

(C) Risulta quindi confermata la necessità di procedere , come preannunciato dal Presidente Berlusconi, ad un negoziato con le controparti il cui obbiettivo ottimale e auspicabile di tale negoziato dovrebbe essere quello di indurre Croazia e Slovenia a rimuovere ogni discriminazione, nel processo di denazionalizzazione, a danno degli Italiani, applicando così, sic et simpliciter, anche nei loro confronti, quanto previsto dalle legislazione in atto per i Croati e rispettivamente per gli Sloveni, e cioè (a) restituzione del bene espropriato (b) in subordine, ove ciò non sia possibile, assegnazione di un bene alternativo (c) in ulteriore subordine, corresponsione di un indennizzo.

(D) Nel preannunciato negoziato con la Croazia una ipotesi alternativa ed in qualche modo mediana tra le due precedenti potrebbe essere quella di prevedere la restituzione dei beni agli Italiani limitatamente a quegli che sono tuttora in mano pubblica (stato o enti locali); per gli altri casi si dovrebbe ipotizzare l’indennizzo (a carico dello Stato Italiano o di quello Croato).

(E) Tale soluzione avrebbe una serie di vantaggi e cioè:

- riguarderebbe un numero necessariamente limitato di entità immobiliari (quella parte di immobili che non ha cambiato destinazione e, tra questi, quelli i cui ex proprietari italiani preferiscano la restituzione all’indennizzo) e quindi potrebbe essere più accettabile per la Croazia

- tali immobili, tuttora pubblici e da restituire, sono in larga parte immobili attualmente abbandonati, con conseguente assenza di impatto sociale per lo stato croato nel momento in cui venissero restituiti agli ex proprietari italiani

- proprio perché abbandonati, i prevedibili lavori di ripristino che il neo proprietario andrebbe su essi a realizzare (magari con un qualche mutuo agevolato da parte italiana) costituirebbe sicuramente una occasione di vantaggio e di volano economico per la realtà istriano – fiumana – dalmata

- dal punto di vista italiano (e degli Esuli) vi sarebbe il vantaggio politico di veder riconosciuto il principio della non discriminazione in base alla cittadinanza e, in qualche modo, ciò costituirebbe un riconoscimento morale dell’ingiustizia perpetrata cinquant’anni orsono dal regime comunista

- tale rimozione (sia pure parziale) dei criteri discriminatori rappresenterebbe una soluzione pienamente in linea con i principi base della civiltà giuridica europea e. come tale, finirebbe con il costituire un precedente, quasi vincolante, anche per i futuri negoziati con la Slovenia.


Trieste, 26 settembre 2002

IL PRESIDENTE
(avv. Paolo Sardos Albertini)

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