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3 maggio 2005 Agenzia Stampa - AISE

INIZIERANNO VENERDÌ I LAVORI DELLA COMMISSIONE PER IL RICONOSCIMENTO DELLE VITTIME DELLE FOIBE

Inizieranno venerdì, 6 maggio, i lavori della Commissione parlamentare che ha il compito di esaminare le domande per il riconoscimento delle vittime delle foibe.

La legge n. 92/2004, istitutiva del "Giorno del Ricordo", stabilisce infatti la concessione di un'apposita insegna metallica e di un relativo diploma a titolo onorifico senza assegni, al coniuge superstite, ai figli, ai nipoti e, in loro mancanza, ai congiunti fino al sesto grado di coloro che, dall' 8 settembre 1943 fino all'anno 1950 compreso, in Istria, in Dalmazia o nelle province dell'attuale confine orientale, sono stati infoibati, o riconosciuti quali scomparsi o soppressi.

Il riconoscimento avviene per domanda diretta alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. A tal fine è stata appunto istituita una Commissione di dieci membri, presieduta dal Presidente del Consiglio dei Ministri o da persona da lui delegata, avente il compito di esaminare le domande.

Secondo un dossier emanato lo scorso 9 febbraio e aggiornato ieri, 2 maggio, presiederà i lavori della Commissione il Generale Alberto Ficuciello, delegato dal Presidente del Consiglio dei Ministri. Faranno parte della commissione il Colonnello Massimo Multari, Capo dell'Ufficio Storico presso lo Stato maggiore dell'Esercito, il Capitano di vascello Piero Fabrizi, Capo del I Ufficio dell'U.A.G.R.E. dello Stato maggiore della Marina, il Colonnello Euro Rossi, Capo dell'Ufficio Storico dello Stato maggiore dell'Aeronautica, il Ten. Colonnello Giancarlo Barbonetti, Capo dell'Ufficio Storico del Comando generale dell'Arma dei carabinieri; l’Avv. Paolo Sardos Albertini, Presidente del Comitato per i martiri delle foibe, il Gen. Riccardo Basile,VicePresidente del Comitato per i martiri delle foibe; il Dott. Piero Delbello, Direttore dell'Istituto Regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata; il Dott. Marino Micich, rappresentante della Federazione delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati; la Dott.ssa Luigia Contini, Viceprefetto, Ministero dell'Interno, Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione. (aise)

Il Piccolo 02/06/07

STORIA I documenti dedicati alle vicende dei prigionieri di guerra sono stati secretati fino al 1997

Un saggio di Costantino Di Sante racconta una tragedia a lungo taciuta

Nel maggio 1945 la Venezia Giulia sotto il controllo dei partigiani di Tito, fu considerata zona annessa alla Jugoslavia e divisa in due zone: Litorale sloveno e Istria croata. «Secondo gli jugoslavi, questa inclusione fu il risultato di considerazioni differenti, e attinenti alla natura stessa del territorio e della nazione jugoslavi: la configurazione geografica, le questioni etniche ed economiche, e soprattutto le valutazioni storiche e politiche. In particolare, veniva rivendicato l'apporto determinante dato alla lotta di liberazione dal nazifascismo e si denunciava l'aggressiva politica imperialistica italiana che aveva portato repressioni, snazionalizzazioni e oppressione culturale delle comunità slave». La crisi che aveva investito parte di questo territorio si risolse solo il 9 giugno seguente con l'accordo di Belgrado tra angloamericani e jugoslavi. Il temporaneo compromesso trovato portò alla delimitazione del settore (linea Morgan) in due zone: quella B, che rimase sotto la Jugoslavia, e la zona A, comprendente anche la città di Pola, sotto il controllo del «Governo militare alleato».

Durante la dominazione jugoslava si registrarono arresti, spoliazioni, condanne, uccisioni e deportazioni. Quest'opera di «epurazione» colpì fascisti e collaborazionisti, ma anche coloro che semplicemente si opponevano all'annessione, e non mancarono casi di vendette e omicidi.

Malgrado il coinvolgimento nelle violenze anche di persone non direttamente compromesse con il passato regime, le direttive delle autorità jugoslave non miravano a colpire gli «italiani» in quanto tali. In questo senso i dispacci di Edvard Kardelj, inviati ai capi sloveni, furono molto chiari: «È necessario imprigionare tutti gli elementi nemici e consegnarli all'Ozna «Organ Zasvtite Naroda (Armije) - polizia segreta jugoslava» per processarli. Epurare subito, ma non sulla base della nazionalità, bensì su quella del fascismo».

Non sempre queste disposizioni furono seguite dai partigiani titini nel caotico maggio del 1945. Alcune delle persone catturate furono eliminate arbitrariamente o giustiziate e gettate nelle foibe. Comunque, la maggior parte degli arrestati fu rilasciata dopo pochi giorni, mentre altri finirono nei campi di concentramento e nelle carceri jugoslave. Una buona parte di questi, durante l'estate successiva, fece ritorno in Italia; altri, condannati ai lavori forzati, tornarono dopo diversi mesi o morirono di stenti durante la dura detenzione. Le liste dei presunti «dispersi» stilate nel dopoguerra, in quanto non sempre aggiornate rispetto ai rimpatri avvenuti, hanno favorito tesi esagerate sul numero di caduti e, soprattutto, degli infoibati.

Nel corso degli anni Venti e Trenta, la città di Trieste aveva visto sorgere e affermarsi un «fascismo di frontiera» aggressivo e nazionalista. La politica che il regime fascista aveva attuato nella Venezia Giulia si era contraddistinta per l'oppressione delle minoranze slovena e croata e per l'opera di snazionalizzazione di quei territori, supportata da una forte propaganda di razzismo antislavo. All'opera di italianizzazione forzata si erano affiancate l'azione poliziesca e l'attività del Tribunale speciale per la difesa dello Stato contro gli antifascisti e il ribellismo di sloveni e croati. Su queste direttrici, Mussolini cercò di saldare il consenso della comunità italiana. Consenso garantito «dalla maggioranza dei ceti piccolo e medio-borghesi "educati" a identificare l'italianità con il fascismo». Sono le basi sulle quali il fascismo di frontiera preparò e mise in atto la conquista verso l'Oriente balcanico, tenendo desta l'attenzione sui temi irredentistici della «Dalmazia Italiana».

Durante la campagna militare, Trieste e l'intero Friuli Venezia-Giulia rappresentarono le immediate retrovie con le quali garantire l'espansione e l'annessione dei territori conquistati ad Est. Ma è con l'occupazione tedesca, dopo l'8 settembre 1943, e la costituzione della Operationszone Adriatisches Küstenland (Zona di operazioni del Litorale adriatico) che la città e le province comprese in questa vasta regione furono direttamente coinvolte nella feroce repressione nazifascista. Il simbolo di questa violenza fu rappresentato dal Polizeihaftlager (campo di detenzione e di polizia) della Risiera di San Sabba. Il campo ebbe molteplici funzioni, anche di smistamento degli ebrei verso Auschwitz, ma fu soprattutto un campo di tortura, detenzione ed eliminazione dei resistenti.

Significativa, nell'opera di repressione, fu la collaborazione dei reparti di polizia italiani e dei nazionalisti sloveni e croati. Nella complessa situazione in cui si venne a trovare la città di Trieste, un ruolo ambiguo fu giocato anche dal podestà Cesare Pagnini e dal prefetto Bruno Coceani, graditi ai tedeschi, come parte delle classi dirigenti che benevolmente si schierarono con questo in chiave antislava. La costituzione della Guardia Civica, con compiti istituzionali e di controllo repressivo, fu piuttosto equivoca: di fatto rappresentò lo strumento attraverso il quale i tedeschi reclutavano e tenevano sotto controllo i giovani che avrebbero potuto aderire al movimento di resistenza. Questo, inoltre, era egemonizzato dal Of che guardava con sospetto l'antifascismo italiano. Per chi non aveva ancora militato nel partito comunista, l'adesione a questo non risultò semplice.

Nella città, ma anche nella Venezia Giulia, il movimento italiano di Resistenza si scontrò con quello jugoslavo sulla questione nazionale. I difficili rapporti furono segnati dall'intransigenza di Tito nel voler occupare e annettere gran parte della Venezia Giulia, e da una oscillante politica del Pci sulla questione del confine orientale. Contrasti che si consumarono anche all'interno del Cln giuliano, con l'uscita dei comunisti, e che videro il loro epilogo più tragico con l'eccidio di Przûs, in cui i partigiani garibaldini, il 12 febbraio 1945, uccisero gli altri partigiani appartenenti al formazione «Osoppo» composta da democristiani e azionisti.

Il Cln triestino dovette combattere su due fronti: l'occupazione nazifascista e le mire annessionistiche jugoslave. Il 30 aprile si trovò persino a respingere le proposte di un'unione con i fascisti in chiave anti jugoslava.

Costantino Di Sante

Comunicato della Lega Nazionale - 11 aprile 2005

COMMISSIONE PER LA CONCESSIONE DI UN RICONOSCIMENTO AI CONGIUNTI DEGLI INFOIBATI

L’avv. Paolo Sardos Albertini, Presidente del Comitato per i Martiri delle Foibe e della Lega Nazionale, informa che con Decreto del 10 febbraio 2005 è stata ufficialmente costituita la Commissione per l’esame delle domande di concessione di un riconoscimento ai congiunti degli Infoibati.

Della Commissione fanno , tra l’altro, parte oltre all’avv. Sardos, il gen. Riccardo Basile, per il Comitato Martiri delle Foibe, il dott. Piero Delbello, Direttore dell’I.R.C.I. e il dott. Marino Micich in rappresentanza della Federazione degli Esuli.

A tempi brevi è prevista la convocazione della Commissione e l’avvio dei lavori d’esame delle numerose richieste di riconoscimento già pervenute. In proposito la Lega Nazionale ricorda che, presso la sua segreteria, sono disponibili i moduli per la domanda il cui inoltro potrà essere curato e seguito dalla Lega stessa.

Luciano Garibaldi Secolo d'Italia 21 dicembre 2006

In un libro di Marino Micich e Augusto Sinagra tornano alla luce le responsabilità del Pci nei crimini compiuti nelle province orientali italiane nell'immediato dopoguerra. Dai fatti del'45 all'abiura di Tito nel'48

Tre campioni incrollabili dell'anticomunismo, Amleto Ballarmi, presidente della Società di Studi fiumani, Marino Micich, direttore dell'Archivio Museo storico di Fiume, e Augusto Sinagra, professore di diritto dell'Unione Europea all'Università "La Sapienza" di Roma, hanno unito le proprie capacità, le proprie documentazioni e le molte carte scovate in anni e anni di ricerche per dare alle stampe un libro che fa luce completa sulle complicità del Pci nei crimini compiuti nelle province orientali italiane nell'immediato dopoguerra, il libro, che s'intitola La rivoluzione mancata (Koinè, www. edizionikoine. it, 160 pagine, 12 euro), inchioda alle proprie responsabilità il Partito comunista italiano dalle stragi del 1945 all'abiura di Tito nel 1948. Significativamente, in copertina campeggiano ì ritratti dei due massimi protagonisti dì una vicenda che ha causato tanto dolore e ha fatto versare tanto sangue innocente: Iosif Broz, "Tito" e Palmiro Togliatti, "il Migliore".

Tutto parte da un documento inoppugnabile: le istruzioni scritte consegnate da Togliatti il 19 ottobre 1944 al suo rappresentante presso Tito, Vincenzo Bianco. Vi si poteva leggere tra l'altro: «Noi consideriamo come un fatto positivo, di cui dobbiamo rallegrarci, e che in tutti i modi dobbiamo favorire, l'occupazione della regione giuliana da parte delle truppe del maresciallo Tito, Questo significa che in questa regione non vi sarà né un'occupazione inglese, né una restaurazione dell'amministrazione reazionaria italiana (così Togliatti definiva il governo Bonomi, di cui pure faceva parte! n. d. r.), ma una situazione profondamente diversa da quella che esiste nella parte . libera dell'Italia». E così proseguiva: «Questo vuoi dire che i comunisti devono prendere posizione contro tutti quegli elementi italiani che agiscono in favore del nazionalismo italiano»

Un documento allucinante. Da condanna a morte alto tradimento in base alle leggi allora vigenti.

Subito dopo Eduard Kardelj, il braccio destro di Tito, in piena sintonia con Togliatti, inviava la seguente comunicazione allo stesso Vincenzo Bianco: «Bisogna fare un repulisti di.tutti gli elementi imperialisti e fascisti che si possono nascondere nelle unità partigiane».

Ecco da dove ebbero origine le efferate stragi di partigiani monarchici compiute in Veneto dai boia col fazzoletto rosso al collo, a cominciare da quella di Porzus, immortalata nel boicottatissimo film di Renzo Martinelli, Ed ecco perché.- come scrivono gli autori del libro - «a guerra finita, i fascisti e i nazisti che finirono nelle foibe istriane furono una esigua minoranza. Subirono quella sorte cattolici contrari all'ateismo comunista, democratici che non intendevanotradire la propria italianità, possidenti che non volevano farsi spogliare dei loro beni senza fiatare, operai che credevano di poter scegliere con il voto il proprio destino».

Ma c'erano solo elementi iugoslavi fra i promotori di quell'orgia di sangue? No, purtroppo. A volte - come documenta il lavoro di Ballarini, Micich e Sinagra - gli italiani comunisti superarono i maestri. A Trieste, una banda, detta "del Gobbo", dopo arresti, perquisizioni, furti e violenze di ogni genere, il 23 maggio 1945 caricò su un camion 18 detenuti e li infoibò nell'abisso Plutone, a Basovizza.

«Nel gennaio del '48, la magistratura italiana stabilì che tale Nerino Gobbo era il capobanda che aveva diretto l'operazione. Condannato all'ergastolo? Ma per carità. Diventerà presidente dell'Unione degli italiani rimasti in Istrìa e a Fiume, nonché deputato al Parlamento di Lubia na. Non sconterà mai alcuna pena. I reati da lui commessi, grazie all'amnistia Togliatti, verranno cancellati. La stessa amnistia di cui si avvarrà, oltre mezzo secolo dopo, la Corte d'assise di Roma per non comminare alcuna pena a Oskar Piskulic, uno dei capi dell'Ozna di Fiume. La stessa amnistia che lascerà a piede libero gli autori degli orrendi delitti del triangolo della morte».

E poi, ancora oggi,,si continua a leggere che quell'amnistia fu voluta,in nome del perdono verso i fascisti. Che pena!

Dal libro si ricava anche che gli assassini comunisti fuggiti dall'Italia e divenuti cittadini Iugoslavi furono 70 a Fiume, 200 a Zagabrja, 145 a Sarajevo e un numero imprecisato di altri sparsi in località diverse.

Ma una tragica beffa era in agguato per molti di questi criminali. Troppo a lungo persuasi dell'infallibilità.di Stalin, e fermi in questa convinzione, ritenevano che il Partito comunista Iugoslavo, che nel'48 aveva preso le distanze dall'Urss, fosse in errore. Ben presto arrivarono le retate dell'Ozna. Bastava una mezza frase detta ad un vicino di casa per far scattare le manette. Come ricostruiscono gli autori del libro, prima che si arrivasse al processo, nel 1952, furono ufficialmente arrestate a Fiume 24 persone per sospetta cospirazione "cominformista". Quante poi siano state segretamente incarcerate o inviate nei micidiali campi di lavoro forzato e di rieducazione all'interno della Jugoslavia, non si è mai saputo. L'accusa, nel processo fiumano, fu gestita da Ivan Motika, noto in Istria e a Fiume per lo zelo antitaliano e la sua attività persecutrice, con e senza processi, in un regime che alternava aule di tribunale zeppe di attivisti a foibe piene di cadaveri e campi di lavoro che ricordavano i campi di sterminio delle Ss naziste.

Impossibile non citare quanto scrive, nel capitolo da lui curato, il noto giurista e già consigliere di Corte d'Appello Augusto Sinagra.;'«È qui documentata la conoscenza, da parte di Togliatti e.-degli altri dirigenti del Pci, delle sistematiche e pianificate atrocità poste in essere dalle bande agli ordini del Maresciallo.Tito in danno della popolazione italiana senza distinzione alcuna tra civili e.militari, tra uomini e donne, tra bambini e adulti, tra laici e religiosi, e senza distinzione alcuna di ceto sociale o di appartenenza politica o ideologica. Furono uccisi operai e possidenti, cattolici e liberali, comunisti, socialisti, e autonomisti

Tutti però uniti da un comune denominatore: erano italiani. Ed ecco perché, sotto tale prospettiva e per come quei fatti, quegli eccidi, furono consumati, la complessiva .vicenda, voluta e promossa da un ben preciso e preordinato disegno politico, anche in ragione dell'enorme numero delle vittime, non può non trovare qualificazione e collocazione nella fattispecie normativa del genocidio».

A questo punto, s'impone la conclusione che, con assoluta logica, ha tratto Marcello Veneziani, -nella prefazione da lui scritta al libro di Ballarini, Micich e Sinagra: «Abbiamo il diritto di sapere che fine hanno fatto i processi postumi che furono avviati contro gli infoibatori e gli altri assassini, da Piskulic in poi. Tutti arenati, dopo che fu tolta al magistrato Giuseppe Pititto l'indagine scottante. Ma non solo. Migliaia di pensioni vengono ancora versate dallo Stato italiano agli infoibatori, grazie non solo al vergognoso trattato di Osimo del 1975, ma grazie soprattutto ad una circolare emanata dalla ex partigiana ed ex ministro Tina Anselmi. Viceversa, le famiglie degli infoibati e dei profughi aspettano ancora giustizia e spesso non hanno ricevuto un soldo da nessuno, slavi o italiani. Esempio atroce, 630 bersaglieri della Rsi, arresisi con la garanzia della loro incolumità, ma barbaramente uccisi. E, in quanto militari della Rsi, i superstiti e i familiari dei morti non ebbero mai alcuna pensione. Gli infoibatori sì, gli infoibati no. Una vergogna».

In occasione di questo Dieci Febbraio abbiamo assistito alla prima consistente manifestazione di una corrente ideologica negazionista della tragedia che sessant'anni fa colpì la nostra gente.

di Enrico Neami

Il 10 febbraio 2007 è stata data notevole, come si è già più volte scritto: era infatti l'annuale ricorrenza del Giorno del Ricordo delle Vittime delle Foibe e dell'Esodo ed è il sessantesimo anniversario del Trattato di Pace di Parigi, quel Diktat che spense ogni illusione degli italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia e li costrinse all'esilio condannandoli al genocidio.

Ma questo Dieci Febbraio è stato significativo anche sotto un altro punto di vista: ha assistito alla prima consistente manifestazione di una corrente ideologica negazionista della tragedia che sessant'anni fa colpì la nostra gente. Tali negazionismi, purtroppo, sono comparsi in pubblico avvallati da istituzioni e strutture accademiche - penso, ad esempio al convegno antifascista di Ancona, organizzato e supportato dalla locale università degli studi - o da prestigiose associazioni combattentistiche - penso alle manifestazioni di Treviso - o da partiti politici di rilevanza nazionale - e mi torna alla mente il manifesto affisso nelle strade della capitale da Rifondazione Comunista-.

Ma chi sono i negazionisti? Il termine venne coniato anni fa per annotare una corrente di pensiero che tendeva a negare la realtà dell'Olocausto, minimizzando l'attività dei campi di sterminio nazisti ed assimilarli, anzi, ai "semplici" campi di concentramento. Le tesi e le dichiarazioni negazioniste, nelle belle parole di un saggio di Claudio Vercelli, sono dichiarazioni di principio che, entrando in rotta di collisione con l'evidenza empirica, ne distorcono deliberatamente e volontariamente il lascito testimoniale e documentario .

I fini e gli scopi dei negazionisti sono molteplici ma potrebbero essere riconducibili a due categorie fondamentali, ovvero, per alcuni, l'ambizione ad una sorta di legittimazione ufficiale o ufficiosa da parte di strutture accademiche o comunque accreditate nel panorama scientifico, mentre per la massa l'enfatizzazione dei valori - o meglio disvalori - di un passato di cui nulla rinnegano e di cui enfatizzano selettivamente la storia.

Le tesi negazioniste si avvalgono di alcune prassi retoriche ormai consolidate - esiste a tal proposito un'interessante saggio del 1998 di Valentina Pisanty - che ricorrono con frequenza: focalizzare l'attenzione del lettore su aspetti specifici e particolari allontanandosi dal quadro generale per decontestualizzare un dato fenomeno storico ritenuto scomodo, l'utilizzo di slittamenti lessicali basati sul valore semantico di singoli termini linguistici utilizzati nella descrizione degli eventi storici, l'utilizzo spregiudicato di singoli documenti sconnessi da ogni vincolo archivistico o di contesto, il mascheramento del reale fine ideologico che sta alla base della tesi e l'utilizzo di strumenti comparativi propri delle scienze storiche e sociali forzandone i meccanismi e distorcendone i risultati.

L'attività negazionista è sempre pericolosa, in particolare nell'ambito di una storia poco nota e per nulla raccontata come quella delle tragiche vicende del Confine Orientale, dove persino il Giorno del Ricordo istituito per Legge dello Stato nel 2004 dimostra alcuni limiti in tal senso, restringendo spesso il cono prospettico del suo campo d'indagine nella memoria ai soli episodi di violenza del'43 e '45 e tralasciando, di fatto, la lunga odissea dei campi profughi e le ingiustizie che ancora insistono sugli esuli tutt'ora in vita.

Poiché, però, l'attività di taluni "storici" tende a negare la realtà di fatti oggettivi mirando a scardinare la storia a partire da incongruenze banali e congetture, il lavoro di costoro viene minato sin da subito dalla relativa trasparenza del loro fine ultimo, ovvero quello della glorificazione di un regime come quello di Tito che, in tutto e per tutto, è stato condannato dal naturale scorrere del tempo. Non di meno, in una nazione in cui si prospetta, nei circoli politici d'elite, di elevare a reato la negazione della Shoah, sarebbe doveroso vigilare a livello istituzionale su quelle attività che lavorano in senso contrario - ovvero negando la realtà della tragedia delle foibe e dell'esodo - al significato profondo della Legge 92/2004.

Ciò che è davvero preoccupante, io credo, sia invece il revisionismo strisciante che ha colpito dall'interno il nostro panorama associativo. Con revisionismo si intende, ancora secondo Vercelli, quell'attività logica che implica una ridefinizione del giudizio rispetto ad un evento, non la sua deliberata cancellazione dal quadro dei dati concreti. In tal senso ogni storico è un revisionista ma la sua preoccupazione ed il codice deontologico connesso alla sua professionalità gli impongono di operare applicando una appropriata metodologia, di applicare un corretto trattamento delle fonti e di operare analiticamente senza preconcetti. Il revisionista nel senso corrente del termine, al contrario, applica strategie interpretative per costruire ex novo nessi e relazioni tra ideologie e politiche fra loro distinte.

Ecco che la lapide posta a Bologna dal comune in collaborazione e con l'avvallo dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia rientra in questa categoria revisionista, proponendo una lettura di fatti storici acclarati in modo non strettamente negazionista ma assolutamente funzionale ad una storia comoda e forzatamente politically correct.

Questo è un fatto serio e grave che porta con se conseguenze rilevanti. Le organizzazioni degli esuli hanno dei compiti statutari ben precisi, tra i quali quello di tramandare ai posteri la nostra storia. Piegare i fatti alle convenienze contingenti non agevola questo processo ma, anzi, lo ostacola.

Le vicende di Ernst Nolte e, soprattutto, di David Irving ci insegnano come il revisionismo - inteso in senso deteriore - è l'humus principale in cui cova, cresce e si rafforza il bacillo del negazionismo.

E' necessario divulgare correttamente per evitare il proliferare di revisioni e di successive negazioni ma è questione urgente: tempus fugit e, presto, delle nostre tragedie non resteranno più in vita i testimoni ma solamente gli atti dei convegni e le targhe che apponiamo nelle stazioni.

Enrico Neami
Unione degli Istriani

Livio Turini
ex presidente dell’Agi
Il Piccolo 27/07/06 Lettere


Rispondo alla lettera del Consigliere provinciale del Pdcl di Monfalcone Alessandro Perrone. Ds-Verdi-Cattolici rinnegati, respingono con supponenza le critiche dei cittadini contro il pericolo comunista, perché sostengono che questa ideologia è ormai scomparsa. Nulla di più falso. Rifondazione Comunista e il Pdci, con il loro stesso nome smentiscono questa tesi.
I post comunisti dei Ds che hanno cancellato Marx, Lenin e Stalin, collaborano con questi due partiti per conquistare il potere e sconfiggere i cittadini democratici, definendoli conservatori, borghesi (buoni e cattivi secondo Bertinotti), disonesti, mafiosi ecc., non degni di governare l’Italia.
Spero che Lei sia un giovane politicante che non conosce la storia di Gorizia, mia città natale e dei tragici eventi che sconvolsero la città durante la criminale occupazione titina di Gorizia del maggio 1945.
Deportazioni, assassini, infoibamenti, la fuga dei giovani oltre l’Isonzo, fu la liberazione che gli sloveni jugoslavi imposero ai goriziani. Questa è la verità storico politica che i vecchi goriziani devono denunciare, perché testimoni dei crimini commessi dagli sloveni jugoslavi, durante l’occupazione comunista di Gorizia. La città non fu liberata dai partigiani jugoslavi.

Questa è una vergognosa menzogna.
Era già libera, perché il 29 aprile i tedeschi lasciarono la città per consegnarsi agli alleati. I volontari del Cln impreparati politicamente e militarmente, si scontrarono con i serbi in ritirata. Diversi volontari furono assassinati. Gorizia rimase libera dal 29 aprile al 2 maggio. Nella stessa giornata reparti di partigiani sloveno jugoslavi occuparono la città, commettendo delitti contro l’umanità. Il Cln entrò nuovamente nella clandestinità e due suoi membri, Sverzutti e Olivi noti antifascisti goriziani, furono arrestati e deportati in Jugoslavia e insieme ad altri 680 cittadini innocenti, sparirono nel nulla.

Gorizia fu invasa e conquistata dagli jugoslavi, non liberata, perché era già libera. Un reparto di partigiani italiani comunisti della Garibaldi Natisone presidiò la città considerandola nemica, perché contraria all’annessione alla Jugoslavia comunista di Tito. È indegno che gli slavo-comunisti rinneghino e stravolgano la storia del popolo goriziano, per interessi personali o di partito. È indubbio che il Friuli Venezia Giulia era per gli alleati un territorio nemico, ma giuridicamente secondo le leggi
internazionali, fece parte dello Stato Italiano fino al 1946, anno in cui fu firmato il trattato di pace, che assegnò parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia. Terra di conquista, ma gli alleati liberarono gli italiani, mentre gli sloveni jugoslavi massacrarono i goriziani. I 230 partigiani comunisti della provincia, caduti combattendo contro i nazifascisti, non hanno combattuto per la liberazione di Gorizia, ma per consegnare la città e il suo popolo alla Jugoslavia comunista.

Gorizia fu annessa politicamente alla Jugoslavia, entrando a far parte della VII Repubblica Federativa. Nei 40 giorni di occupazione titina, i manifestanti sloveni calati dai monti e i comunisti italiani della provincia, gridavano per le strade della città Jugoslavia - Jugoslavia - Gorica je nasa (cioè jugoslava). Questa è la verità sacrosanta, che gli slavi comunisti e la lobby del sindaco filo slavo Vittorio Brancati vogliono nascondere, affinché le giovani generazioni non sappiano che i nazional irredentisti sloveni e i comunisti italiani tradirono l’Italia e vendettero Gorizia e il suo popolo alla Jugoslavia comunista.

Lo scrivente e i goriziani indigeni non sono razzisti o antislavi. Difendono la millenaria identità italiana della città. Gli aggressori nemici di Gorizia non sono gli slavi, coloni immigrati nel Friuli dalla Carniola o dalla Carantania, con i quali conviviamo pacificamente da mille anni, ma i fanatici nazional fascisti sloveni che vogliono slavizzare Gorizia. I politici goriziani di cultura italiana sanno che questa è la vera storia di Gorizia. Di conseguenza devono, in nome della dignità e onestà intellettuale
difendere l’identità della città, opponendosi al bilinguismo.

Livio Turini
ex presidente dell’Agi

Dopo 10 anni trovano degna sepoltura a Capodistria i 130 infoibati

L'Unione degli Istriani chiede al Governo sloveno che la loro sepoltura avvenga con una "cerimonia"


Lavori in corso in questi giorni a Capodistria, nel cimitero comunale, per dare degna sepoltura ai 130 infoibati, tra i quali anche alcuni bambini, scoperti agli inizi degli anni Novanta in ben 116 foibe e cavità sotterranee, da San Servolo a Villa del Nevoso, e dalle quali vennero prelevati per disposizione delle autorità slovene. L'operazione di ricerca e recupero, commissionata dal Governo sloveno, era stata affidata allo sloveno Franc Maleckar.

Gli scheletri, una volta individuati e riesumati, vennero trasportati a Lubiana presso l'istituto di Medicina scientifica per le relative analisi, ultimate qualche anno fa. Molti dei crani presentavano evidenti fratture causate da proiettili e diversi resti erano ancora legati con filo spinato.

Gli esami effettuati comunque, a detta delle autorità, non hanno potuto stabilire l'identità delle vittime e di conseguenza anche la loro nazionalità. L'Esecutivo sloveno ha infatti recentemente divulgato attraverso alcuni dispacci trasmessi ai mass-media che si tratta di persone infoibate dai partigiani titini, e non come asserito in un primo momento, vittime di vendette personali o litigi tra famiglie.

Dopo una breve "sepoltura provvisoria" fuori le mura di cinta del cimitero di Bertocchi ed in attesa di una soluzione definitiva, Lubiana ha in questi giorni stabilito che i resti saranno sepolti a Capodistria (senza peraltro interpellare l'azienda comunale cimiteriale) e verranno posti alcuni cippi con la dicitura bilingue: "Vittime degli eccidi del dopoguerra - nazionalità ignota".

Ma c'è un aspetto di tutta questa operazione che non viene completamente condiviso dall'Unione degli Istriani ed in particolare dal presidente Massimiliano Lacota che chiede al Governo sloveno di procedere alla sepoltura delle vittime con una "cerimonia ufficiale".

"C'è una grandissima probabilità" spiega Lacota "che molti di quei resti siano di cittadini italiani prelevati dalle proprie abitazioni e fatti sparire dai partigiani durante o meglio, come confermano le diciture sui cippi, dopo la guerra; è proprio per questo che chiediamo al Governo sloveno di accompagnare alla sepoltura una cerimonia ufficiale alla quale prendano parte le autorità civili e religiose italiane e slovene".

Del resto la presenza stessa di resti di alcuni inermi bambini, che potrebbero risultare figli di italiani infoibati assieme ai genitori oppure slavi, esclude si tratti solo di soldati tedeschi, mentre la relazione di ben cinque pagine, stilata a suo tempo dallo stesso direttore delle operazioni di recupero Maleckar, evidenzia come anche altri resti, individuati in altrettante cavità ma non ancora prelevati, andrebbero recuperati ed esaminati.

Inoltre lo stesso Maleckar nella relazione scrive: "Purtroppo lo scopo della Commissione non era quello dichiarato, ma era quello di usare gli speleologi per nascondere quello che non si è riusciti a fare minando ricoprendo le vergogne con ghiaia e rifiuti.
Questo lo deduciamo dall'incompletezza del lavoro, o meglio dalla raccolta solo sulla superficie dei fondi delle cavità, dal fatto che non si è provveduto alla sepoltura (finora, ndr) e dallo scioglimento della Commissione prima di aver concluso i compiti. Per adempiere alla verità storica si dovrebbero estrarre i resti umani da sotto il materiale che li ricopre. Abbiamo raccolto molte testimonianze, che si dovrebbero però verificare."


"Se è impossibile stabilire l'identità delle vittime con l'autopsia effettuata" conclude Lacota "ciò non toglie che chi venne ucciso in questo barbaro modo, di qualunque nazionalità esso sia, abbia diritto, dopo sessant'anni, di avere una degna sepoltura".


Massimiliano Lacota
Presidente dell'Unione degli Istriani

Terza edizione arricchita del libro di Ranieri Ponis «In odium fidei» pubblicato dalla Litografia Zenit
Il Piccolo 06/06/2006


Ranieri Ponis racconta gli avvenimenti con scorrevole taglio da cronista: nato a Pola, ma trasferitosi giovanissimo a Capodistria, è stato per trent'anni giornalista al «Piccolo», diventandone capo cronista e, infine, redattore capo. La sua sensibilità alle vicende istriane, che del resto ha personalmente vissuto, lo porta a non esentarsi dal fare commenti in prima persona su storie, che, per formazione professionale, narra attingendo ai ricordi, alle testimonianze dirette, alla rivisitazione dei luoghi.

Dopo i capitoli dedicati allo scomparso vescovo di Trieste Antonio Santin, a monsignor Edoardo Marzari (il don Bosco dei ragazzi esuli), a Marcello Labor, il prete medico di origine ebraica divenuto sacerdote dopo la morte della moglie e del quale è stato avviato il processo di beatificazione, sono molti altri i ritratti, ai più sconosciuti, di preti che si sono trovati dopo il secondo conflitto mondiale a immolare la loro vita nel turbinio delle vicende che vedevano opposti i nazisti e i titini nella tormentata terra istriana.

Don Francesco Bonifacio, i Benedettini di Daila, monsignor Giorgio Bruni, don Miro Bulesic, monsignor Giuseppe Dagri, don Angelo Tarticchio, padre Atanasio Cociancich, don Marco Zelco. Nomi e storie che Ponis ha raccontato per onorare la memoria di istriani che hanno sofferto e anche pagato con la vita il loro essere sacerdoti in tempi e terre divenuti barbari e ostili. La terza edizione, arricchita, del volume, è stato edito a cura del Centro culturale Gianrinaldo Carli aderente all’Unione degli Istriani, con disegno in copertina di Nevio Grio, che ne ha fatto omaggio all’associazione. In prefazione un intervento del Vescovo di Trieste monsignor Eugenio Ravignani: «Custodire la memoria è dovere / farla conoscere è saggezza». Una copia del libro è stata offerta a Papa Benedetto XVI durante l’udienza dello scorso 29 marzo concessa dal pontefice all’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e alla Famiglia Montonese.

Era di Montona d’Istria monsignor Luigi Bottizer, lì nato nel 1915, il cui fratello Ubaldo, giornalista, fu vittima dei partigiani nel 1944. Don Alfredo – rievoca Ponis – lo porterà a spalla per seppellirlo nel cimitero del villaggio natio. Nel 1946 i titini vogliono arrestarlo, lui scappa, riesce a raggiungere Trieste con il supporto degli anglo-americani. Ed è nel Gma (Governo militare alleato) che trova la sua collocazione come direttore della Caritas americana, «tutore attento e premuroso degli esuli istriani e dalmati, mano amica che si protende Oltreoceano». Fra i primi preti a Trieste a indossare il clergimen, cappellano dei vigili urbani triestini e del porto, si dà da fare per dirottare fondi dagli Usa nel dopo terremoto del 1976 in Friuli. Il 16 luglio del 1980 il suo cuore, in quel fisico possente che aveva, si ferma. Don Placido Sancin era stato parroco di San Dorligo della Valle, catturato nell’ottobre del 1943 dagli slavo-comunisti.

Sono ferite rimarginate, ma che hanno lasciato cicatrici. Nulla si è più saputo di lui. Ma improvvisamente la svolta: in una foiba di San Servolo, sovrastante San Dorligo-Dolina, fra varie ossa umane, vengono ritrovati brandelli di un abito talare e un colletto sacerdotale di celluloide. Si ancora indaga se fossero di don Placido. Infine, nel libro di Ponis, la storia di don Giuseppe Gabbana, cappellano militare della Guardia di finanza, un prete in divisa. Il 2 marzo del 1944 tre sicari bussano alla sua porta a Trieste in via dell’Istria 39, nel popolare quartiere di San Giacomo. Lui apre, gli scaricano i proiettili nell’addome, lo colpiscono alla tempia con il calcio dell’arma. Perché? Risponde Ponis: «Era un prete, amava la Patria, indossava una divisa».

Sabato 10 settembre viene intitolata una piazza centrale di Trieste alla memoria del martire istriano Don Franceso Bonifacio. La cerimonia, presieduta dallo stesso SINDACO della città, viene preceduta da una santa messa celebrata dal VESCOVO della diocesi. Ad entrambe le manifestazioni partecipano ufficialmente le ORGANIZZAZIONI degli esuli con i labari e sia la chiesa che la piazza sono gremite di FOLLA.

Sindaco, Vescovo, Organizzazioni e Folla non sono evidentemente elementi giornalistici di rilievo per la redazione del nostro (!?) quotidiano cittadino che snobba CLAMOROSAMENTE & COLPEVOLMENTE l'avvenimento (a oggi non sono riuscito a trovare alcun cenno) dimostrando che una legge (quella sulla istituzione della Giornata del Ricordo) non basta a smuovere le coscienze di quanti han sempre dormito, sempre ignorato, sempre snobbato, sempre contrastato il valore del nostro dramma.

Propongo quindi di organizzare una colletta tra le nostre associazioni per acquistare una pagina del nostro "distratto" quotidiano dove pubblicare il resoconto della manifestazione e stigmatizzare il comportamento vergognoso del veramente "piccolo" e meschino quotidiano.

Un saluto a tutti

Biloslavo Franco
(comunità Piemonte d'Istria)

di Giampaolo Valdevit, a commento dell'intervista a Gino Paoli
Il Piccolo 22 dicembre 2005


Ha del tutto ragione Gino Paoli nell'attribuire alla sinistra, ovvero al Pci e ai suoi eredi, la responsabilità politica e morale per la vicenda delle foibe. Un discorso così schietto non l'ho sentito mai fare, soprattutto da parte di chi, come Gino Paoli, dice di essere stato di sinistra e di voler continuare a essere di sinistra. Sia pur osservando la vicenda da un'angolatura particolare, cioè la storia della sua famiglia monfalconese, è da riconoscere che egli ha colto perfettamente nel segno.

Le tragedie che si sono abbattute sulle nostre terre nel settembre 1943 e, più marcatamente, nel maggio 1945, portano infatti il marchio del comunismo: di quello jugoslavo e sloveno in particolare, dominato dalla pura e semplice volontà di conquista territoriale alla luce del principio: arraffiamo tutto quello che si può (Churchill l'aveva definita a caldo proprio in tal modo, land grabbing). Su ciò troneggiava comunque la stella rossa, fatto che permise ai comunisti italiani del nord-est di dimenticare Togliatti e di passare armi e bagagli dalla parte di Tito.

Quanto al leader del Pci, egli se ne ebbe un po' a male ma non tanto: realista e cinico qual era, sapeva benissimo di non essere in grado di controllare i comunisti italiani di queste parti, per cui fece buon viso a cattivo gioco.
Da Stalin cercò anche di ottenere un intervento risolutivo, ma questi badava alla sostanza dei fatti e Tito lo rassicurava asserendo di avere il controllo del territorio.
A Stalin questo bastava per dirgli: vai pure avanti. Si è anche raccontato a lungo che Togliatti riconobbe l'italianità di Trieste, ma si è dimenticato di aggiungere che fu un riconoscimento platonico, cui non fece seguito niente di concreto.
In definitiva la storia delle foibe è un capitolo della storia del comunismo, di quello sloveno come di quello italiano, come del resto dimostrano i paralleli atti di violenza che si manifestarono pressoché in tutta l'Europa Orientale al momento della conquista del potere comunista.

Per inciso, in termini comparativi qui la violenza fu più aspra (cioè fece più morti) a dimostrazione del fatto che fra i comunisti dell'Europa Orientale Tito amò distinguersi per estremismo, cosa che, a un certo punto dette fastidio persino a Stalin, che nel 1948 non potè fare a meno di scomunicarlo. Da uomo di sinistra, come si è definito, Gino Paoli ha invitato la sinistra a un'assunzione di responsabilità. Al pari del suo giudizio sulla vicenda delle foibe, anche l'appello è del tutto condivisibile; ma temo che stenterà a essere accolto.
Perché? Per il motivo che gli eredi del Pci hanno già una loro verità ufficiale sui fatti accuratamente riverniciata e, com'è noto, le verità ufficiali sono dure a morire.

Al riguardo più di uno, a Trieste e non solo qui, ha riconosciuto loro il merito di avere aperto pagine che erano rimaste chiuse nel loro libro di storia, cioè di avere riconosciuto la tragedia dell'esodo e i silenzi della dirigenza comunista di allora, nonché il valore dell'amor di patria, a lungo esso pure ignorato quando non bollato in termini negativi.
Ma in questa revisione del passato si sono fermati a metà strada e non c'è segno alcuno che intendano andare avanti. Cos'hanno fatto dunque gli eredi del Pci circa il nostro passato? Hanno detto: il passato altrui (l'esodo, il trattato di pace punitivo, la passione nazionale) appartiene anche a noi tant'è che hanno sostenuto in pompa magna la celebrazione della Giornata della memoria l'11 febbraio e nell'ottobre dello scorso anno hanno salutato, a braccetto con Alleanza nazionale, l'anniversario del ritorno dell'Italia a Trieste come trionfo della passione e dell'orgoglio nazionale, santificando inoltre i morti del novembre 1953.

Giampaolo Valdevit

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