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Illustre Presidente, al Vittoriano, alla mostra su “I simboli dell’appartenenza” manca l’Alabarda, cioè Trieste, manca il profilo degli italiani del confine orientale.

Manca, insomma, ancora – e non mi riferisco in particolare alla mostra, dove probabilmente si poteva fare solo poco di più – una riflessione complessiva, dal punto di vista della Repubblica, sulle vicende degli italiani della costa nord orientale dell’Adriatico.


da "Il Piccolo" 29/6/05

Nasce il Coordinamento delle associazioni degli esuli

Si è costituito ieri, nella sede dell'Unione degli istriani, il Comitato di Coordinamento delle associazioni istriane, così come sancito unanimemente dall'assemblea pubblica dello scorso 28 maggio, organizzata al teatro Silvio Pellico dalla stessa Unione degli istriani. Dopo un mese esatto dunque, si concretizza la volontà degli esuli istriani di portare avanti «con determinazione e prioritariamente» il nodo degli indennizzi e quello delle restituzioni che - si legge in un comunicato - dopo sessant'anni ancora non ha trovato una adeguata e giusta soluzione».

Il Comitato vuole dare «un contributo unitario di pensiero alla proposta per una fase costituente di rifondazione della federazione degli esuli, cogliendo gli intendimenti espressi in tal senso anche dalla stessa federazione e da altre realtà associative, tra cui l'Anvgd». In particolare il Comitato di coordinamento è «fermamente deciso a battersi in maniera concreta per la risoluzione dei problemi di interesse generale degli esuli, fra cui l' equo e definitivo risarcimento per i beni affidati all'atto dell'esodo allo stato italiano; restituzione dei beni ancora liberi; piena disponibilità delle tombe, se in uso, con trattamento paritario a quello dei residenti in Istria e salvaguardia perpetua di quelle aventi valore storico e monumentale; applicazione univoca su tutto il territorio nazionale, comprese le Regioni a statuto speciale, della legge sui diritti di prelazione sugli immobili a suo tempo realizzati per gli esuli.

Alla luce di quanto sopra, si legge ancora nel comunicato, il Comitato di coordinamento auspica «che la Federazione convochi quanto prima una sessione straordinaria dell'esecutivo federale». In quanto alle dichiarazioni del presidente dell'Anvgd, Lucio Toth apparse sul giornale, e che hanno provocato critiche da parte del presidente dell'uniuone degli istriani Massimiliano Lacota, lo stesso Toth precisa di «non aver mai affermato che nel corso della recente assemblea le due associazioni menzionate abbiano minacciato di uscire dalla federazione; ho rilevato piuttosto che il tono della polemica contro il verrtice della federazione è tale da far pensare a una volontà di spaccatura».

di Lino Sardos Albertini

Dal dicembre 1954 al 1963

Sono stato presidente della Giunta esecutiva dell'Unione degli Istriani dalla fondazione al 1963 quando ho dovuto lasciare tale incarico per gli assorbenti impegni che allora avevo quale presidente dell'Azione cattolica. Secondo lo statuto di allora la suddetta carica comprendeva poteri prevalenti in confronto al presidente dell'Unione che aveva compiti solo rappresentativi.
Per quel periodo ricordo in sintesi quanto segue:

1) ho promosso la costituzione dell'Unione degli Istriani in quanto ero reduce da un'interessante esperienza. Rendendomi cioè conto dell'opportunità che il Memorandum di Londra del ottobre 1954 non fosse ratificato perché ciò avrebbe potuto dargli valore di un trattato idoneo alla cessione della sovranità italiana sulla Zona B, avevo proposto all'allora Comitato di Liberazione dell'Istria di dar corso ad un'azione di opposizione a tale ratifica. Il presidente di detto Comitato pur condividendo tale idea mi aveva dichiarato di non poterlo fare perché il Comitato era un organo dei partiti e quindi non poteva agire contro le loro direttive. Andai perciò solo a Roma e con delega (in verità nemmeno poi usata) del col. Piero Almerigogna autodichiaratosi presidente di fantomatici gruppi istriani della Lega nazionale. Riuscii in pochi giorni ad avvicinare i rappresentanti di tutti i partiti di Governo con il risultato che questi aderirono che fosse proposta alla Camera dei Deputati anziché la ratifica del Memorandum una mozione di approvazione della politica di Governo. Dopo la votazione alla Camera in tale senso, sono riuscito ad avvicinare anche il partito monarchico (allora forte) e quello del MSI, persuadendo i responsabili del Partito Monarchico ad astenersi al Senato nella votazione di detta mozione anziché votare in favore come avevano fatto alla Camera dei Deputati, e il Movimento Sociale a votare contro la mozione stessa anziché astenersi come avevano fatto in detta sede. A seguito di tale esperienza mi sono persuaso della necessità che esistesse un organismo veramente rappresentativo della collettività istriana in grado di intervenire ogni qualvolta necessario a difesa degli interessi istriani con competenza e senza subordinazione ai partiti. Perciò, essendo stato al rientro a Trieste invitato a partecipare ad una riunione promossa dal farmacista Rainis per costituire una Cooperativa di solidarietà istriana, proposi ed ottenni che fosse invece costituita l'Unione degli Istriani con le suddette finalità.

2) Alla costituzione ho accettato di essere nominato presidente della Giunta esecutiva in quanto intendevo fare ogni sforzo affinché l'Unione sorgesse in armonia con gli organismi esistenti e dall'altra parte i rappresentanti del Comitato di Liberazione dell'Istria, con cui mi tenevo in contatto, mi dichiaravano che avrebbero accordato fiducia e collaborazione solo se a suo maggior esponente fossi stato io, temendo elette persone di orientamento ad esse ostile. Riuscii a far eleggere nella Giunta persone gradite al Comitato.

3) Nel periodo della mia presidenza i fatti salienti sono stati:


a) una impostazione organizzativa ed economica, dando vita a sedi sempre ampliate da via S. Lazzaro a via Coroneo, poi in via Ginnastica, infine in via Vecellio. Ho provveduto a promuovere la costituzione di Comunità cittadine (con il nome di Famiglie) aderenti all'Unione ed ottenere l'adesione di quelle già esistenti (Parentina, Montonese) e di altre associazioni.

b) Ho promosso un'azione impegnativa per ottenere, in sede giurisprudenziale e politica, il riconoscimento che nella Zona B era rimasta la sovranità italiana. Edita anche una buona pubblicazione distribuita a tutti gli organi competenti, accompagnando l'azione con interventi pubblici. Risultato positivo per cui abbiamo potuto disporre di decisioni giurisprudenziali favorevoli che abbiamo distribuito in tutte le sedi politiche e giudiziarie possibili.


4) erano state avviate trattative tra l'Italia e la Jugoslavia per ottenere che questa acquistasse tutti i beni immobili lasciati dai residenti in Zona B, profughi in Italia. Nel corso di una riunione indetta al ministero degli Esteri a Roma, presenti tutte le associazioni istriane, mi sono opposto a tale impostazione dato che con tale azione l'Italia si sarebbe resa complice e consenziente di una cessione della Zona B. Ho proposto che fosse l'Italia ad acquistare dai profughi i loro beni se questi intendevano venderli. La proposta è stata considerata fondata, sono state sospese le suddette trattative e l'Unione è stata incaricata di predisporre una bozza di legge nei sensi da me suggeriti. Ciò è stato fatto. Sono poi subentrate altre proposte peggiorative fatte da altri enti. In conclusione però, la proposta dell'Unione degli Istriani, dopo numerosi interventi, è stata accettata nella sua impostazione.

Il secondo periodo dal 1967 al 1976

Sono stato rieletto presidente dell'Unione degli Istriani nel 1967 quando ho cessato dalla presidenza dell'Azione cattolica. Ho ricoperto tale carica fino al 1976 dopo la firma e la ratifica del Trattato di Osimo.

Per tale periodo ricordo i seguenti fatti principali: ero da poco eletto presidente quando ho potuto accertare che erano pendenti trattative tra Italia e Jugoslavia per trasformare in confine di Stato la esistente linea di demarcazione fra la Zona A e la Zona B già destinata a far parte del Territorio Libero di Trieste. Ciò avrebbe segnato la cessione della sovranità italiana della Zona B alla Jugoslavia.

Era perciò evidente che l'Unione degli Istriani doveva, in coerenza con le finalità per cui era sorta, fare ogni sforzo per cercare di impedire un tanto o quanto meno dimostrare di fronte alla Storia che la collettività istriana aveva fatto tutto il possibile per opporsi a tale risultato in coerenza con la propria millenaria nazionalità romana-veneto-italiana.

A tale scopo ho ispirato tutta la mia azione in tale periodo molto intenso di attività.

Era le principali attività svolte ricordo le seguenti:

1) Ho cercato innanzitutto di rafforzare l'impostazione organizzativa e rappresentativa dell'Unione. A tale fine ho creato una delegazione dell'Unione degli Istriani in tutte le città italiane ed estere dove esistevano nuclei di istriani in una certa consistenza, mentre a Trieste ho sistemato in posizione centralissima quella sede di prestigio chiamata ora "Casa Madre degli istriani, fiumani, dalmati in esilio".

2) Ho cercato di stringere rapporti - dando vita anche ad enti di coordinamento - fra il maggior numero possibile di associazioni non solo istriane ma anche fiumane e dalmate. Ricordo in tale ordine di idee l'adesione data all'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e la costituzione del Comitato di coordinamento fra detta Associazione, l'Unione degli Istriani, il Libero Comune di Zara in Esilio ed il Libero Comune di Fiume in Esilio.

3) Per dare all'Unione maggiore incisività e rilevanza politica ho ottenuto di aggiungere al suo nome la qualifica e denominazione di Libera Provincia dell'Istria in Esilio, mentre le Famiglie aderenti hanno assunto quello di Libero Comune in Esilio per le rispettive città di origine.

4) Ho preso contatto e creato collegamenti continuativi con tutte le Associazioni Nazionali d'Arma, combattentistiche, patriottiche e culturali sensibili al nostro problema della Zona B chiedendo ed ottenendo la continua collaborazione e solidarietà.

5) Ho cercato ed ottenuto collegamenti con numerosi parlamentari di tutti i partiti che si sono impegnati per iscritto ad appoggiare la causa della Zona B, come in gran parte hanno fatto almeno fino a che è stato possibile.

6) Ho creato un Centro internazionale di coordinamento per la difesa della Zona B ed ho costituito numerosi Comitati per la Difesa della Zona B. In numerose città italiane - comunque nelle più importanti ed in molte città estere dove si trovavano consistenti nuclei di italiani. A tali Comitati venivano chiamate a far parte tutte le associazioni d'arma, combattentistiche e patriottiche risultanti nelle varie città. La loro azione, specie quelle dei Comitati all'Estero, grazie ai continui contatti con essi tenuti, è stata molto rilevante.

7) Ho cercato di svolgere un'azione di sensibilizzazione sul nostro problema tenendo numerose conferenze nelle maggiori città italiane, specie in ambienti qualificati (come Rotary e Lions) o in pubblici teatri.

8) Ho fatto numerosi viaggi all'estero come ad esempio in Stati Uniti, Canada, Messico, Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Cile, Perù, Australia, Sud Africa (si intende e ci tengo a precisare sempre a mie spese) per tenere contatti con quegli esponenti ed autorità italiane, tenendo anche in quelle sedi varie conferenze illustrative del problema.

9) Ho cercato di attirare l'opinione pubblica nazionale sul nostro problema dando vita a molti legami con i più svariati organi di stampa nazionale e organizzando dei grossi raduni delle collettività istriane prima a Trieste, poi a Venezia e poi a Roma, quest'ultimo particolarmente importante ed efficace, per dare la dimostrazione esteriore della nostra vitalità, consistenza e volontà politica.

10) Ho dato vita anche a notevoli e stretti rapporti con importanti giornali esteri che, in verità, si sono prestati a sollevare il nostro problema al momento opportuno con notevole efficacia.


I risultati?
Devo dire che essi hanno superato di molto le mie più rosee previsioni in quanto è ovvio che non mi ero illuso che la nostra piccola associazione potesse avere una forza tale da modificare la politica internazionale.



I risultati sono i seguenti:
1) siamo riusciti ad ottenere che il problema della Zona B e la opposizione degli istriani alla cessione della stessa alla Jugoslavia non solo assumesse un rilievo di primo piano sulla stampa nazionale dove era assai frequentemente trattato, ma anche sul piano internazionale. Ciò si è verificato in numerose occasioni. Ricordo però in particolare l'episodio clamoroso del dicembre 1970 quando a seguito di un mio incontro in extremis presso gli esponenti qualificati a Roma ho ottenuto di far pubblicare un comunicato con cui l'Italia dichiarava che non avrebbe ceduto la Zona B alla Jugoslavia. A seguito di ciò il Maresciallo Tito ha sospeso la sua venuta in Italia dall'ultimo momento in quanto gli era stato dato affidamento di poter in tale occasione avere il consenso a tale cessione. Ciò ha portato ad una vasta risonanza internazionale evidenziando di fronte al mondo il nostro problema. Ricordo pure un solenne discorso tenuto da Tito il 29 dicembre 1972 a Titograd di fronte agli attivisti del partito in cui ha attribuito alla strenua opposizione delle nostre associazioni (con diramazioni anche all'estero) "di cui sono membri oltre 300.000 istriani che hanno lasciato l'Istria" la causa per cui il problema della Zona B non era ancora risolto con la cessione alla Jugoslavia, dando con ciò atto di fronte all'opinione pubblica di tutto il mondo che gli istriani si opponevano con tutte le loro forze a tale cessione; riconoscimento che costituiva obiettivo fondamentale della nostra azione dal punto di vista politico e di fronte alla Storia.

2) siamo riusciti ad ottenere che ad un certo momento il Governo italiano chiudesse le trattative per la trasformazione in confine della linea di demarcazione iniziata molti anni prima e non portata a termine per la nostra opposizione. Ciò ha portato alla clamorosa protesta della Jugoslavia che giunse al punto di mobilitare le truppe e promuovere preparativi bellici, quando il Governo italiano ha conseguentemente protestato, perché il Governo jugoslavo aveva installato nei posti di blocco lungo la linea di demarcazione tabelle di "confine di Stato" con la scritta "Slovenija", "Jugoslavija", mentre fino allora esistevano solamente cippi con l'indicazione "Memorandum d'Intesa 1954". Per tale fatto avevamo protestato. Anche in questa occasione è stata chiamata l'attenzione pubblica mondiale sul nostro problema e sulla resistenza degli Istriani contro l'annessione della Zona B alla Jugoslavia.

3) Purtroppo, però, le vicende della politica nazionale ed internazionale ad un certo momento sono state più forti di noi: il grosso progresso ottenuto dal Pci nell'elettorato italiano negli anni 1974 e 1975 in modo da condizionare il Governo italiano, gli accordi Berlinguer-Tito a Brioni nella Pasqua del 1975, la nota visita del presidente degli Usa Ford in Jugoslavia con i conseguenti accordi, hanno provocato vari mutamenti nella politica internazionale a nostro danno.

Per concludere devo fare testimonianza che nella suddetta lotta, abbiamo avuto grande aiuto di molti esponenti politici italiani sia in Patria che all'estero, mentre ci è mancato l'appoggio di certe associazioni e dei partiti locali che con il loro atteggiamento hanno approvato detta cessione quando addirittura non ne hanno preso l'iniziativa, facendo con ciò venir meno anche le premesse della solidarietà di tanti fratelli italiani che intendevano aiutarci.



tratto da:

Unione degli Istriani periodico della Libera provincia d'Istria in esilio - dicembre 2004

 

da News Italia Press 15 giugno 2005

Trieste - Un incontro in ricordo dell'avvocato Lino Sardos Albertini, promotore e fondatore dell'Unione Istriani . E' in programma venerdì 17 giugno prossimo alle ore 17.30 presso la Sala Chersi dell'Unione degli Istriani, di Trieste.

Nominato Presidente della Giunta Esecutiva, Albertini ha mantenuto la carica dal 1954 sino al 1963 cioè negli anni cruciali da un lato per il consolidamento e lo sviluppo dell'associazione e dall'altro per tutte le questioni politiche e giuridiche che investivano la questione istriana. Dopo aver rinunciato all'incarico per concomitanti impegni nel mondo cattolico, Lino Sardos Albertini è stato rieletto presidente dell'Unione nel 1967 ed ha cessato solo nel 1976 cioè dopo la firma del Trattato di Osimo .

L'importanza del suo operato emerge chiaramente dall'opera di Rino Baroni "Gli istriani in difesa dell'Istria italiana" che l'Unione degli Istriani ha pubblicato proprio in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione. Si tratta della storia dell'Unione e delle vicende degli esuli lungo cinquant'anni . Di particolare importanza è la parte che ricorda le prese di posizione ufficiali di Sardos Albertini in cui - nel 1955 - faceva la previsione che la Jugoslavia crollasse come Stato e quindi si presentasse la possibilità per l'Italia del diritto di riottenere i territori occupati dalla Jugoslavia e su cui come nella Zona B permaneva la sovranità italiana.

L'avvocato morì il 21 aprile 2005 . Solenni funerali sono stati celebrati a Trieste con vastissima partecipazione della cittadinanza e con la presenza dei labari dell'Unione degli Istriani, della Lega Nazionale, della Fameia Capodistriana, della Comunità di Capodistria, delle altre Fameie dell'Unione e di numero delle associazioni patriottiche.

Il presidente dell'Unione degli Istriani spiega il concetto di "genocidio" "E' GIA' STATO RICONOSCIUTO AGLI ESULI TEDESCHI ED AI FINNICI DELLA CARELIA"

"Spiace constatare che qualcuno che da decenni si occupa dei problemi del nostro esodo, non sappia ancora il significato giuridico del termine genocidio".

Con questa frase (con un preciso riferimento a Renzo Codarin, presidente dell'Anvgd di Trieste, che aveva contestato il riconoscimento di genocidio riferito agli esuli istriani chiesto dal presidente dell'Unione degli Istriani) si apre la nota informativa diffusa dalla sede di via Silvio Pellico per spiegare il termine genocidio e la sua perfetta associazione alla vicenda dell'esodo dall'Istria, Fiume e Dalmazia.

"Il concetto di genocidio, realizzabile anche in tempi di pace, non va obbligatoriamente associato a manifestazioni di forza violente e liquidatorie, ma si determina anche attraverso azioni in grado di minare comunque la libertà e la sicurezza personale dei membri di ciascun popolo oppure gruppo etnico" spiega Lacota. "Secondo la Dichiarazione Onu sui diritti dell'uomo e le Convenzioni internazionali vigenti, è infatti previsto un novero di azioni molto vasto e sono sufficienti, quali obiettivi per annientare un popolo, la "disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui che appartengono a tali gruppi".

Vi sono infatti diverse tipologie di genocidio, tra le quali il danneggiamento del patrimonio socioculturale (oltre che fisico) di ciascun popolo o gruppo etnico.

"I tedeschi dell'Europa orientale ed i finnici della Carelia" si legge nella nota "hanno già chiesto ed ottenuto il riconoscimento di genocidio, e non per l'eliminazione fisica ma proprio a causa della espulsione di massa dai loro territori nei quali la cultura, i dialetti e le tradizioni che da secoli li caratterizzavano, è scomparsa dalla faccia della terra" conclude la nota.

"Anche noi esuli abbiamo pieno diritto al riconoscimento internazionale dei soprusi e dalle violazioni che abbiamo subito e che, purtroppo, ancora subiamo" ha concluso Lacota.

UNIONE DEGLI ISTRIANI





(LEMKIN, cit. in TERNON, 1997, pag. 13).

Partendo da questa definizione Lemkin cerca, in uno studio pionieristico, di individuare una sorta di possibile tipologia degli atti di genocidio.

In uno schema tracciato secondo un'ottica evoluzionistica vengono così individuati tre diversi tipi di genocidio.

Lo scopo dei primi, equiparabili agli eccidi perpetrati durante la storia antica ed altomedioevale, era la totale o parziale distruzione di determinati gruppi nazionali.

Stilare un elenco di simili avvenimenti sembra piuttosto difficile in quanto questa fase storica ricopre un arco temporale decisamente vasto. Appare tuttavia immediata l'associazione con le sanguinose guerre puniche tra Roma e Cartagine durante il III secolo a.C. e le molteplici battaglie che hanno successivamente accompagnato prima l'ascesa e poi il declino dello stesso Impero Romano.

Ben più immediata è la contestualizzazione storica della seconda caratterizzazione, emersa nell'epoca moderna, riconducibile alla volontà da parte di un gruppo dominante di cancellare culture e soggiogare etnie. Un processo che, in molti casi, avviene attraverso strumenti di coercizione morale, senza particolari spargimenti di sangue. Il pensiero volge rapidamente alle persecuzioni religiose successive alla riforma luterana, ma soprattutto alla "civilizzazione" del nuovo mondo imposta dai conquistadores post-colombiani del XVI secolo. Un processo che, in molti casi, supererà gli strumenti di coercizione morale, per raggiungere quelli ben più infami della vera e propria tortura fisica.

Il padre domenicano Bartolomè de Las Casas nella sua "Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie Occidentali", fornirà il primo esempio di denuncia nei confronti di un deliberato atto di genocidio.

La relazione presentata all'Imperatore e re di Spagna Carlo V nel 1542, descrive con dovizia di particolari, tutte le terribili violenze cui avventurieri spagnoli in cerca di fortuna, sottoponevano le indifese popolazioni indigene.

Per giungere al terzo tipo di genocidio occorre effettuare un salto temporale lungo esattamente quattro secoli.

L'ultimo elemento della tripartizione è il genocidio perpetrato secondo quello che lo stesso Lemkin definisce lo "stile nazista" (LEMKIN, cit. in CHALK - JONASSOHN, 1990, pag. 9). Un'esplosione criminale senza precedenti, capace di racchiudere in sé tutte le caratteristiche dei modelli precedenti e fonderle a nuove variabili di violenza, creando un tipo di genocidio assolutamente inedito.

Ciò che colpisce maggiormente nella pionieristica definizione di genocidio di Raphael Lemkin è l'inedito riferimento al possibile danneggiamento del patrimonio socioculturale (oltre che fisico) di ciascun gruppo etnico.

Ed è proprio attraverso quest'offensiva culturale che il genocidio si propone come una sorta di espansione di un altro concetto, di matrice francese, individuabile nell'etnocidio. Introdotto da Condominas nel 1965 in "L'exotique est quotidien" (cfr. MARTA, 1995, pag. 190) per designare la strategia americana nei confronti delle etnie delle montagne del Vietnam, l'etnocidio, può essere inteso come una sorta di "diretto prolungamento dell'etnocentrismo" (WILHELM, 1995, pag. 155). Di quel fenomeno storico-culturale, cioè, incentrato sulla credenza che la propria cultura sia essenzialmente superiore alle altre. Una convinzione spesso accompagnata da fastidiose comparizioni. In sostanza, l'etnocentrismo può rappresentare "la tendenza ad identificare le altre culture attraverso il filtro della propria unica presupposizione culturale" (Barfield, 1997, pag. 155).

E', chiaramente, una prospettiva marcatamente arrogante che si propone l'obiettivo di uniformare ad un unico schema culturale di riferimento tutti i diversi tratti culturali esistenti, negandone automaticamente il valore.

Nel 1947 nel suo "Statement on human rights", Melville J. Herskovits, uno dei più accesi sostenitori del relativismo culturale, nemesi per antonomasia dell'etnocentrismo, mette chiaramente in evidenza le connessioni tra il pregiudizio etnocentrico e le politiche governative attuate per giustificare o legittimare atti di ostilità o di discriminazione nei confronti di particolari gruppi, minoranze o etnie.

Riprendendo un pensiero che fu già di Franz Boas, Herskovits riconosce una sorta di "complicità antropologica" nell'elevare le conclusioni etnocentriche al rango di pura ideologia scientifica. Attraverso questa traslazione l'etnocentrismo dispiega tutte le sue potenzialità negative, combinando, in una miscela esplosiva, razzismo, scienza antropologica e politica.

Emblematica, in tal senso fu, nel 1965, la pubblicizzazione del cosiddetto "Progetto Camelot" elaborato dal Dipartimento della difesa degli Stati Uniti in collaborazione con diverse équipe antropologiche, per individuare e reprimere i focolai di guerriglia nell'America Latina.

Le responsabilità antropologiche nella diffusione di pratiche etnocide ed, in casi più estremi, genocide, andarono via via estinguendosi.

Oggi "l'antropologia può fornire un valido contributo all'analisi di un fenomeno come il genocidio a patto che, pur in un ottica che privilegi l'analisi di realtà locali e marginali, sappia non rinunciare ad interpretare la complessità del mondo in cui queste realtà sono date e di cui, in definitiva, sono un prodotto" (MARTA, 1995, pp. 190 - 191).

Sociologi, antropologi e filosofi si sono trovati così a discutere di totalitarismo, servitù volontaria, ideologia, liberalismo ma soprattutto di capitalismo, nel tentativo di documentare passo dopo passo i paradossi e le ambiguità originarie di questa "sottovalutazione dell'Altro" (WILHELM, 1995, pag. 152) espressa dall'etnocentrismo, ideale viatico all'etnocidio/genocidio.

Prodotto della cultura occidentale, il capitalismo si rivela il risultato di specifiche scelte culturali che elevano il profitto e l'accumulazione al rango di obiettivi primari dell'intero sistema e che portano, di conseguenza, a considerare la differenza culturale come una sorta di negazione del modello dominante nonché come una sostanziale resistenza all'integrazione nel sistema. Tutto ciò si manifesta chiaramente nel quadro degli sforzi di modernizzazione nei quali certe culture sono presentate come "autentici ostacoli alla realizzazione dello sviluppo economico" (WILHELM, 1995, pag. 152). Partendo da questi presupposti il caso del genocidio è stato sistematicamente trattato nell'ambito di problematiche legate ai fenomeni di colonizzazione e decolonizzazione, nonché a conflittualità etnico-razziali con relativi riferimenti alle politiche espresse nei confronti delle minoranze.

Il primo a superare questa rigida impostazione è stato Leo Kuper, probabilmente uno dei più profondi conoscitori della tematica genocidio.

Con Kuper il concetto di genocidio subisce un ulteriore approfondimento in grado di colmare le già citate lacune presenti all'interno della convenzione delle Nazioni Unite.

Per primo, infatti, ha elaborato una teoria organica del genocidio; una teoria, cioè, in grado di superare la classificazione precostituita riconducibile esclusivamente agli eccidi coloniali e nazisti. In tal modo si cerca di valutare con attenzione tutte le altre, svariate, forme di genocidio non menzionate nella convenzione.

Pensare senza classificare, dunque, superando l'originaria impostazione di Lemkin e di numerosi altri sostenitori dell'imprescindibilità di una tipizzazione di genocidio.

Un approccio mirante a sottolinearne la gravità e l'unicità nel panorama storico, del crimine di genocidio, ma che non fornisce una visione ampia del problema, ricco di sfaccettature sociali, politiche e persino psicologiche. Kuper, invece, allontanando ogni volgarizzazione o banalizzazione del concetto di genocidio, cerca di fornire una teoria onnicomprensiva, incentrata, sì, su di una ripartizione, ma ampia e ricca di connotazioni socio-politiche.

La nuova tipologia "sui generis" di Kuper si rapporta sostanzialmente a due filoni principali: "i genocidi domestici sviluppatisi sulla base di divisioni interne senza una società, e genocidi sorti in conseguenza di conflitti internazionali." (KUEPER, cit. in CHALK - JONASSOHN, 1990, pag. 17). Ad interessare maggiormente Kuper saranno proprio i cosiddetti genocidi domestici o interni.

Teatro principale di simili tragedie risultano le cosiddette "plural societies" ovvero "società la cui popolazione è composta da gruppi razziali, etnici e/o religiosi differenti con un passato di conflitti violenti e un presente di profonde divisioni" (KUPER 1985, pag. 127).

Secondo Kuper, i genocidi interni vanno suddivisi in quattro differenti categorie comprendenti: genocidi contro gruppi indigeni, genocidi conseguenti politiche di decolonizzazione, originati da lotte per la conquista del potere oppure perpetrati ai danni di gruppi "ostaggio" in grado di fungere da "capro espiatorio". Ed è proprio in quest'ultima categoria che può collocarsi l'orribile tragedia dell'olocausto.

Una drammatica esperienza che, se non altro, ha il triste merito di aver smosso le acque nel torbido abisso dell'indifferenza. Proprio in conseguenza dello sterminio nazista, infatti, venne promossa, in seno alle Nazioni Unite, la già citata convenzione del 1948. Un documento che oggi non può assolutamente essere preso in considerazione in un'ottica di "repressione e prevenzione del genocidio" così come recita l'intestazione del documento stesso. Il testo, esplicitamente prodotto da quel "terribile ricatto emotivo" (CORTESI, 1995, pag. 94) provocato dall'olocausto, necessita oggi di una maggior estensione su scala globale. Quelle che occorrono sono nuove proposte normative che considerino tutte le mille varianti del problema. Varianti terminologiche, ma anche concettuali.

Genocidio, oggi non può voler dire solo olocausto. Genocidio è Rwanda, Amazzonia, Bosnia, Kossovo. Genocidio è violazione di diritti umani. E' "Ecocidio", ovvero criminalità ambientale regolata da strategie capitaliste. Nessuna di queste eventualità deve essere trascurata.

Sulla base di queste considerazioni, diverse iniziative si sono ripetute per accelerare i tempi verso la creazione di un valido corpus preventivo e repressivo nei confronti dei crimini di genocidio. Iniziando un lungo e tortuoso percorso, comitati politici, antropologi ed organizzazioni non governative (le cosiddette O.N.G.) sono riusciti a scardinare l'insopportabile muro di gomma eretto da numerose realtà occidentali, Stati Uniti in testa. Dai due protocolli aggiuntivi alla convenzione per la repressione del delitto di genocidio del 1948 si è così finalmente giunti all'istituzione di un Tribunale internazionale dei popoli a carattere permanente. Un tribunale sempre vigile che non venga istituito soltanto innanzi al fatto compiuto come nel tragico caso di Norimberga o in conseguenza degli eccidi nella ex-Jugoslavia. Un tribunale d'opinione, privo di effettiva valida efficacia, ma che conserva come obiettivo principale, "non solo i crimini contro l'umanità, ma anche la loro impunità" (FERRAJOLI, 1995, pag. 7).

Il responsabile della delegazione milanese della Lega Nazionale e Vicepresidente del Comitato di Milano dell'ANVGD, Gianantonio Godeas, ha commemorato nella Chiesa di S. Fedele a nome di tutti gli Istriani, Fiumani e Dalmati, residenti in Italia o sparsi per il mondo, ove li ha spinti la diaspora coatta dalla loro terra invasa, il Cav: Fulvio Bracco, grande patriota istriano.

Gli italiani, d'Istria di Fiume e della Dalmazia sono orgogliosi di ricordare un figlio della loro terra, il Cav. FULVIO BRACCO. Siamo affettuosamente vicini alla famiglia del grande italiano scomparso e ricordiamo la sua figura di patriota istriano che seppe prodigarsi,oltre ogni aspettativa, nell'aiutare i profughi che dalla sua terra invasa, si rifugiavano nella madre Patria attonita da tanta disperazione, trovando un affettuoso abbraccio ed un aiuto sicuro.

FULVIO BRACCO, nato nel 1909 in Istria a Neresine, nell'isola di Lussino, fu internato in Austria con la famiglia poiché sostenitrice dell'italianità dell'Istria. Dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale i Bracco si rifugiarono a raggiunsero Milano, dove fondarono nel 1927 l'omonima azienda. Nel 1963 fu nominato cavaliere del lavoro e nel 1988 ha ricevuto la Medaglia d'oro dal Comune di Milano. Fulvio Bracco è stato inoltre Presidente Fondatore del CIRCOLO GIULIANO DALMATA DI MILANO, ove grazie a lui gli esuli trovarono un punto di ritrovo per ricordare la loro terra perduta.

Il presidente del Comitato di Milano della Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Piero Tarticchio, istriano e figlio di infoibati, porge alla figlia Dott.ssa Diana Bracco e a tutta la famiglia Bracco, le più sentite condoglianze per la scomparsa del compatriota ed infaticabile imprenditore neresinotto, cav. del lavoro Fulvio Bracco, che purtroppo sul sito della Presidenza della Repubblica risulta croato poiché nato a NERESINE, Croazia ! Ancora molti non conoscono purtroppo la nostra storia.

Premessa

Piccola cronistoria sulla vicenda dei “beni rapinati” e la Slovenia:

- dal ’45 decine e decine di migliaia di Italiani lasciano Capodistria, Isola, Pirano e le altre località dell’Istria oggi parte della Repubblica di Slovenia;

- le loro case vengono nazionalizzate dalla Jugoslavia comunista e, dopo il ’91, la neonata Repubblica di Slovenia si rifiuta di restituirle;

- nel ’94 il primo Governo Berlusconi chiede l’intervento dell’Europa;

- nel ’95 il Ministro Susanna Agnelli, del Governo Ciampi, ottiene che l’Unione Europea subordini i negoziati con la Slovenia alla avvenuta risoluzione del contenzioso con l’Italia per le restituzione dei “beni rapinati”;

- nel maggio ’96 Piero Fassino, neo sottosegretario agli esteri del Governo Prodi, si precipita a Lubiana per dichiarare che non esiste alcun contenzioso con l’Italia, sicchè le case degli esuli italiani la Slovenia può ben tenersele;

- 2003 lo stesso Piero Fassino, nella sua autobiografia “Per passione”, dichiara che il viaggio a Lubiana gli era stato ordinato da Prodi, il quale a sua volta aveva ricevuto l’ordine da Clinton (non sappiamo se a Clinton lo avesse chiesto Monica Levinsky);

- 1 maggio 2004 la Slovenia entra in Europa senza aver restituito un solo mattone agli Italiani “rapinati”

- 2 marzo 2005 Prodi è a Lubiana per ricevere la massima onorificenza dallo Stato sloveno e, interrogato dal giornalista de Il Piccolo, rievoca i problemi del ’96, la questione dei beni degli esuli, il viaggio di Fassino a Lubiana; proclama trionfante “i problemi tra Italia e Slovenia erano davvero seri, ma li abbiamo risolti”

Conclusione

I cittadini italiani esuli da Capodistria, Isola, Pirano e dalle altre località istriane oggi appartenenti alla Repubblica di Slovenia

conferiscono

al prof. Prodi Romano il “PREMIO TRENTA DENARI” (o trenta dinari?) per aver egli tradito i suoi doveri istituzionali che lo impegnavano a difendere i diritti dei cittadini italiani, anziché svenderli alla Slovenia, per spirito di sudditanza nei confronti di Clinton e/o per ossequio verso gli ex comunisti di Lubiana e/o per qualsivoglia altra indicibile motivazione.

Il "PREMIO TRENTA DENARI” (o dinari?) viene assegnato parimenti al dr. Fassino Piero, quale esecutore materiale della svendita-tradimento.

Piero Fassino, nel suo recente libro autobiografico, rievoca le vicende del suo viaggio a Lubiana quando rinunciò ad ogni pretesa di restituzione dei beni agli esuli da parte della Slovenia.

Un viaggio estremamente precipitoso (eravamo nella primavera del 1996 e il Governo Prodi non era entrato ancora pienamente in carica) che oggi nella rievocazione-confessione di Piero Fassino trova la sua spiegazione: Romano Prodi, neo Presidente del Consiglio, al rientro da Washington, gli aveva comunicato che Clinton aveva dato ordine che venisse immediatamente chiuso il conflitto con la Slovenia. Prodi aveva girato l’ordine a Fassino, il quale si era precipitato a Lubiana con il risultato – a tutti ben noto – di dichiarare ufficialmente che l’Italia niente aveva da pretendere dalla Slovenia (e quindi nessuna restituzione di case agli esuli) e che la Slovenia, per quanto riguardava Roma , aveva il tappeto rosso per entrare in Europa.

Ci saremmo aspettati che la dichiarazione-confessione di Fassino provocasse un turbinio di commenti e di reazioni da parte delle associazioni, da parte della Federazione degli Esuli, da parte soprattutto di politici e di partiti. In realtà c’è stato solo un assordante silenzio. Cerchiamo almeno, come Lega Nazionale, e con lo strumento modesto di questo periodico, di proporre alcune considerazioni e di formulare qualche domanda.

La prima domanda: che gli Stati Uniti ed il loro presidente dell’epoca , Bill Clinton, vedessero con favore l’entrata della Slovenia in Europa, può essere ben comprensibile. Che il contenzioso con l’Italia fosse visto come un intralcio da rimuovere può anche essere logico. Ciò che resta inspiegabile è per quali ragioni gli Stati Uniti non abbiano rimosso l’ostacolo premendo su Lubiana (in teoria il soggetto più debole) affinché restituisse quattro bicocche agli esuli italiani e abbiano invece preferito pretendere dal Governo di Roma che rinunciasse ai diritti dei suoi cittadini.

La seconda domanda: Prodi e Fassino erano stati eletti per rappresentare i cittadini italiani, avevano avuto l’incarico di formare il Governo per servire l’interesse nazionale. Non c’è meraviglia nel fatto che abbiano esaudito i desideri di Washington (anche se più tardi, anni dopo, sulla questione guerra all’Iraq sosterranno posizioni molto diverse). Fa specie la loro obbedienza “cieca, pronta e assoluta” (per dirla con Giovannino Guareschi) che si è concretizzata nel precipitarsi a Lubiana senza neppure il minimo tentativo di ottenere che fosse Washington (o l’Europa) a premere sulla Slovenia per un ammorbidimento della sua posizione (ad esempio riesumando il vecchio accordo di Aquileia). In realtà Fassino non lo dice, ma maliziosamente si può pensarlo, la precipitosità della svendita dei nostri diritti andava anche bene perché dava una mano ai compagni post-comunisti di Lubiana nelle elezioni slovene che erano ormai incombenti.

La terza e ultima domanda: alla fine della guerra e con il Diktat del 1947 il prezzo della sconfitta di tutti gli italiani è stato in larga misura pagato dagli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia. Nel 1975, quando si trattava di dare ossigeno all’ansimante regime di Tito, c’è stato il Trattato di Osimo e quindi il prezzo relativo è stato nuovamente sostenuto dalle genti giuliane.

Nel 1996, nuove esigenze internazionali (la Slovenia in Europa), vecchie pessime abitudini nazionali (alleati che sanno solo dire “signorsì”), tutto ciò ha comportato, una volta di più, che il costo relativo gravasse sugli esuli di Fiume, Pola e Dalmazia e che i loro sacrosanti diritti, a riavere quanto era stato loro rubato, venissero vergognosamente sacrificati. In definitiva la domanda vera è una sola: c’è una qualche ragione per la quale tocchi sempre a noi pagare il prezzo delle cosiddette “ragioni più alte” ?

* * *

Il libro di Fassino merita ancora due osservazioni, forse più marginali ma non del tutto irrilevanti.

Innanzitutto una sua affermazione quantomeno inesatta. Egli scrive, riferendosi al compromesso Solana, che sarebbe stato riconosciuto un “diritto di prelazione” agli esuli. In realtà questo termine “prelazione” ha un senso tecnico ben preciso: se tizio intende vendere la mia proprietà, deve in primo luogo offrirla a me stesso. Di tutto ciò , invece, non c’è traccia nel compromesso Solana, il quale prevede unicamente che la Slovenia avrebbe autorizzato anticipatamente (rispetto ad altri cittadini europei) l’accesso degli esuli al mercato immobiliare. E, per inciso, neppure questo è stato fatto da Lubiana (ma Fassino sembra ignorarlo) e di certo nel libro non ne parla.

L’altra osservazione riguarda una omissione (al limite della menzogna) ed è relativa all’incontro del Sottosegretario Piero Fassino con noi esuli ala Stazione Marittima di Trieste, subito dopo il famigerato viaggio a Lubiana. Egli ricorda un’assemblea “affollata e tesa”, ed elenca una serie di iniziative da lui prospettate agli esuli ed alle loro associazioni (emissione di un francobollo, conio di una medaglia, programma RAI, interventi sui programmi scolastici e interventi sui periodi previdenziali).

Nel suo ricordo, o almeno nel suo libro, non c’è però traccia di quello che è stato il più impegnativo tra gli impegni da lui assunti di fronte all’assemblea, affollata e tesa, alla Stazione Marittima. Il Governo italiano – egli dichiarò – corrisponderà un indennizzo “equo e definitivo”come corrispettivo della rinuncia alla richiesta di restituzione. Di fronte a qualcuno – l’on. Marucci Vascon – che gli ricordava che il Ministero del Tesoro aveva quantificato in 4/5000 miliardi questo genere di intervento , egli solennemente affermava “se si vuole i soldi si trovano”.

I soldi, poi, non si sono trovati perché , evidentemente, la volontà non c’è stata e, al posto degli indennizzi equi e definitivi, è arrivata solo l’usuale leggina preelettorale, con la solita vergognosa elemosina.

Fassino quindi ha fatto molto, molto bene a non ricordare questo suo pubblico impegno: così solenne nella sua formulazione, così solennemente disatteso sia dal Governo Prodi, di cui egli era Sottosegretario, sia dal Governo D’Alema, di cui era Ministro.

* * *

Eravamo nel 1996 e i protagonisti di allora erano Bill Clinton, Romano Prodi e Piero Fassino.

Oggi siamo nel 2003 e sulla scena si muovono altri personaggi: George Bush, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.

La Slovenia deve ancora entrare in Europa, la Croazia è all’inizio del suo percorso verso Bruxelles, gli esuli fiumano-dalmati continuano a reclamare il rispetto dei loro diritti di vedersi restituire ciò che il comunismo di Tito ha loro rubato.

Cambiati i protagonisti, sulle scene nazionali e internazionali ci ostiniamo a voler credere che cambierà anche il copione della recita e che non ci toccherà assistere nuovamente alla farsa-tragedia del Diktat del 1947, di Osimo del 1975 e di Lubiana del 1996.

Gli italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia sono stanchi di essere loro, sempre loro a dover pagare per le alte ragioni della real-politik.

Paolo Sardos Albertini

18 settembre 2003

Il 5 febbraio 1950 un gruppo vigliacco di teppisti filo titini hanno compiuto un raid distruttivo a Capodistria. La ricerca dei pezzi perduti.

Distruzione del Proclama di Pio Riego Gambini
Targa marmorea posta nell'atrio del Ginnasio Liceo CARLO COMBI



Dall'opuscolo di Aldo Cherini, DIECI ANNI DI POTERE SLAVO E FINE DELLA CITTA' DI CAPODISTRIA 1945 - 1955, troviamo questo paragrafo che fa la cronaca di quanto accadde a Capodistria, domenica 5 febbraio 1950.

Nel gennaio 1950, gli slavi abolivano la barriera doganale tra la Zona B del costituendo T.L.T. e i territori passati sotto sovranità jugoslava, un altro passo avanti per il possesso di un territorio loro affidato solo in via fiduciaria civile.

Si veniva a sapere, inoltre, che erano stati slavizzati d'ufficio i cognomi di alcune famiglie.

Il 5 febbraio, un gruppo di attivisti inscenava, verso le ore 10, una manifestazione che ben presto trascendeva con la frantumazione della lapide commemorativa dei caduti della guerra 1915 - 18, posta sulla facciata del municipio nel 1921. Erano Edoardo Filippi, Vittorio Steffè detto Ciacio, Vittorio Martinoli e Vittorio Pogorevaz. Non contenti, costoro penetravano poi nell'atrio e nel cortile del ginnasio - liceo "Combi" infrangendo le 5 lapidi ivi esistenti (Bollettino della Vittoria, Proclama di Pio Riego Gambini, lapide degli studenti caduti, lapidi dedicate a Carlo Combi e al prof. Leonardo d'Andri) e prendendosela con la torretta del sommergibile "Pullino", troppo massiccia per essere danneggiata, e mandando in pezzi lungo la strada, anche la lapide dell'ex trattoria "San Marco" in Via Crispi (Orti Grandi) posta a ricordo di un episodio irredentistico del 1914. Il fatto sollevava vivo scalpore e prese di posizione a Trieste, tanto che le autorità si vedevano costrette ad aprire un'inchiesta e a condannare il fatto.
Io in quell'anno frequentavo la seconda media del nostro glorioso istituto e va notato che i ragazzi capodistriani erano in minoranza: erano quelli di Isola d'Istria i più numerosi. Miei concittadini erano Edda Porro, Graziella Vattovani, Nello Salvador, Ferruccio Zucca, Tullio Potocar e Pino Burlini. La professoressa capo classe era Lidia Steffè.

Il giorno 6 febbraio, alla ripresa delle lezioni, devo dire onestamente che non trovammo traccia di quanto accaduto il giorno precedente. Unico danno visibile riguardava la torretta del PULLINO, dove sul bocchettone di accesso, una martellata aveva spezzato un piccolo pezzo di fusione. E' vero che mancavano le lapidi nell'atrio, ma visto che tutto era stato ripulito, pochi ci fecero caso.

Era stata adottata la tecnica già collaudata di operare in un giorno festivo, il che presumeva la quasi sicura assenza di testimoni. Gli unici, terrorizzati, erano stati i custodi Zetto che nulla avevano potuto fare per impedire lo scempio.

In una recente visita alla sede delle Comunità Istriane di via Belpoggio a Trieste, percorrendo un corridoio, il mio sguardo viene attirato da una fotografia a colori incorniciata e appesa al muro. E' un lavoro del noto fotografo triestino Ceretti che per molti anni aveva avuto lo studio in Corso Italia. Aveva immortalato l'immagine di un elegante pannello di legno pregiato, sul quale era stato incollato un frammento di marmo contenente circa quattro lettere scolpite. Su una targa di ottone satinato, era stato inciso il seguente testo:

GIA' LAPIDE

NEL LICEO "COMBI" DI CAPODISTRIA RICORDAVA SUOI FIGLI CADUTI
NELLA GUERRA 1915 - 1918
PER LA REDENZIONE DEI POPOLI DI QUA E DI LA DELLA GIULIA
LA INFRANSE il 5 - 2 - 1950
LO STESSO MARTELLO CHE PRIMA AVEVA DISTRUTTI I VENETI LEONI DI DALMAZIA
ED E' UNA DELLE TANTE DOLOROSE IMPRONTE LUNGO IL CALVARIO DEGLI ISTRIANI OGGI

QUESTO FRAMMENTO

Rimane un mistero l'identità del possessore del cimelio, quasi sicuramente un capodistriano, che mi auguro continui a custodirlo gelosamente. Dell'indegna azione di oltre mezzo secolo fa, rimaneva quindi solo questa piccola reliquia.

Non era vero. Si viene così a sapere che anche Paolo Grio, allora bambino, era in possesso di un altro pezzo (leggermente più piccolo) della lapide distrutta e che un suo fratello maggiore era riuscito a recuperare poco prima che il materiale venisse buttato. Grazie alla sua disponibilità abbiamo fotografato anche questa scheggia, della quale, come per la precedente, si è riusciti a conoscere anche la posizione nel testo.

Il collage non è riuscito perfettamente perché, non essendo in possesso di una fotografia originale della lapide, si è utilizzata la ricostruzione grafica del dott. Aldo Cherini, tratta da un suo libro.
Ci rimane comunque questa unica importante memoria del proclama di Pio Riego Gambini, caduto sul Podgora e il cui corpo non venne mai ritrovato.

Quello che resta della sua erma che faceva bella mostra di se in Belvedere, giace da più di cinquanta anni nei magazzini di Palazzo Tacco, ora sede del Museo Regionale. La sua testa, staccata di netto il 16 agosto 1946, da un gruppo di scalmanati guidati dallo studente capodistriano Emilio Cralli - Kralj, per fortuna venne recuperata. Ora è appoggiata al busto e si nota ancora l'impronta del taglio. La polvere che lo ricopre fa una strano effetto: la statua sembra piangere.

Piero Valente

Corriere della Sera 19/06/05

Un avvocato Usa ai profughi istriani: vi farò risarcire

TRIESTE - Giovanni De Pierro, un avvocato americano del New Jersey di origine beneventana, ha deciso di fare causa all’Italia perché ai profughi espulsi dall’Istria nel dopoguerra venga pagato un giusto risarcimento, questione ancora aperta dopo 60 anni. Con lui 200 famiglie espropriate da Tito. «Entro la prossima settimana partiranno un centinaio di cause civili», dice De Pierro, che aggiunge: «Faccio tutto questo per amore di giustizia, non chiedo un soldo se non per le carte bollate, finora tutto ciò mi è costato non meno di 50 mila euro. Mi ha colpito la vicenda di questi italiani traditi dalla patria e dai governi di ogni colore». Il valore dei risarcimenti richiesti è sui 20 milioni di euro.

«Mi ha colpito la vicenda di questo popolo tradito dalla sua patria e dai governi di ogni colore»

TRIESTE - Ci voleva un americano, si capisce: ma uno dalle origini lampanti fin dal nome, Giovanni De Pierro. Ci voleva un avvocato del New Jersey per immaginare qualcosa di simile a una «class action», l’azione legale collettiva tipica degli Usa, da parte degli eredi degli esuli istriani e dei morti nelle foibe, e contro lo Stato italiano. Obiettivo: un risarcimento pieno «e ai valori attuali di mercato», secondo il codice civile e la Convenzione europea sui diritti umani, per le proprietà abbandonate ed espropriate dal maresciallo Tito, quando 350 mila istriani e dalmati furono scacciati dalle loro terre, divenute Jugoslavia dopo la guerra.

Da più di un anno De Pierro fa la spola fra New York e l’Italia: ha aperto uno studio a Trieste, ha creato un pool di cinque colleghi in varie città del Nord, e fa un punto d’onore del non chiedere un euro ai suoi assistiti («se non il costo delle carte bollate: non un soldo per me»), legando il compenso al raggiungimento del risultato.

Un’attività che, spiega, «finora mi è costata non meno di 50 mila euro», tra viaggi, riunioni e conferenze, «senza contare il lavoro mancato». Chi glielo fa fare? Lui risponde con un italiano perfetto, che tradisce solo le origini familiari beneventane: «Negli Usa diciamo: I love the law , amo la legge.

Aggiungo: I love justice even more , amo ancor più la giustizia.

Mi ha colpito la vicenda di questi italiani traditi dalla loro patria e dai governi di ogni colore, e lavoro per un atto di giustizia fino a oggi mancato». Così, «entro la prossima settimana», partiranno un centinaio di cause civili per il risarcimento del danno da parte degli eredi degli espropriati (oggi scomparsi o molto anziani), e altrettante saranno avviate entro giugno. «Tecnicamente non è una class action, perché ogni caso è diverso dagli altri, ma in principio e simbolicamente lo è», nota De Pierro.

Gli atti, per ora, saranno depositati a Trieste, Milano, Verona, Brescia, Como, Torino, Cuneo e Genova. Citati a giudizio: Berlusconi Silvio e Siniscalco Domenico, premier e ministro dell’Economia, responsabili per lo Stato, nelle rispettive funzioni, degli indennizzi insufficienti o mancati.

Il valore complessivo dei risarcimenti richiesti è stimabile attorno ai 20 milioni di euro.

Un curioso destino ha riportato in Italia un americanissimo avvocato che i genitori educarono ad amare la patria di origine. «Chiarisco - nota De Pierro -: io non sono un "falco", sono un moderato e detesto gli estremisti, politici e professionali. Ma detesto ancor più le ingiustizie. Ho studiato Luther King e Malcolm X, spesso riascolto i loro discorsi anziché la musica».

Madre e padre emigrati da Benevento in cerca di fortuna, Alberico e Cristina, fidanzati fin da bambini, De Pierro ascolta la storia della Venezia Giulia dal padre, operaio a New York.

E se ne appassiona: «Ho studiato il caso, la legislazione italiana, lo sfruttamento politico di cui gli esuli sono stati oggetto per decenni».

Oggi è un avvocato con uno studio a Montclear (New Jersey, praticamente New York) con tre collaboratori, è esperto in diritto internazionale societario e in contrattualistica («con questo mangio, ma il mio interesse sono i diritti umani»), insegna Diritto internazionale e costituzionale alla facoltà di Scienze politiche del New Jersey. La storia degli esuli non l’ha mai dimenticata e ha deciso di occuparsene.

Metterà le mani in un ginepraio: lo Stato italiano regolò gli indennizzi degli esuli con legge, ma il ritardo nei pagamenti, ancor oggi incompiuti a 60 anni di distanza, ne ha reso del tutto iniqui i valori prestabiliti, nonostante varie rivalutazioni dei parametri. Negli anni, c’è stato chi è ricorso al giudice per sollecitare i versamenti. Ma nessuno, prima d’ora, aveva promosso un’azione collettiva per chiedere risarcimenti ai valori di mercato.

Tra gli esuli, scottati da decenni di promesse non mantenute, l’azione di De Pierro ha suscitato prima diffidenza e poi curiosità. Varie associazioni ospitano le sue conferenze, anche se per ora non hanno dato sostegno ufficiale all’iniziativa. «Nel merito dell’atto, che non ho ancora visto, non posso esprimermi - nota Paolo Sardos Albertini, avvocato, presidente della Lega nazionale ed esponente di vertice degli esuli -. Ho sempre ritenuto che la strada della restituzione dei beni, dove possibile, fosse quella giusta. Ma se l’azione di De Pierro potrà portare a risarcimenti reali e non risibili ben venga».

Roberto Morelli

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