Le Foibe nei testi: verità, falsità, omissioni

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Tratto dal Dossier Foibe ed Esodo, curato da Silvia Ferretto Clementi, Consigliere Regionale della Lombardia. (www.ferretto.it)


LE FOIBE NEI TESTI: VERITA’, FALSITA’ ED OMISSIONI
CONFINE ORIENTALE


Mario Pacor - Milano, Feltrinelli, 1954

p. 34
Nei quaranta giorni della loro occupazione, i comandi militari Jugoslavi, e le autorità civili slave e italiane, da essi riconosciute, condussero una politica che, se aveva per presupposto l’annessione alla Jugoslavia, ostica a una parte della popolazione italiana, deve tuttavia essere riconosciuta obiettivamente assai corretta e civile.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini,

M. Pacor, pubblicato in ITALIA DRAMMATICA STORIA DELLA GUERRA CIVILE

Della Volpe editore, Unione Editoriale vol. 3, 1965

p. 568
i nostri alleati della nostra Jugoslavia, alfieri eroici di libertà e progresso, con i quali dobbiamo stringere sempre più rapporti di amicizia e di collaborazione (…).

p. 570
sull’occupazione di Gorizia: amministrazione democratica.

p. 574
Un’illustrazione a corredo del pezzo raffigura un titino che sorride ad alcune donne e riporta la seguente didascalia: 1 maggio 1945: i partigiani entrano in Trieste. C’è chi si ferma per scambiare un sorriso con le cittadine. Nelle zone compattamente slave il potere fu assunto dai comitati dell’OF, nelle altre dai CLN in collaborazione con l’OF o dai Comitati popolari misti.

p. 571
Didascalia riportata sotto la fotografia di Francesco De Gregori: detto "Bolla", morì con 17 suoi uomini per opera di una banda rivale.

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STORIA UNIVERSALE


Rizzoli Larousse, Milano, 1973

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L’EUROPA E GLI ALTRI CORSI DI STORIA PER I TRIENNI DELLE SCUOLE MEDIE SUPERIORI 3 -


Claudio De Boni, Enrico Nistri - Firenze, G. D’Anna, 1991

Cap. 13 - La pace senza pace - L’età della guerra fredda.
La normalizzazione degasperiana (...) Assai più arduo e penoso è il compito che si trova ad affrontare nella sua politica estera lo statista trentino, chiamato ad accettare il trattato di pace imposto dalle potenze vincitrici al nostro paese. Esclusa dalle trattative, considerata a pieno titolo una nazione vinta, nonostante la cobelligeranza e la lotta di resistenza antitedesca, l’Italia è chiamata ad accettare una pace punitiva, anche se meno onerosa di quella toccata ad altre nazioni coinvolte nel conflitto. Oltre a dover accettare alcune modeste rettifiche del confine con la Francia, la rinuncia di fatto all’Istria e alla Dalmazia, a beneficio della Jugoslavia, la trasformazione della città di Trieste in un "territorio libero" sotto l’amministrazione angloamericana".

Cap. 14 - L’età del disgelo - Una legislatura di transizione (1953-1958)
Anticomunismo e sussulti nazionalistici (...) nè manca, nel 1953, un sussulto nazionalista: dinanzi alla riluttanza degli anglo-americani a restituire Trieste all’Italia e alla minaccia Jugoslava di occupare la città, il primo ministro democristiano Giuseppe Pella ammassa le truppe alla frontiera, con una presa di posizione che rende per qualche tempo molto tesi i rapporti con Tito e con gli stessi alleati occidentali, anche se pone le premesse per il definitivo ritorno di parte della Venezia Giulia all’Italia.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

NEL TEMPO 3 Corso di storia per la scuola media


Gabriele De Rosa, Antonio Cestaio - Milano, Minerva Italica, Rist. 1991

Cap. 24 - Usa e URSS: la divisione ideologica e militare del mondo.
3. Il trattato di pace per l’Italia.

I trattati di pace, firmati a Parigi nel 1947, risentono del clima di sospetto formatosi nei rapporti fra le grandi potenze. Basti dire che mentre l’Italia riuscì ad avere un trattato di pace, sia pure a costo di grandi sacrifici, la Germania non l’ebbe. Ecco le clausole principali del trattato di pace per l’Italia, firmato dal presidente del Consiglio del tempo, Alcide De Gasperi:
1) restituzione delle isole del Dodecanneso, nel mar Egeo, alla Grecia;
2) cessione dell’Istria e di altri territori della Venezia Giulia alla Jugoslavia. Trieste, dopo lunghe discussioni e violente polemiche, fu dichiarata territorio libero e fu divisa in due zone: una sotto il controllo degli anglo-americani, l’altra sotto il controllo iugoslavo. Ogni tentativo di accordo fra Italia e Jugoslavia non ottenne nessun risultato. Solo nel 1954 Trieste fu restituita all’Italia;
3) cessione alla Francia di due paesi di confine: Briga e Tenda. Delle colonie italiane in Africa, l’Eritrea fu federata all’Etiopia; la Somalia fu affidata all’Italia in amministrazione fiduciaria per 10 anni e, poi, nel 1960 fu resa indipendente; la Libia divenne stato indipendente. Anche l’Albania, annessa all’Italia nel 1939, tornò ad essere uno stato indipendente.


Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

STORIA D’ITALIA DE AGOSTINI cronologia 1815-1990


Novara, De Agostini, 1991

p. 525 - Questione di Trieste
Il trattato italo jugoslavo di Rapallo del 1920 aveva incluso nei territori sotto la sovranità italiana 500.000 slavi. In queste regioni il fascismo aveva condotto una politica di italianizzazione forzata, agendo con misure fortemente repressive.
Le forze partigiane jugoslave, negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale, avevano occupato ampie porzioni di territorio italiano. Solo dopo delicate trattative con gli anglo americani, nel giugno del 1945, gli jugoslavi si erano ritirati.

Si prosegue con la descrizione delle zone A e B, con il passaggio di Trieste nel ‘54 all’Italia.

Nessun riferimento al trattato di Osimo, alle foibe, all’esodo o ai lager titini

L’OPERAZIONE STORICA — L’ETA’ CONTEMPORANEA 3 NOVECENTO


Alberto De Bernardi, Scipione Guarracino - Mi, Ed. Scolastiche Bruno Mondadori, 1991

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

CORSO DI STORIA – L’ETA’ CONTEMPORANEA – Vol. 3


Giampiero Carocci - Bologna, Ed. Zanichelli, 1992

Capitolo 76 — La Repubblica Italiana
76.2. La svolta moderata del 1947

Trattato di pace — Il 10 febbraio 1947 venne firmato il trattato di pace, che impose vari sacrifici territoriali: Briga e Tenda passarono alla Francia, la Dalmazia e una parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia, il Dodecanneso alla Grecia, Trieste, contesa dalla Jugoslavia, fu eretta in territorio libero e restituita all’Italia più tardi, nel 1954.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

LE NAZIONI D’EUROPA E IL MONDO


G. Cracco, A. Prandi, F. Traniello - S.E.I. Torino, 1993

Cap. 18.
Nascita e trasformazioni del "Mondo Bipolare" (1945-1980).

La conferenza di Parigi e il nuovo assetto europeo.
(…) L’Italia, oltre ad alcune correzioni di confine a favore della Francia, dovette cedere alla Jugoslavia l’Istria, Fiume, Zara, parte della Venezia Giulia fino a Gorizia, le isole della Dalmazia. Trieste e l’area istriana circostante, pretese dalla Jugoslavia, vennero divise in due "zone" affidate all’amministrazione inglese e a quella jugoslava (solo nel 1954 un accordo italojugoslavo definì la questione con il ritorno di Trieste all’Italia e la rinuncia di fatto da parte italiana al territorio istriano ormai jugoslavo). Inoltre l’Italia perse il dominio sull’Albania, sulle isole del Dodecanneso e su tutte le colonie (con l’eccezione della Somalia, affidata fino al 1960 in amministrazione fiduciaria).
La prima conseguenza di questi spostamenti di confini fu quella di un massiccio esodo di popolazioni, specialmente tedesche, polacche e italiane (...).


Nessun riferimento alle foibe o ai lager titini.

STORIA DELL’ETA’ CONTEMPORANEA Dalla seconda rivoluzione industriale ai giorni nostri


Peppino Ortoleva, Marco Revelli - Milano, Ed. Scolastiche Bruno Mondadori, 1993

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

STORIA CONTEMPORANEA


Rosario Villari (Pres. Giunta Centrale per gli Studi Storici) - Ed. Laterza — III Rist. 1994

Capitolo ventesimo
11. dopoguerra e la fine del sistema coloniale
1. Difficoltà e contrasti del dopoguerra

La conferenza di Potsdam rinviò ad una successiva "conferenza dei ventuno" (che si tenne a Parigi dal luglio all’ottobre del 1946) la definizione dei trattati (che furono firmati il 10 febbraio 1947) con i paesi ex alleati della Germania (Italia, Romania, Finlandia, Ungheria e Bulgaria). Fu adottato il principio del ritorno alla situazione del primo dopoguerra, ma non senza notevoli rettifiche. L’Italia dovette cedere le isole del Dodecanneso alla Grecia, una parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia e due piccoli territori di confine (Briga e Tenda) alla Francia; dovette riconoscere l’indipendenza dell’Albania e rinunciare alle colonie, mantenendo un mandato di amministrazione fiduciaria per dieci anni in Somalia. La controversa questione di Trieste fu risolta con la creazione di un territorio libero, diviso in due zone amministrate rispettivamente dagli anglo-americani e dagli jugoslavi; di fatto poi Trieste tornò all’Italia nel 1954 (...).
(…) il fenomeno più vistoso causato da questi mutamenti politico-territoriali, fu l’esodo di milioni di profughi da una zona all’altra. Aggiungendosi alle conseguenze dei trasferimenti di popolazioni avvenuti per cause diverse durante la guerra, esso contribuì ad aggravare i problemi del dopoguerra e le tensioni tra le potenze che avevano le maggiori responsabilità del riassetto sociale e demografico.
E questi sacrosanti principi di politica internazionale, tanto solennemente formulati, dichiarati e sottoscritti, sono stati totalmente elusi dal trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947. Lo possiamo affermare a futura memoria.


Nessun riferimento specifico all’esodo italiano, alle foibe o ai lager titini.

CORSO DI STORIA DI ETA’ CONTEMPORANEA


Roberto Finzi - Mirella Bartolotti - Bologna, Zanichelli, 1994

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

STORIA E STORIOGRAFIA


Antonio Desideri - Firenze, G. D’Anna, 1994

pp. 985 - 986
12.3.11 Trattato di pace imposto dagli Alleati.
Il 10 febbraio 1947 De Gasperi firmò a Parigi, come capo del governo italiano, il trattato di pace impostoci dagli Alleati. Fu questo l’atto conclusivo del penoso calvario sofferto dalla delegazione italiana alla conferenza per la pace (...). La pace comportò per l’Italia dolorose rinunce: una rettifica di confine ad occidente, col passaggio alla Francia di Briga e Tenda, la cessione alla Jugoslavia di Zara e della più gran parte della Venezia Giulia di lingua slava, mentre Trieste col suo retroterra fu costituita in Territorio libero, diviso peraltro in due zone, zona A, comprendente Trieste, sotto amministrazione anglo-americana, zona B sotto amministrazione jugoslava (Trieste e la zona A torneranno all’Italia solo nel 1954) (...).

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

UNA GUERRA CIVILE. SAGGIO STORICO SULLA MORALITÀ DELLA RESISTENZA

C. Pavone - Torino, Bollati Boringhieri, gli Archi, 1994

Alla strage di Porzus in uno dei saggi più importanti sullo studio della resistenza italiana viene dedicata solo una breve nota (n. 106, p. 733).

POPOLI E CIVILTA’

Antonio Brancati - Firenze, La Nuova Italia, 1995

Cap. 28 - L’Italia dalla ricostruzione al centrismo
Il 10 febbraio 1947 venne firmato a Parigi il trattato di pace: le condizioni furono imposte all’Italia, che dovette accettarle senza discussione per effetto della resa incondizionata dell’8 settembre. La "cobelligeranza" infatti, nonostante il positivo aiuto dato alla vittoria dal Cln e dalle brigate partigiane, non dette titolo ai plenipotenziari italiani di sedere al tavolo della pace e di partecipare alle discussioni.
Il trattato — un vero e proprio "diktat" - nella forma e nella sostanza imposto con ristrettissimi margini di manovra ai nostri rappresentanti dagli Alleati e ratificato in luglio dall’Assemblea Costituente - fissava la cessione alla Francia di un territorio comprendente Briga e Tenda e gli importanti impianti idroelettrici colà esistenti; la rinunzia a gran parte della Venezia Giulia in favore della Jugoslavia, ad eccezione della zona di Trieste dichiarata "territorio libero" e divisa a sua volta in due zone, rimaste sotto l’amministrazione degli Alleati e degli Jugoslavi fino al 1954, anno nel quale un accordo diretto con la vicina Repubblica restituiva la città e un limitato retroterra all’Italia.


La soluzione del problema di Trieste (ottobre 1954).
Tra le iniziative di maggior rilievo prese dal governo pochi mesi prima dell’ascesa di Gronchi al Quirinale va annoverata la soluzione dell’annoso problema di Trieste, il cui territorio era stato suddiviso dagli Alleati in due zone: quella denominata A (222 Kmq con 302.000 abitanti in massima parte italiani) e quella B (515 Kmq con 73.000 abitanti in gran parte sloveni). Di fronte all’ostilità della Jugoslavia ed alle incertezze degli Alleati il governo nazionale, operando con decisione e con insolita autonomia nei confronti delle potenze vincitrici, riuscì a riportare Trieste e tutta la zona A sotto la sovranità dell’Italia (1954), pur se entro confini ristretti.

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STORIA 2 — DAL 1948 AI GIORNI NOSTRI


Augusto Camera, Renato Fabietti - Bologna, Ed. Zanichelli, 1995

Cap. 57. La Repubblica Italiana
Trattato di pace.
Il 10 febbraio del 1947 De Gasperi firma a Parigi il trattato di pace, con il quale l’Italia cede alla Francia Briga e Tenda, alla Jugoslavia la Dalmazia e una parte della Venezia Giulia, alla Grecia il Dodecanneso. Particolarmente sentito da vasti strati dell’opinione pubblica è il problema di Trieste, che, contesa fra l’Italia e la Jugoslavia ed eretta in un primo tempo a Territorio libero, verrà restituita all’Italia nel 1954.

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STORIA CONTEMPORANEA


F. Gaeta, P. Villani, C. Petraccone - Bari, Ed. Principato, 1996

La conferenza di Parigi (1946)
(...) Come era accaduto nel 1919, non vi fu una pace negoziata, ma una serie di diktat che imposero mutamenti territoriali e pagamenti di pesantissime indennità a titolo di riparazione. Il paese più colpito fu l’Italia, che fu privata di tutte le colonie, dovette cedere alcuni territori (Briga e Tenda) alla Francia ed altri (Venezia Giulia) alla Jugoslavia e fu obbligata a una riparazione di 330 milioni di dollari. Una questione assai grave fu quella di Trieste, per la quale si arrivò alla costituzione di un territorio libero diviso in due zone amministrative, controllate rispettivamente dagli anglo-americani e dagli jugoslavi: la città poté tornare all’Italia nel 1954 in seguito a un accordo italo-iugoslavo.

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L’EUROPA E GLI ALTRI CORSI DI STORIA PER I TRIENNI DELLE SCUOLE MEDIE SUPERIORI 3


Claudio De Boni, Enrico Nistri - Firenze, G.D’Anna Messina, 1996

p. 561
(…) ma i sacrifici maggiori riguardano il confine orientale. Alla Jugoslavia dobbiamo cedere buona parte dell’Istria le città di Zara e Fiume. La stessa sovranità di Trieste è posta in discussione, con la costituzione intorno ad essa di un territorio libero suddiviso in due zone: la A con la città di Trieste, sotto amministrazione franco anglo americana; la zona B sotto amministrazione jugoslava.
Entrambe le zone, secondo la dichiarazione tripartita del 1948 ad opera di francesi, inglesi e americani, sarebbero dovute passare sotto la sovranità italiana.
In realtà la zona A con Trieste tornerà all’Italia, mentre, con il trattato di Osimo del 10 novembre 1975, il nostro paese rinuncerà alla sovranità sulla zona B, entrata a far parte dell’allora Jugoslavia.


Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

MANUALE DI STORIA 3. L’ETA’ CONTEMPORANEA


A. Giardina, G. Sabbatucci, V. Vidotto - Bari, Editori Laterza - IV Ristampa, 1996

Frutto di negoziati protrattisi per più di un anno, il trattato di pace fra l’Italia e gli alleati fu firmato a Parigi nel febbraio ‘47 e ratificato dalla Costituente nel luglio dello stesso anno.
(…).Alla fine del ‘46 fu attuata una sistemazione provvisoria, che lasciava alla Jugoslavia la penisola istriana, eccettuata una striscia comprendente Trieste e Capodistria, che avrebbe dovuto costituire il Territorio libero di Trieste. Il Territorio fu a sua volta diviso in una zona A (Trieste e dintorni) occupata dagli alleati e in una zona B tenuta dagli jugoslavi. Solo nell’ottobre 1954, dopo momenti di forte tensione fra Italia e Jugoslavia, si giunse a una spartizione di fatto, che sanciva il controllo jugoslavo sulla zona B e il passaggio dall’amministrazione alleata a quella italiana della zona A, ossia di Trieste, che veniva così riunita all’Italia. Ma sarebbero passati ancora più di vent’anni perché si raggiungesse un accordo (il trattato di Osimo del novembre 1975), con cui le due parti si riconoscevano reciprocamente la sovranità sui territori in questione.
Certo, la questione di Trieste e della Venezia Giulia rappresenta nel primo decennio postbellico la ferita più dolorosa fra quelle lasciate aperte dalla guerra. Il contrasto fra italiani e slavi - esasperato durante il fascismo dalla dura repressione contro le minoranze etniche condotta dal regime - era riesploso alla fine della guerra, nelle zone occupate dagli jugoslavi con una serie di sanguinose vendette contro gli italiani. Un gran numero di giuliani e dalmati (fra i due e i trecentomila) erano stati costretti a riparare in Italia, contribuendo a tener desta la polemica contro il trattato di pace. Il problema di Trieste divenne così un fattore di mobilitazione per l’opinione pubblica moderata e si intrecciò con le divisioni create dalla guerra fredda (fino alla rottura fra Tito e Stalin, nel ‘48, la frontiera fra Italia e Jugoslavia coincise con quella fra Occidente e blocco comunista).


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NUOVE PROSPETTIVE STORICHE 3 - IL NOVECENTO


Gentile Ronga Salassa - Editrice La Scuola, 1997

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OPERAZIONE STORICA ETA’ CONTEMPORANEA


Alberto de Bernardis Scipione Scipione Guarracio - Milano, Mondadori 1997-1998

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IL NOVECENTO – LE RADICI DEL MONDO ATTUALE Corso di storia per la 3 classe degli ist. professionali secondo i nuovi programmi


Carlo Enrico Rol - Torino, Ed. Il capitello, 1998

p. 129
Conferenza di pace di Parigi 1946 - (…) Il nostro paese perse alcuni territori sulle Alpi occidentali, l’Istria le isole greche e le colonie; la città di Trieste ebbe un’amministrazione particolare fino al 1954, quando in seguito a un parziale accordo con la Jugoslavia ritornò di fatto all’Italia (…).


Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

ELEMENTI DI STORIA XX SECOLO - IV Ed.


Augusto Camera e Renato Fabietti - Bologna, Edizione Zanichelli, 1998

Pp. 1564-1566
L'8 settembre 1943, nel vuoto di potere determinato dallo sfacelo dello Stato Italiano, furono uccise, soprattutto in Istria, 500/700 persone. Per quanto gravi, quei fatti non corrispondevano però a un disegno politico preordinato: essi furono piuttosto la conseguenza di uno sfogo dell'ira popolare sloveno-croata contro gli italo-fascisti, paragonabile alla strage di fascisti perpetrata nel Nord Italia dopo il 25 aprile, nella quale certo non intervennero motivazioni etniche di nessun genere. […] Noi non abbozzeremo un bilancio degli "infoibati" e dei soppressi in vario modo e in varie circostanze, in primo luogo e soprattutto perché le cifre fornite dalle varie fonti sono disparate e malcerte; in secondo luogo perché l'abitudine invalsa di usare come argomento politico il cumulo dei cadaveri gravante sulla coscienza di questo o quel partito ci sembra disgustosa. (…) Altrettanto inammissibile ci sembra il fatto che osino chiedere conto della ferita sofferta dall'Italia nelle sue regioni nord-orientali coloro che di tale ferita sono stati i primi responsabili o coloro che di tali primi responsabili si dichiarano eredi e continuatori.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

SETTE SECOLI D’EUROPA 3


G.Bordino- A.Chiattella- F. Gatti- G. Martinetti - Ed. Sei 1998

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

IL NOVECENTO


Brancati, T. Pagliarani - Firenze, La nuova Italia, 1999

La «questione adriatica» - La «pulizia etnica» e l'orrore delle foibe
La fine della guerra non significò l'arrivo della pace per molti Italiani residenti sul confine con la Jugoslavia, costretti a vivere tutta una serie di drammatiche esperienze destinate a divenire tristemente note come «questione adriatica».
Nel corso della guerra di liberazione l'esercito comunista di Tito aveva infatti proceduto gradatamente all'occupazione dell'Istria, dove da tempo convivevano in pace la popolazione italiana e quella slava, ma anche di Trieste, Gorizia, Cividale del Friuli, Gemona e Monfalcone e quindi dell'intera Venezia Giulia, territori già rivendicati dal nuovo regno serbo-croato-sloveno in quanto considerati di tradizione slava. Tale pretesa, inizialmente favorita dallo stesso Partito comunista italiano, non venne accettata dagli altri partigiani del luogo, decisi a difendere i territori italiani dall'intento espansionistico di Tito. Nonostante la loro opposizione, l'esercito di Tito riuscì a raggiungere ugualmente Trieste (10 maggio 1945). Da allora ebbe inizio nell'Istria una lunga serie di persecuzioni, violenze e azioni di «pulizia etnica» da parte iugoslava, con lo scopo di liberare tutto il territorio da qualsiasi presenza italiana. Vennero così attuate vere e proprie esecuzioni in massa di cittadini, gettati poi, vivi o morti che fossero, nelle più di 1500 cavità naturali scavate dalle acque nella roccia carsica della zona e comunemente dette foibe (dal latino fovea, «fossa»). È stato calcolato che circa 15.000 persone persero così la vita. Si trattava di giovani, vecchi, donne, bambini scelti per il semplice fatto di essere italiani e uccisi in nome di un esasperato nazionalismo, dell'ideologia comunista dei seguaci di Tito e dello spirito di vendetta ben presente nella popolazione slava, che aveva subito molte perdite nella guerra di liberazione partigiana.


LA STORIA - IL NOVECENTO 3

F.Della Peruta, G. Chittolini, C. Capra - Firenze, Le Monnier, 2000

p. 327
In Jugoslavia si costituirono due movimenti: quello monarchico, nazionalista e anticomunista dei cetnici (guerriglieri) serbi guidati dal generale Draza Mihajlovic, che finì con il collaborare con gli occupanti, e quello comunista diretto da Josip Broz detto Tito.
Tito dimostrò grandi doti politiche e militari, (…)
La questione di Trieste, città sulla quale avanzavano le loro pretese gli jugoslavi, fu sistemata provvisoriamente con il riconoscimento della nuova entità statale creata nel luglio 1946 Territorio Libero di Trieste, diviso in due zone: la A (la città e i dintorni) e la B (da Capodistria a Cittanova), amministrate rispettivamente da anglo-americani e dalla Jugoslavia.
Questa soluzione provocò in seguito acute tensioni tra italiani e slavi, finchè nel 1954 la zona A fu affidata di fatto all’amministrazione di Roma, con una sistemazione che fu sanzionata dalle due parti con il trattato di 0simo del novembre 1975.


Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

GUIDA STORIA DEL ‘900


Giardina Sabatucci - Bari, Ed. 2000 La Terza

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STORIA E STORIOGRAFIA.

Il Novecento: dall'età giolittiana ai giorni nostri.


Antonio Desideri, Mario Themelly - Firenze, D’Anna Messina

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

L'ETÀ CONTEMPORANEA


P. Ortoleva, M. Revelli - Edizioni Scolastiche B. Mondadori – Nuova Periodizzazione

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VOCABOLARIO DELLA LINGUA PARLATA IN ITALIA


di Carlo Salinari

FOIBA: Dolina con sottosuolo cavernoso che indica particolarmente le fosse del Carso nelle quali, durante la guerra ‘40-‘45, furono gettati i corpi delle vittime della rappresaglia nazista.

PROGRESSO STORICO Corso di storia per la Scuola Media

Michele D’Elia - Trevisini Editore, Milano.

Cap. 30 Dalle conferenze ai trattati di pace
La conferenza generale di Parigi — 10 febbraio 1947

Estenuanti conferenze tra i vincitori, dal settembre 1945 al dicembre 1946, svoltesi a Londra, Mosca, Parigi e New York, precedettero quella generale di Parigi dove si stabilì che: l’Italia cedesse Briga e Tenda alla Francia, il Dodecanneso alla Grecia, parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia; Trieste fosse eretta in Territorio Libero, il cosiddetto "T.L.T.". Il nostro Paese fu privato delle colonie: la Libia nel 1951 sarebbe stata eretta in regno indipendente sotto re Idris El Senussi; l’Eritrea fu annessa all’Etiopia; la Somalia ci fu affidata in amministrazione fiduciaria, sino al 1960, anno in cui divenne repubblica indipendente .

p. 436
Il Trattato di pace di Parigi, 1947, ci impose condizioni durissime; sotto questo profilo a nulla era valsa la Resistenza (...). L’Italia fu obbligata a pagare, quale indennità di guerra,125 milioni di dollari alla Jugoslavia, 105 alla Grecia e 100 all’Unione Sovietica; inoltre queste Nazioni si appropriarono di alcune delle nostre migliori navi da battaglia e la Russia anche di una nave scuola (…).
Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.


VERSO LA MEMORIA CONDIVISA

Anni '90: le prime aperture


Da uno studio approfondito dell'archivio informatizzato ANSA, disponibile dal 1981, si evince come fino alla metà degli anni '90 le notizie riguardanti le foibe siano carenti.

Nel 1981 non c'è stato alcun lancio di agenzia su questo argomento.

Nell'82 e nell'83 sono stati 2, 7 nell'84, 6 nell''85, 3 nell'86, 6 nell'87, 3 nell'88, 5 nell'89, 16 nel '90, 20 nel '91, 18 nel '92, 17 nel '93, 20 nel '94, 17 nel '95, 155 nel '96, 132 nel '97, 89 nel '98, 39 nel '99, 121 nel 2000 , 71 nel 2001, 80 nel 2002, 204 nel 2003 e nel 2004, da gennaio a marzo, sono già stati ben 205.

È evidente la crescita esponenziale di notizie che si verifica a partire dagli anni novanta, un segnale evidente che l'interesse e le iniziative hanno cominciato ad avere un risalto sempre maggiore sulla stampa, non solo locale, ma anche nazionale.

Le dichiarazioni ed i comunicati stampa dei partiti, di amministratori locali o parlamentari nazionali si sono susseguiti, uno dopo l'altro, facendo sì che quel muro di silenzio iniziasse a rompersi.

Aperture e negazionismo

Come si è visto precedentemente le prime aperture politiche a livello nazionale si ebbero nel 1996, con le dichiarazioni rilasciate dall'allora presidente della Camera dei Deputati, Luciano Violante

Nella storia scritta dai vincitori e nelle convenienze che segnarono la guerra fredda e che comportavano una particolare condiscendenza per Tito, le foibe dovevano 'scomparire' dalla memoria nazionale.(67)

Violante auspicò che ci si potesse battere affinché emergesse

(...) tutta la storia del nostro Paese, quella della risiera di San Sabba, quella delle foibe, quella dei processi non fatti per i responsabili degli eccidi nazifascismi in Italia, quella delle stragi degli anni '70 e '80, tutta la storia della guerra civile calda e fredda, di una parte e dell'altra, di modo che poi l'Italia possa camminare avanti.

Alcune aperture, il dibattito sulla faziosità dei libri di testo, vari processi svoltisi negli anni più recenti, la realizzazione di un film molto dibattuto sulla strage di Porzus hanno portato a maturare una maggiore presa di coscienza degli avvenimenti ed indotto alcuni schieramenti politici a rivedere la loro posizione sulle vicende.

Fausto Bertinotti, in occasione del convegno di Rifondazione Comunista, tenutosi a Venezia alla fine del 2003, dopo aver ribadito l'attualità dell'antifascismo inteso come unica religione civile del paese, l'unica capace di costruire una convivenza civile, riconobbe però anche che sulla resistenza abbiamo preferito fare un'operazione di "angelizzazione" della nostra parte.

E parlando delle foibe, Bertinotti sottolineò anche come

francamente accanto a questo furore popolare io non riesco a non vedere anche una volontà politica organizzata, legata ad una storica idea di conquista del potere, di costruzione dello Stato attraverso l'annientamento dei nemici (…) faccio notare che gran parte della storia delle costruzioni statuali del movimento operaio nel '900 è passata attraverso l'idea di distruzione fisica del nemico (…) Io penso che noi dobbiamo trovare il coraggio non solo di dire la verità, ma (su questo punto insisto) di non trovare alcun elemento di giustificazione nell'orrore che gli oppressori avevano realizzato precedentemente per giustificare l'orrore che vi fu dopo. (…) Lo dico e lo chiedo non in nome di una tensione verso la verità, ma in nome di qualcosa di ugualmente se non più importante: una diversa idea della politica e della lotta di liberazione. (…) Quando parliamo di gulag parliamo di 20 milioni di persone sterminate, di cui la metà comunisti. Vorrei che qualche brivido ci attraversasse. (…) Il gulag non è il paradigma del comunismo, il gulag è la manifestazione estrema di una contraddizione che il comunismo si è portata nella pancia e che è determinata da un'idea del potere e da un'idea di violenza.(68)

Il 6 febbraio 2004 a Trieste, il segretario dei DS Pietro Fassino rese pubblica una lettera aperta inviata al presidente della Federazione degli esuli, Guido Brazzoduro, con la quale auspicava una ''assunzione collettiva di responsabilità'' su quanto accaduto in quei territori dopo la firma del Trattato di Parigi.

Il Trattato - secondo Fassino non fu una 'assoluzione' per l'Italia vinta, ma un atto doloroso che costò non solo la perdita di territori, ma soprattutto sofferenze umane.

Poi, l'oblio generalizzato, dettato da ragioni internazionali e dall'intento di molti di rimuovere la sconfitta e le responsabilità che essa sottendeva. Oggi nessuno può dire più di non sapere e ognuno ha il dovere, morale prima ancora che politico, di assumersi le proprie responsabilità.

Anche la sinistra deve assumersi le proprie e dire con chiarezza e definitivamente che il Pci, in quegli anni, sul confine italiano sbagliò: sbagliò perché pesarono sui suoi orientamenti e sulle sue decisioni il condizionamento dell'Urss e della Jugoslavia di Tito, in particolare negli anni della guerra fredda. Sbagliò perché non avvertì le tragiche conseguenze dell' espansionismo slavo, che nel vivo della lotta antifascista si era manifestato in comportamenti e linguaggi propri delle contese territoriali e nazionalistiche, presenti da decenni in quelle aree. Lo schema della lotta tra fascismo e antifascismo si mostrò inadeguato per comprendere la radice e la pericolosità dei conflitti in quella regione, perché non coglieva la natura dello scontro tra nazionalità, che il regime comunista esasperò ulteriormente. Proprio in nome degli ideali dell'antifascismo avrebbero dovuto essere denunciati tutti i nazionalismi e ogni politica di negazione dei diritti inalienabili di ogni persona e di ogni comunità.(69)
Una rottura con il passato che non mancò di suscitare numerosissime polemiche all'interno della sinistra italiana e da parte dei nuovi stati di Croazia e Slovenia.

Per Cossutta:

Tra i massimi dirigenti dei Ds siamo non solo di fronte ad un inaccettabile revisionismo storico, ma ad una forma vera e propria di abiura.

Un revisionismo ed una abiura che contribuiranno a disorientare il grande popolo comunista che sempre meno vede nei Ds una forza di sinistra.(70)

In merito alla approvazione della legge sulla giornata della memoria, nel sito del Partito Marxista Leninista Italiano si legge:

Sulla questione dei cosiddetti "martiri delle foibe" e dell'esodo degli italiani dalle terre restituite alla Jugoslavia siamo intervenuti diverse volte, (…), è da questo tragico retroterra che scaturiscono episodi - peraltro più circoscritti di quanto la propaganda fascista e revisionistica tende a far credere - come quello delle "foibe" e degli "esuli" istriani e dalmati. Nelle "foibe", nel settembre 1943, furono gettati dalla popolazione insorta e dai partigiani jugoslavi alcune centinaia (e non migliaia come sostengono i fascisti) di fascisti, nazisti, slavi collaborazionisti, ustascia e cetnici, colpevoli di gravi crimini di guerra contro la popolazione, processati, passati per le armi e quindi infoibati.

I riconoscimenti istituzionali

Il 9 febbraio 2004, il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, in un messaggio indirizzato al Presidente della Regione Lazio, Francesco Storace, in occasione della "Giornata dei Valori Nazionali'' ha scritto:

La tragedia delle Foibe fa parte della memoria di tutti gli italiani. La Repubblica, consapevole dei valori universali di libertà e democrazia che le istituzioni nazionali ed europee hanno saputo costruire, ricorda quegli eventi con dolore e rispetto (…) La Giornata dei Valori Nazionali, istituita dalla Regione Lazio, ricorda oggi la firma del trattato di Parigi con cui l'Italia, risalendo dall'abisso della guerra, pose le premesse per rientrare nel consesso dei popoli governati dai principi della democrazia e della pacifica convivenza. La ricostruzione e la rinascita della nuova Italia costarono sacrifici grandissimi in particolare, gli italiani delle terre d'Istria e di Dalmazia furono colpiti da una violenza cieca ed esecranda e dalla sventura di dover abbandonare case e luoghi familiari.(71)


67 ANSA, 25/8/1996.
68 F. Bertinotti, La guerra è orrore, Roma, Partito della rifondazione comunista, 2004.
69 ANSA, 6/2/2004.
70 ANSA, 8/2/2004.
71 ANSA, 9/2/2004.
I PROCESSI: LA GIUSTIZIA NEGATA

Dopo il fallimento, nell'immediato dopoguerra, dei tentativi di avviare processi per le deportazioni e gli infoibamenti, l'intricata vicenda giudiziaria si rimise in moto solo 50 anni più tardi, il 15 giugno 1994, quando l'avvocato Augusto Sinagra presentò denuncia formale per gli eccidi avvenuti nella Venezia Giulia.

Sinagra, dopo aver raccolto le testimonianze dei parenti delle vittime e dei sopravvissuti, le consegnò alla procura di Roma insieme ai nomi dei carnefici, tutti esponenti della famigerata OZNA. Fra gli altri: Oskar Piskulic, Iovo Mladenic, Vicko Larkovic Minarci, Milan Cohar, Norino Nalato e Giuseppe Domancic.

Il Pubblico Ministero Gianfranco Mantelli, ricevuta la denuncia, incaricò i carabinieri di svolgere un'indagine sulla questione.

Mesi di ricerca presso gli archivi della Marina, delle questure e delle stazioni dei carabinieri portarono alla raccolta di molte informazioni e alla scoperta di migliaia di denunce dimenticate, presentate dai familiari delle persone scomparse.

Il Pm Mantelli però, promosso ispettore del Ministero di Grazia e Giustizia, non ebbe mai la possibilità di concludere quelle indagini.

Al suo posto venne nominato il Pm Giuseppe Pititto.

Lo storico Marco Pirica, in qualità di Presidente del Centro studi Silentes Loquimur, fornì agli inquirenti un archivio contenente fotografie degli scomparsi, schede personali di più di quattromila desaparecidos e anche importanti documenti sui presunti responsabili. Tra questi, oltre a quelli già segnalati da Sinagra, emerse anche la figura di Ivan Motika, detto "il giudice" ed i nomi di ben 300 "guardie del popolo", esecutori materiali della pulizia etnica.

Ivan Motika fu il presidente del "Tribunale del popolo" che decideva il destino degli italiani.(72)

I governi di Slovenia e Croazia non presero bene l'apertura dell'inchiesta.

Il ministro sloveno Zoran Thaler e l'ex ministro degli Esteri croato, Zvonimir Separovic, sostennero che l'inchiesta romana avrebbe potuto peggiorare i rapporti tra i loro paesi e l'Italia e che si trattava di un'iniziativa di carattere elettorale.

Separovic inoltre, dopo aver auspicato che l'inchiesta non nascondesse in realtà un pretesto per aprire una campagna anticroata, ammonì l'Italia ricordando che lo zelo nella ricerca della verità storica avrebbe potuto portare a parlare dei campi di concentramento fascisti in Istria e Dalmazia, che pure, a suo parere, avevano avuto carattere di genocidio.

A dare man forte alle tesi slovene e croate arrivò la replica del croato Ivan Motika, uno degli indagati più in vista.

L'ex magistrato, all'epoca ormai ultraottantenne e residente a Zagabria, respinse decisamente le accuse e si dichiarò un antifascista che non aveva commesso alcun crimine.(73)

Giuseppe Pititto, titolare dell'inchiesta, non si scoraggiò e sostenne di avere il

dovere di accertare se nei fatti denunciati sono ravvisabili estremi di reato e il dovere di cercare di individuare i responsabili. Ciò perché in Italia vige il principio dell'obbligatorietà penale.(74)

La federazione degli esuli di Istria, Fiume e Dalmazia, per voce del vicepresidente Denis Zigante, respinse al mittente l'illazione che l'inchiesta potesse nascondere finalità politiche.

Esiste invece una forte richiesta di verità sul problema delle foibe. Soltanto quando si sarà fatta completa chiarezza, sarà possibile evitare strumentalizzazioni di ogni tipo.(75)

Dopo le dichiarazioni del ministro degli Esteri sloveno, Thaler, che aveva accusato il magistrato di condurre un'operazione elettorale per favorire la destra in vista delle imminenti consultazioni, il Pm Pititto, a causa dell'inchiesta sulle stragi compiute dai partigiani di Tito tra il '43 e il '47 ricevette anche minacce di morte e dovette essere messo sotto scorta.

''Hai voluto fare il vendicatore delle persone morte nelle foibe (…), adesso c'è una fossa anche per te''.(76)

Pititto, in un'intervista rilasciata alla Rai, rivelò lo stato di isolamento e di scarsa collaborazione in cui era stato relegato

Mi chiedo perché lo Stato italiano per 50 anni non ha fatto questo processo, mi chiedo perché lo Stato italiano non sorregga il magistrato che in questo momento finalmente fa questo processo mi chiedo perché la stampa italiana voglia mantenere il silenzio su questa che è certamente una vergogna per questo Paese. (77)

In un intervista ad un quotidiano egli, annunciando il rinvio a giudizio degli imputati, dichiarò che dagli atti in suo possesso risultava che fossero stati uccisi donne e bambini, sacerdoti e partigiani. Tutti solo perché "colpevoli" di essere italiani.: Nel gennaio del 1997, la Provincia di Trieste si costituì parte civile e nel mese successivo iniziarono le ricerche di fosse comuni nelle valli del Natisone dove aveva a suo tempo agito la divisione partigiana Garibaldi-Natisone agli ordini del IX Corpus di Tito e responsabile della strage di Porzus. Furono diverse le fosse comuni trovate.

A maggio del 1997, il giudice per le indagini preliminari, Angelo Macchia, diede parere negativo alle richieste di rinvio a giudizio, sostenendo che nel periodo 1943-1945 l'Italia non aveva sovranità sui territori dell'Istria, di Fiume e di Zara.

Nel luglio dello stesso anno, l'avvocato Maurizio Sinagra, tentò, senza successo, di far ricusare il giudice Macchia.

Successivamente, Pititto ricevette pesanti "inviti", sostenuti da nuove minacce di morte, a non impugnare la sentenza della Corte d'Appello. Pesanti intimidazioni arrivarono anche ad un avvocato delle vittime.

A sostegno di Pititto si schierarono 40 parlamentari del Polo e della Lega e Il Pm e i legali di parte civile, rappresentanti delle vittime, nonostante le minacce, presentarono ricorso il 22 aprile del 1998, ottenendo, da parte dei giudici della prima sezione penale della Cassazione, l'annullamento della sentenza di non luogo a procedere contro i presunti responsabili della morte di migliaia di italiani gettati nelle foibe.

Il 18 settembre dello stesso anno il Gip di Roma Claudio Tortora rinviò a giudizio Ivan Motika e Oskar Piskulic.

Il 15 marzo 2000, a tre anni dalla conclusione delle indagini, dopo tre pronunciamenti del Gip e l'annullamento di un rinvio a giudizio, il Gip di Roma, Roberto Reali, rinviò nuovamente a giudizio il croato Oskar Piskulic, unico dei tre imputati della procura di Roma per i fatti avvenuti tra il 1943 e il 1947 rimasto in vita, con l'accusa di omicidio plurimo.

Chiamato davanti alla prima corte di Assise della capitale, il Gip accolse la richiesta del Pm Pititto di contestare a Piskulic, all'epoca dei fatti capo della OZNA, la polizia politica jugoslava, l'accusa di

aver diretto l'attività criminosa cagionando con premeditazione la morte, per il solo fatto che erano italiani e perciò per motivi abietti, degli antifascisti Nevio Skull, a cui spararono un colpo alla nuca, Giuseppe Sincich, che uccisero a colpi di mitra seviziandone il corpo, e Mario Blasich, che strangolarono nel suo letto e perciò agendo con crudeltà verso le persone.(78)

Pititto rendendo noto alla stampa il suo trasferimento d'ufficio, deciso dal CSM per contrasti con il procuratore di Roma Salvatore Secchione, in un'intervista rilasciata a "Il Giornale", dichiarò

Quei magistrati italiani che sono la stragrande maggioranza e che non accettano di rendersi funzionali al disegno politico della sinistra, oggi si ritrovano privi di tutela proprio in sede a quell'organismo che per primo dovrebbe garantirgliela. E' disarmante dirlo, ma è cosi (…) Davo fastidio, mi hanno fatto fuori.(79)

L'11 ottobre 2001 Piskulic venne riconosciuto colpevole.

La Corte d'Assise di Roma lo riconobbe colpevole di "delitto politico premeditato ma non provocato dall'odio etnico" e, pur riconoscendolo responsabile dell'omicidio dell'autonomista di Fiume, Giuseppe Sincich, dichiarò il reato estinto per amnistia.

Il 4 dicembre 2002 la Corte d'Assise d'Appello, in applicazione della legge Cirami, sospese il processo, che sarebbe dovuto riprendere dopo la decisione della Cassazione.

Il 15 aprile del 2003 la prima Corte d'Assise d'Appello di Roma dichiarò la cessata giurisdizione.

La conclusione definitiva della tanto lunga quanto farraginosa vicenda giudiziaria arrivò con la sentenza definitiva della Corte di Cassazione, la quale ribadì, ancora una volta

l'Italia non ha titolo, per difetto di giurisdizione, per giudicare il cittadino croato Oskar Piskulic.(80)


Nello stesso mese, se da una parte la Cassazione scriveva la parola fine sulla vicenda giudiziaria riguardante i dirigenti dell'OZNA in Istria, un'altra procura italiana, quella di Bologna, apriva un'inchiesta sui reati commessi in quello stesso periodo, nella stessa area.

La morte di 202 civili e 635 militari italiani, fatti prigionieri e poi uccisi nelle foibe a Gorizia, tra il maggio e il giugno 1945, vide come indagato Franc Pregelj, ormai ultraottantenne, residente in Slovenia, conosciuto come "comandante Boro'', allora Commissario politico del IX Corpus di Tito.

L'inchiesta era stata avviata dalla Procura militare di Padova ed era arrivata a risultati che sembravano preludere ad una richiesta di rinvio a giudizio per Pregelj. Un'eccezione della difesa, però, accolta dalla Cassazione, fece passare il fascicolo alla giustizia ordinaria.

L'inchiesta approdò alla Procura di Gorizia, ma, essendo una delle vittime padre di un magistrato esercitante nella stessa Procura, dovette essere nuovamente trasferita, approdando sul tavolo dei colleghi bolognesi, competenti ad indagare in caso di coinvolgimento (in questo caso come parte danneggiata) di magistrati del Friuli Venezia Giulia.

Se da un lato la magistratura italiana attraverso la sentenza definitiva della Corte di Cassazione stabiliva la cessata giurisdizione e di conseguenza l'impossibilità per la giustizia italiana di perseguire i responsabili degli eccidi perpetrati in Istria, a Fiume ed in Dalmazia durante e dopo la guerra, dall'altro l'INPS poteva invece erogare la pensione e tutti gli arretrati relativi agli stessi ex imputati.


72 "Libero", 12 febbraio 2004.
73 ANSA, 29/2/1986.
74 ANSA, 1/3/1996.
75 ANSA, 29/2/1996.
76 ANSA, 27/3/1996.
77 ANSA, 15/6/1996.
78 ANSA, 15/3/2000.
79 ANSA, 19/1/2001.
80 ANSA, 20/3/2004.
LE PENSIONI INPS AGLI AGUZZINI

Secondo un'inchiesta de "Il Giornale" (81) del 1996, l'INPS avrebbe erogato annualmente quasi 30.000 pensioni, per un totale di più di 100 milioni di euro, agli assistiti residenti nell'ex Jugoslavia, anche a coloro che sono stati artefici di deportazioni, rastrellamenti e stragi. Criminali di guerra responsabili del massacro o dell'esodo di migliaia di italiani. Fra le persone che godono o hanno goduto dei benefici INPS, risultano infatti anche alcuni responsabili della pulizia etnica perpetrata dai partigiani titini contro gli italiani.

L'inchiesta venne ripresa nel 2000 da Biloslavo (82):

Il torturatore di Tito, Nerigo Gobbo, 79 anni, residente in Slovenia, nel maggio giugno 1945 è stato responsabile di Villa Segrè a Trieste, luogo di tortura delle milizie titine. Gobbo gode della pensione Inps VOS 50306726: il comandante "Gino" ha diritto a incassare dalla sede Inps di Trieste 532.500 lire di pensione per tredici mensilità. La sua domanda presentata nell'80 è stata accolta sette anni più tardi e l'Inps gli ha versato circa trenta milioni di arretrati.

Ciro Raner, comandante nel 1945-46 del lager di Borovnica vicino a Lubiana, ottantatreenne, forse deceduto, ultimo domicilio conosciuto in Croazia. Secondo il racconto di un sopravvissuto, le deposizioni scritte degli ex deportati e un documento del ministero degli Affari esteri, Raner è stato uno degli infoibatori più truci (…). Gode della pensione Inps VOS 50557306: dopo aver ottenuto cinquanta milioni di lire di arretrati, ha diritto dal 1987 a una pensione a carico della sede Inps di Trieste che ammonta a 569.750 lire per tredici mensilità.

Boro, lo sterminatore, abita in Slovenia, è Franc Pregelj, 81 anni: commissario politico del IX Corpus del maresciallo Tito a Gorizia, è stato indicato come boia dai familiari delle vittime e da un documento del Pci. Dal primo maggio al 9 giugno 1945, il comandante "Boro", alias Franc Pregelj, era il commissario politico del IX Corpus dell'esercito partigiano iugoslavo che aveva occupato Gorizia. Riceve la pensione VOS 50587846: ha diritto a 569.650 lire di pensione dalla sede Inps di Gorizia, dopo aver incassato 45 milioni circa di arretrati.

Il feroce capobanda, Giuseppe Osgnac, detto "Josko", 79 anni, residente in Slovenia, era comandante militare della sanguinaria banda partigiana "Beneska Ceta". Ha diritto alla pensione Inps VOS 50542566: il comandante "Josko" ha diritto di ricevere dall'Inps di Gorizia 569.750 lire per tredici mensilità. Gli arretrati ammontavano a circa 30 milioni.

Il rastrellatore di italiani, deportatore del IX Corpus iugoslavo, 74 anni, residente in Slovenia, Giorgio Sfiligoj, è stato accusato da un esposto alla Procura di Gorizia del commissariato di pubblica sicurezza di Cormons. La sua pensione Inps è la VOS 50570386: Sfiligoj ha diritto di ricevere dalla sede Inps di Gorizia 571.850 lire di pensione per tredici mensilità, dopo aver incassato una ventina di milioni di arretrati.


"Giacca" esplosiva, deceduto nel 1999, Mario Toffanin, che abitava in Slovenia, era comandante militare dei "Gap" (Gruppi armati partigiani) nell'alto Friuli e nella provincia di Gorizia. È il responsabile della strage della malga Porzus sui monti friulani. Fra 18 e il 13 febbraio del 1945 massacrò con i suoi uomini, tutti partigiani garibaldini "rossi", 22 combattenti della Resistenza della brigata "Osoppo", che si opponeva all'annessione alla Jugoslavia della Venezia Giulia. Nel 1957 Toffanin fu condannato all'ergastolo per l'eccidio di Porzus, ma si nascose prima in Jugoslavia e poi in Cecoslovacchia. Nel 1978 venne graziato dal presidente Pertini. La pensione Inps era la VOS 04908917: nonostante le sanguinose azioni anti-italiane, ha ricevuto 672.270 lire al mese di pensione dall'Inps fino alla morte.

Fino a oggi, nonostante le numerose denunce, interrogazioni parlamentari e inchieste della magistratura, sono stati sborsati più di 5mila miliardi di vecchie lire.

La quasi totalità delle pensioni erogate ai cittadini ex jugoslavi ha come presupposto l'aver prestato un periodo minimo di servizio militare nell'esercito italiano.

L'indebita erogazione delle stesse è nata da un'interpretazione errata delle norme.

In base all'articolo 49 della legge 30 aprile 1969, n. 153, infatti il periodo di servizio militare è considerato utile ai fini del diritto e della determinazione della misura della pensione dell'assicurazione generale obbligatoria per l'invalidità, la vecchiaia ed i superstiti, anche se non è preceduto da periodi di iscrizione all'assicurazione menzionata. Dato che con l'articolo 13, paragrafo 2, lettera D, del regolamento CEE n. 1408/71 del Consiglio del 14 giugno 1971 i periodi di assicurazione compiuti sotto la legislazione di ogni altro Stato membro sono stati equiparati a quelli dello Stato in cui il servizio militare è stato prestato, l'INPS, Direzione Generale, con circolare n. 1405 Ce.N.P.I. n.431 C. e V. del 17 maggio 1977, Servizio convenzioni internazionali di Roma, ha stabilito che i periodi di contribuzione prestati presso Paesi membri della CEE e Paesi legati all'Italia da convenzioni bilaterali valgono ai fini del requisito di contribuzione minimo (una settimana) per l'accreditamento figurativo del servizio militare.

La Convenzione italo jugoslava subordina il diritto alla pensione al raggiungimento dei requisiti minimi di contribuzione con la totalizzazione dei periodi assicurativi italiani ed jugoslavi (art. 18). Fu dunque cumulando i contributi figurativi italiani (minimo una settimana di servizio militare) con quelli risultanti dall'estratto contributivo fornito dal competente organismo jugoslavo (che evidentemente, con una semplice dichiarazione, ha aggiunto ad una settimana di servizio militare italiano, le altre 779 per un totale di 780 (15 anni), previste per il regime minimo di pensione) che si arrivò alla situazione paradossale descritta.

UN VIDEO-GIOCO SLOVENO SULLE FOIBE

Proprio nei giorni in cui, in Italia finalmente si arrivava, dopo tanti anni di silenzi, alla decisione di commemorare le vittime delle foibe, con un riconoscimento unanime di quegli orrori, la scoperta che su internet era stato pubblicato un macabro videogame per l'infoibamento virtuale.

Il sito internet sloveno della testata Mladina (83) offre, a tutt'oggi, sebbene gli abbiano cambiato il nome da Fojba 2000 a Sprava 2004), in un link, una versione particolare del famoso gioco Tetris, dove invece delle solite figure geometriche da far cadere, incastrare fra loro ed eliminare, ci sono delle persone, che vengono gettate con un calcio in una cavità carsica.

L'abilità, in questo caso, consiste nel riuscire ad infoibare il maggior numero di persone occupando il minor spazio possibile.

Il giocatore può scegliere di buttare nella foiba partigiani, domobranci oppure entrambi. Gli uni e gli altri, con una mitraglietta al fianco, sono riconoscibili dalla divisa: verde con la bandiera slovena e la stella rossa quella dei partigiani, azzurra con la bandiera slovena quella dei domobranci.

Un gioco di pessimo gusto al quale hanno partecipato, dall'agosto del 2000, quando e' nato il sito on line del settimanale, ad oggi, più di 55.000 persone.

Il periodico fornisce anche notizie statistiche sulle preferenze dei giocatori: il 49% ha optato per buttare nella fossa i domobranci, oltre il 19% i partigiani ed il 32% gli uni e gli altri.

Superfluo dire che questo gioco offende profondamente la memoria di tante persone, italiani ma anche slavi, che nelle foibe hanno trovato la morte.

In seguito alla mia denuncia del 9 febbraio, il giorno successivo, 40 parlamentari di Alleanza Nazionale hanno presentato un'interrogazione al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e al Ministro per le Innovazioni e le Tecnologie Lucio Stanca chiedendone l'oscuramento.

Dalla denuncia è nata una polemica, ripresa anche dalla stampa, che ha dato vita ad un forum sul sito della testata slovena, in cui sono state espresse opinioni sulla questione.

In una replica ufficiale, firmata dal caporedattore Jani Sever, il settimanale sloveno si è difeso sostenendo che:

Il gioco Fojbe è un contributo di Mladina per la riconciliazione in Slovenia. Nelle cave carsiche cadono, indiscriminatamente, sia i partigiani, sia i domobranci. Il gioco non ha niente a che vedere con il fascismo italiano della prima metà del XX secolo e con gli eccidi illegali di italiani avvenuti dopo la guerra.(84)



Per Jose Pierevec, storico italiano di origine slovena, autore di numerosi testi sulla dissoluzione della ex Jugoslavia:

Mladina è sempre stata eccessiva ed iconoclasta, ma non mi piace questo gioco, i morti meritano rispetto. Questo è un modo poco elegante di esorcizzare e superare il passato facendosi beffe di tutto. E' una provocazione contro tutte le retoriche, ma non ha un segno politico preciso.



Secondo Pierevec, la frase ''gloria ai caduti'', con la quale si chiude il video-game, è uno sbeffeggio alla prosopopea e alla retorica del vecchio regime di Tito.

Quella era la frase che è stata ripetuta per 50 anni ad ogni occasione, ad ogni cerimonia. I ragazzi di Mladina hanno trovato un brutto modo per cancellare cliché che per loro non significano più niente.

Comunque, la vicenda drammatica delle foibe è usata come strumento politico per sviare l'attenzione della gente da ben altri problemi. E queste polemiche giungono in un momento decisamente poco opportuno, mentre la Slovenia si accinge a entrare in Europa.



Personalmente non credo affatto che un gioco di questo tenore possa favorire riconciliazioni. Sono convinta che al contrario possa alimentare l'odio, i rancori e le incomprensioni.

La doverosa riconciliazione, infatti, non può assolutamente prescindere dal rispetto delle vittime di tanti orrendi massacri ed è evidente che la gravità non cambia se ad essere "infoibati" sono degli sloveni piuttosto che degli italiani.

Il ministro per l'Innovazione Tecnologica Lucio Stanca si è subito mosso rendendo noto che, in concomitanza con la Giornata della Memoria, dedicata proprio alle migliaia di vittime delle foibe, egli aveva chiesto alla Farnesina di attivare i canali diplomatici affinché venisse posta alle autorità slovene la richiesta di oscurare subito l'offensivo e vergognoso gioco di abilità Fojbe 2000. Stanca ha inoltre auspicato che

il Governo di Lubiana aderisca prontamente a questa richiesta per evitare che una vicenda drammatica come quella delle foibe, di cui la nostra storia non si è ancora pienamente appropriata, possa essere ulteriormente banalizzata con un ignobile videogioco che costituisce, attraverso l'enorme propagazione della Rete, una istigazione alla violenza e all'odio tra popoli, rappresentando le drammatiche vicende che si sono consumate nelle cavità carsiche come un passatempo, con devastanti effetti diseducativi soprattutto per i più giovani.(85)



Nel forum del sito sloveno Mladina aperto all'interno dell'articolo Foibe 2004 le "Brigate Autonome Livornesi" hanno scritto:

Chi si schiera col fascismo merita di morire oggi come ieri, nessuna revisione, nessuna pietà. Undici ragazzi appartenenti alle Brigate Autonome Livornesi furono denunciati e diffidati 3 anni fa, per aver esposto uno striscione con scritto: Tito ce l'ha insegnato, la foiba non è reato. Grazie ai nostri avvocati, l'accusa cadde. Perché, come già sapevamo, per le foibe NON e' mai stato fatto nessun processo storico.

Stella, su "Il Corriere della Sera", ha utilizzato l'esempio di questa iniziativa di Mladina, da egli stesso definito "indecente" per avvalorare la tesi che

in Slovenia cresce un sentimento di orgoglio nazionale che sfocia spesso in giornali, e in tv, nelle piccole sopraffazioni burocratiche, in un'ostilità nazionalista di cui la nostra minoranza finisce per fare le spese. Basti annotare il rifiuto del settimanale Mladina di rimuovere dal sito internet, nonostante le proteste italiane del Ministro Lucio Stanca, un gioco indecente che si intitola Fojba 2000 e consiste nell'accatastare in ordine una pila di cadaveri. (86)


81 L. D'Alessandro, Infoibatori slavi con la pensione INPS, "Il Giornale", 24/8/1996.
82 F. Biloslavo, Il vitalizio garantito anche per i giustizieri delle foibe, "Il Giornale", 28/8/2000.
83 www.mladina.si
84 ANSA, 10/2/2004.
85 ANSA, 11/2/2004.
86 G.A. Stella, Foibe, la Slovenia celebra la contro-memoria, "Il Corriere della Sera", 20 marzo 2004.