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Alla fine della seconda guerra mondiale 350.000 italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia hanno dovuto abbandonare tutto, la casa, i beni, il lavoro - tutto - per fuggire dalla furia dell'occupazione slavo-comunista.

C.R.P. - Centro Raccolta Profughi
Per una storia dei Campi Profughi per giuliano-dalmati
in Italia (1945-1970)

1945 - 1947: con la fine della seconda guerra mondiale gran parte della popolazione dell'Istria e del Quarnero, come già quella della Dalmazia, sottoposta ad intimidazioni e vessazioni da parte delle autorità jugoslave, abbandona la propria terra per cercare rifugio in Italia.

Lo stillicidio culmina con l'abbandono massiccio della città di Pola che si svuota quasi completamente in seguito al Trattato di Pace, che assegna i due terzi della Venezia Giulia alla Jugoslavia. E' il primo esodo massiccio.

Sulla parte residua è imposta la costituzione del Territorio Libero di Trieste, diviso in due zone, amministrate rispettivamente dagli angloamericani e jugoslavi.

1953 - 1954: la ridefinizione dei confini tra Italia e Jugoslavia con il passaggio della Zona B sotto definitiva amministrazione jugoslava (Accordo di Londra) scioglie ogni più flebile speranza. Con il ritorno di Trieste alla Madrepatria e la rinuncia alla Zona B inizia il secondo grande esodo.

Nel dopoguerra, complessivamente, circa 350.000 persone abbandonano la Venezia Giulia non più italiana, alla ricerca di una nuova terra, dove ricostruire un'esistenza dopo aver perduto tutto.

I profughi passano per Trieste, Ancona, Bari dove vengono allestiti i principali centri di assistenza e smistamento ad opera dello Stato e della Croce Rossa.

Vengono allestiti in pochi anni 120 tra Centri di Raccolta Profughi (C.R.P.) e Campi Profughi che, in tutta la penisola, accolgono la massa di compatrioti che si trovano, ora, senza casa, senza lavoro, senza assistenza.

Quella che poteva essere una soluzione temporanea, diventa per molti un lungo calvario che dura anche per parecchi anni. La vita del profugo, in ogni tempo, è caratterizzata da gravi ristrettezze economiche e sanitarie, ghettizzazione e totale mancanza di intimità nella vita familiare, discriminazione e assoluto precariato in ambito lavorativo, privazione di elementari diritti sociali ed umani.

I profughi giuliano-dalmati, sparsi nell'Italia del dopoguerra, intraprendono faticosamente ma con infaticabile perseveranza due strade : il reinserimento nella vita economica e sociale della Nazione, partecipandone alla rinascita, o il secondo esilio dell'emigrazione verso le Americhe, l'Oceania e l'Africa.

Molti dei Campi restano attivi fino agli anni '60 inoltrati ed alcuni sino oltre il 1970, quando l'Opera Assistenza Profughi riesce ad agevolare il reinserimento lavorativo e sociale della maggioranza dei profughi.


Nasce per volontà del Gruppo Giovani dell'Unione degli Istriani di Trieste e con il supporto tecnico e scientifico dell'Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata (I.R.C.I.) di Trieste un'esposizione che vuole ripercorrere la storia dei Campi Profughi in Italia e degli esuli che vi transitarono, vissero, soffrirono e morirono.

La mostra, partendo da un inquadramento storico-didattico introduttivo, guida il visitatore attraverso le fasi della vita all'interno di un C.R.P. : accoglienza, alloggiamento, assistenza sanitaria, vitto e alloggio, attività scolastica ed educativa, immissione nel mondo lavorativo e dimissioni dal campo.

Le fonti principali per i pannelli didattici sono state reperite a seguito di ricerche archivistiche nei fondi dell'Archivio Centrale dello Stato, negli Archivi di Stato di Trieste, Udine, Gorizia, Pordenone, Padova, Torino, Modena, Ferrara, Firenze, Livorno, La Spezia e Mantova e negli Archivi Comunali di Trieste, Udine, Gorizia, Torino, Alessandria, Tortona, Modena, Carpi, Ferrara, Livorno e Mantova.

Inoltre, è stato possibile realizzare una ricostruzione del modulo abitativo standard (il 'box') con materiali originali d'epoca, tratti dalle masserizie degli esuli che l'I.R.C.I. conserva nel Porto Vecchio di Trieste.

In sede espositiva sarà inoltre visibile un'ampia campionatura dei colli di masserizie che costituiscono il nucleo forte della raccolta etnografica del costituendo Museo della Civiltà Istriana Fiumana e Dalmata.

Nel corso della ricerca preliminare all'allestimento, sono stati reperiti inoltre numerosi materiali originali quali stoviglie in latta, brocche, indumenti e coperte che vennero distribuiti all'interno di alcuni campi e sono state raccolte numerose testimonianze fotografiche, molte delle quali inedite, che testimoniano la vita nei C.R.P.

Infine sono state raccolte molte testimonianze dirette di esuli che furono ospiti dei Campi sparsi nella Penisola.

L'I.R.C.I. ha predisposto il volume C.R.P. che, oltre che fungere da supporto alla mostra quale catalogo scientifico, illustra il progetto di ricerca pluriennale sui campi che l'Istituto ha avviato in concomitanza con l'inizio delle ricerche per la mostra.

 

Continua la crisi della Federazione degli Esuli: un documento della Consulta Piemontese dell'ANVGD

LA CLASSE DIRIGENTE LONTANA DAI VERI PROBLEMI DEGLI ESULI

Domenica 12 giugno nella ricorrenza dei SS. Vito e Modesto l'ANVGD di Tortona - Alessandria ha organizzato un incontro a cui hanno partecipato anche i rappresentanti dell'ANVGD di Torino e di Novara. Erano presenti circa 230 Esuli da Fiume dall'Istria e dalla Dalmazia e sarà così anche domenica 19 , organizzato dall'ANVGD di Novara.

Anche a Torino qualsiasi avvenimento organizzato dall'ANVGD raccoglie centinaia di Esuli.

Per noi essere Fiumani , Dalmati o Istriani non fa alcuna differenza. Abbiamo radici ,storia e cultura comuni pur nella diversità di ciascuno , ma quello che più ci unisce sono le persecuzioni , le foibe , l'esodo , i campi profughi.
A questi incontri partecipano molti Esuli che pur non essendo iscritti alle Associazioni sentono il desiderio di appartenenza e si incontrano per non dimenticare , il tutto coordinato dalla Consulta Regionale ANVGD.

Recentemente in un incontro tenutosi a Mestre alcune delle Associazioni che fanno parte della Federazione degli Esuli hanno dibattuto sul tema "Rapporti tra Esuli e Rimasti in un contesto Europeo" , la settimana scorsa le restanti Associazioni si sono riunite a Trieste con la propria base per discutere sull'immobilismo della federazione per gli indennizzi e le restituzioni.
In quanti erano? Usiamo per risposta una frase del caro Generale , "lasciamo perdere per amor di patria" .

Questi tre avvenimenti sono il segno evidente di una profonda divisione tra le Associazioni , ed all'interno delle medesime tra le varie anime che le compongono.

Crediamo sia giunto il momento per una rifondazione della Federazione che tenga conto della rappresentatività delle Associazioni stesse nel mondo degli Esuli sull'intero territorio nazionale.

In Federazione , lo andiamo ripetendo da anni , serve aria nuova, nuove idee, servono ESULI non intossicati dai partiti e dagli uomini politici , un nuovo Statuto e l'aggregazione di nuove forze che oggi sono esterne.

Le modifiche dello Statuto non giustificano il silenzio della Federazione , crediamo che in attesa che si trovino soluzioni appropriate sia necessario iniziare con la nomina di una costituente del mondo della diaspora a cui dovranno partecipare i rappresentanti di tutte le associazioni mediante la programmazione di una serie di incontri in tempi brevissimi tra le attuali associazioni per la ricerca proprio di quella unità che ci consenta sin da ora di poterci rivolgere alle autorità e alle forze politiche con progetti e programmi unitari , e la creazione di gruppi di lavoro riferiti ad ogni singolo obiettivo o progetto che verrà individuato come di primaria importanza.

E' indispensabile sentire e seguire le richieste della base degli Esuli anche sulle diverse forme con cui si può essere indennizzati.
Gli attuali dirigenti della Federazione anziché accapigliarsi per ricoprirsi di meriti , si accusano vicendevolmente gli uni di non volere nella Federazione le Comunità Istriane , gli altri i rappresentanti degli Esuli presenti nelle regioni e comunità più significative della penisola : se hanno a cuore gli interessi degli Esuli si pongano la domanda se questa Federazione è idonea a rappresentare tutti gli Esuli.

Se il medico non è in grado di curarla se ne deve andare , ma se ne devono andare , caro Generale , anche tutti quelli come lei che al medico stanno intorno e che in un modo o nell'altro hanno contribuito ad usare una medicina ed una terapia inefficace.
Altri risolveranno quella che è una inaccettabile discriminazione , lavorando in gruppo senza egemonie.

Al medico ed allo staff che lo attornia resteranno comunque i giornalini su cui scrivere , giudicare e sputare sentenze , attività in cui eccelle chi ha firmato l'articolo "Un malato non immaginario"
(vedi Arena di Pola del 31Maggio 2005 - Voce Giuliana del 1 giugno 2005 ) .

Torino , 14 Giugno 2005

E' USCITO IL NUOVO NUMERO DEL PERIODICO DELL' UNIONE DEGLI ISTRIANI: PESANTI CRITICHE ALLA POLITICA DELLA FEDERAZIONE

E' in distribuzione il nuovo numero del periodico dell'Unione degli Istriani. Segnaliamo un importante intervento del Presidente Lacota intitolato "Noi esuli, vittime dei trattati, della politica e dei nostri rappresentanti politici". Il Presidente dell'Unione, in questo scritto, esprime dei giudizi estremamente pesanti , ma assolutamente rigorosi, sull'operato della Federazione ed in generale su una lunga tradizione di subordinazione dell'associazionismo giuliano-dalmato a logiche politiche o addirittura partitiche. Nello stesso numero si parla dell'intesa tra gli esuli istriani e gli esuli tedeschi dei Sudeti, della mostra della Lega Nazionale dedicata ai quaranta giorni dell'occupazione titina di Trieste, nonchè dell'avvenuta costituzione del "Coordinamento delle Associazioni degli Esuli istriani" ad opera dell'Unione degli Istriani, dell'Associazione delle Comunità Istriane e del Libero Comune di Pola in Esilio. A tale coordinamento ha dato la propria adesione anche la Lega Nazionale. Chi fosse interessato a ricevere il bollettino può farne richiesta all'Unione degli Istriani (via Silvio Pellico 2) o, alternativamente, alla Lega Nazionale che provvederà ad inoltrarla alla redazione stessa.

di Massimiliano Lacota, Presidente dell'Unione degli Istriani

In tutti i Paesi dell'Unione Europea si sono da poco concluse importanti manifestazioni, celebrazioni, e talvolta grandi feste di piazza per commemorare il 60° anniversario della fine della seconda guerra mondiale, e più precisamente la sconfitta del nazismo e del fascismo e la vittoria degli eserciti alleati e quelli di liberazione. Una "liberazione" che per milioni di persone, dal Baltico all'Adriatico, ha però significato violenze, massacri, deportazioni, infoibamenti, espulsioni di massa ed esodi. Anche gli esuli istriani, fiumani e dalmati, costretti ad andarsene dalle proprie città e dalle proprie campagne, rientrano nel "club" di questi sfortunati che meno di altri hanno sentito la necessità di partecipare alle iniziative rievocative di una lacerante ferita, ancora sanguinante, e che difficilmente si potrà rimarginare con semplici parole di conforto.

Sessant'anni sono dunque trascorsi da quando la nostra gente, abbandonando tutto per amor di Patria e per continuare a rimanere innanzitutto italiani, pur avendo riconosciuto il diritto alla conservazione della proprietà nei territori ceduti dallo stesso Trattato di pace del 1947, si vide costretta, per effetto di una serie di accordi bilaterali sottoscritti con la Jugoslavia e delle successive leggi emanate dall'Italia, ad affidare a quest'ultima i propri beni. Infatti, a soli due anni dal Trattato di Parigi, contravvenendo alle clausole stabilite dallo stesso, nel 1949 l'Italia sottoscrisse l'Accordo di Belgrado - il primo di una lunga serie - e conseguentemente accettò di barattare le proprietà degli esuli optanti, compensandone il valore (incredibilmente svalutato) con il pesante debito derivante dai danni di riparazione per l'aggressione subita dalla Jugoslavia e contemporaneamente facendosi carico di risarcire gli aventi diritto in un non meglio definito periodo di tempo. Nel giro di pochi mesi, dunque, gli esuli vennero declassati, trasformandosi da proprietari in creditori. E, vergognosamente, chi di loro ancora vive, lo è ancora.

Anche gli esuli provenienti dalla Zona B hanno avuto la loro bella fregatura. Dopo che il Memorandum di Londra aveva assegnato nel 1954 alla Jugoslavia in amministrazione civile e militare provvisoria l'ultima parte dell'Istria, l'Italia sottoscrisse il Trattato di Osimo, rinunciando definitivamente alla Zona B senza riserva alcuna: il più grande tradimento di una nazione verso il proprio popolo, consumato con la complicità del partito dell'allora governo, la Democrazia cristiana, tanto osannata da alcuni quanto odiata da altri.

Il Governo italiano cedette infatti con l'art.4 del "Trattato di Osimo" del 1975 tutti i beni italiani della Zona B, abusivamente espropriati in 30 anni dalla Jugoslavia, in cambio di "un indennizzo equo ed accettabile dalle due parti". Fino al 1974 il Ministero degli Esteri aveva sistematicamente contestato sempre tali disposizioni, che erano arbitrarie, particolarmente fino al 1954, quando la Zona, sotto occupazione militare, doveva essere amministrata senza sovvertire l'ordine preesistente, rispettato anche dagli occupatori nazisti (1943-45).

Dopo il Memorandum del 1954 detti espropri violavano esplicitamente l'impegno jugoslavo di amministrare la Zona B secondo i Diritti Umani (Dichiarazione ONU, 10.12.1948), assunto con lo "Statuto Speciale" per le minoranze.

Con l'Accordo di Roma del 1983, l'Italia ha invece svenduto i beni degli esuli, verso l'impegno di un indennizzo veramente iniquo ed inaccettabile pari a 21 centesimi di dollaro al mq. (110 milioni di dollari per 527 kmq - edifici in pianta). L'Accordo prevedeva inoltre, molto benevolmente, che i pagamenti fossero ripartiti su 13 rate annuali uguali ritardate, dal gennaio 1990 al gennaio 2002. Per capire le attuali offerte slovena e croata di compensazione dei beni espropriati facciamo alcuni conti.

Secondo l'Accordo di Roma 1983 la Jugoslavia si era impegnata a pagare 110.000.000 dollari in 13 rate annuali uguali.

La Jugoslavia si è disintegrata nel 1991, dopo aver pagato due rate (1990 e 91) pari ai 2/13.

Valore del debito saldato: 110 x 2 / 13 = 16.923.076 dollari.

L'interruzione del pagamento costituisce una indubbia violazione dell'Accordo di Roma, ma anche dell'art. 4 del Trattato di Osimo, che condiziona al pagamento l'avallo degli espropri! Lo scoperto del debito ammonta dal lontano 1991 a: 110 x 11 / 13 = 93.076.923 dollari, arrotondabili a 93.000.000 dollari.

Negli anni 1989-91 sono caduti il Muro di Berlino, l'URSS, la RSFJ e le vicine Repubbliche secessioniste hanno riconosciuto la proprietà privata, la Croazia limitatamente agli ex-jugoslavi. In tale nuova situazione geopolitica anche l'art. 62 della "Convenzione di Vienna sul Diritto dei Trattati" del 23 maggio 1969 autorizza l'Italia a chiedere la revisione degli Accordi capestro, azione già proponibile a motivo della sospensione dei pagamenti: "violazione" prevista dall'art. 60 della stessa Convenzione. Lo confermano le conclusioni della "Commissione Maresca di esperti di Diritto Internazionale", che indica al Governo anche le procedure da seguire.

La stessa Slovenia ha tardivamente preso atto che il mancato pagamento metteva in forse il suo possesso dei beni rapinati e che le conveniva assicurarsi la proprietà di tutti i beni della sua parte della Zona B a 0,21 dollari al mq ed ha chiesto a Roma un numero di conto corrente di una banca italiana per continuare i versamenti delle rate mancanti. Roma non ha mai comunicato il numero di conto, rifiutando implicitamente così di avallare l'iniziativa slovena.

Allora Lubiana ha concordato con Zagabria (senza accordarsi con Roma) di dividersi il residuo debito nel rapporto di 6 a 4. Analiticamente, a carico di: - Lubiana 93.076.923 x 6 / 10 = 55.846.153 $ arrotondabili a 56 milioni di dollari; - Zagabria 93.076.923 x 4 / 10 = 37,230,769 $ arrotondabili a 37 milioni di dollari; che, sommati, danno i 93 milioni di dollari.

Conseguentemente la Slovenia ha versato a rate su un suo conto aperto presso la filiale del Lussemburgo della Dresdner Bank, salvo errori, detti 56 milioni di dollari. Ed ha terminato tale versamento entro il 31 gennaio 2002, data limite fissata con l'Accordo di Roma del 1983, benevolmente stabilito quando erano previsti pagamenti regolari lungo i 13 anni. Non risulta che sia stato contabilizzato alcun interesse per il ritardo nei pagamenti, omissione sistematica nel mancato rispetto internazionale dei "beni, diritti ed interessi degli esuli", termini beffardi sempre presenti in ogni Accordo stipulato a loro danno.

In successivi incontri bi o trilaterali, la Slovenia ha ripetutamente proposto a dei diplomatici italiani ed allo stesso on. Berlusconi di ritirare i 56 milioni di dollari dalla Dresdner Bank.

Da parte sua la Croazia propone all'Italia di pagare, ben oltre il termine 2002, fissato nel 1983, con ulteriore imprecisata dilazione e senza offrire interessi, i suoi 37 milioni di dollari.

L'Italia finora non ha toccato i "dollari lussemburghesi" di Lubiana e non ha ufficialmente accettato la proposta di Zagabria, probabilmente per merito di qualche esperto della Farnesina. Infatti atti così palesemente autolesionisti costituirebbero, in una situazione geopolitica fondamentalmente mutata ed in relazioni con Paesi che ora riconoscono la proprietà privata, la rinegoziazione surrettizia del Trattato di Osimo e dell'Accordo di Roma del 1983.

Siamo di fronte alla solita perseveranza slovena e croata ed all'inefficienza italiana, che lascia ai primi di pilotare il contenzioso, informando del suo punto di vista l'opinione pubblica mondiale. Paradossalmente si tenta di suggerire ai Governi italiani che con i 93 milioni di dollari avrebbero potuto pagare agli esuli il loro indennizzo. Il 19 ottobre 2001 alcuni esuli hanno diffidato personalmente, per via giudiziaria, il Presidente Berlusconi, il Vicepresidente Fini, l'ex Ministro degli Esteri Ruggiero e l'ex Ministro del Tesoro Tremonti a non rendersi responsabili di tale danno economico contro gli esuli. Ora l'on. Fini risulta doppiamente diffidato, come Ministro degli Esteri e come Vicepresidente del Consiglio.

Va anche ricordato che i 93 milioni di dollari, di cui 56 stanziati da Lubiana e 37 solo promessi da Zagabria, aiuterebbero in misura molto ridotta il pagamento del debito italiano verso gli esuli che è stato contabilmente valutato in cinquemila miliardi di Lire (proposta di legge per un "indennizzo equo e definitivo" dei Senatori Camerini e Bratina del 1996).

Facciamo ancora un conto per valutare quale frazione del credito degli esuli si salderebbe con i dollari accantonati da Lubiana e promessi da Zagabria.

Per stabilire il rapporto lira/dollaro partiamo dall'attuale cambio Dollaro/Euro che ruota intorno al valore 1,30 e ricordiamo il valore 1936,27 fissato come rapporto Lira/Euro.

Allora: Lira/Dollaro = (Lira/Euro) /(Dollaro/Euro). In cifre: Lira/Dollaro = 1936,27 / 1,3 = 1489,44.

Al cambio attuale il credito degli esuli sarebbe 5000 miliardi di lire / 1489,44, cioè: 5 x 1012 / 1,490 x 103 = 3,357 x 109 = 3,357 miliardi di dollari.

Pertanto i dollari offerti salderebbero solo la frazione (in dollari): 93.000.000 / 3.335.700.000 = 1/36 del doveroso indennizzo degli esuli.

Ma giustizia contabile implicherebbe pure la valutazione degli interessi maturati dopo il 1996 (anno della valutazione Camerini-Bratina) e dell'inflazione.

Di fronte a questa situazione, puntualmente redatta da Italo Gabrielli, è doveroso analizzare quali risultati siano stati raggiunti in questi ultimi anni dalla nostra Federazione, attraverso i vari personaggi che si sono susseguiti alla presidenza. Molto pochi, francamente, rispetto alle aspettative degli esuli che la compongono e che le hanno affidato il compito, l'unico compito, di tutelare senza vincolo politico alcuno i propri sacrosanti diritti ed interessi.

Da pochi mesi sono stato chiamato a guidare l'Unione degli Istriani, ed ho avuto modo non solo di partecipare alle riunioni della Federazione quale membro del massimo organo sociale, l'Esecutivo, ma anche di leggere e documentarmi sulla attività finora svolta della stessa attraverso l'analisi dei documenti e dei verbali delle varie riunioni.

E'una cosa da mal di stomaco, ve lo assicuro. Proposte, controproposte, contraddizioni, rinunce, allineamento su posizioni spesso sfavorevoli, comunicati emanati e dopo due giorni ritirati perché troppo fastidiosi per qualcuno.

Tutto questo è a disposizione, per chi volesse averne copia, nel mio ufficio. Ho preso infatti la decisione di rendere pubblici i verbali approvati delle riunioni del Consiglio esecutivo e del Consiglio federale perché chi vuole sapere possa essere messo in condizione di farlo, rendendosi conto, di persona, di come la Federazione abbia operato e trattato le nostre questioni.

Mi sono anche reso conto della grande influenza politica che ruota attorno al nostro mondo ed ho capito che è necessario mantenere, seppur con fatica a volte, l'assoluta indipendenza dai partiti politici. Non farlo, significa invischiarsi in una situazione di impotenza tale da non consentire la libertà di opinione e di decisione, e di conseguenza la capacità di azione secondo le finalità statutarie.

Dopo sessant'anni dalla guerra perduta, i nostri esuli hanno diritto che si finisca di utilizzarli come involontarie, ma sempre disponibili "vittime sacrificali della Patria", serbatoio elettorale per venditori di fumo e svalutata merce di scambio negli affari internazionali.

Ogni popolazione possiede una riserva limitata di risorse morali e materiali. E l'evidente astensione elettorale dei giuliani, che ha portato le sinistre alla Regione FVG ed a Gorizia conferma il monito espresso prima del 1954 dal triestino Resta (citato dal Duroselle nel suo Trattato sul Memorandum di Londra) secondo cui l'Italia non può pretendere l'eterna fedeltà dei giuliani: deve meritarsela. Da anni i Governi italiani di tutti i colori sembrano essersi accordati per perderla.

Infine le polemiche che hanno investito in queste ultime settimane la Federazione, divisa in due "schieramenti" proprio tra conservatori "politici" e "della politica" e chi invece come il sottoscritto, unitamente ai rappresentanti del Libero Comune di Pola e dell'Associazione delle Comunità Istriane e centinaia di soci e dirigenti dell'Anvgd, che evidentemente non condividono le strategie superate del proprio Presidente, reclamano l'autonomia della Federazione dai partiti e la mobilitazione degli esuli per pretendere di non essere più illusi da nessuno e di difendere la propria dignità ed il proprio orgoglio, quello dei nostri padri, dei nostri nonni, e dei nostri bisnonni, che non avrebbero certamente permesso che tutto questo accadesse.

Ma nonostante l'evidente fallimento di una linea che ha escluso ed esclude volutamente le vere questioni centrali, lo stesso Lucio Toth, presidente dell'Anvgd, protagonista da qualche decennio sulla scena, parla di risultati importanti, considerando in vari suoi interventi come traguardi straordinari quello che abbiamo ottenuto.

Traguardi straordinari? Bisognerebbe allora che egli ci spiegasse molto bene quali siano stati finora i "traguardi ordinari". La verità, purtroppo, è che non c'è nulla di straordinario, a meno che non vogliamo prenderci in giro tra di noi.

C'è invece un ringraziamento da fare. E va reso all'on. Roberto Menia che ha voluto fermamente la legge per una Giornata del Ricordo. E vanno ringraziati, con altrettanto calore, coloro che nel parlamento italiano l'hanno sostenuta, sia a destra che a sinistra, italiani e sloveni della minoranza, permettendo finalmente a tutti i nostri connazionali di conoscere l'ultimo pezzo di storia d'Italia mancante.

Ma il giusto ricordo di torti immeritatamente subiti, senza la promessa di operare per porre rimedio alla conseguente persecuzione che, più o meno palesemente, prosegue, continua ad essere inaccettabile in una elementare logica politica, prima ancora che nel sentimento degli esuli.

Mi sono posto migliaia di volte, in questi quattro mesi alla guida dell'Unione degli Istriani, la seguente domanda: dopo sessant'anni di promesse disattese, che cosa abbiamo da perdere? La Federazione di fatto non denuncia quello che sta accadendo palesemente: il disinteresse più completo dello Stato nei nostri riguardi, l'ambiguità nella trattazione delle nostre problematiche, il rifiuto di sostenere la possibilità del ritorno degli esuli dopo sessant'anni di esilio forzato, indipendentemente dal numero di chi vorrebbe tornare.

Vi è una strana passività da parte della Federazione, desumibile, come ho detto, dalle centinaia di documenti e carteggi che conservo presso gli archivi dell'Unione degli Istriani, e che con grande amarezza ho imparato a conoscere.

Una cosa è certa, cari esuli: lo sbaglio più grande del nostro passato è stato quello di eleggere i nostri rappresentanti in seno alle associazioni e poi candidarli ed appoggiarli nella scalata in politica, perché spingessero sulle nostre questioni. E' stato veramente un grande errore, con il risultato che oggi è sotto gli occhi di tutti: una Federazione al servizio della politica. Una Federazione che si è ritagliata la nicchia di conformismo e quieto vivere, trasformando il proprio dovere istituzionale di portare avanti le prioritarie istanze della "base", nell'odioso compito di cinghia di trasmissione agli Esuli delle più illogiche direttive dei Governi, trascurando spesso la difesa del prestigio e della dignità nazionale di fronte alle vicine Slovenia e Croazia, ancora incredibilmente forti del carisma di Tito.

Spero che tutti, finalmente, abbiano capito l'importanza della neutralità delle nostre strutture, come ha sempre sostenuto uno dei nostri fondatori, l'avvocato Lino Sardos Albertini.

Ora il gioco del nascondino deve finire e dobbiamo avere il coraggio di dire BASTA! Basta con le illusioni! Basta con le elemosine! Basta con le promesse non mantenute! Perché siamo già stati vittime una volta. Esserlo una seconda volta, e per giunta con il concorso dei nostri stessi rappresentanti "politici", proprio no!



Massimiliano Lacota

Spettabile REDAZIONE de IL CORRIERE DELLA SERA
Alla cortese ed urgente attenzione del Dott. Paolo Mieli

Egregio Direttore,
con la presente mi trovo costretto ad intervenire, anche in seguito alle centinaia di segnalazioni di esuli istriani pervenute in mattinata alla Segreteria Generale della Giunta dell'Unione degli Istriani, in merito alle affermazioni contenute nell'articolo apparso oggi sul Suo pregiatissimo quotidiano a firma di Carlo Bertelli, dal titolo "I capolavori veneti vanno restituiti all'Istria" (pag. 27).

Senza entrare nel merito delle opinioni espresse e delle tesi proposte, certamente non condivise ed anzi inaccettabili, proprio sulla base di norme e principi internazionali prima ancora che nel sentimento di ogni esule istriano, voglio evidenziare come gran parte delle informazioni risultino errate o, nella migliore delle ipotesi, estremamente imprecise.

Nel citare gli artisti veneti, l'autore dell'articolo parla di Matteo Ponzoni (mentre il nome corretto è Matteo Ponzone o Matteo di Verona) e nel designare la probabile sede museale di destinazione delle opere, egli indica "un' ala del castello di Miramare" (mentre la sede proposta è quella delle Scuderie di Miramare, recentemente restaurate, distanti oltre un chilometro dal Castello stesso, che non verrebbe certamente svuotato di arredi originali per ospitare i capolavori istriani).

Proseguendo nella lettura dell'articolo, l'errore più grave (ed inamissibile per chiunque ha "l' onore" di scrivere su un quotidiano come Il Corriere!) l'autore lo commette scrivendo che "Le opere d'arte dell'Istria.........furono ricoverate prima nella villa Passariano a Pirano, nel Friuli;"

E' semplicemente vergognoso il pressappochismo con cui l'autore ha pubblicato queste informazioni. Pirano è una cittadina della costa istriana, non del Friuli (dove non esiste alcuna Pirano omonima), mentre Passariano è una localita (non la villa!), nei pressi di Codroipo dove si trova la residenza dell'ultimo doge di Venezia Manin. Dunque, ricapitolando, per corretta informazione ai lettori, gran parte dei capolavori istriani restaurati proveniva da chiese e palazzi di Pirano (Istria) e vennero in un primo momento ricoverati in Villa Manin a Passariano (UD).

Evitando ancora di entrare nel merito del brevissimo excursus storico sui Trattati, citato dall'autore omettendo però il Memorandum di Londra del 1954, che assegnò Trieste all'Italia e cedette in amministrazione provvisoria l'ex Zona B alla Jugoslavia (e quindi anche Pirano e Capodistria), non posso invece non respingere l'affermazione " .... . Da Capodistria emigrarono per l'Italia quasi 8.000 cittadini....". Non si trattò di alcuna emigrazione, poiché nessun italiano abbandonò l'Istria alla ricerca di un lavoro, ma fu costretto ad andarsene a colpi di intimidazioni, vessazioni, violazioni, infoibamenti ed uccisioni.

Non è possibile in poche righe ricostruire le disgrazie delle genti istriane ed i tradimenti perpetrati dall'Italia, quella Patria per la quale essi abbandonarono tutto, pagando con i loro beni, morali e materiali, il prezzo di una catastrofica sconfitta, finendo una volta arrivati nei campi profughi, al limite dell'emarginazione sociale.

E proprio per questo non può essere sufficiente intervenire con stringate precisazioni e correzioni alle affermazioni rese dall'autore con incredibile faciloneria.

Ritengo opportuno, invece, far sapere all'autore ed ai lettori che innumerevoli altri capolavori scomparvero durante la repressione jugoslava in Istria. Si tratta di quadri, manufatti, argenteria, ma soprattutto intere biblioteche sottratte a conventi e chiese.
Dirò di più. Centinaia di quadri e migliaia di libri antichi (come del resto arredi sacri. Disgustoso!) si possono ancora ammirare nei saloni delle ville degli ex ufficiali combattenti jugoslavi, sulla collina di Dedinje, in uno dei quartieri più esclusivi di Belgrado, a pochi isolati dal Palazzo Reale dei Karagjorgevic.

Sarebbe bene, caro Bertelli, che quelle opere trafugate venissero restituite alle chiese ed ai palazzi dell'Istria, dai quali furono rubate, molto spesso dagli stessi attuali proprietari.

I capolavori istriani invece, sottratti anch'essi da chiese e palazzi, ma solo per essere salvati dalle razzie partigiane, è bene che rimangano nel nostro Paese, nello spirito di chi allora operò affinché oggi, dopo decenni, possano essere ammirate e godute da tutti.

Potrebbero forse anche tornare in Istria, ma non prima di essere tornati noi esuli. Noi nelle nostre case, quelle ancora vuote che la democratica Slovenia non intende restituire, lasciandole piuttosto cadere a pezzi, ed i nostri quadri nelle nostre Chiese a Pirano e Capodistria, dove l'italiano non esiste più, salvo, naturalmente, sulle cassette all'entrata, dove troviamo evidente la scritta: "OFFERTE".

Trieste, 29 agosto 2005


Massimiliano Lacota
Presidente dell' Unione degli Istriani
Libera Provincia dell' Istria in Esilio

Corriere della Sera 29/08/05 Trieste : La mostra Histria,aperta in questi giorni al Museo Revoltella

La mostra Histria, aperta in questi giorni al Museo Revoltella di Trieste, presenta una ben strana primizia: 21 opere di arte veneta (ma anche un Alessandro Algardi, che veneto non fu) che per mezzo secolo furono nascoste, benché fossero tutte note e classificate. Restauratori che le hanno analizzate e restituite alle migliori condizioni possibili e funzionari delle soprintendenze troppo giovani per averle conosciute prima hanno potuto reinserire questo tesoro d'arte dentro il percorso di mezzo secolo di studi

In questo senso davvero i Paolo Veneziano, Vittore e Benedetto Carpaccio, Alvise Vivarini, Giambattista Tiepolo e le meno note figure del Seicento veneziano, Francesco Trilli e Matteo Ponzoni, costituiscono delle novità. Le opere in mostra sono destinate, apprendiamo, a formare un'ala del museo del Castello di Miramare, la bianca reggia dello sfortunato arciduca Massimiliano

La mostra e il futuro delle opere costituiscono così un avvenimento che tocca direttamente le politiche culturali dell'ultimo mezzo secolo, mentre pongono delicati interrogativi sul futuro, aprendo spazio a una riflessione di carattere generale

Alla vigilia della seconda guerra mondiale, fu varata in Italia una legge intitolata Protezione delle cose d'interesse artistico, storico, bibliografico e culturale dalla distruzione in caso di guerra. Fu grazie a questa legge che i funzionari delle soprintendenze, come Emilio Lavagnino, Carlo Alberto Dell'Acqua, Pietro Zampetti, Pasquale Rotondi percorsero l'Italia per nascondere le opere d'arte nei luoghi che sembravano più lontani da offese di guerra

Le opere d'arte dell'Istria, che allora era parte integrante del Regno d'Italia, furono ricoverate prima nella villa Passariano a Pirano, in Friuli; poi, quando la guerra le mise in pericolo, furono in parte ricondotte ai luoghi d'origine, mentre altre furono rifugiate in altri siti sicuri

Dei dipinti esposti nella mostra di Trieste, alcuni provengono dal deposito di Palazzo Venezia a Roma; altri dal deposito del Palazzo Ducale di Mantova

Nei rifugi attesero il trascorrere degli anni, e così passò il 10 febbraio del 1947, quando fu firmato il trattato di pace tra l'Italia e la Jugoslavia, e passò il trattato di Osimo, fino allo smembramento della Repubblica Jugoslava nel 1991

A richiamare in vita i dipinti sottratti alla guerra è stata ancora una legge, la n. 72 del 2001 con l'intestazione Tutela del patrimonio storico e culturale delle comunità degli esuli istriani

La realizzazione della rassegna, preceduta, ovviamente, dalla riapertura delle casse in cui le opere erano custodite e dal loro restauro, è dovuta al dinamismo dell'allora sottosegretario Vittorio Sgarbi, al lavoro delle soprintendenze e alla promozione dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia

Rispondendo a giornalisti sloveni, il giorno dell'inaugurazione della mostra, Sgarbi ha dichiarato: «Queste opere sono italiane e appartengono alla cultura italiana. Le opere resteranno in Istria se ci sarà un accordo, ma non per diritto; il diritto è dalla parte nostra»

A mio modesto avviso, è proprio perché quelle opere sono italiane che andrebbero restituite (sic!) a Capodistria. In quella bellissima città veneziana, che ha una piazza intitolata a Vittore Carpaccio, si troverebbero accanto Vincenzo Catena e Benedetto Carpaccio, Bernardo Strozzi e Palma il Giovane, Gerolamo da Santacroce e Cima da Conegliano

Lo dico con l'appoggio della celebre lettera del 1815 di Antoine Quatremère de Quency a Miranda, che proprio in questi giorni viene pubblicata e annotata dall'Accademia Clementina, un testo che con tanta forza condanna lo sradicamento napoleonico delle opere d'arte dal loro contesto storico

Ma oserei sostenerlo, se mi è lecito, anche da un punto di vista di convenienza politica. Da Capodistria emigrarono per l'Italia quasi 8000 cittadini. Eppure vi sussiste ancora una comunità italofona; vi ha avuto successo per anni la radio Capodistria in lingua, anche, italiana; vi si stampano poesie dialettali e in italiano

È opportuno privare questa città di una parte rilevante della sua storia? Sono opportune, queste recriminazioni, dopo che, dal primo maggio 2004, la Slovenia è entrata nella Comunità europea? C'è un interesse italiano a slavizzare ulteriormente l'Istria o si agisce, anche in questo caso, non già nell'interesse nazionale, ma unicamente per avere più voti in patria?

La mostra «Histria: opere d'arte restaurate da Paolo Veneziano a Tiepolo», al Museo Revoltella di Trieste, resterà aperta fino al 6 gennaio 2006

inattese implicazioni di politica interna croata in occasione della Mostra itinerante degli artisti dalmati italiana contemporanei nelle esposizioni di Zara e Spalato

Conferenza stampa di Renzo de'Vidovich e Renzo Codarin
15 dicembre 2005


Tema: inattese implicazioni di politica interna croata in occasione della Mostra itinerante degli artisti dalmati italiana contemporanei nelle esposizioni di Zara e Spalato

Dopo le esposizioni di Roma e Trieste, la Mostra itinerante che si concluderà a Parigi la prossima primavera, ha toccato le sedi di Zara e Spalato ottenendo un lusinghiero successo per le opere esposte e per la notorietà degli artisti, quali l'areofuturista Tullio Crali (nato a Igalo nella Dalmazia Montenegrina), Ottavio Missoni di Ragusa (oggi Dubrovnik) con i suoi arazzi, Secondo Raggi Karuz di Zara, apprezzato soprattutto alla Corte del Crisantemo di Tokyo, l'astrattista Franco Ziliotto di Zara, il ritrattista Giuseppe Lallich di Spalato e lo scultore spalatino Waldes Coen.

A Mostra ultimata, alcuni giornali croati hanno scatenato una pretestuosa polemica che nascondeva la preoccupazione in Dalmazia e in Istria dei movimenti autonomisti che contestano il centralismo di Zagabria e che assomigliano a quelli che hanno dato luogo al federalismo italiano.

La modifica del titolo V della Costituzione italiana, che ha trasformato lo Stato unitario italiano in uno Stato federale, con particolare rilievo assegnato alle Regioni, ha avuto riflessi immediati sulla politica croata. Alcuni partiti croati centralisti, per lo più critici verso l'europeismo del Governo Sanader, hanno ritenuto che i grandi mutamenti costituzionali italiani potessero essere contagiosi e costituire un passo verso l'Europa delle Regioni che inizia a delinearsi. In questo senso va letta la reazione di giornali come il Vecernji List di Zagabria ed in parte della Slobodna Dalmacija di Spalato e del deputato al Sabor on. Tonci Tadic che hanno trovato da ridire perfino sulla parola "Dalmazia" (che oggi si preferisce chiamare "Croazia del Sud ") ed hanno sottolineato con accenti critici inusitati un semplice accenno contenuto nel Catalogo della Mostra al concetto di "Nazione Dalmata" così come delineata da Niccolò Tommaseo.

Nella conferenza stampa-caffè tenutasi a Spalato, l'on. de'Vidovich aveva precisato che il concetto di "Nazione Dalmata! rientrava in quello delle "Piccole Patrie" che non negano né le più grandi "Patrie nazionali" né la costituenda "Patria europea" e sono elementi che, lungi dall'essere disgreganti costituiscono e rafforzano le identità nazionali che saranno inevitabilmente oggetto di confronto se non proprio di contrapposizione culturale, all'interno dell'Europa unita, similmente a quanto avvenne nel Sacro Romano Impero

È stata vista anche con sospetto e travisata l'appartenenza della Dalmazia (ma anche di Fiume e dell'Istria) alla Civiltà mediterranea dell'olio e del vino che classifica l'appartenenza degli uomini secondo criteri culturali, artistici e sentimentali, legati al modo di vivere, mentre la Civiltà danubiana del sego e della birra privilegia l'elemento genetico e l'origine razziale.
Nella sua lettera l'on. Tadic ha addirittura rovesciato le impostazioni di queste due civiltà preistoriche.

È stato fatto anche presente che la Croazia, ed ancor più la Slovenia, sono giustamente preoccupate per la conservazione della loro lingua, identità e cultura (la Croazia ha 4.700.000 abitanti, la Slovenia 2.000.000) per cui si ritiene che se non si appoggeranno su una più grande cultura nazionale, quale può essere quella italiana o tedesca, la loro sopravvivenza sarà messa in forse.

23/12/05

Il Consiglio dei Ministri ha varato ieri il progetto di legge che si propone di riordinare la disciplina in materia di indenizzi ai cittadini italiani che hanno perduto i loro beni nei territori ceduti alla Jugoslavia. Questa la normativa:

art. 1 - L'Istituzione di una Commissione per il riordino della disciplina sulla materia degli indenizzi, costituita da funzionari dello Stato ad alto livello, con la collaborazione dei competenti Uffici tecnico del Ministero dell'Economia e delle Finanze, cui partecipano anche le associazioni interessate.

art. 2 - La Commissione individuerà dei coefficienti equi per la definitiva determinazione degli indenizzi. E' prevista inoltre la riapertura dei termini di presentazione delle domande, da parte degli aventi diritto individuati dalle legge 29 marzo 2001 n. 137. Tale termine è previsto in 180 giorni dalla data di entrata in vigore del provvedimento.

art. 3 - La Commissione svolgerà attività ricognitiva degli indenizzi corrisposti, attraverso l'aggiornamento degli importi sulla base degli indici ISTAT.

art. 4 - Il termine dei lavori della Commissione è previsto entro un anno dal suo insediamento. Il competente Ministero dell'Economia riferirà in Parlamento sulle conclusioni della Commissione.

L’annoso tema dei beni abbandonati (meglio “espropriati”) è stato abbinato in questi ultimi tempi a quello delle Commissioni di giuristi che lo starebbero sviscerando. Commissioni sulle quali la pubblica opinione rischia di avere idee un po’ confuse: quanti e quali sono queste Commissioni? Quali sono i loro compiti? Sono dei doppioni o magari sono in contrasto tra di loro?

Se possibile, vorrei, al riguardo, offrire un contributo di chiarezza; riepilogando natura, componenti e compiti di tali Commissioni che stanno discutendo sulla restituzione dei nostri beni.

C’è innanzitutto quella istituita dal Ministero degli Esteri (gestione Ruggiero) che è composta da due rappresentanti del Ministero stesso, due rappresentanti della Federazione degli Esuli, ai quali si sono ora aggiunti due giuristi sloveni e due croati.

Tale “Commissione romana” ha un compito ben preciso, definito all’epoca dallo stesso Ruggiero: ipotizzando che la questione restituzione sia già risolta dai trattati (“pacta sunt serranda”), verificare se e quali situazioni residuali permetterebbero comunque la restituzione di beni immobili. In buona sostanza: se la regola fosse quella della non restituzione la “Commissione romana” deve cercare le eventuali eccezioni a tali regole e, possibilmente, giungere a una quantificazione di tali eccezioni.

Natura del tutto diversa ha l’altra Commissione. E’ stata istituita dagli enti locali (Regione Friuli Venezia Giulia, Provincia e Comune di Trieste), viene presieduto dal prof. Maresca e conta su una serie di esperti, nazionali ed internazionali, qualificati nel campo del diritto internazionale e in particolare quello attinente alla tematica delle nazionalizzazioni e denazionalizzazioni.

Il compito della “Commissione Maresca” è quello di verificare se gli accordi internazionali che hanno affrontato la “questione beni” (Trattato di Pace, Trattato di Osimo e accordi conseguenti) debbano considerarsi esaustivi e definitivi su tale questione o se viceversa si debba ritenere che tali accordi e trattati siano decaduti o superati per le mutate condizioni (“pacta sunt serranda rebus sic stantibus”). O magari si possa addirittura affermare che già c’è stato un qualche atto bilaterale (italo-sloveno e italo-croato) in forza del quale tali accordi risultino decaduti, con la conseguente necessità di rinegoziare tutta la materia “restituzione beni”. O addirittura - ed è ciò che personalmente sono convinto - ritenere che tali nuovi negoziati, conseguenti alla decadenza dei trattati, siano già iniziati, risultino tuttora in atto e richiedano solo di trovare una conclusione adeguata alle mutate condizioni e coerente con le esigenze europee.

Se le cose stanno così è evidente che le due Commissioni si trovano ad avere compiti totalmente diversi, non c’è alcuna sovrapposizione nel loro operare e, meno che mai, massima delegittimazione di alcun genere.

La “Commissione romana” indaga infatti il settore circoscritto delle possibili situazioni non regolamentate dai trattati; la “Commissione Maresca” affronta invece il quadro generale della possibile decadenza dei trattati stessi o del loro sopravvenuto superamento per manifesta volontà delle parti.

L’esito del lavoro delle due Commissioni - va bene chiarirlo - sarà comunque solo uno strumento tecnico-giuridico messo a disposizione del Governo italiano, al quale comunque compete e competerà, con gli strumenti politici nazionali e internazionali che gli sono propri, di rispondere alla richiesta di giustizia che da decenni viene formulata dagli esuli Istriani, Fiumani e Dalmati.

E’ su questa auspicabile sensibilità politica del Governo che aldilà di qualsivoglia Commissione gli Esuli si aspettano finalmente una risposta positiva e soddisfacente. Ma non si tratta solo di un atto di giustizia ma anche di lungimiranza politica: al Governo, alla politica compete infatti creare anche su tale tema le premesse per quella “normalizzazione” dei rapporti e delle situazioni politico-giuridiche in Istria, a Fiume e in Dalmazia che renderà possibile ritessere nella concordia quel tessuto di relazioni e di vincoli che ha legato per secoli le terre giuliane e che è stato tragicamente lacerato nel secolo delle ideologie e negli orrori legati a quel conflitto mondiale che delle ideologie ha costituito l’apoteosi.

IL PRESIDENTE (avv. Paolo Sardos Albertini)

Il Comitato si impegna ad operare, in ogni sede e con ogni mezzo, affinché venga rispettato l’irrinunciabile diritto alla restituzione da parte di Croazia e Slovenia dei beni immobili che sono stati espropriati dal regime comunista jugoslavo e che gli attuali stati vorrebbero escludere dal processo di denazionalizzazione.

Per iniziativa delle seguenti associazioni :

- A.D.E.S. - Associazione Amici e Discendenti Esuli , in persona di Pietro Luigi CRASTI
- A.I.I.F.D. – Alleanza Italiana Istria Fiume Dalmazia, in persona di Giovanni DE PIERRO- A.N.V.G.D. - Comitato Provinciale di Verona, in persona di Gian Paolo SARDOS ALBERTINI
- C.C.E.E. , in persona di Antonietta (Marucci) VASCON
- Lega Nazionale, in persona di Paolo SARDOS ALBERTINI

è stato costituito il


COMITATO PER LA RESTITUZIONE DEI BENI AGLI ESULI



Il Comitato rileva:

che la linea politica seguita dalla Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani Dalmati è sempre stata indirizzata a richiedere la restituzione, da parte di Slovenia e Croazia, dei beni nazionalizzati dal comunismo jugoslavo e la rimozione delle discriminazioni legislative, a danno degli esuli, contenute nelle legislazioni di tali due stati in tema di denazionalizzazione

che tale linea politica risulta condivisa da tutte le associazioni che attualmente costituiscono la Federazione

che la richiesta di restituzione è diffusamente ritenuta inderogabile anche da molteplici realtà associative non rappresentate dalla Federazione, nonché da larghissima parte della diaspora giuliano-dalmata.


Tutto ciò premesso il Comitato

si impegna

ad operare , in ogni sede e con ogni mezzo, affinché venga rispettato l’irrinunciabile diritto alla restituzione da parte di Croazia e Slovenia dei beni immobili che sono stati espropriati dal regime comunista jugoslavo e che gli attuali stati vorrebbero escludere dal processo di denazionalizzazione

invita

tutti coloro – enti, associazioni, privati – che condividono le finalità del Comitato ad appoggiare la sua azione
impegna

Il Governo italiano sia in sede negoziale bilaterale che a livello europeo, a perseguire l’obbiettivo della restituzione dei beni quale doveroso atto di giustizia nei confronti degli esuli e lungimirante investimento per un futuro corretto rapporto con Croazia e Slovenia capace di cancellare i retaggi del comunismo.

Trieste, 23 ottobre 2002

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