Bruno Vespa e gli anni difficili della «questione Trieste»

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L’arrivo delle truppe di Tito, l’attendismo degli Alleati, il dramma delle foibe
Il Piccolo - 04/11/05


Si intitola «Vincitori e vinti. Le stagioni dell’odio dalle leggi razziali a Prodi e Berlusconi» il nuovo libro di Bruno Vespa, il giornalista di «Porta a porta», che Mondadori distribuirà nelle librerie martedì. Una lunga cavalcata attraverso le lotte che hanno diviso l’Italia negli ultimi settant’anni.

Non poteva mancare un capitolo dedicato alla «questione Trieste», intitolato «Dove siete, brigate partigiane dell’Alta Italia?», che anticipiamo per gentile concessione della casa editrice Mondadori.
L’attacco finale ai confini italiani partì il 17 aprile 1945. Basta guardare su una carta geografica il percorso della IV armata di Tito, che si muoveva d’intesa con le brigate partigiane slave, per capire quale fosse la strategia politica del maresciallo.

Lubiana era in mani nazifasciste. Sarebbe stato ragionevole liberarla subito. E invece no. Tito sapeva che la realpolitik gli avrebbe restituito a tavolino la città, che fu raggiunta infatti soltanto l’11 maggio. Erano parti d’Italia che occorreva conquistare per sottrarle alle potenze occidentali. Accadde così che i reparti neozelandesi che si muovevano in zona furono drammaticamente lenti. E i reparti slavi drammaticamente veloci. Il 20 aprile varcarono il confine italiano. Il 1° maggio entrarono a Trieste e a Gorizia, il 3 a Fiume, il 4 a Pola, completando l’occupazione dell’intera penisola istriana. (Un reparto neozelandese arriverà a Trieste il 2 maggio, ma troverà che in poche ore gli slavi hanno assunto il pieno controllo militare della città).
Istantaneamente, ricorda Oliva, «l’esercito iugoslavo insedia dovunque i Comitati popolari di liberazione che assumono il potere politico-amministrativo e i cui membri sono quasi tutti di nazionalità slava, con l’inserimento di alcuni italiani di “provata fede comunista”». Gli antifascisti non comunisti compresero di aver perso la partita nel momento stesso in cui furono sicuri di averla vinta. Avevano partecipato all’insurrezione triestina, ma i comunisti slavi misero immediatamente alla porta il Cln dando seguito a un ordine del comitato centrale del Partito comunista iugoslavo ai propri reparti al fronte: «Considerate ogni insurrezione che non si fondi sul ruolo guida della Iugoslavia di Tito come un sostegno all’occupatore e un inizio della guerra civile».

I triestini, i goriziani e gli istriani erano disperati. Racconta un testimone, lo scrittore Pier Antonio Quarantotti Gambini («Primavera a Trieste»): «Dove siete, brigate partigiane dell’Alta Italia, di cui sentiamo parlare da mesi? Possibile che nessun comandante abbia l’occhio acuto e il cuore pronto, che nessuno pensi a passare il Piave, il Tagliamento, l’Isonzo...? E che fa la “Osoppo”, che è quassù, a poche decine di chilometri da noi? Possibile che... soltanto gli iugoslavi pensino al Carnaro, all’Istria, a Trieste, a Gorizia…? Non possiamo crederlo... Ma una voce, nel fondo della nostra amarezza, ci dice di no: gli italiani... saranno assenti. Nessuno ci verrà in aiuto. Gli italiani, come troppe altre volte, scambiano per storico l’effimero. Gli italiani ammazzano Claretta, e non si accorgono che l’ala della storia batte sulle Alpi Giulie».

Poco dopo lo scrittore doveva arrendersi alla drammatica evidenza e trasformarsi in cronista della sconfitta nazionale: «Nella tarda serata di ieri gli uomini di Tito, incoraggiati dall’inerzia degli Alleati, espellevano brutalmente il Cln dalla Prefettura, ch’è restata così nelle loro mani. E tutti gli edifici pubblici... sono ormai occupati e vigilati, con le mitragliatrici a ogni entrata, dagli iugoslavi. Da ogni parte vengono segnalati arresti d’italiani più che di fascisti, e le nostre bandiere vengono strappate dalle finestre».
Un altro cronista è Silvio Benco («Contemplazione del disordine»). La sua testimonianza è del 5 maggio, quando a Trieste si formò un corteo spontaneo di italiani issando il tricolore nell’illusione di contrastare, almeno simbolicamente, un’occupazione che diventava sanguinosa: «Quando un’immensa folla... s’accalcò su le vie al grido “Italia! Italia!” si scaricarono su di essa le mitragliatrici... Ogni giorno dalle case perquisite ne erano portati via con gli autocarri alcuni che non tornavano più... “E gli Alleati lo sanno; gli Alleati stanno a guardare. Osservano”».

Crainz cita il diario di Mafalda Codan, figlia e nipote di possidenti di Parenzo arrestati e gettati nelle foibe nella prima ondata di violenze dell’autunno del 1943: «Con un filo di ferro mi legano le mani dietro la schiena e mi fanno salire su una macchina … Prima sosta, Visinada. Mi portano sulla Foibe, la pulizia etnica del maresciallo Tito, piazza gremita di gente, partigiani, donne scalmanate urlano, gesticolano, imprecano. Stoinich mi presenta come italiana, nemica del popolo slavo, figlia di uno sfruttatore dei poveri, tutti cominciano a insultarmi, a sputacchiarmi, a picchiarmi con lunghi bastoni e a gridare: a morte, a morte...».

Bruno Vespa