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UNA STRADA PER DON BONIFACIO
Comunicato stampa del Comune di Trieste


Un angolo centralissimo di Trieste, per la precisione lo spiazzo posto all’inizio del viale XX Settembre presso la nuova fontana installata nell’area di recente ripavimentazione, porterà, a partire da domani, sabato 10 settembre, il nome di don Francesco Bonifacio “sacerdote istriano, martire per la fede” – così sarà l’iscrizione sulla targa – scomparso tra Grisignana e Villa Gardossi proprio in queste giornate di una fine d’estate di 59 anni fa (l’11 settembre 1946) e mai più ritrovato, a seguito del suo arresto da parte delle guardie popolari jugoslave operanti sul territorio della penisola istriana.
Comunemente ritenuto, per tale motivo, vittima della persecuzione antireligiosa instaurata nella Jugoslavia comunista di allora, don Bonifacio, nato a Pirano nel 1912, ordinato sacerdote a Trieste nel 1936, nominato “cappellano esposto” di Villa Gardossi nel 1939 dal Vescovo mons. Santin, è stato elevato dalla Chiesa al rango di Servo di Dio ed è attualmente in corso il processo per la sua beatificazione.
L’annuncio ufficiale dell’intitolazione viaria e degli altri dettagli della cerimonia commemorativa in suo ricordo è stato dato ieri in Municipio dallo stesso Sindaco Dipiazza e dall’Assessore con delega alla Toponomastica Fulvio Sluga, affiancati da don Paolo Rakic vice-postulatore della causa di beatificazione, dal consigliere regionale Bruno Marini primo proponente dell’intitolazione, alcuni anni fa, e da numerosi consiglieri comunali già sottoscrittori di una mozione in tal senso rivolta al Sindaco (Camber, Declich, Di Tora, Gabrielli, Porro).
Illustrato il programma di domani, che prevede alle ore 18, nella Chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo, una S. Messa di suffragio celebrata dal Vescovo mons. Ravignani, cui seguirà alle ore 19 la cerimonia di scoprimento della targa con interventi dell’Assessore Sluga, dello stesso Vescovo Ravignani e del Sindaco Dipiazza nonchè del coro dell’Associazione Carabinieri, i partecipanti alla conferenza hanno sottolineato le motivazioni dell’atto.
In particolare, il Sindaco Dipiazza ha voluto ricordare come l’intitolazione a don Bonifacio sia il seguito ideale e simbolico di un altro analogo precedente provvedimento dell’Amministrazione in carica: quello con cui si è voluto rendere omaggio all’altra giovane martire istriana, Norma Cossetto.
Concetto questo ripreso dall’Assessore Sluga che ha parlato di un “trittico” di intitolazioni commemorative di quel tragico periodo, cui manca ancora quella più generale dedicata a tutti i “Martiri delle Foibe” cui l’Amministrazione pensa di riservare una via di Roiano, prossima alla caserma della Polizia Stradale, dopo lo spostamento della stessa nella prevista nuova sede.
Don Rakic ha tratteggiato la storia del religioso istriano e le vicende di quegli oscuri anni, concludendo che don Bonifacio fu ucciso non perché portabandiera di un gruppo o di una fazione ma solamente “in odium fidei”, nel quadro di una persecuzione che colpì dai vescovi fino ai semplici preti, italiani, sloveni e croati, dall’aggressione a mons. Santin fino a quella a mons. Ukmar (a Lanischie nell’agosto 1947, durante la celebrazione delle cresime) che vide, nella stessa occasione, l’assassinio del suo accompagnatore don Bulesic.
Bruno Marini ha ringraziato infine la Giunta Municipale e tutti coloro che hanno sostenuto il compimento di questo “voto”, primo fra tutti il Sindaco Dipiazza “che ha personalmente indicato – ha detto Marini - il luogo centralissimo di questa intitolazione”.

COMTS - FS

da Comune di Trieste

Il cantautore ligure: la sinistra è responsabile culturalmente, sono state coperte le connivenze tra titini e partigiani rossi
Corriere della Sera 21 dicembre 2005


La vita e la storia devono essere davvero più complicate di quanto si creda, se accade di scoprire quasi per caso, in fondo a due ore di conversazione, che Francesco De Gregori non è l’unico cantautore simbolo della sinistra (mai rinnegata) ad aver vissuto in famiglia i crimini compiuti dai comunisti, sul confine orientale, al finire della guerra.
Racconta Gino Paoli che «mio padre, figlio di un operaio analfabeta delle ferriere di Piombino, aveva fatto l’accademia di Livorno ed era arrivato ai cantieri di Monfalcone come ingegnere navale. Là aveva sposato mia madre, che invece veniva da una famiglia benestante, i Rossi. Io sono nato nel 1934 e ho vissuto i primi mesi Monfalcone, poi ci siamo trasferiti a Genova. Dieci anni dopo, parte della famiglia di mia madre morì infoibata.

I miei parenti non erano militanti fascisti, erano persone perbene, pacifiche. Ma la caccia all’italiano faceva parte della strategia di Tito, che voleva annettersi Trieste e Monfalcone. I partigiani titini, appoggiati dai partigiani comunisti italiani, vennero a prenderli di notte: un colpo alla nuca, poi giù nelle foibe. Mia madre e mia zia non hanno mai perdonato. Mi ricordavano spesso i nomi dei loro cari spariti in quel modo, senza lasciare dietro di sé un corpo, una tomba, una memoria. Peggio: una memoria negata. Per questo mia zia odiava gli jugoslavi; e per me è stata una bella sorpresa, da adulto, andare per la prima volta in Jugoslavia e scoprire che non erano affatto tutti così».

Con la figlia Amanda e l'ex moglie Stefania Sandrelli (Olympia)
Interviene Amanda, la splendida figlia che Paoli ha avuto dal suo amore con Stefania Sandrelli diciottenne: «Papà, ho fatto una lettura pubblica sull’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, e non hai idea di cosa abbiano commesso i nazisti...». «Sì invece Amanda, conosco bene quella storia. È atroce ma, vedi, le atrocità ci sono state da entrambe le parti. È la guerra che rende l’uomo atroce; per questo io odio la guerra. Una parte della nostra famiglia è finita nelle foibe e di queste cose per decenni non si è parlato. E la sinistra porta una responsabilità culturale, perché il partito doveva coprire la connivenza dei partigiani rossi con la strategia di Tito. Vedrai che ci vorrà un altro mezzo secolo perché le passioni si spengano e se ne parli liberamente. Atrocità hanno commesso anche gli alleati che risalivano l’Italia. Le truppe d’assalto avevano il diritto, riconosciuto per iscritto, di saccheggiare e stuprare: e le truppe d’assalto erano per gli americani i neri, per i francesi i marocchini, per gli inglesi gli indiani. Le conseguenze le hanno patite le donne italiane, finché queste truppe non si sono attendate al Tombolo, in Toscana, in un accampamento frequentato da femmine alla disperata ricerca di cibo, finché non sono arrivati gli americani ad arrestare tutti. Io stesso, Amanda, dovetti scendere dal treno che ci riportava a Genova e passare tra le macerie di Recco distrutta dal bombardamento alleato - non avevo ancora dieci anni - camminando tra due pile di cadaveri. È un ricordo indelebile. Per questo, quando le due torri crollarono, ho reagito diversamente da chi la guerra non l’ha conosciuta, da chi bombardamenti non ne ha subiti mai. Anche se riconosco agli americani (al di là del comportamento di Bush che ha usato la tragedia come un pretesto) di aver reagito dimostrando il loro senso dello Stato. Magari ce l’avessimo anche noi italiani».

La politica appassiona Paoli fin da ragazzo. «Le mie prime manifestazioni furono quelle contro Scelba». Un altro ricordo indelebile, il luglio 1960. «Quando a Genova si seppe che per il congresso missino sarebbe tornato in città Basile, l’uomo che aveva compilato le liste degli operai da mandare in Germania, allora studenti e portuali, professori e camalli reagirono allo stesso modo, senza neppure bisogno di parlarsi. Il Pci fu del tutto scavalcato, come lo fu Togliatti dal fratello, che insegnava all’università e marciò in testa ai cortei. Io presi la mia razione di botte. Le jeep caricavano fin sotto i portici, e i respingenti di gomma facevano male. Il congresso dei missini, che allora si chiamavano ancora fascisti, non si fece più, il governo cadde, ma una generazione ha pagato cara quella vittoria: c’è gente che ha passato in galera vent’anni, un mio amico portuale in galera c’è morto».

«Facevo politica ma non mi sono mai iscritto al Pci. Mai amato le bande, i gruppi, i movimenti: ho visto troppi capi dei movimenti finire da Vespa. Meglio pochi amici, con cui passare la notte a parlare», musicisti come Tenco, Lauzi, Endrigo, ma anche Bagnasco e Renzo Piano. «Più di Marx ho sempre amato Rousseau: i beni della terra e dell’intelletto devono essere beni comuni. Come ogni artista, sono un po’ anarchico. Mi piaceva una scritta che vedevo da ragazzo a Pegli: "Comunismo sì, ma anarchico". Non so bene cosa voglia dire, però mi ci riconosco». Anarchico si dice fosse De André, «ma con lui non ci frequentavamo. Apparteneva a un’altra casta, suo padre era il braccio destro di Monti, comandava all’Eridania». La politica ha portato Paoli in Parlamento, tra gli indipendenti di sinistra, nel 1987. «Non è stata un’esperienza del tutto negativa. Ho imparato molte cose. Però avrei preferito rendermi utile agli altri. Invece la politica è complicata; per questo gli improvvisati che vi arrivano da fuori combinano un sacco di guai».
Non che Paoli sia entusiasta neppure dei professionisti. «Una volta avevamo politici che facevano affari. Oggi abbiamo affaristi che fanno politica. E il fenomeno non è esaurito da Berlusconi; riguarda anche la sinistra. Io capisco se uno come Della Valle si arrabbia: se perde soldi, son soldi veri. Questi altri giocano: spostano soldi virtuali. E mi dispiace che in questo gioco sia rimasta invischiata la sinistra. Che ora si trova in un bel guaio. Se dice la verità sugli anni di sacrifici che ci attendono, non vince le elezioni. Se dice balle, le vincerà ma sarà cacciata appena comincerà a fare l’inevitabile. In Inghilterra la società è più avanzata: non a caso Marx aveva previsto che la rivoluzione si sarebbe fatta là. Non è andata così ma in compenso hanno avuto la Thatcher, che nei primi anni ha messo il Paese alle strette, però a lungo andare ha portato risultati. Mi farò odiare, ma l’Italia avrebbe bisogno di una destra seria: liberale e dotata di senso dello Stato; che non privatizzi scuola e sanità ma imponga le ristrettezze necessarie a preparare la stagione delle riforme. Prima un po’ di conservatorismo per mettere da parte i soldi, poi gli investimenti per ristrutturare la casa».
Paoli non rinnega il passato; piuttosto, non si riconosce nel presente. Pur non amando Berlusconi, non si è unito alla mobilitazione di artisti e intellettuali contro di lui. «Ho attaccato Berlusconi quando non voleva pagare la Siae, negando alla cultura la sua fonte di sostentamento. Per il resto, non avevo nulla da dimostrare. Tutti sanno bene come la penso. E io non ho cambiato idea; sono loro ad averla cambiata. Io sono sempre di sinistra, diciamo pure comunista; sono loro a non esserlo più. E poi, come dicevo, non credo alle bande. Nel 1968 smisi di suonare per fare l’oste a Levanto: le mie cose non erano più adatte ai tempi, e non mi andava di cantare "viva" o "abbasso". Restai zitto per sette anni, fino a quando Gianni Borgna, allora capo della Fgci romana, mi invitò a suonare qualche canzone al Pincio. Andai avanti per due ore, e scoprii che i giovani comunisti potevano ascoltare Sapore di sale, che avevano capito come anche la poesia e l’amore fossero politica».

Sapore di sale, forse la più bella canzone mai scritta da un italiano, è del 1963. Sono gli anni in cui Paoli vive come Tenco e come una sua giovane scoperta, Lucio Dalla, nel mito degli chansonniers , degli esistenzialisti, degli artisti maledetti. È l’anno in cui si spara al cuore. «Ogni suicidio è diverso, e privato. È l’unico modo per scegliere: perché le cose cruciali della vita, l’amore e la morte, non si scelgono; tu non scegli di nascere, né di amare, né di morire. Il suicidio è l’unico, arrogante modo dato all’uomo per decidere di sé. Ma io sono la dimostrazione che neppure così si riesce a decidere davvero. Il proiettile bucò il cuore e si conficcò nel pericardio, dov’è tuttora incapsulato. Ero a casa da solo. Anna, allora mia moglie, era partita; ma aveva lasciato le chiavi a un amico, che poco dopo entrò a vedere come stavo». L’anno dopo Paoli ha avuto due figli: Giovanni, che ora ha curato per Laterza la sua biografia; e Amanda, con cui adesso discute di storia.
Aldo Cazzullo
21 dicembre 2005

'esodo fu pulizia etnica perpetrata ai danni del popolo istriano anche attraverso lo strumento della persecuzione religiosa e don Bonifacio ne è un esempio emblematico.

La storia del giovane curato di Villa Gardossi, in Istria, che i titini massacrarono di botte e poi fecero sparire in una foiba.

Don Francesco, la sera dell’11 settembre 1946, tornava verso casa percorrendo un sentiero in salita. Nel pomeriggio, in una frazione della zona, aveva ordinato la legna per scaldare il focolare domestico durante i rigori dell’inverno. Più tardi era salito a Grisignana per trovare conforto nell’amicizia che lo legava a un confratello, monsignor Luigi Rocco, e per ricevere l’assoluzione. Sulla via del ritorno il sacerdote venne fermato da due uomini della guardia popolare. Un contadino che era nei campi si avvicinò ai sicari e chiese loro di lasciar andare il suo prete, ma fu allontanato brutalmente e minacciato perché non dicesse nulla di ciò che aveva visto. Poco dopo le guardie sparirono nel bosco. Il sacerdote fu spogliato e deriso, ma egli, a bassa voce, cominciò a pregare. Si rivolse al Signore e chiese perdono anche per i suoi aggressori. Accecati dalla rabbia, i due cominciarono a colpirlo con pugni e calci: don Francesco si accasciò tenendo il viso tra le mani, ma non smise di mormorare le sue invocazioni. I suoi carnefici tentarono di zittirlo scagliandogli una grossa pietra in volto, ma il curato, con un filo di voce, pregava ancora. Altre pietre lo finirono. Da allora non si seppe più nulla di lui. Il suo corpo, dopo l’atroce esecuzione, scomparve. Quasi certamente fu gettato in una foiba.

Don Francesco Bonifacio fu ucciso a trentaquattro anni, ma rimase nel cuore e nella memoria di chi ebbe la fortuna di incontrarlo.

(tratto da "Foibe: 60 anni di silenzi")

La figura di don Francesco Bonifacio, il suo martirio ad opera del Comunismo, costituiscono un simbolo importante di tutta la tragica vicenda di Foibe e di Esodo e stanno a confermare come lo strumento della persecuzione religiosa abbia svolto un ruolo rilevante nella "politica del terrore" realizzata dal regime jugoslavo.

La prima notizia della uccisione di don Francesco risale al 21 settembre 1946 ed è vergata dal Vescovo Mons. Antonio Santin: "Fino ad oggi nulla si sa di lui. Le autorità (quelle degli occupanti jugoslavi) fingono di ignorare ogni cosa. La popolazione dice che è stato ucciso". Secondo alcune testimonianze il suo corpo, mai ritrovato, sarebbe stato gettato nella foiba di Grisignana.

Era stato mons. Santin ad iniziare, ancora nel 1957, il processo di beatificazione di don Bonifacio, come martire della Fede. Sembra che finalmente, nonostante le diverse resistenze politiche, l'iter della causa stia concludendosi. Sarà un segno importante, per tutto il mondo giuliano dalmata, il riconoscimento del martirio di questo giovane sacerdote (era nato a Pirano nel 1912) che aveva dedicato tutto il suo fervore apostolico alla sua missione sacerdotale e, specialmente, al lavoro con i giovani. E che proprio per queste ragioni venne martirizzato dal comunisti jugoslavi del maresciallo Tito.

Ben venga se anche sui muri di altre città italiane comparirà il nome di "don Francesco Bonifacio, sacerdote istriano e martire per la fede". Ben venga se da qualsiasi muro di qualsiasi città italiana scomparirà il nome del responsabile del suo martirio, il maresciallo Tito, detto l'Infoibatore

L’arrivo delle truppe di Tito, l’attendismo degli Alleati, il dramma delle foibe
Il Piccolo - 04/11/05


Si intitola «Vincitori e vinti. Le stagioni dell’odio dalle leggi razziali a Prodi e Berlusconi» il nuovo libro di Bruno Vespa, il giornalista di «Porta a porta», che Mondadori distribuirà nelle librerie martedì. Una lunga cavalcata attraverso le lotte che hanno diviso l’Italia negli ultimi settant’anni.

Non poteva mancare un capitolo dedicato alla «questione Trieste», intitolato «Dove siete, brigate partigiane dell’Alta Italia?», che anticipiamo per gentile concessione della casa editrice Mondadori.
L’attacco finale ai confini italiani partì il 17 aprile 1945. Basta guardare su una carta geografica il percorso della IV armata di Tito, che si muoveva d’intesa con le brigate partigiane slave, per capire quale fosse la strategia politica del maresciallo.

Lubiana era in mani nazifasciste. Sarebbe stato ragionevole liberarla subito. E invece no. Tito sapeva che la realpolitik gli avrebbe restituito a tavolino la città, che fu raggiunta infatti soltanto l’11 maggio. Erano parti d’Italia che occorreva conquistare per sottrarle alle potenze occidentali. Accadde così che i reparti neozelandesi che si muovevano in zona furono drammaticamente lenti. E i reparti slavi drammaticamente veloci. Il 20 aprile varcarono il confine italiano. Il 1° maggio entrarono a Trieste e a Gorizia, il 3 a Fiume, il 4 a Pola, completando l’occupazione dell’intera penisola istriana. (Un reparto neozelandese arriverà a Trieste il 2 maggio, ma troverà che in poche ore gli slavi hanno assunto il pieno controllo militare della città).
Istantaneamente, ricorda Oliva, «l’esercito iugoslavo insedia dovunque i Comitati popolari di liberazione che assumono il potere politico-amministrativo e i cui membri sono quasi tutti di nazionalità slava, con l’inserimento di alcuni italiani di “provata fede comunista”». Gli antifascisti non comunisti compresero di aver perso la partita nel momento stesso in cui furono sicuri di averla vinta. Avevano partecipato all’insurrezione triestina, ma i comunisti slavi misero immediatamente alla porta il Cln dando seguito a un ordine del comitato centrale del Partito comunista iugoslavo ai propri reparti al fronte: «Considerate ogni insurrezione che non si fondi sul ruolo guida della Iugoslavia di Tito come un sostegno all’occupatore e un inizio della guerra civile».

I triestini, i goriziani e gli istriani erano disperati. Racconta un testimone, lo scrittore Pier Antonio Quarantotti Gambini («Primavera a Trieste»): «Dove siete, brigate partigiane dell’Alta Italia, di cui sentiamo parlare da mesi? Possibile che nessun comandante abbia l’occhio acuto e il cuore pronto, che nessuno pensi a passare il Piave, il Tagliamento, l’Isonzo...? E che fa la “Osoppo”, che è quassù, a poche decine di chilometri da noi? Possibile che... soltanto gli iugoslavi pensino al Carnaro, all’Istria, a Trieste, a Gorizia…? Non possiamo crederlo... Ma una voce, nel fondo della nostra amarezza, ci dice di no: gli italiani... saranno assenti. Nessuno ci verrà in aiuto. Gli italiani, come troppe altre volte, scambiano per storico l’effimero. Gli italiani ammazzano Claretta, e non si accorgono che l’ala della storia batte sulle Alpi Giulie».

Poco dopo lo scrittore doveva arrendersi alla drammatica evidenza e trasformarsi in cronista della sconfitta nazionale: «Nella tarda serata di ieri gli uomini di Tito, incoraggiati dall’inerzia degli Alleati, espellevano brutalmente il Cln dalla Prefettura, ch’è restata così nelle loro mani. E tutti gli edifici pubblici... sono ormai occupati e vigilati, con le mitragliatrici a ogni entrata, dagli iugoslavi. Da ogni parte vengono segnalati arresti d’italiani più che di fascisti, e le nostre bandiere vengono strappate dalle finestre».
Un altro cronista è Silvio Benco («Contemplazione del disordine»). La sua testimonianza è del 5 maggio, quando a Trieste si formò un corteo spontaneo di italiani issando il tricolore nell’illusione di contrastare, almeno simbolicamente, un’occupazione che diventava sanguinosa: «Quando un’immensa folla... s’accalcò su le vie al grido “Italia! Italia!” si scaricarono su di essa le mitragliatrici... Ogni giorno dalle case perquisite ne erano portati via con gli autocarri alcuni che non tornavano più... “E gli Alleati lo sanno; gli Alleati stanno a guardare. Osservano”».

Crainz cita il diario di Mafalda Codan, figlia e nipote di possidenti di Parenzo arrestati e gettati nelle foibe nella prima ondata di violenze dell’autunno del 1943: «Con un filo di ferro mi legano le mani dietro la schiena e mi fanno salire su una macchina … Prima sosta, Visinada. Mi portano sulla Foibe, la pulizia etnica del maresciallo Tito, piazza gremita di gente, partigiani, donne scalmanate urlano, gesticolano, imprecano. Stoinich mi presenta come italiana, nemica del popolo slavo, figlia di uno sfruttatore dei poveri, tutti cominciano a insultarmi, a sputacchiarmi, a picchiarmi con lunghi bastoni e a gridare: a morte, a morte...».

Bruno Vespa

Nasce largo Bonifacio, nel nome di un infoibato

L'inizio di viale XX Settembre sarà intitolato alla memoria del sacerdote ucciso in Istria

Il Piccolo 28 luglio 2005


Il prelato scomparve in circostanze misteriose. In atto la causa di beatificazione
L'iniziativa toponomastica è partita nel 2002 da una lettera inviata dal consigliere regionale Bruno Marini (Forza Italia) al sindaco Dipiazza

di Pietro Comelli

L'inizio di viale XX settembre sarà intitolato a un infoibato. "Largo Francesco Bonifacio, sacerdote istriano e martire per la fede" è la targa che il Comune scoprirà sabato 10 settembre nell'area pedonale fra via Muratti e l'ex acquedotto. Una zona centralissima, da poco ripavimentata e arricchita dalla fontana cosiddetta dei "mascheroni" che, dopo la posa di alcune panchine, è diventata un punto di incontro per i cittadini.
Nei prossimi giorni l'amministrazione comunale confermerà la cerimonia, che si terrà in una data non casuale: l'11 settembre 1946, infatti, don Bonifacio trovò la morte in Istria. Ucciso e infoibato dai partigiani jugoslavi di Tito. Una pagina tragica della storia del confine orientale, finora ricordata da una via dedicata genericamente ai "martiri delle foibe". Il provvedimento, approvato dalla commissione toponomastica comunale, ha un significato molto forte. È la prima strada di Trieste intitolata a un infoibato.
La scelta è caduta sulla figura di don Bonifacio, un sacerdote di Pirano per il quale è anche in corso il processo di beatificazione. L'idea di intitolargli una strada è partita nel 2002 da una lettera del consigliere regionale Bruno Marini (Fi), indirizzata al sindaco Roberto Dipiazza, poi formalizzata in Comune dai consiglieri comunali forzisti Francesco Gabrielli, Maurizio Marzi e Piero Camber. Largo Francesco Bonifacio avrà un unico numero civico: l'ubicazione individuata ha tenuto conto anche di questo aspetto. Non si voleva modificare la toponomastica e creare disagio ai residenti che, davanti al cambio di denominazione, devono cambiare indirizzo.
L'intitolazione anticiperà la beatificazione come martire di don Bonifacio. Un processo diocesano di canonizzazione, iniziato nel 1957 e chiuso a Trieste nel 1998, attualmente all'esame del Vaticano. Un iter piuttosto complesso che papa Benedetto XVI ha deciso di riordinare nell'intento di snellire le pratiche.
La causa di don Bonifacio è stata più volte congelata. In passato si era parlato che una non meglio rpecisata "lobby croata" stesse tentando di ostacolare la beatificazione di un prete considerato scomodo. Una tesi in ogni caso smentita don Paolo Rakic, dal 1996 notaio della causa di beatificazione. Il ritardo avrebbe solo motivi burocratici.
Ma chi era don Bonifacio? Un giovane prete nato a Pirano nel 1912, fatto sparire nel dopoguerra in circostanze misteriose. La prima notizia dell'uccisione risale al 21 settembre 1946 ed è vergata dal vescovo monsignor Antonio Santin: "Fino a oggi nulla si sa di lui. Le autorità fingono - scrive - di ignorare ogni cosa. La popolazione dice che è stato ucciso". La morte violenta è in ogni caso certa, ma non si conosce alcun particolare. Sarebbe stato ucciso la notte stessa dell'arresto, l'11 settembre 1946, da parte dei partigiani jugoslavi. Il corpo non è mai stato ritrovato, secondo alcune testimonianze don Bonifacio sarebbe stato gettato nella foiba della campagna di Grisignana.
Negli anni Settanta, stando alla relazione e le testimonianze raccolte dallo scrittore e saggista Sergio Galimberti, era pericoloso occuparsi del caso Bonifacio. "Non l'avrebbero fermato nemmeno le intimidazioni che, negli anni bui della persecuzione religiosa in Istria, lo raggiungevano. Don Bonifacio aveva tutti con sé, specie i giovani, non lo potevano sopportare - scriveva nel 1998 il vescovo Eugenio Ravignani, nella prefazione al testo di Galimberti sul prete di Pirano - coloro che, imponendo anche con la forza la concezione materialistica e atea del comunismo, volevano cancellare ogni traccia della fede cristiana nel popolo istriano".

L’immagine dei corpi gettati negli abissi carsici durante la seconda guerra mondiale rimane il documento più sconvolgente di una stagione di morte. Ma quella barbarie non fu che un aspetto del genocidio degli italiani.
Dopo l’8 settembre’ 43 la repressione slava colpì le figure più rappresentative delle comunità italiane dell’Istria.
Nel maggio 1945 tutta la Venezia Giulia cadde in mano titina e la ferocia della repressione colpì Trieste e Gorizia


La tragica scelta tra foibe ed esilio di Raoul Pupo
da "Il Giornale" 17 maggio 2005


Si parla di foibe, ma è sbagliato. Si dovrebbe parlare di stragi jugoslave nella Venezia Giulia. Non è solo un problema di nomi, ma di evitare equivoci nei quali si infilano con disinvoltura i negazionisti. Certo, l'immagine più sconvolgente di quella stagione di morte rimane quella dei corpi gettati nelle profondità degli abissi carsici, e quell'immagine si è fissata nella memoria come simbolo di una volontà di cancellazione totale. Però quel modo così efferato di somministrare la morte non fu che un aspetto di un fenomeno di proporzioni ben maggiori: le stragi appunto, perpetrate dai partigiani e dalle stesse autorità del nuovo Stato iugoslavo nell'autunno del '43 e nella primavera del '45, e che nella Venezia Giulia fecero alcune migliaia di morti, molti più di quante non siano le vittime ritrovate - o ancora celate -nelle foibe del Carso.

Episodicamente, le foibe furono usate come barbare sepolture anche in altri casi: forse dai fascisti nel '42 e nel '43, sicuramente dai partigiani jugoslavi negli ultimi anni di guerra. Ma il punto non sta in una tecnica di omicidio diffusa in tutta l'area jugoslava: il punto sta nella strage di fasce di popolazione inerme, nell'inserirsi della violenza politica programmata sul terreno di odi nazionali, contrapposizioni ideologiche e rancori personali creatosi nei precedenti decenni.

Dopo l'8 settembre dei '43 la repressione colpì soprattutto le figure più rappresentative delle comunità italiane dell'Istria, talvolta eliminando interi nuclei familiari, e fece centinaia di vittime. Nel maggio del '45, quando per 40 giorni tutta la Venezia Giulia fu in mano jugoslava, l'epicentro si spostò verso le città maggiori e principalmente a Trieste e Gorizia, limite estremo delle rivendicazioni territoriali jugoslave. Ancora una volta, nel clima di «resa dei conti» per le colpe del fascismo - che moltiplicò in maniera impressionante le delazioni - si inserì la violenza di Stato, che mirava a eliminare intere categorie di persone. Tutte le forze armate che non rispondevano al comando jugoslavo, e quindi tedeschi, militari di Salò e del Corpo italiano di liberazione, assieme a partigiani italiani del Cln fucilati sul posto o deportati nei campi di prigionia, dove nel corso dell'estate denutrizione e sevizie mieterono un gran numero di vittime. Assieme a squadristi, torturatori e spie dei nazisti, tutti i rappresentanti dello Stato, del regime fascista, di quel potere italiano di cui si voleva eliminare ogni traccia. Tutti coloro che, per i più svariati motivi, si erano posti di traverso al movimento dì liberazione jugoslavo, o che, per i loro trascorsi patriottici e per la loro opinione manifesta, sembravano sicuramente avversi all'annessione alla Jugoslavia.

Questa era infatti la priorità assoluta del nuovo regime, che per realizzarla non lasciò nulla di intentato: una spericolata avanzata su Trieste -liberata dai tedeschi parecchi giorni prima di Lubiana e Zagabria -, una forte azione diplomatica verso gli alleati e una rigorosa «epurazione preventiva» della società locale, che a Trieste e Gorizia produsse più di l0mila arresti. Fortunatamente, la maggior parte dei deportati fece ritorno dall'inferno dei campi di concentramento, ma di alcune migliaia non si seppe - né si sa tuttora - più nulla. Fra gli italiani, l'ondata di panico fu enorme, e del resto il fine intimidatorio era ben presente nella repressione. Nessuno doveva avere dubbi: esisteva un nuovo potere, jugoslavo e comunista, e porlo in discussione avrebbe condotto alla morte. Volere l'Italia, era un crimine da scontare con la vita.

Ciò non significa che nell'estate del '45 i dirigenti jugoslavi avessero già deciso di cacciare tutti gli italiani dalla Venezia Giulia, perché ciò sarebbe stato contro i loro interessi. Di alcuni di quegli italiani i nuovi poteri avevano bisogno, per mostrare che buona parte della popolazione, non solo slava, era loro favorevole e anche per rafforzare il nuovo regime in Jugoslavia. Si trattava di quelli che venivano definiti gli «italiani onesti e buoni», cioè della classe operaia di Fiume, Trieste e Monfalcone. Una classe operaia numerosa, di profonde tradizioni internazionaliste, poco legata allo Stato italiano e dispostissima a battersi per la Jugoslavia comunista piuttosto che per l'Italia capitalista. Una classe operaia, infine, che avrebbe costituito la maggior concentrazione di proletariato in uno Stato che stava vivendo una rivoluzione bolscevica, ma in cui gli operai erano decisamente assai pochi. Per questi comunisti giuliani di lingua italiana venne inventata la politica della «fratellanza italo-jugoslava».

Tutti gli altri italiani invece, erano considerati «residui del fascismo». Si trattava degli strati urbani, che rappresentavano il nerbo dell'italianità giuliana e venivano percepiti come i «nemici storici» dei movimenti nazionali sloveno e croato: per loro, nella Jugoslavia di Tito non c'era sicuramente posto. Qualche spazio forse ci sarebbe stato per i contadini, ma l'ingerenza dello Stato nella gestione della terra, sommata all'aggressione contro la loro identità nazionale e religiosa, schierò anche gli agricoltori italiani contro il regime.

Alla fine, della politica della «fratellanza» funzionò solo la parte negativa: le pressioni ambientali, costellate di intimidazioni e violenze, e sostanziate dalla distruzione delle basi materiali e dal ribaltamento degli equilibri nazionali e sociali su cui si reggeva il gruppo nazionale italiano, non lasciarono agli italiani «sbagliati» altra scelta se non quella dell'Esodo. Quanto alla classe operaia, la sua sorte fu paradossale. Trieste e Monfalcone non furono assegnate alla Jugoslavia e perciò i comunisti locali continuarono a battersi per Tito, mentre a Fiume, a Pola e a Rovigno i comunisti italiani, dopo gli entusiasmi iniziali, si accorsero ben presto che la versione slovena e croata dell'internazionalismo era alquanto diversa dalla loro, e finirono per andarsene tutti, come i loro fratelli italiani di altra estrazione sociale.

Così l’Istria cambiò voltò, come conseguenza non solo della paura ereditata dalla stagione sanguinosa delle foibe, ma di una crisi assai più generale. Tutte le comunità italiane, quale prima quale dopo, furono costrette a rendersi conto che mantenere la loro identità nazionale nella Jugoslavia di Tito era semplicemente impossibile. Perciò, dovendo scegliere tra la propria terra e la loro italianità, scelsero l'Italia, con un sacrificio straziante del quale per decenni gli altri italiani non solo non hanno ringraziato gli esuli, ma del quale in buona parte non si sono nemmeno accorti.

Raoul Pupo

CERIMONIA DI INTITOLAZIONE DELLO SPIAZZO POSTO ALL'INIZIO DI VIALE XX SETTEMBRE A DON FRANCESCO BONIFACIO - 10 SETTEMBRE 2005

Sabato 10 settembre 2005 a Trieste, nella ricorrenza dell'anniversario della tragica scomparsa, avvenuta nel 1946, di Don Francesco Bonifacio, si svolgerà la cerimonia di intitolazione dello spiazzo posto all'inizio di Viale XX Settembre con il seguente programma:

ore 18.00 - Santa Messa celebrata nella Chiesa di Sant'Antonio Taumaturgo

ore 19.00 - Cerimonia di intitolazione a Don Francesco Bonifacio dello spiazzo posto all'inizio del Viale XX Settembre

L'opinione 04/08/05

L'avvocato penalista racconta dei tanti privilegi di cui godono gli assassini comunisti di Tito

Intervista all'Avv. Randazzo: "Ecco perché il boia delle foibe prende la pensione dallo Stato italiano" di Ruggiero Capone

"La giustizia è come una tela di ragno: trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi", questa frase di Solone (fondatore della democrazia ateniese, arconte che nel 594-593 avviò riforme, e primo poeta ad usare la lingua attica pregna d'omerismi) è stata scelta dall'avvocato Luciano Randazzo perché sintesi di quanto avverrebbe nelle procure italiane ed in ogni palazzo pubblico del potere. Così Randazzo (vice segretario politico di Italia Moderata) ha tenuto nel suo studio una conferenza stampa, per acclarare che sono stati archiviati gli esposti presentati contro di lui da Oskar Piskulic (tra i maggiori autori del genocidio delle Foibe). L'opinione lo ha intervistato.

- Piskulic ed altri autori di stragi impunite sono vivi e vegeti e trovano anche la forza di reagire contro chi chiede che vengano processati. Cosa ha dato loro la sicurezza di farla franca e di poter anche attaccare chi denuncia il loro operato?

Per 60 lungi anni hanno goduto di protezioni politiche italiana. E questo ha dato a Piskulic la sicumera sufficiente a pensare di poter chiedere all' ordine degli avvocati di Roma misure punitive contro di me e l'avvocato Augusto Sinagra. E perché avremmo, secondo il partigiano titino Piskulic, vilipeso la Repubblica ed il governo italiano difendendo le vittime delle Foibe nell'udienza preliminare, tenutasi il 15 marzo 2000 innanzi ai giudici del tribunale di Roma Roberto Reali e Giuseppe Petitto. Di fatto Piskulic ed i suoi sodali sono assurti, in forza di certa propaganda comunista, ad eroi ed intoccabili, e non hanno sopportato che avessimo chiesto la loro incriminazione per il genocidio 30 mila istriani e per il conseguente esodo di oltre 300 mila italiani dalmati. Addirittura certi partiti politici e certe sigle sindacali li hanno spacciati per eroi della resistenza.

- Che intende dire?

Che ai capi partigiani titini di nazionalità slava l'Italia paga laute pensioni, in alcuni casi sono corrisposte mensilmente e procapite pensioni di oltre 3000 euro, perché alcuni di loro sono stati spacciati come alti dirigenti in pensione d'un noto sindacato italiano. Piskulic la percepisce ancora lui personalmente, ma nei casi di decesso c'è stata una reversibilità della stessa a favore di giovani donne jugoslave sposatesi con gli infoibatori negli anni '90.

- E l'ordine degli avvocati come s'è comportato?

Ha archiviato il procedimento a carico mio e dell'avvocato Sinagra, e perché i consiglieri dell'ordine hanno ben compreso quanto fosse fuori luogo l' accusa mossa dall'infoibatore. A quest'ultimo, tra l'altro, lo stato italiano ha pagato persino la difesa. Piskulic non è un caso isolato, negli ultimi anni non pochi brigatisti hanno gabbato lo stato italiano.

- E le persone indifese che fine fanno?

La signora Sabrina Pietrolongo è stata messa sotto i riflettori della trasmissione televisiva "Un giorno in pretura", edizione dell'11 marzo 2004, ed il Garante per la protezione dei dati personali, in data 7 luglio 2005, ha censurato il programma di Rai Tre. Quindi ha intimato che le immagini relative alla mia assistita non siano nuovamente mandate in onda e, poi, ha inviato il provvedimento al Consiglio regionale e nazionale dell'Ordine dei giornalisti, perché vengano assunti provvedimenti contro il conduttore e gli autori. Questi ultimi hanno strumentalizzato il legame affettivo che c'era stato tra la mia cliente ed un imputato d'omicidio. Credo che in nessuna nazione civile sia consentito quest'uso spregiudicato della professione, e per dappiù da un canale pubblico.

In seguito all'appello del sindaco di Nova Gorica al ministro degli Esteri sloveno Dimitrij Rupel in merito alle vicende avvenute a Seconda guerra mondiale conclusa

L’avv. Paolo Sardos Albertini, Presidente della Lega Nazionale, ha auspicato che il Governo di Lubiana accolga l’invito formulato dal Sindaco di Nova Gorica e fornisca tutti i dati in suo possesso relativamente agli italiani scomparsi in Jugoslavia dopo il 1945.

La nuova situazione politica slovena dove, finalmente, al Governo non ci sono più gli ex comunisti eredi di Tito, fa sperare in questa svolta che permetta di fare piena luce sui misfatti del “terrore titino”.

In questo spirito l’avv. Sardos ha rinnovato l’auspicio più volte formulato che Italiani e Sloveni possano trovarsi al più presto ad onorare insieme le proprie vittime del comunismo di Tito. Sarebbe un contributo importante alla costruzione di nuovi rapporti europei fondati sulla Verità e sulla Giustizia.

leggi l'appello del Sindaco di Nova Gorica

Appello del sindaco sloveno sugli infoibati

Appello del sindaco di Nova Gorica al ministro degli Esteri sloveno Dimitrij Rupel in merito alle vicende avvenute a Seconda guerra mondiale conclusa


Appello del sindaco sloveno sugli infoibati, Brancati soddisfatto: «Giusto un chiarimento»

Appello del sindaco di Nova Gorica al ministro degli Esteri sloveno Dimitrij Rupel in merito alle vicende avvenute a Seconda guerra mondiale conclusa

Brulc: «Si faccia luce sui goriziani deportati»


«Dobbiamo dare una risposta agli appelli che giungono dall’Italia: è una questione etica, non politica»

«Dobbiamo poter dare una risposta ai goriziani che ci chiedono notizie sui loro parenti deportati alla fine della Seconda guerra mondiale in Jugoslavia».

Il sindaco di Nova Gorica Mirko Brulc affronta di petto uno dei problemi aperti sul confine. Il più spinoso. E lo fa in una lettera inviata al ministro degli Esteri di Lubiana Dimitrij Rupel, lettera nella quale - invitando l’uomo di governo a Nova Gorica per una visita ufficiale - affronta tutta una serie di problemi legati ai rapporti transfrontalieri. Ma soprattutto le deportazioni a guerra finita. «Alcune persone residenti nella vicina Gorizia che hanno perso i loro parenti alla fine della guerra - scrive Brulc - hanno chiesto il mio aiuto nella ricerca di informazioni in merito: sono quelle persone che alla fine della Seconda guerra mondiale furono deportate da Gorizia in Jugoslavia senza lasciare alcuna traccia.

Sono dell’opinione - aggiunge Brulc - che si tratti di una questione non politica ma etica e per questo motivo le chiedo un aiuto se e per quanto sia in suo potere».

Il tema della necessità di fare finalmente luce su una delle pagine più drammatiche della storia della città è al centro della lettera inviata da Brulc al ministro Rupel. «Se parliamo di collaborazione sul confine è eticamente importante sapere cosa è successo a quei goriziani deportati a guerra finita per poter superare le incomprensioni del passato e poter quindi guardare serenamente al futuro»: dal municipio di Nova Gorica si fa sapere che questa è, di fondo, la filosofia alla base dell’intervento del sindaco Brulc nel suo intervento ufficiale presso il Governo di Lubiana. Una lettera personale, inviata giovedì scorso, una lettera della quale copia è stata poi trasmessa - per opportuna conoscenza, come si dice in questi casi - anche al sindaco di Gorizia Vittorio Brancati.

Una lettera nella quale, peraltro, sono anche altri i temi affrontati, e sempre di sapore transfrontaliero, nella speranza che Rupel voglia discuterli in una visita ufficiale nella città d’oltre confine da mettere in calendario il prima possibile. Ecco quindi che si parla, ad esempio, dei valichi di confine secondari, sollecitando un arco di apertura oraria più largo (attualmente soltanto Salcano, oltre ai valichi internazionali di Sant ’Andrea e Casa Rossa è sempre aperto, ventiquattr’ore su ventiquattro). Ma non solo: si parla anche di Corridoio 5 e di infrastrutture viarie di collegamento, con l’auspicio che l’area della Goriska non venga tagliata fuori. E, infine, si auspica anche una maggiore collaborazione tra le polizie slovena e italiana con l’introduzione di pattuglie miste non solo sul confine ma anche all’interno delle città.

Guido Barella

***

Brancati soddisfatto: «Giusto un chiarimento»


Il sindaco di Gorizia Brancati ha accolto positivamente l’iniziativa del sindaco di Nova Gorica.

«Da diverso tempo – ha sottolineato Brancati – stiamo riflettendo assieme sulle azioni più opportune per favorire il progetto di collaborazione transfrontaliera e il superamento dell’odio e del rancore che alcuni, fortunatamente isolati gruppi, stanno continuando ad alimentare. Per quanto riguarda in particolare i drammi che hanno segnato pesantemente la città alla fine della Seconda guerra mondiale, in più occasioni ho sottolineato come, senza mai dimenticare quanto accaduto, soprattutto il tempo abbia posto le basi per sciogliere questi nodi fondamentali e dare innanzitutto una dignità e un nome preciso alle tragedie che hanno segnato le nostre terre, aprendo quindi definitivamente la strada al perdono reciproco, alla comprensione, alla riconciliazione.

«La gran parte di coloro che in tutto questo tempo hanno continuato a coltivare la memoria e il ricordo di quei drammi – ha concluso il sindaco di Gorizia – insistevano giustamente, con dignità ed equilibrio, a chiedere due cose: la verità e un luogo fisico dove ricordare i propri cari. Credo che la richiesta del sindaco Brulc metta bene in evidenza gli aspetti, appunto etici prima che politici, di tali richieste nei confronti delle quali ritengo giusto un complessivo e definitivo chiarimento storico».

da Il Piccolo 24/05/05

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