Le ferite di Gorizia

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Livio Turini
ex presidente dell’Agi
Il Piccolo 27/07/06 Lettere


Rispondo alla lettera del Consigliere provinciale del Pdcl di Monfalcone Alessandro Perrone. Ds-Verdi-Cattolici rinnegati, respingono con supponenza le critiche dei cittadini contro il pericolo comunista, perché sostengono che questa ideologia è ormai scomparsa. Nulla di più falso. Rifondazione Comunista e il Pdci, con il loro stesso nome smentiscono questa tesi.
I post comunisti dei Ds che hanno cancellato Marx, Lenin e Stalin, collaborano con questi due partiti per conquistare il potere e sconfiggere i cittadini democratici, definendoli conservatori, borghesi (buoni e cattivi secondo Bertinotti), disonesti, mafiosi ecc., non degni di governare l’Italia.
Spero che Lei sia un giovane politicante che non conosce la storia di Gorizia, mia città natale e dei tragici eventi che sconvolsero la città durante la criminale occupazione titina di Gorizia del maggio 1945.
Deportazioni, assassini, infoibamenti, la fuga dei giovani oltre l’Isonzo, fu la liberazione che gli sloveni jugoslavi imposero ai goriziani. Questa è la verità storico politica che i vecchi goriziani devono denunciare, perché testimoni dei crimini commessi dagli sloveni jugoslavi, durante l’occupazione comunista di Gorizia. La città non fu liberata dai partigiani jugoslavi.

Questa è una vergognosa menzogna.
Era già libera, perché il 29 aprile i tedeschi lasciarono la città per consegnarsi agli alleati. I volontari del Cln impreparati politicamente e militarmente, si scontrarono con i serbi in ritirata. Diversi volontari furono assassinati. Gorizia rimase libera dal 29 aprile al 2 maggio. Nella stessa giornata reparti di partigiani sloveno jugoslavi occuparono la città, commettendo delitti contro l’umanità. Il Cln entrò nuovamente nella clandestinità e due suoi membri, Sverzutti e Olivi noti antifascisti goriziani, furono arrestati e deportati in Jugoslavia e insieme ad altri 680 cittadini innocenti, sparirono nel nulla.

Gorizia fu invasa e conquistata dagli jugoslavi, non liberata, perché era già libera. Un reparto di partigiani italiani comunisti della Garibaldi Natisone presidiò la città considerandola nemica, perché contraria all’annessione alla Jugoslavia comunista di Tito. È indegno che gli slavo-comunisti rinneghino e stravolgano la storia del popolo goriziano, per interessi personali o di partito. È indubbio che il Friuli Venezia Giulia era per gli alleati un territorio nemico, ma giuridicamente secondo le leggi
internazionali, fece parte dello Stato Italiano fino al 1946, anno in cui fu firmato il trattato di pace, che assegnò parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia. Terra di conquista, ma gli alleati liberarono gli italiani, mentre gli sloveni jugoslavi massacrarono i goriziani. I 230 partigiani comunisti della provincia, caduti combattendo contro i nazifascisti, non hanno combattuto per la liberazione di Gorizia, ma per consegnare la città e il suo popolo alla Jugoslavia comunista.

Gorizia fu annessa politicamente alla Jugoslavia, entrando a far parte della VII Repubblica Federativa. Nei 40 giorni di occupazione titina, i manifestanti sloveni calati dai monti e i comunisti italiani della provincia, gridavano per le strade della città Jugoslavia - Jugoslavia - Gorica je nasa (cioè jugoslava). Questa è la verità sacrosanta, che gli slavi comunisti e la lobby del sindaco filo slavo Vittorio Brancati vogliono nascondere, affinché le giovani generazioni non sappiano che i nazional irredentisti sloveni e i comunisti italiani tradirono l’Italia e vendettero Gorizia e il suo popolo alla Jugoslavia comunista.

Lo scrivente e i goriziani indigeni non sono razzisti o antislavi. Difendono la millenaria identità italiana della città. Gli aggressori nemici di Gorizia non sono gli slavi, coloni immigrati nel Friuli dalla Carniola o dalla Carantania, con i quali conviviamo pacificamente da mille anni, ma i fanatici nazional fascisti sloveni che vogliono slavizzare Gorizia. I politici goriziani di cultura italiana sanno che questa è la vera storia di Gorizia. Di conseguenza devono, in nome della dignità e onestà intellettuale
difendere l’identità della città, opponendosi al bilinguismo.

Livio Turini
ex presidente dell’Agi