• 040365343
  • Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

ROMA - "Il cuore nel pozzo" che, nei giorni 6 e 7 febbraio su Raiuno racconterà cosa è stata la tragedia delle foibe. Dietro la cinepresa c'è il regista Alberto Negrin, dalla mano particolarmente felice quando è alle prese con la seconda guerra mondiale (suo il 'Perlasca' ma non si dimentica 'Una questione private' ispirata al romanzo di Fenoglio) la produzione è di Angelo Rizzoli. Girato l'estate scorsa alle bocche del Cattaro in Montenegro la fiction ripercorre attraverso gli occhi di un bambino, Francesco Bottini (interpretato da Adriano Todaro) la tragedia che anticipò il concetto barbaro della pulizia etnica, portato alle estreme conseguenze negli anni '90 con il crollo della Jugoslavia e le guerre balcaniche.

Francesco è figlio di un medico e un'insegnante, Giorgio (Cesare Bocci) e Marta (Mia Benedetta), che verranno infoibati per ordine di un crudele comandante partigiano, Novak, interpretato dal bravo attore serbo Dragan Bjelogrlic. Affidato a un prete, Don Bruno (Leo Gullotta), il bambino sarà protagonista, assieme a dei coetanei, di una disperata fuga complicata dall'accanimento di Novak. Il comandante titino ha motivi squisitamente personali: il suo odio etnico è legato all'abbandono da parte dell'amante italiana, Giulia (Sonia Aquino), che gli ha anche sottratto il figlio nato da quella relazione, Carlo (il piccolo Gianluca Grecchi), anch'esso affidato a Don Bruno. Nel cast c'è anche Beppe Fiorello, già Salvo D'Acquisto per Raiuno, che interpreta un alpino.

''Ho girato in maniera assolutamente libera - ha detto Negrin - pur nella corrispondenza ai fatti accaduti cui si ispira la storia che stiamo per raccontare''. La sceneggiatura è stata scritta da Massimo De Rita con Salvatore Maccarelli, Luigi Montefiori e lo stesso Negrin.

Le foibe, termine dialettale che significa fosse, sono voragini rocciose, a forma di imbuto rovesciato, create dall'erosione di corsi d'acqua. Ebbero la loro massima intensità nei quaranta giorni dell'occupazione jugoslava di Trieste, Gorizia e dell'Istria, dall'aprile fino a metà giugno '45, quando gli anglo-americani rientrarono a Trieste occupata dalle milizie di Tito. Come scrive Gianni Oliva nel suo libro sulle foibe, gli ordini di Tito e del suo ministro degli esteri Kardelj non si prestavano a equivoci: 'Epurare subito'. Ci fu una vera e propria caccia all'italiano, con esecuzioni sommarie, deportazioni,processi farsa, infoibamenti. In quel periodo solo a Trieste furono deportate circa ottomila persone: solo una parte di esse potrà poi far ritorno a casa. Tutto fini' il 9 giugno quando Tito e il generale Alexander tracciarono la linea di demarcazione Morgan, che prevedeva due zone di occupazione, la A e la B, dei territori goriziano e triestino, confermate dal Memorandum di Londra del 1954. è la linea del confine orientale dell'Italia, caduta solo nel 2004 con l'ingresso della Slovenia nella Ue. La persecuzione degli italiani, però durò almeno fino al '47, soprattutto nella parte dell'Istria più vicina al confine.

Dopo 60 anni le stime non sono ancora precise: i morti italiani infoibati furono tra i 10 e i 15 mila. Erano italiani che volevano restare italiani e che per questo si opponevano all'espansionismo del maresciallo Josip Broz Tito nella Trieste e nell'Istria occupata dopo la fine della Seconda Guerra.

La pulizia etnica titina non risparmiò nè gli antifascisti e neppure i partigiani del Comitato di liberazione nazionale. Ma le vittime furono doppiamente vittime perchè dimenticate per anni. Un vero e proprio tabù storico durante la Guerra Fredda

da ANSA - 15/01/05

Il Piccolo 23/01/07

Il Comune vara un percorso storico-culturale che unisce anche la Risiera e i
musei de Henriquez e del Risorgimento - L'assessore Greco: «La città racconta la storia del '900»

Foiba di Basovizza, lavori conclusi

Il centro studi alla Lega nazionale

di Pietro Comelli

Il monumento nazionale della Foiba di Basovizza racconterà alle giovani
generazioni la storia del '900. Il pozzo dove nel '45 i partigiani titini
gettarono italiani, tedeschi e sloveni considerati collaborazionisti sarà
inserito all'interno di un percorso storico contemporaneo triestino, assieme
alla Risiera di San Sabba, il museo de Henriquez e quello del Risorgimento.
È questo il «pacchetto» completo sul '900 che il Comune si appresta ad
offrire alle scuole, e non solo, dopo l'ultimata riqualificazione del
sacrario di Basovizza.

Il cantiere consegnato ieri mattina dall'impresa Innocente & Stipanovich all'amministrazione
comunale è costato 805mila euro e reso possibile dall'utilizzo dei fondi (5
milioni di euro) messi a disposizione nel 2004 dal governo Berlusconi, in
occasione del cinquantesimo anniversario del ritorno di Trieste all'Italia,
e accantonati dalla giunta Dipiazza.

Lavori iniziati il 28 novembre 2005 sotto la direzione di Ennio Cervi, con
la parte monumentale progettata anche da Livio Schiozzi, e terminati sabato
scorso andando a ridisegnare l'intera area utilizzando ginepri, rame, legno
e pietra. Il tutto racchiuso da un muretto carsico, utilizzado le pietre
ricavate dagli scavi della Grande viabilità. «Abbiamo tenuto conto delle
esigenze estetiche e del paesaggio, oltre della sacralità del luogo», spiega
Franco Bandelli, assessore ai Lavori pubblici.

All'ingresso del sacrario lungo la strada è stata posizionato una lastra di
marmo, sullo sfondo a debita distanza dalla foiba sono state costruite due
casupole che ospiteranno il centro di documentazione storica-culturale.
Quello che consentirà di illustrare ai visitatori (grazie a pannelli, video,
internet e libri) la tragedia delle foibe. Il centro, gestito con un impegno
triennale dalla Lega nazionale, sarà visitabile con un orario in via di
definizione (dalle 10 alle 19 fra aprile e settembre; dalle 10 alle 17 fra
ottobre e marzo).

L'attività della Lega nazionale sarà coordinata dall'area Cultura, del
direttore Adriano Dugulin, che con l'assessore Massimo Greco punta a far
conoscere in tutta Italia il «pacchetto» storico del '900: «Il sito si
inserisce all'interno di un percorso storico contemporaneo - spiega - che
con la sola Risiera di Sabba ogni anno richiama già a Trieste 100 mila
persone». Un turismo culturale e scolastico, insomma, mettendo a
disposizione dei visitatori non solo un monumento, ma anche la possibilità
di documentarsi.

Gli sforzi del Comune si concentreranno adesso sul museo de Henriquez e
quello del Risorgimento, dopo la riqualificazione del sito di Basovizza. La
lastra in pietra che fino a poco tempo fa copriva la foiba è stata avvolta
nel corten, una sorta di acciaio color ruggine, sopra il quale è stato
eretto un monumento con una croce, che ricorda la carrucola con la quale nel
dopo guerra furono recuperate alcune salme degli infoibati.

«Dopo la storia dei vincitori e dei vinti - dice Dipiazza - è arrivato il
momento di raccontare solo la storia, senza tensioni. A tale riguardo
ricordo che i lavori alla Foiba di Basovizza sono stati possibili di comune
accordo con la Comunella di Sant'Antonio in Bosco, che esercita la sua
competenza nella gestione del terreno. Significa che tutti siamo voluti
andare avanti, senza divisioni». Il nuovo complesso monumentale sarà
ufficialmente inaugurato nel corso della «Giornata del Ricordo» del prossimo
10 febbraio. Un appuntamento al quale è stato invitato il presidente del
Senato, Franco Marini, anche se la presenza della seconda carica dello Stato
non è ancora stata confermata. Il programma della giornata sarà reso noto
lunedì prossimo nel salotto azzurro del Municipio.

Il programma delle rappresentazioni:

ROMA 28 GENNAIO ANTEPRIMA
Palazzo dei Congressi dell'Eur (ore 18.00): Anteprima Rai della nuova fiction "Il cuore nel pozzo" in occasione del Giorno del Ricordo e che andrà in onda su Rai Uno il 6 e 7 febbraio in prima serata. Prodotta dalla Rizzoli Audiovisivi, realizzata da Angelo Rizzoli per Rai Fiction, vede tra i protagonisti Leo Gullotta, Beppe Fiorello, Antonia Liskova con la regia di Alberto Negrin. Il film sarà presentato dal Ministro per le Comunicazioni on. Maurizio Gasparri. A disposizione un servizio navetta gratuito andata/ritorno dal Quartiere Giuliano-Dalmata.

TRIESTE 3 FEBBRAIO ANTEPRIMA
Presentazione in anteprima della fiction Rai sulle foibe "Il cuore nel pozzo", alla presenza del Ministro delle Comunicazioni on. Maurizio Gasparri.

RAI UNO DOMENICA 6 FEBBRAIO
prima parte - ore 20.45

RAI UNO LUNEDI' 7 FEBBRAIO
seconda parte - ore 20.45

Il Secolo d'Italia - http://www.digital-sat.it/new.php?id=8265

La Rai deve occuparsi del Giorno del Ricordo e rinnovare nell'opinione pubblica, con un palinsesto ad hoc, la memoria della vittime delle foibe. In vista del 10 febbraio, la giornata dedicata al ricordo della tragedia, il presidente della commissione parlamentare di Vigilanza Mario Landolfì ha scritto al presidente della Rai Claudio Petruccioli, per sottolineare che è opportuno che la Rai, società concessionaria del servizio radiotelevisivo pubblico, «ponga in essere ogni accorgimento atto a illustrare la ricorrenza e a rinnovare nella memoria degli italiani il ricordo di quei tragici avvenimenti».

Landolfì osserva che «questo compito rientra a pieno titolo tra le finizioni proprie della società concessionaria: garantire la memoria degli avvenimenti passati è indispensabile non solo al tributo morale che è dovuto a chi rimase vittima di quello sterminio, ma anche a far sì che simili tragedie non abbiano a ripetersi nella storia dei Paese e dell'umanità. Il 10 febbraio - ricorda - è la giornata dedicata alla conservazione e al rinnovo della memoria della tragedia di tutte le vittime delle foibe, nonché dell'esodo dalle loro terre degli italiani d'Istria, di Fiume e della Dalmazia che si trovarono, a seguito deUe dolorose vicende dell"ultimo conflitto mondiale, in territori transitati all'ex Repubblica Jugoslava».

Continua Landolfì nella lettera a Petruccioli: «Il giorno della memoria fissato al 10 febbraio di ogni anno è riconosciuto quale solennità civile e riveste quest'anno un significato peculiare poiché coincide con il 60esimo anniversario della firma del Trattato di Parigi, con il quale le potenze che presero parte alla Seconda Guerra Mondiale sancirono la definitiva conclusione del conflitto. Il secolo appena trascorso - conclude -ha purtroppo conosciuto una molteplicità dì analoghi, terribili avvenimenti, nei quali la perversa determinazione allo sterminio risulta ancora più evidente se la si confronta con i traguardi raggiunti dal progresso umano in ogni campo».

Sottolinea infine Landolfì: «E' compito della nostra generazione conservare il ricordo di ciascuna di tali tragedie, consegnando ai giovani il senso della sacralità complessiva della vita umana e dell'empietà di ogni azione che la sottometta.a qualsivoglia esigenza ideologica o strumentale. In questo, il ruolo della Rai sarà insostituibile: sono certo di interpretare il sentimento di tutta la Commissione che ho l'onore di presiedere nel raccomandare che la programmazione della concessionaria corrisponda pienamente a tale esigenza».

Renato Berio
per "Secolo d'Italia"

IL CUORE NEL POZZO da Rai Fiction

Istria, 1944. Novak, slavo, appena fuggito di prigione, torna da Giulia, la donna italiana che lo aveva denunciato per averla violentata. Rivuole suo figlio, Carlo, un bambino che adesso ha sei anni. Giulia riesce a mettere in fuga Novak, e, per proteggere il bambino, lo nasconde nell'orfanotrofio di Don Bruno.

Un anno dopo nella piccola cittadina istriana arrivano i soldati di Tito. Tra loro c'è Novak, animato dal desiderio di vendetta e dalla volontà di ritrovare suo figlio. Lo scompiglio in città è grande e la famiglia Bottini si trova a dover decidere se restare o partire. Walter, amico di famiglia e delegato della resistenza del CNL, li spinge a lasciare la loro casa insieme al loro bambino, Francesco, di dieci anni. Poco prima della partenza Don Bruno, che conosce bene Giorgio e Marta Bottini, gli affida il piccolo Carlo, senza però rivelare la vera identità del bambino. Per Francesco è un duro colpo: oltre alla tristezza per dover abbandonare il paese in cui è nato, vi è anche la gelosia nei confronti di Carlo, un fratello imposto con la forza e che lui proprio non vuole. La mattina fissata per la partenza, però, una retata dei titini separa i genitori dai due bambini. Solo l'interevento di Anja, la giovane aiutante di Don Bruno e di Ettore, il suo fidanzato ed ex soldato, permette a Francesco e Carlo di sfuggire a Novak. I due bambini si rifugiano a casa dei Bottini, dove un violento bombardamento rende sordo Carlo. Francesco, solo e disperato, decide di riportare Carlo all'orfanotrofio di Don Bruno. Durante il cammino si imbattono in un camion carico di prigionieri italiani, tra i quali Francesco riconosce i genitori. Vorrebbe chiamarli ma l'arrivo di Ettore glielo impedisce. Si sentono spari in lontananza, Francesco sfugge a Ettore e corre in direzione degli spari. La scoperta è terribile: all'interno di una foiba Francesco trova i corpi dei suoi genitori.

Ettore riporta i bambini da Don Bruno. Francesco è disperato, furibondo e se la prende con tutti, soprattutto con Ettore che considera un codardo e un traditore. Ma nemmeno l'orfanotrofio si rivela sicuro: Novak infatti arriva con i suoi titini e cattura Don Bruno, Anja e gran parte dei bambini, portandoli al suo accampamento. Solo Francesco, Carlo e altri due ragazzini riescono a nascondersi. Rimasti soli, decidono di raggiungere a loro volta la caserma dei titini, nel disperato tentativo di salvare Don Bruno e gli altri bambini.
Nel campo di prigionia, intanto, Novak cerca inutilmente di sapere da Giulia e Don Bruno, dove si trovi Carlo. Mentre Walter decide di far fuggire dalla caserma i prigionieri, provocando un incendio nel deposito degli esplosivi con l'aiuto di Ettore, i bambini possono finalmente ricongiungersi agli adulti e iniziare una disperata fuga. Giulia può abbracciare il figlio Carlo, ma la sua gioia è di breve durata: Novak è già sulle loro tracce. Giulia decide di sacrificarsi: e fugge trascinandosi dietro i titini. Catturata da Novak non ha altra possibilità per mantenere il suo segreto che quella di suicidarsi, gettandosi in una foiba. Novak però non demorde. La sua è ormai diventata una guerra personale, mossa dalla rabbia e dal desiderio di trovare Carlo. Si trascina dietro Walter e con un gruppo di titini riprende la caccia.

Nel frattempo il gruppo di bambini guidati da Don Bruno e Ettore sta affrontando una dura marcia attraverso le montagne, verso la salvezza rappresentata dai territori non ancora occupati dall'esercito jugoslavo. La marcia è resa ancor più difficile da Anja che, violentata dai titini nell'accampamento, è in uno stato confusionale e vorrebbe rinunciare alla fuga. Solo la forza di volontà di Don Bruno e Ettore riescono a convincerla a continuare. La marcia è rischiosa: devono procedere nel massimo silenzio, di notte, senza viveri. Durante il cammino Ettore salva la piccola Sara da una mina, conquistandosi così l'ammirazione di Francesco. I titini però non mollano, e il rumore della mina esplosa li porta nel luogo dove i bambini sono nascosti, nelle grotte. Novak propone uno scambio: la libertà di tutti in cambio di suo figlio. È Walter a immolarsi a questo punto: urla a Don Bruno di non cedere alle false proposte di Novak, ma un colpo di pistola alla nuca interrompe per sempre il suo appello. Il gruppo di titini si divide, una parte aggira la montagna e riesce a raggiungere il gruppo in fuga. Mentre l'altra parte è bloccata da un'azione militare di Ettore, il quale riesce a tornare in tempo per salvare Anja da un nuovo tentativo di violenza da parte di Bostjan, il feroce braccio destro di Novak. Per Francesco la rivelazione che Carlo è il figlio dell'uomo che li insegue e che ha ucciso i genitori è un duro colpo. In un primo momento ritiene anche Carlo responsabile della morte dei genitori, ma poi, l'affetto che ormai prova per il bambino, lo porta a rafforzare il legame con lui e a considerarlo, per la prima volta, davvero un fratello. Carlo, ormai sicuro dell'affetto di Francesco, gli rivela di non essere più sordo, ma di aver finto di esserlo a lungo per poter ascoltare le parole di Francesco e capire se gli volesse bene. La piccola comitiva raggiunge un villaggio semi abbandonato, dove però riescono a recuperare dei preziosi viveri. A loro si aggiunge la famiglia Pavan, in fuga verso il confine. I titini, più veloci grazie ai camion, sono nuovamente vicinissimi, e Pavan, borsanerista senza scrupoli, approfitta di un momento di distrazione del gruppo per riportare il piccolo Carlo a Novak e comprare in questo modo la salvezza per sè e la sua famiglia. Per la prima volta Novak si trova umanamente disarmato di fronte al figlioletto, a cui ha ucciso la madre. Il coraggioso intervento di Ettore e di Francesco interrompe l'incontro e permette ancora una volta la fuga al gruppo con l'aiuto di tre soldati dell'esercito italiano. La vetta è quasi raggiunta e la salvezza vicina, resta un unico ostacolo, insormontabile: l'ultimo tratto di strada non è coperto dal bosco, saranno un bersaglio fin troppo facile per i titini. Ettore decide di sacrificarsi e opporre resistenza all'avanzata di Novak per permettere al gruppo di guadagnare strada e mettersi in salvo. Insieme a lui decidono di rimanere anche i tre soldati e a un riluttante Pavan. Prima però Ettore chiede a Don Bruno di celebrare il matrimonio con Anja: una cerimonia breve ma commovente. Poi, il gruppo si rimette in cammino per raggiungere l'ormai vicino confine. Al risuonare dei primi colpi di pistola Francesco, però, torna indietro, e impugnando la pistola cha Carlo aveva trovato al villaggio, si ritrova nel mezzo dello scontro a fuoco. Francesco punta l'arma contro Novak, urlando tutta la sua rabbia per l'assassinio dei genitori. Ma interviene Don Bruno a proteggere il ragazzo e nel parapiglia rimane colpito a morte. Il suo sacrificio permette a Ettore di sorprendere Novak e di ucciderlo.

Francesco e Ettore si riuniscono a Anja, Carlo e gli altri bambini. Le montagne sono state scavalcate, la salvezza raggiunta. Sotto di loro, nella valle, una colonna di profughi si dirige verso una nave mercantile che li riporterà in Italia.

di RENZO MARTINELLI*

Qualche anno fa ho girato un film che si intitolava “Porzus”. Raccontava una brutta storia, la peggiore fra quelle della resistenza italiana. Un gruppo di partigiani comunisti, su ordine della federazione del Partito comunista di Udine e su pressione del Nono korpus sloveno, quindi dei soldati di Ti-to, uccise ventidue partigiani di formazione cattolica della brigata Osoppo. Il film, di cui la Rai detiene i diritti, non è mai andato in onda e non è mai stato diffuso come home video, n motivo è che la Storia la scrive chi vince e siccome in Italia culturalmente hanno prevalso i comunisti, certi fatti non si possono raccontare. Sono diventati tabù. Per questo motivo, la richiesta del presidente della commissione parlamentare di vigilanza Mario Landolfi al presidente Rai Claudio Petruccioli di ricordare sulla tv di stato la tragedia delle foibe per la giornata della memoria del 10 febbraio è fatica sprecata.

È tabù raccontare agli italiani che in realtà di resistenze se ne sono combattute due e non una. Da una parte c’erano i partigiani di formazione cattolica, monarchica e azionista, che combattevano per costruire una democrazia di matrice occidentale o di ispirazione inglese. Dall’altra c’erano quelli, comunisti, che combattevano il nazisfascismo per costruire in ltalia una dittatura del proletariato sul modello jugoslavo. Il nemico quindi era comune, ma le finalità erano diametralmente opposte. Non a caso, da molti dei comunisti più duri e intransigenti la resistenza venne indicata come la rivoluzione tradita. Mai come nell’inverno del ‘45 i comunisti italiani sono stati vicini ad attuare ciò che Lenin teorizzava: una rivoluzione armata di popolo. Le condizioni erano ideali. Un governo inesistente, un popolo stremato e migliaia di comunisti armati fino ai capelli. Era l’occasione più propizia per conquistare il Paese. Per nostra fortuna, a Jalta decisero diversamente. Però i tabù sulla resistenza sono rimasti.
Riguardo alle foibe, la fiction tv “D cuore nel pozzo” è stata un’occasione mancata. Si racconta la storia senza mai nominare i comunisti. Limitandosi a chiamare genericamente gli slavi “aggressori” o “titini”, come se fossero dei canarini. Quando invece stavano compiendo un genocidio comandato. Inoltre, il protagonista della fiction è uno slavo a cui viene sottratto il figlio e che per vendetta attua una strage. In questo modo, si tende a giustificare questo personaggio. Dimenticando che quello delle foibe fu un genocidio sistematico programmato dalla Jugoslavia nei confronti delle popolazioni di confine.
Anche la strage di Porzus avvenne al confine con la Jugoslavia di Tito. Quella zona d’Italia ha pagato la vicinanza ad essa, ritrovandosi un partito comunista foltissimo, che coprì chi aveva compiuto l’eccidio. Tutti gli autori della strage furono condannati all’ergastolo in contumacia, perché prima del processo Togliatti li aveva fatti scappare in Jugoslavia. Non ci fu un giorno di galera per nessuno.
Viviamo in un tempo in cui quando si parla di memoria si pensa solo all’Olocausto nazista. Purtroppo, ci sono stati anche altri massacri, come i dieci e passa milioni di morti fatti da Stalin o il genocidio degli armeni per mano dei musulmani turchi. Parlarne non significa fare la conta dei morti, ma ricordare il motivo e il modo per cui sono stati uccisi, equivalenti a quello con cui sono stati sterminati gli ebrei. Escludo che la tv di stato dia spazio al ricordo delle foibe. Perché significherebbe dire agli italiani che fu stipulato un patto scellerato fra Tito e Togliatti, in base al quale i comunisti iugoslavi avrebbero aiutato il Pci a sconfiggere il fascismo e a installare una dittatura. In cambio, il Pci avrebbe ceduto parte del territorio italiano alla Jugoslavia. Si sarebbe chiamata Penecia Slovenska. Certo è curioso che in un’epoca mediatica in cui in tv passa di tutto, solo Porzus non venga trasmesso. L’unico a parlarne è stato Giampaolo Pansa in un capitolo del suo libro. Spero che un giorno nasca uno storico di formazione non comunista che sia in grado di riscrivere queste pagine.


* regista di “Porzus”, “Piazza delle Cinque lune” e “II Mercante di pietre”

Le Foibe sono state raccontate in una fiction televisiva (regia di Alberto Negrin, protagonista Leo Gullotta) che è stata trasmessa su Rai Uno il 6 e 7 febbraio 2005.

da www.giornale.it

Tv: il dramma delle foibe batte Scherzi a parte


Quasi 7 milioni e mezzo di telespettatori, 7.473.000, con il 27,50% ha seguito ieri sera su Raiuno la prima parte della fiction 'Il cuore nel pozzo' dedicata al dramma delle foibe istriane. E' stato il programma piu' visto del prime time, e anche della giornata. Stasera la seconda parte. Al secondo posto nella fascia 20,30-22,30 'Scherzi a parte' su Canale 5 con 6.334.000 (25,96%), vistosamente calato rispetto alla puntata d'esordio quando contro il piu' debole 'Veterinario' di Proietti su Raiuno aveva avuto un esordio record con oltre il 30% e 7.700.000 spettatori. Vittoria Rai nel prime time con il 44,43% (Mediaset 40,66%) e in tutte le altre fasce Auditel, ad eccezione della seconda serata dove la tv commerciale ha ottenuto il 50,02% distaccando di 20 punti la tv pubblica. Ascolti di un certo rilievo, come ogni domenica calcistica, anche per le altre tv, satellitari (7,12% in prime time) e terrestri (6,25% in prime time, 9,17% in seconda serata).
7 Feb 2005

da www.adnkronos.it

TV: PER FICTION FOIBE, 34,3% DI SHARE IN FRIULI VENEZIA GIULIA

Trieste, 7 feb (Adnkronos) - La prima puntata, andata in onda ieri sera, de 'Il cuore nel pozzo', il film tv della Rai sui drammi delle foibe e dell'esodo degli istriani, fiumani e dalmati, ha fatto registrare in Friuli Venezia Giulia il 34,3% di share. Il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza ha ricordato, durante una conferenza stampa sul tema del 'Giorno del ricordo', che in ambito nazionale la fiction ha registrato il 27% di share e 7,5 milioni di spettatori.
(Afv/Col/Adnkronos)
07-FEB-0516:53

Avvenire 07/10/07 - di Massimo Zamorani

I siti sono oltre duecentocinquanta; le vittime, parecchie decine di migliaia.

E gli italiani non sono che una parte: accanto a loro si contano croati, partigiani monarchici, patrioti sloveni, militari tedeschi,religiosi cattolici

La mappa dell'orrore viene da Est, dalla Slovenia. La conservava Vinko Levstik, che durante la guerra '40-'45 era un 'domobranzo', cioè apparteneva alla milizia slovena nazionalista ma anticomunista.

Il documento è tornato alla luce di recente e ha un significatosentimentale, perché chi l'ha offerta è deceduto poco tempo dopo e ciòvuol dire che le era stato attribuito il fine di lascito testamentario a beneficio di chi potrebbe farne tesoro. La mappa reca con meticolosa esattezza tutti i luoghi, in territorio della Repubblica slovena, dove sono stati sepolti o, comunque celati, i corpi delle vittime della primavera 1945. Non sono solamente foibe, ma anche fosse comuni,sepolture più o meno clandestine d'ogni genere.

I siti sono oltre duecentocinquanta, e le vittime? È una valutazione difficile, però con un po' di pazienza si può formulare un ordine di grandezza e si arriva a parecchie decine di migliaia.

Verosimilmente potrebbero essere settanta od ottantamila morti ammazzati. Si scopre così che gli italiani infoibati o seppelliti frettolosamente dopo essere stati assassinati sono una minoranza. Un dato verosimile sembra circa settemila ed è una cifra che sgomenta, ma nella zona di Kocevje, per esempio, dove la mappa indica sette tra fosse comuni e corpi interrati in una trincea anticarro, sono stati seppelliti tremila domobranzi, su un totale di dodicimila massacrati.

Sono spariti sottoterra diciottomila croati, ustascia e no; seimila cetnici (partigiani serbi monarchici delle formazioni del generale Draga Mihailovic) e poi belagardisti (Guardia bianca slovena), militari tedeschi, religiosi (in una nota si elencano per categoria: seminaristi, parroci, cappellani), civili d'ogni genere, sesso ed età: contadini, operai, commercianti, insegnanti, professionisti. Sono stati ripuliti interi villaggi della valle dell'Isonzo, perché, come aveva rivelato Teodoro Francesconi preciso e documentatissimo storico degli eventi giuliani di recente scomparso, gli ordini erano di eliminare tutti gli italiani che vivevano sulla sponda sinistra del fiume.

A distanza di oltre sessant'anni c'è ancora chi cerca. A parte le inchieste ufficiali, espletate dalla commissione mista italo-slovena, diretta, da parte italiana, dal colonnello Armando Di Giugno di Onorcaduti, direttore dei sacrari militari del Friuli-Venezia Giulia e da parte slovena da Zdravko Likar, ci sono altri, impegnati in ostinate ricerche per iniziativa personale.

Giovanni Guarini, goriziano, ha identificato e recuperato la salma del padre, allora carabiniere, precipitato insieme con gli altri militari di Gorizia, nella foiba di Tarnova. È questa una voragine che si apre in una radura nel cuore dellaforesta con una bocca di cinque o sei metri di diametro e si sprofonda in un'oscurità senza fine; è visione da brivido. Alcuni anni or sono un gruppo di speleologi istriani vi si è calato, hanno raggiunto una specie di pianerottolo a trenta metri di profondità e, riemersi, hanno riferito di aver valutato una giacenza di cinque o sei metri cubi di ossa.

I bersaglieri del battaglione 'B.Mussolini' della Repubblica sociale, che il 30 aprile 1945 aveva deposto le armi dopo una trattativa con le formazioni di Tito, secondoi patti avrebbero dovuto essere posti in libertà; furono invece trattenuti e costretti a una lunga marcia della sofferenza. Ilbattaglione, che in difesa della frontiera giuliana aveva perduto in combattimento 166 uomini in 19 mesi di guerra su un fronte di 27 chilometri, al momento della fine delle ostilità aveva una forza di 28 ufficiali e 572 bersaglieri. Nei soli primi otto giorni sono stati eliminati 91 bersaglieri, i cui corpi venivano più o meno sommariamente interrati in alcune delle località contrassegnate nella mappa dell'orrore.

Capolinea della sanguinosa marcia: il campo di concentramento di Borovnica, località a venti chilometri da Lubiana, definita «l'inferno dei morti viventi» dal vescovo di Trieste Santin, dove hanno lasciato la vita 77 bersaglieri. Lionello Rossi, padre dell'attore Paolo, è uno dei rari sopravvissuti. Ha pubblicato un diario (Prigioniero di Tito,edito da Mursia) riuscendo a narrare gli avvenimenti da lui vissutisenza esprimere opinioni o considerazioni, senza usare aggettivi: solo date, nomi, fatti. Ma ne scaturisce una forza drammatica emozionante. Ne sono rimasti colpiti anche quelli che erano 'dall'altra parte', come il partigiano Marjam Grosar. Secondo la storica slovena Nevenka Troha, Borovnica è stato «uno dei più crudeli e disorganizzati campi di prigionia in Jugoslavia». Non pochi sloveni si sono impegnati nella ricerca delle sepolture e nell'identificazione delle vittime.

Alcuni di questi sono giovani, nati dopo gli orrori del 1943-'45.Anton Zitnik, per esempio, è nato nel 1940. Poi ci sono Franc Perme,Franc Nucic, Zdenko Zavadlav, Janez Crnej, che hanno partecipato alla compilazione del grosso volume Slovenja 1948-1952. I sepolcri tenuti nascosti e le loro vittime edito dall'Associazione per la sistemazione delle sepolture nascoste di Lubiana.

L'edizione italiana è curata dalla Lega nazionale d'Istria, Fiume, Dalmazia di Milano.

Tra i dispersi di cui si è perduta ogni traccia vi sono anche gli ottanta bersaglieri 'incavernati', termine impiegato per indicare la loro probabile fine. Nel fianco del Pan di Zucchero, il colle che sovrasta Tolmino, c'era una galleria nella quale, durante la Prima guerra mondiale, si celava, dopo i tiri, un cannone austriaco di grosso calibro montato su affusto ferroviario. Si ritiene che gli ottanta bersaglieri siano stati portati all'interno della galleria, dopo di che ne è stata fatta saltare con l'esplosivo l'imboccatura, in modo da seppellirli vivi. A causa della vegetazione che ha proliferato disordinatamente, fino a questo momento non è stato possibile neppure identificare il punto ove era l'accesso al tunnel.

Secondo un'altra ipotesi, gli ottanta sarebbero stati invece seppelliti sulla sponda sinistra dell'Isonzo, subito a monte della confluenza del fiume Tolminca.

Avrebbero poi coperto l'area con uno spesso strato di cemento, sul quale è stato costruito il Club Paradise. Sono mai stati identificati i responsabili dello sterminio in Venezia Giulia e Istria? Sono mai stati celebrati processi?

Alla prima domanda si può rispondere con un sì, non così alla seconda. Per quanto si riferisce sia alla giustizia slovena, sia a quella italiana, non risulta sia mai stato processato qualcuno. Ogni tanto comparivano sui giornali italiani scritti promettenti: «I giudici sloveni decidono di collaborare», «La procura militare di Padova sta indagando», ma gli sviluppi mancano. La cronaca si è occupata del processo per diffamazione a mezzo stampa promosso dallo sloveno Franc Pregelij, detto 'Boro', contro il giornalista Giangavino Sulas del settimanale Oggi perché lo aveva definito 'boia' e non 'presunto boia' come i più riguardosi confratelli. Aveva chiesto un indennizzo di trecento milioni di euro, ma ha perduto la causa. Il Pm Giuseppe Pititto aveva rinviato a giudizio tre indiziati per strage: Ivan Motika, Oskar Piskulic e Margitra Avijanika, ma in data il 14 noovembre 1997 il Gip Alberto Macchia li ha prosciolti «per difetto di giurisdizione», in quanto i luoghi dell'eccidio oggi non sono più in territorio italiano.

Conferma al fatto risaputo che, soprattutto in Italia, la legge è una cosa, la giustizia un'altra.

Per Nello Rossi il problema è uno solo: «Sono trascorsi tanti anni, non voglio processi né tanto meno vendette, voglio le salme e se lo scopo consiste nel trovare i resti dei nostri morti noi bersaglieri non conosciamo altre strade al di fuori di quella del dialogo, dell'incontro, dell'intesa, che è poi quella che stiamo percorrendo».

VINKO LEVSTIK, IL TESTIMONE ALLA SBARRA Tra il ’43 e il ’45 sul confine orientale d’Italia, dove scorrono l’Isonzo e il Bacia, la situazione era confusa: sullo sfondo di uno scenario color sangue si muovevano e combattevano soldati tedeschi, militari italiani della Repubblica sociale, bande jugoslave comuniste agli ordini di Tito, reparti di ustascia, fascisti croati; poi c’erano i 'domobranzi', patrioti sloveni anticomunisti; cetnici cioè serbi monarchici che obbedivano al generale Mihailovic; belagardisti, guardie bianche; partigiani italiani anticomunisti, detti osovani e comunisti agli ordini di Tito; le Mvac, milizie volontarie anticomuniste, i ribelli montenegrini. Ne scaturivano alleanze temporanee stipulate ai fini di raggiungere obiettivi non sempre chiari, oppure incomprensioni, contrasti e tradimenti. Ognuno poteva essere nemico di tutti. In questo contesto va considerata la figura di Vinko Levstik, all’epoca schierato con i domobranzi.

Aveva una responsabilità di comando, essendo a capo della 114° compagnia e combatteva per una Slovenia indipendente ma non comunista. Alla fine di tutto aveva perduto la guerra, in quanto la Slovenia era diventata parte ella Repubblica federativa comunista di Jugoslavia, ma aveva vinto la pace, poiché aveva raggiunto un buona posizione economica, in quanto proprietario dell’Euro Diplomat Hotel in corso Italia a Gorizia. Se non che il il passato lo riagguantò e il 15 giugno 2001, ( quando da dieci anni ormai la Slovenia aveva raggiunto l’indipendenza), a conclusione di un clamoroso processo a Lubiana venne condannato a dodici anni di reclusione, perché riconosciuto responsabile della morte di due partigiani. «Sono innocente davanti a Dio – è stata la reazione di Levstik –. Non tornerò mai più in Slovenia, dove sono stato incolpato di un delitto che non ho commesso, mentre i veri responsabili dei massacri restano impuniti». Non rimaneva però molto tempo da vivere a Vinko Levstik, ma prima di andarsene per sempre, il 12 agosto 2003, volle affidare la mappa dell’orrore a uno di quegli italiani che ancor oggi, dopo tanti anni, si sentono vincolati alla ricerca dei resti delle vittime seppellite in quell’arcipelago di foibe, buche, anfratti, dove vennero celati nella stagione del sangue.

Massimo Zamorani

Comunicato della Lega Nazionale - 6 ottobre 2005

Si è riunita a Roma, il 5 ottobre u.s., presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, la Commissione per la concessione della medaglia ai congiunti degli Infoibati (legge Menia n. 92/2004). All'incontro, presieduto dal Consigliere Militare del Presidente Berlusconi, Ten.Gen. Alberto Ficuciello, hanno presenziato tra gli altri, da Trieste, il dott. Piero Delbello per l'I.R.C.I., l'avv. Paolo Sardos Albertini e il Gen. Riccardo Basile per il Comitato per i Martiri delle Foibe. Alla Commissione partecipano i diversi responsabili degli Uffici Storici di Esercito, Aviazione, Marina Militare, Guardia di Finanza e Carabinieri. Nell'incontro romano, oltre a proseguire nell'esame delle domande pervenute, è stato anche deciso che la prossima riunione della Commissione avrà luogo a Trieste, come occasione di incontro con le autorità locali e di omaggio alla Foiba di Basovizza.

La Lega Nazionale ricorda che è tuttora aperto il termine per la presentazione delle domande per ricevere il riconoscimento previsto da tale legge e fa presente che, presso la sua sede di via Donota 2 nonchè presso le sedi delle associazioni degli esuli, c'è la possibilità di ritirare i moduli.

Il Piccolo 23/06/07

Licia Cossetto interviene giustamente sulla stampa in difesa della memoria della sorella Norma infoibata dai titini. I fatti sono noti: abbinare su un’unica targa che dovrebbe apparire sulla facciata o nell’interno del Liceo classico di Gorizia, il nome di Norma Cosetto a quello di Milojka Strukelj partigiana e combattente con quella parte politica che portò nel 1943 all’assassinio di Norma.

Sono passati 64 anni e, nel ricordare questo misfatto non possiamo non ricordare quanto patimmo e soffrimmo pure noi per salvare in quella lontana stagione la nostra vita. Ricordo le centinaia e centinaia di goriziani che scappavano attraverso la passerella di Straccis (unico ponticello oltre l’Isonzo perché i ponti erano stati distrutti dai titini) unica via di salvezza, poiché l’alternativa era rappresentata dalle deportazioni e dalle foibe.

E ricordo pure la famiglia di Milojka che viveva nella zona del Rafut. Suo padre possedeva una fiorente officina meccanica e il suo maxi-lavoro lo svolgeva per le Ferrovie dello Stato. A quei tempi i treni erano a vapore, funzionavano col carbone; l’Italia non era ricca di detto minerale, e, in conseguenza era costretta a importarlo dall’Inghilterra, in particolare dalle sue numerosissime miniere del Sud Africa; il suo costo era altissimo.
Ma, in compenso il nostro territorio era ricchissimo di risorse idriche, fiumi, laghi e laghi artificiali costruiti per le relative cadute e costruzioni di cabine elettriche. E allora il governo fascista, fatte le debite deduzioni e costi, decise di elettrificare tutte le linee ferroviarie. Certo, tante furono le spese, però, a conti fatti, fu quella una realizzazione di grande valore economico che ancor oggi dà i suoi frutti avendo migliorato nel tempo questo servizio primario; penso che almeno su quanto detto non vi possa essere critica o condanna alcuna, poiché quell’opera dava lavoro a tante ditte del ramo. E fra le ditte vi fu anche quella del padre della Strukelj che beneficiò di quest’opera realizzata in tempo fascista dando di che vivere a moltissimi operai.

Eppure, malgrado questo, la guerra portò alla divisione degli animi e alla conflittualità fra le etnie. Sappiamo quello che avvenne. È giusto che ognuno ricordi i propri morti. Ma, ci è d’obbligo ricordarlo; mentre Milojka è ricordata sia a Salcano che a Nuova Gorizia, con intitolazione a scuole e vie, la nostra Gorizia non ha mai avuto il coraggio civile a intitolare una via, un largo, eventualmente oggi una targa solo a Norma Cossetto.

Il sacrificio di Norma non può essere confuso con la morte di una partigiana. A ognuno il suo ricordo. A ognuna la sua memoria. Norma sta ancora attendendo. Vediamo finalmente di darle il dovuto riconoscimento.

Bruno Grusovin
Gorizia

Libri, DVD e gadget

Se volete avere libri, DVD e gadget della Lega Nazionale

cliccate QUI 

Ultima novità:

Per un grande amore 

I Giovani della Lega nazionale

 

 

Vuoi partecipare alle nostre attività? Vuoi collaborare con la Lega nazionale? Ha i voglia di portarci le tue idee, di mettere a frutto le tue capacità?

 

carto3pic

 

Il gruppo Giovani (18 ai 35 anni) si incontra

presso la sede di Via Donota 2

scrivici o chiamaci!