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A migliaia di italiani non è stato concesso, al termine della guerra, di mantenere la cittadinanza italiana nè tantomeno di scegliere l'esilio: deportati o rinchiusi nei lager comunisti di Tito, chiedono oggi un riconoscimento dalla loro Patria.

Nella sede della Lega Nazionale, lunedì 10 ottobre 2005, si è tenuta, una conferenza stampa sull’iter della legge che prevede il riconoscimento della cittadinanza italiana .

Il Presidente della Lega Nazionale avv. Paolo Sardos Albertini ha presentato i due relatori. L’on. Roberto Menia, presentatore di una delle proposte di legge, inglobata nel testo unificato, ha sottolineato le ragioni di tale iniziativa che alla Camera è già stata approvata direttamente in sede legislativa in ambito di Commissione. Viceversa al Senato è stata bloccata , per iniziativa dei Democratici di Sinistra, la proposta di seguire un iter analogo che avrebbe permesso l’approvazione finale di tale provvedimento. L’iniziativa dei DS alla Camera risulta tra l’altro motivata da argomentazioni decisamente assurde e infondate e cioè si ipotizza che siano milioni i possibili beneficiari di questa legge, si parla di fantomatici oneri per le finanze dello Stato italiano.

Ha preso quindi la parola il dott. Fulvio Varljen , esponente della Comunità degli Italiani di Fiume ed attualmente responsabile di una delegazione della Lega Nazionale a Rovigo. Il dott. Varljen ha evidenziato le ragioni di forte valenza morale che giustificano l’aspettativa di recupero della cittadinanza italiana per coloro che (loro e i loro discendenti) avevano già la cittadinanza italiana e ne sono stati privati dalle ingiustizie della storia.

L’avv. Sardos ha ricordato la vicenda clamorosa delle oltre cinquemila famiglie solo a Fiume alle quali, dopo il Trattato di Pace, venne rifiutata l’opzione a favore della cittadinanza italiana. Costoro per oltre mezzo secolo sono rimasti prigionieri di uno Stato che era non solo negatore della libertà ma anche oppressore della loro identità nazionale italiana. Questi nostri connazionali ed i loro discendenti hanno il sacrosanto diritto di reclamare, come riconoscimento della cittadinanza, un atto parzialmente riparatore da parte della Repubblica Italiana. E’ vergognoso che piccole ragioni di bassa politica vadano ad intralciare o anche solo a ritardare tale atto.

da ToscanaTV

''Attribuire l' Atleta di Lussino alla Croazia e' ignorare i piu' elementari rudimenti di storia''. Lo sostiene Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, in rappresentanza degli esuli giuliano-dalmati in Italia, che a tal proposito ha organizzato un volantinaggio di protesta, sabato prossimo, davanti all' ingresso della mostra in via Cavour. ''

L'amministrazione provinciale - spiega una nota - ha inteso titolare la mostra 'L' Atleta della Croazia', mentre la denominazione 'della Croazia' e' storicamente e completamente fuori luogo''. ''Il bronzo - prosegue - attribuito al greco Lisippo, risale al quarto secolo a.C.; la statua fu perduta dai romani nel secondo secolo a.C., il ritrovamento del 1997 nelle acque di Lussino e' merito di un belga e il restauro e' italiano. La Croazia, paese nato nel 1991, ha il solo 'merito' di essere la nazione cui oggi Lussino appartiene, pur con tutta la sua caratterizzazione istro-veneta''.

Secondo l'Associazione, la geopolitica contemporanea non dovrebbe avere spazio, in quanto ''ogni evento storico e' saldamente ancorato ai fatti, agli eventi e alle situazioni nelle quali si e' verificato''.


lettera al Corriere della Sera

Egregio Dott. Mieli,
ricordo che tempo addietro, a firma di un suo giornalista, Bertelli credo, un articolo sul Corriere parlava dei quadri istrini "portati dalla Jugoslavia in Italia" nell'ultima guerra e deposti a Passiriano, Pirano, in Friuli".

In tale occasione il quotidiano SECOLO DITALIA del 7 Settembre 2005, pubblicò un articolo "Dilaga la Sindrome di Axum"a firma Annamaria Gravina, a pag.8 del quotidiano. A parte lo svarione geografico che indicava essere Pirano, cittadina dell'Istria, vicino a Passiriano in Friuli, tale riprovevole articolo chiedeva che i quadri salvati dalla furia conquistatrice Slava da Capodistria, Isola e Pirano, ed esposti a Trieste al Museo Rivoltella e voluti dai cittadini delle città italiane della area nord occidentale dell' Istria, ex Zona B, gentilmente regalate da omuncoli quali Moro e Rumor, con il trattato di Osimo, venissero "restituiti" alla Yugoslavia che non esiste più. Suggerisco un corso urgente di geografia politica da tenersi in redazione.

Aggiungo che il CORRIERE
Proprio non sa resistere dal scrivere banalità che denotano una scarsa conoscenza degli argomenti trattati , come ad esempio quanto ieri pubblicato sulla statua greca ripescata davanti a Lussino. Infatti l'Isola di Lussino assieme a Cherso e Veglia erano in epoca romana parte della X REGIO HISTRIA ed erano chiamate ABSIRTIDI, divennero poi durante la Serenissima territorio metropolitano di quella Repubblica e fecero parte poi del territorio dell'Istria, ad esclusione di Veglia, fino alla fine della seconda guerra mondiale.
Lussino ha dato i natali al grande campione mondiale della classe velica Star, ammiraglio della marina da guerra italiana, Straulino, e di numerosissimi comandanti di navi della marina militare e mercantile italiana.

Ora parlare della statua greca restaurata a Firenze, e dell'Isola di Lussino, come fosse da sempre croata senza alcun altro cenno alla geografia e alla storia di quella bellissima isola italiana e riduttivo di una realtà
Ben diversa da quella descritta ed offensiva dei veri Lussignani. L'isola è attualmente sotto la Repubblica Croata ma nulla ha a che vedere con la storia e la cultura croata, e dello stato di Croazia che mai ha avuto nulla da spartire con Lussino e la sua gente.

Sarebbe stato preferibile che l'autore si informasse meglio prima di parlare di cose che non conosce.

Distinti saluti

Godeas Gianantonio, esule istriano


informazioni sulla mostra: www.palazzo-medici.it

Proponiamo il documento, approvato il giorno 12 ottobre 2005, dalla Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati:

1. Restituzioni:

Unico criterio valido di trattativa è l’eliminazione delle discriminazioni nell’applicazione della normativa croata nei confronti dei cittadini italiani. Rimane inaccettabile sia la distinzione tra optanti e casi non previsti dai trattati, sia la restituzione simbolica di un compendio immobiliare (rudere storico, castello, borgo, etc.).

3. Preso atto della invalidità sul piano giuridico del Trattato di Roma sottoscritto nel 1983 tra Italia e Jugoslavia per la liquidazione concordata del valore dei beni italiani della ex Zona B del Territorio Libero di Trieste, corrispondente peraltro ad appena 1/15 del loro valore reale, la Federazione sollecita il Governo Italiano alla denuncia ovvero alla risoluzione dell’Accordo stesso per inadempienza e all’avvio con la Slovenia e la Croazia, riconosciute legalmente quali Stati successori della controparte firmataria e beneficiari dei beni ceduti dall’Italia con il Trattato di Osimo, al fine di esaminare attraverso una nuova trattativa trilaterale tutte le possibilità di restituzione dei beni ancora liberi, secondo le legittime aspettative degli aventi diritto, e la congrua rivalutazione al valore reale di mercato per quelli non liberi.

4. Indennizzi

La Federazione è in grado di formulare più ipotesi contabili e normative sulla base della graduazione di criteri differenziati.

a. Adozione del criterio di valutazione per i danni di guerra, con un coefficiente notoriamente molto più elevato e più equo che porti a quantificare il fabbisogno complessivo.

b. Eventuale eliminazione o attenuazione della distinzione per scaglioni di valore delle proprietà da indennizzare.

c. Previsione di una proroga del termine limitatamente agli interessati che in precedenza non abbiano fatto richiesta di indennizzo.

d. Dilazione decennale o ventennale dei pagamenti con modalità cartolari per le somme più elevate, da spalmar sulle leggi finanziarie successive.

Occorre inoltre respingere fermamente insinuazioni minimalistiche da parte dell’Amministazione dell’ Economia circa l’ammontare effettivo degli accordi già versati agli Esuli con la legislazione precedente. Il calcolo di alcuni Uffici dell’amministrazione non tengono conto:

1.che i coefficienti furono estremamente bassi fin dall’inizio, inferiori a quelli previsti per i Danni di Guerra. E non si capisce perché chi ha perduto un immobile andato distrutto ad Ancona o a La Spezia, abbia un diritto più pieno di chi abbia perduto un bene perché regalato all’ex Jugoslavia dallo Stato Italiano! 2. Che i pagamenti furono effettuati non alla data di entrata in vigore delle varie leggi, ma con erogazioni differite nel tempo, a distanza di molti anni, anche 10 o 15.

Ci sono diversi modi per contrastare una scomodo verità. Quello più facile ed immediato utilizza lo strumento del silenzio: per cancellare il ricordo di ciò che non deve essere ricordato, per impedire che i diretti testimoni parlino di ciò che sanno, per ottenere che gli altri, specie le giovani generazioni, vengano a conoscere quanto accaduto.
Il peso di questa condanna, del "silenzio storico", ha gravato per quasi mezzo secolo su una fetta di storia d'Italia. Il dramma di centinaio di migliaia di nostri connazionali (trecentocinquantamila, per chi ama queste tristi contabilità) costretti ad abbandonare case e beni, attività e cimiteri, costretti ad affrontare la via crucìs dell'esilio; la tragedia di decine di migliaia di italiani brutalmente assassinati nelle Foibe carsiche; l'angoscia e la disperazione dei tanti loro cari cui è stato negato finanche il poter accogliere nella pietà le salme dei propri genitori, dei propri fratelli, dei propri figli. Tutto ciò, avvenuto al confine orientale d'Italia, in quelle terre che portano il nome di Istria, Fiume e Dalmazia, è stato per quasi mezzo secolo rimosso dalla conoscenza dell'Italia ufficiale; i libri di scuola hanno ignorato tali vicende; le celebrazioni ufficiali, così copiose e solenni su altri temi, hanno rigorosamente cancellato ogni ricordo di esodo e foibe. E le nuove generazioni (tranne casi isolati, di chi aveva fonti familiari di testimonianza) hanno subito, rigorosamente, la violenza di essere tenute nell'ignoranza di un qualcosa che rappresenta pur sempre un tassello, non irrilevante, della storia nazionale.

Poi, dopo quasi mezzo secolo da quelle vicende, è successo un fatto nuovo, clamoroso e non previsto da molti: il fallimento dichiarato del Comunismo ed il crollo, per implosione, del suo impero mondiale.

Solo dopo il fatale 1989, solo quando la Jugoslavia (edificata dal comunista Tito) si è decomposta in un panorama di balcanica barbarie, solo allora il mondo dei mass media, la pubblica opinione, il cittadino comune, la solennità dei ministri nelle cerimonie ufficiali hanno scoperto che le foibe non erano solamente un curioso fenomeno geologico e che la "pulizia etnica", che oggi tutto il mondo condanna quando applicata tra i belligeranti della ex Jugoslavia, aveva avuto un suo preciso antecedente ad opera del comunista Maresciallo Tito e a danno di centinaio di migliaia di italiani. Qualcuno, tra gli spiriti più attenti e curiosi, si sarà chiesto perfino quale fine avessero fatto quelle terre d'Italia Orientale, quelle città che portavano i nomi di Capodistria, di Pola, di Fiume, di Zara, di Ragusa. Terre e città che per millenni erano state parte integrante della storia, della cultura, della civiltà di Roma e di Venezia, ma che sugli atlanti geografici (anche del Touring italiano, anche di illustri e rigorose case editrici nazionali) apparivano cancellate, perché al loro posto erano comparsi nomi nuovi ed esotici, quelli di Koper, di Pula, di Rijeka, di Zadar, di Dubrovnik.

Il silenzio di mezzo secolo, sull'esodo e sulle foibe, ha cominciato dunque molto timidamente ad essere incrinato, ma le resistenze continuano a farsi sentire ed il mare di ignoranza da colmare è tuttora, a dir poco, immenso. Negli anziani, negli adulti si tratta forse di far emergere un qualcosa di cancellato e di rimosso, ma ai giovani occorre fornire un'informazione totale: quella informazione che ancor oggi (nonostante le promesse dei mendaci Ministri della Pubblica Istruzione) latita totalmente dai libri di testo che i ragazzi si trovano tra le mani.

Una adeguata conoscenza di quanto accaduto sarà lo premessa migliore per il passaggio ulteriore. Capire il perché ditali vicende, individuare anche i responsabili di tali crimini, condannare - con gli strumenti delta giustizia storica - gli autori dei misfatti.

Il tutto per impedire che la vicenda delle foibe e dell'esodo, dopo la condanna a cinquant'anni di oblio, debba ora subire l'iniquità delta manipolazione e del travisamento storico. Un generico ricordo dei fatti, senza colpe e colpevoli di sorta, significherebbe aggiungere le beffe al danno. Perché il crimine delle foibe e la tragedia dell'esodo hanno avuto un regista ben preciso. Noi vogliamo capire chi sia stato a gestire sia gli anni di sangue che i decenni di oblio e chi a tutt'oggi continui ad ostacolare il percorso della verità e della giustizia.

Paolo Sardos Albertini

dalla prefazione a
"Il Rumore del silenzio" - 2001

E' stato pubblicato - a cura della Lega Nazionale e della Provincia di Trieste - una interessante testimonianza sulla Jugoslavia del Maresciallo Tito. Il lavoro è accompagnato da una prefazione del prof. Giuseppe Parlato.

Pubblichiamo le note introduttive del Presidente della Lega nazionale:

 

Josip Broz, detto Tito, anzi “il Maresciallo Tito”. Perché lui, vecchio terrorista rivoluzionario, feroce sicario del comunismo internazionale (al pari del triestino Vittorio Vidali) scelse per se un titolo (quello appunto militaresco di Maresciallo) ed una immagine (perennemente in divisa su cui sfavillavano medaglie a iosa) che erano confacenti ad un qualche dittatorello del centro – america, piuttosto che ad un ortodosso seguace di Marx, Lenin, Engels, Stalin.

L’abito, se non fa sempre il monaco, certo sovente può rivelare la natura di chi lo indossa. La natura di Tito fu certamente quella di saper giocare, contemporaneamente, ruoli diversi e contrastanti: la sua Jugoslavia riuscì ad essere al contempo comunista nella politica interna, neutralista in quella estera ed occidentale (nel senso di NATO) i quella militare. Un vero capolavoro di doppiezza, di triplezza tutta balcanica.

Inaugurò (proprio a Trieste) la terza guerra mondiale. Poi la sfruttò, come nessun altro, con il suo oscillare ondulatorio, a cavallo della linea di confine del conflitto, che gli permise di lucrare, fondamentalmente a danno di noi Giuliani, da entrambi gli schieramenti in guerra (una sorta di Clemente Mastella internazionale).

Ciò premesso, ha senso proporre, oggi, nel 2004, una testimonianza su Tito e la sua Yugoslavia? La risposta ci è sembrato possa essere positiva, perché senz’altro il Maresciallo Tito, con le sue medaglie, con la sua corte belgradese, con i suoi riconoscimenti internazionali (per noi, comunque, resta sempre “l’infoibatore”) ha occupato non marginalmente lo scenario storico-politico di parte della seconda metà del XX secolo e la sua vicenda può ben costituire materia di approfondimenti e di analisi.

Per Napoleone Bonaparte il Manzoni si chiese “Fu vera gloria?”. Possiamo chiedercelo anche per Josip Broz e la risposta non può che essere negativa. Le sue due creazioni, la Jugoslavia ed il comunismo jugoslavo, sono entrambe finite sotto le macerie del muro di Berlino, travolte dalla stessa bancarotta fraudolente che ha travolto il resto dell’Impero Comunista Lo Stato che Tito aveva creato e tenuto insieme nei Balcani si è frantumato in mezzo a massacri e carneficine; gli ultimi epigoni del titoismo (adeguatamente riverniciati e imbellettati) hanno perso il potere perfino nella Lubiana dell’ultimo uomo di Tito, il signor Kucan. Di lui niente è rimasto.

Del Maresciallo resta, nella mia Capodistria, la tabella murale che individua la piazza centrale, quel gioiello architettonica veneto italiano, come “piazza Tito”. La cosa mi dava non poco fastidio, lo confesso. Poi ho però pensato che tra non molto l’ignaro turista che arriverà in quel posto e scoprirà il Palazzo Pretorio ed il Duomo ed il caffè della Loggia, penserà icuramente – nel leggere “piazza Tito” – all’Imperatore di Roma, non certo al Maresciallo di Belgrado.

E, nel mio cuore, ho detto grazie alla Storia: perché i conti con l’Infoibatore saranno stati regolati dall'oblio.

Paolo Sardos Albertini

da Il Piccolo 15 marzo 2005

Esuli: «Ricomponiamo l'unità»

Toth: «Serve una rappresentanza forte verso governo e parlamento»

Un unico organismo che rappresenti gli esuli giuliani e dalmati. La proposta di rifondare in maniera unitaria la federazione degli esuli, attualmente presieduta da Guido Brazzoduro, giunge dal consiglio dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, che sabato scorso a Mestre ha approvato all'unanimità una mozione in questo senso, alla luce delle divisioni emerse in occasione della Giornata del ricordo, il 10 febbraio scorso.

«Le dure battaglie da sostenere per la restituzione e gli indennizzi dei beni degli esuli - si legge in una nota - richiedono un'unità ancora maggiore» di quella che ha permesso finora di ottenere diversi importanti risultati.

«L'Anvgd - prosegue il comunicato - propone a tutte le associazioni della Diaspora istriana, fiumana e dalmata di ritrovare l'unità perduta, procedendo in tempi brevi, e con il comune consenso, a una rifondazione unitaria della federazione in modo da farla diventare un unico organismo rappresentativo, direttamente eletto da un'assembla generale di tutti gli iscritti alle singole associazioni».

Il presidente dell'Anvgd, e vicepresidente della federazione, Lucio Toth, spiega le ragioni che hanno indotto l'associazione a lanciare la proposta. «Serve una rappresentanza unica - afferma - nei confronti del Governo e del Parlamento. E la federzione è già un interlocutore autorevole dello Stato».

Toth sottolinea poi che l'Anvgd è «l'unica associazione degli esuli radicata in tutta Italia, e che ha una forte presenza a Roma. Questo radicamento - sostiene - deve avere un peso».

Il vicepresidente della federazione ricorda inoltre che qualche mese fa l'Associazione delle comunità istriane ha chiesto di rientrare nella federazione stessa, dalla quale è uscita tre anni fa. «Ne stiamo discutendo da tempo - spiega - ma l'attuale statuto richiede l'unanimità nelle decisioni. Va quindi modificato profondamente, pur lasciando alle singole associazioni la loro autonomia».

In questi giorni Lucio Toth sta inviando una lettera a tutti i presidenti delle associazioni, ai sindaci dei liberi comuni in esilio e all'Associazione delle comunità istriane, per informarli della decisione di rifondare la federazione. «E' un percorso graduale ma rapido - precisa - in cui nessuno vuol schiacciare nessuno. Nel giro di due, tre anni si deve comunque arrivare a una federazione unitaria».

Tempi rapidi, dunque. Per questo sabato prossimo l'esecutivo nazionale dell'associazione si riunirà a Trieste. «Voglio tranquillizzare tutti - conclude Toth - sulla gradualità del percorso, e invitarli a mettere in cantiere qualche organo consultivo per l'elaborazione di un nuovo statuto. Più siamo forti e meno siamo condizionabili».



da Il Piccolo 15 marzo 2005

Nota critica nei confronti dell'Associazione Venezia Giulia e Dalmazia

Esuli, l'Unione degli istriani contro la rivoluzione di Toth


Le dichiarazioni di Lucio Toth, presidente dell'Associazione nazionale Venezia Giulia Dalmazia (Anvgd) che nei giorni scorsi annunciavano la volontà di rifondare una nuova Federazione degli Esuli (l'organismo attualmente presieduto da Guido Brazzoduro) più unitaria e con nuovi connotati, lasciano perplessa l'Unione degli istriani.

Il presidente dell'Unione degli istriani Massimiliano Lacota non condivide nemmeno la forma ed il metodo usati. «Abbiamo appreso dell'iniziativa dai media prima ancora che l'Anvgd ci informasse via fax».

«Apprezzo l'iniziativa di Toth che in qualche maniera si è reso conto della situazione piuttosto stagnante in cui la Federazione è stata trascinata in questi ultimi anni - spiega Lacota - ma non riesco a capire perchè prima di diffondere questa sua intenzione al mondo intero non abbia avuto la pazienza di attendere fino a sabato prossimo, data fissata per la riunione dell'Esecutivo. Se questo voleva essere un inizio, siamo partiti purtroppo con il piede sbagliato.»

In particolare il presidente dell'Unione degli istriani non ha gradito certe affermazioni sulla maggiore importanza che l'Anvgd deve avere rispetto le altre associazioni aderenti alla Federazione, ribadendo invece che per il bene comune «è necessario più che mai che ogni organismo sia rappresentato pariteticamente e le decisioni assunte debbano necessariamente avvenire con l'unanimità, a costo di discutere ad oltranza per ore ed ore».

Per quanto riguarda la revisione dello statuto, Lacota si dice perfettamente d'accordo, sottolinenado la necessità di far aderire l'Associazione delle Comunità Istriane prima di ogni modifica. «Non dobbiamo dimenticare che si tratta della prima associazione degli esuli e farla rientrare nella Federazione, soprattutto in un momento delicato come questo, deve essere l'obiettivo primario di tutti».

Sulla questione delle divisioni emerse in occasione della recente Giornata del Ricordo, Lacota afferma che più di divisioni si può parlare di posizioni e strategie diverse, in quanto ogni associazione si distingue per storia, cultura e tradizione.



La Lega Nazionale solidale con l'Unione degli Istriani

Abbiamo ricevuto alcune email con le quali i nostri lettori ci hanno chiesto aiuto per ritrovare parenti o amici persi nei tragici mesi dell'esodo. Le riportiamo nella speranza che qualcuno ci possa aiutare.

Chi avesse notizie di queste persone è pregato di scriverci: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Bossi Rina Vittoria da Zara

Sto cercando, ormai da anni di trovare delle informazioni su una persona, mia bisnonna, di cui dopo la seconda guerra mondiale non siamo più riusciti ad avere notizie.
Lei si chiamava Bossi Rina Vittoria ed era nata nel 1906 il 22 dicembre.
Lei risiedeva a Fiume dove ha avuto un figlio Evilio Wild (mio nonno) e si è poi trasferita a Zara.
Dopo di questo non sappiamo più nulla tranne che si era sposata con un certo Corrado Leuzzi o Leuzi che probabilemnte faceva il carabiniere e dovrebbe aver avuto dal marito due figlie.
Da quel che sappiamo poi sono scappati in italia ma di loro non si trova traccia.
Potete aiutarmi in qualche modo, segnalandomi magari a chi devo rivolgermi.
Infinitamente grazie Valentina Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Luigi Agapito e Caterina Agapito a Pinguente

Il mio nome é Victor Hugo Ponce Agapito abito ne la Argentina citta di Mendoza e con referenza al articolo: " LeFoibe d'Istria...... " o trovato con pesare il nome dei miei zii Luigi Agapito e Caterina Agapito vitimi di quest'orrore a Pinguente.
Io avevo notizie di loro per antiche lettere che ancora conservo.
Loro figli ( 4 fratelli e 2 sorelle)) scriverono a mia famiglia raccontando i sucessi. Dopo loro furono a Trieste e non avevamo avuto piú notizie di loro.
Voglio conoscere qualcosa di quei fligli e di miei zii Luigi e Caterina. Vi domando qualche informazione di loro
Grazie Tante pronta ripostta
Arq. Victor Hugo Ponce Agapito

Vittoria Bossi nata a Fiume

Sto cercando di avere notizie su mia bisnonna.
Si chiamava Vittoria Bossi (figlia di Lea) e nata il 22.12.1906 a Fiume.
ha emigrato a Zara il 12.4.1932 come cittadina italiana e nel 1936 si è sposata con il signor Leuzi Corrado (forse un carabiniere) con il quale probabilmente è immigrata in Italia.
Chi ha notizie su di lei vi prego di comunicarmele.

Giuseppe Anzelmo a Trieste

Sto cercando un mio parente scomparso nel 45 a Trieste.
Faceva il carabiniere si chiamava Anzelmo Giuseppe, forse è stato deportato, come potrei fare per avere notizie più dettagliate? Ringrazio anticipatamente.  

Diego

Egidio Loi a Pola

Cerco notizie di Egidio Loi, 23 anni, proveniente dalla Sardegna, nel 1945 faceva il carabiniere ausiliario a Pola.
Nell'aprile 1945 la famiglia ebbe sue notizie.
Poi la famiglia seppe che fu fatto prigioniero e deportato in campo di concentramento in Iugoslavia ma vicino all'Italia.
Dopo i prigionieri del campo furono trasferiti per ignota destinazione.

Si sa che Egidio in quel periodo si sposò con una ragazza del posto, certa Giulia Giovannini dalla quale ebbe un figlio Giancarlo che perì tragicamente a Venezia nel 1968 nell'incendio della nave sulla quale prestava servizio.
Qualsiasi informazione sarà gradita.
Grazie di tutto.
Cordiali saluti
Giampaolo.

Antonio Cacciola a Pola

Buongiorno,
mio nonno Antonino CACCIOLA faceva il Carabiniere e poi il Milite repubblichino a Pola. Nel giugno del 45 è partito insieme a numerosi altri suoi commilitoni, tra i quali Michele PULCINELLA e Domenico FRACELLA., per ignota destinazione. Da allora non se ne è saputo più nulla.
Ricerchiamo notizie.
Nino B.

Severino Scarabello a Zirona Piccola

Mio nonno, Severino Scarabello era a Zirona Piccola nel 1943, era un semplice maestro e non ha fatto piu' ritorno in Italia.
Un suo collega disse di aver assistito alla sua fucilazione per mano dei partigiani comunisti di Tito.
Vorrei sapere di piu' sulla storia di quell'isola nel 1943 e se proprio li' ci sono fosse comuni o sono stati ritrovati corpi di italiani.
Il mio desiderio e' ovviamente quello di ritrovare almeno la salma di mio nonno.
Aveva circa 32 anni, era alto, moro, un uomo conosciuto e amato da tutta la popolazione di Zirona, come lui stesso scriveva nelle lettere.
So che forse non potete dirmi nulla di preciso, ma qualunque informazione mi sara' graditissima.,
grazie.

Eleonora

Giuseppe De Felice a Fiume

Gent.ma associazione, vorrei avere notizie di un mio parente:De Felice Giuseppe ( nato nel 1918 ) a Conca della Campania (Caserta )
Nel 1945 era in servizio nella Polizia Italiana a Fiume.
Grazie

De Felice P.

Il prossimo 29 novembre sarà una data storica per quelli che hanno studiato nel Liceo "Carlo Combi" di Capodistria, fatto chiudere dalle autorità jugoslave negli anni cinquanta.

La loro scuola discende infatti da quel Collegio dei Nobili istituito 330 anni or sono dal Doge.

Con la caduta della Repubblica Veneta divenne Ginnasio in lingua italiana sotto la dominazione austriaca e dopo il 1918 con l'avvento dell'Italia assunse il nome di "Carlo Combi". Tra gli allievi degni di nota: il violinista compositore Giuseppe Tartini e lo storico triestino Pietro Kandler. Anche il rovignese Antonio Santin, futuro vescovo di Trieste e Capodistria prese il diploma di maturità in questo istituto.

Questa allegata è la prima pagina del decreto ducale emesso dal Doge Nicolò Sagredo.

Il Piccolo 15/08/05 - Dati anagrafici errati degli esuli, Unione degli Istriani : parte un appello al ministero

Centinaia di proteste

Dati anagrafici errati degli esuli Parte un appello al ministero

«Non possiamo accettare una simile situazione». L’Unione degli istriani, a firma del presidente Massimiliano Lacota, protesta vivacemente contro ciò che sta accadendo in questi giorni agli esuli quando chiedono una duplicazione della carta di circolazione o quando acquistano una macchina nuova: trovano accanto alla città di nascita (ad esempio Pola) anche l’indicazione dello Stato (per giunta sbagliato, poiché la stessa Pola viene situata in «Serbia-Montenegro»).

Sono oltre un centinaio, afferma Lacota, le segnalazioni pervenute in pochi giorni all’Unione degli istriani da tutta Italia, «con tanto di documentazione e note di protesta per la mancata applicazione della legge del 15 febbraio 1989, n. 54». La quale impone che tutte le amministrazioni dello Stato e del parastato, gli enti e in genere ogni ufficio o ente «nel rilasciare attestazioni, dichiarazioni, documenti ai cittadini italiani nati in comuni già sotto la sovranità italiana e oggi compresi in territorio ceduti ad altri Stati hanno l’obbligo di riportare, come luogo di nascita, solo il nome italiano del Comune, senza alcun riferimento allo Stato cui attualmente appartiene».

Il problema, secondo Lacota, sta «nei programmi dei terminali della Motorizzazione civile e del Pubblico registro automobilistico, gestito dall’Aci». I quali pare non siano in possesso di una circolare per l’inserimento dei dati corretti. Né è aggiornato il «cervellone» di Roma. E’ stato interessato il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, che ha promesso di occuparsene dopo le ferie estive. A ottobre partirà una verifica. Simile problema esiste per le tesserine del codice fiscale, dove accanto al nome italiano del Comune di nascita viene ancora aggiunto: «Jugoslavia».

Il Piccolo 15/08/05

Ringrazio molto affettuosamente tutti i presenti, che hanno voluto partecipare oggi al ricordo dell’avv. Lino Sardos Albertini, padre fondatore dell’Unione degli Istriani. E’ grazie a lui, alla sua insistenza e tenacia, ed alla sua volontà di non accettare supinamente assurde ed illogiche imposizioni, che l’Unione degli Istriani venne costituita, il 28 novembre 1954, subito dopo la sottoscrizione del Memorandum di Londra che aveva assegnato la Zona B all’amministrazione provvisoria, civile e militare, della Jugoslavia.

L’Unione degli Istriani dunque nacque come risposta alla gravissima situazione che si era venuta a creare con tale Accordo, per il quale altri cinquantamila istriani scelsero la libertà di espressione e di sentimenti, abbandonando città e campagne di quell’ultimo lembo di terra, che fino all’ultimo istante si sperava potesse rimanere sotto la sovranità italiana.

Allora, la nostra Associazione nasceva, secondo la giusta ed ancora oggi più che mai attuale intuizione di Lino Sardos Albertini, con un presupposto ben preciso: doveva necessariamente essere una associazione indipendente e svincolata da qualsiasi legame con i partiti politici, e proprio per questo in grado di tutelare gli interessi di tutti gli esuli istriani.

Un organismo nuovo, rispetto le altre realtà già esistenti ed operanti, veramente rappresentativo dell’intera compagine e talmente forte da poter intervenire in ogni momento a difesa delle giuste rivendicazioni e delle istanze degli istriani, e non solo.

E la grande, straordinaria capacità di Lino Sardos Albertini fu proprio quella di aver saputo creare questa nostra Unione in armonia con le associazioni consorelle, dando prova di rara capacità organizzativa e di persuasione.

Non posso dire di aver conosciuto l’avv. Lino, anche se l’ho visto alcune volte, e l’ultima, cinque anni fa, ad una riunione del Consiglio Direttivo, la prima a cui partecipavo. Posso affermare, invece, che egli è stato un uomo straordinario. Ho capito in questi pochi mesi, da quando sono stato chiamato a presiedere l’Unione degli Istriani, quanto egli abbia fatto per affermare in ogni sede e con ogni mezzo civile e democratico l’italianità della Zona B dell’Istria, denunciando già nei primi anni Settanta i primi cedimenti dell’Italia nei confronti del maresciallo Tito e, molto probabilmente, intuendo (poiché una delle sue doti era veramente l’intuizione) prematuramente ciò che poi si sarebbe verificato.

E l’ho capito rileggendo in queste ultime settimane tutti gli atti di quel periodo conservati nell’archivio del mio ufficio, nella stanza vicino a questa: lettere, appunti manoscritti, centinaia di telegrammi inviati anche quotidianamente, centinaia di verbali, frutto di riunioni fino a notte inoltrata nel suo studio di via del Coroneo, dove era solito convocare le riunioni di Giunta, con l’appoggio incondizionato, non verbale ma attivo e dinamico, dei suoi più stretti collaboratori, tra i quali cito a dovere il prof. Italo Gabrielli, che conosco personalmente, e l’avv. Libero Coslovich, presenti stasera in sala.

E poi le migliaia di fotografie, scattate durante le occasioni importanti, bellissime quelle del raduno del 1964, ad esempio. In tutte le immagini c’è questa figura onnipresente, la sua, che dava energia e trasmetteva grande sicurezza, forse anche per la sua mole. E sui i volti delle persone immortalate mentre lo ascoltano, si leggono chiaramente espressioni di profonda ammirazione e di naturale approvazione.

Questo è stato l’avv. Lino, per tutti noi. Sacrificando una parte importante della sua vita, probabilmente trascurando la sua attività professionale e sottraendo parte del suo tempo anche all’affetto della sua famiglia, egli ha dedicato strenuamente quanto poteva alla causa istriana, mobilitando in tutta Italia, tutte le associazioni, gli enti e le singole persone che osavano manifestavare la propria contrarietà alla ratifica del Trattato di Osimo.

Ebbe anche l’idea di intraprendere un viaggio in America, proprio per sensibilizzare sul problema, molto sentito anche oltreoceano, non solo le nostre comunità di esuli, ma tutti gli italiani colà residenti. Ricevette l’appoggio incondizionato da tutti e centinaia furono gli appelli scritti inviati dai nostri connazionali emigrati ai vari Rumor, Fanfani, Medici, Andreotti e Moro. Ho persino trovato, proprio l’altro giorno, cinque articoli (maggio ’73) che egli aveva fatto pubblicare su quotidiani inglesi e tedeschi per richiamare anche l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale.

Ma la storia ha avuto un altro corso, e la grande battaglia contro l’ingiustizia che ha condannato anche chi poteva ritornare da italiano in Istria, nella Zona B, venne persa. Non possiamo, questo è certo, dire che Lino non ce l’abbia messa tutta, assieme alla sua “squadra”, ed alle migliaia di triestini che si riconoscevano in lui e nelle sue giuste istanze. Anche tra la nostra gente, allora, senza fare in questa occasione nomi di personaggi a noi noti, avevamo chi si è spogliato della propria dignità e della propria storia, votando a favore della cessione alla Jugoslavia della casa in cui era nato solo qualche decennio prima, del mare dove aveva trascorso i pomeriggi d’estate, della campagna che la propria famiglia aveva coltivato per secoli.

Non ne avremo altri come lui, di profonda fede cristiana, di ammirevole correttezza ed onestà intellettuale. Non ci sarà più un altro Lino, ma vivrà in noi il suo ricordo attraverso gli insegnamenti e l’eredità morale che ci ha lasciato.

Non mi resta che ringraziare dal profondo del cuore l’avv. Lino, che sono convinto stasera possa sentirci, per ciò che ha saputo fare con grande coraggio e dignità.

Siamo forse noi oggi, che oramai delusi e rassegnati facciamo troppo poco, lasciando, per giunta consapevolmente, che i nostri diritti vengano calpestati e che qualcuno si permetta ancora di prendersi gioco di noi.

Lino, questo, non l’avrebbe certamente permesso, ed io oggi, state pure tranquilli, nemmeno.


Massimiliano Lacota - Presidente dell'Unione degli Istriani , Trieste - 17 giugno 2005

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