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I PROCESSI: LA GIUSTIZIA NEGATA

Dopo il fallimento, nell'immediato dopoguerra, dei tentativi di avviare processi per le deportazioni e gli infoibamenti, l'intricata vicenda giudiziaria si rimise in moto solo 50 anni più tardi, il 15 giugno 1994, quando l'avvocato Augusto Sinagra presentò denuncia formale per gli eccidi avvenuti nella Venezia Giulia.

Sinagra, dopo aver raccolto le testimonianze dei parenti delle vittime e dei sopravvissuti, le consegnò alla procura di Roma insieme ai nomi dei carnefici, tutti esponenti della famigerata OZNA. Fra gli altri: Oskar Piskulic, Iovo Mladenic, Vicko Larkovic Minarci, Milan Cohar, Norino Nalato e Giuseppe Domancic.

Il Pubblico Ministero Gianfranco Mantelli, ricevuta la denuncia, incaricò i carabinieri di svolgere un'indagine sulla questione.

Mesi di ricerca presso gli archivi della Marina, delle questure e delle stazioni dei carabinieri portarono alla raccolta di molte informazioni e alla scoperta di migliaia di denunce dimenticate, presentate dai familiari delle persone scomparse.

Il Pm Mantelli però, promosso ispettore del Ministero di Grazia e Giustizia, non ebbe mai la possibilità di concludere quelle indagini.

Al suo posto venne nominato il Pm Giuseppe Pititto.

Lo storico Marco Pirica, in qualità di Presidente del Centro studi Silentes Loquimur, fornì agli inquirenti un archivio contenente fotografie degli scomparsi, schede personali di più di quattromila desaparecidos e anche importanti documenti sui presunti responsabili. Tra questi, oltre a quelli già segnalati da Sinagra, emerse anche la figura di Ivan Motika, detto "il giudice" ed i nomi di ben 300 "guardie del popolo", esecutori materiali della pulizia etnica.

Ivan Motika fu il presidente del "Tribunale del popolo" che decideva il destino degli italiani.(72)

I governi di Slovenia e Croazia non presero bene l'apertura dell'inchiesta.

Il ministro sloveno Zoran Thaler e l'ex ministro degli Esteri croato, Zvonimir Separovic, sostennero che l'inchiesta romana avrebbe potuto peggiorare i rapporti tra i loro paesi e l'Italia e che si trattava di un'iniziativa di carattere elettorale.

Separovic inoltre, dopo aver auspicato che l'inchiesta non nascondesse in realtà un pretesto per aprire una campagna anticroata, ammonì l'Italia ricordando che lo zelo nella ricerca della verità storica avrebbe potuto portare a parlare dei campi di concentramento fascisti in Istria e Dalmazia, che pure, a suo parere, avevano avuto carattere di genocidio.

A dare man forte alle tesi slovene e croate arrivò la replica del croato Ivan Motika, uno degli indagati più in vista.

L'ex magistrato, all'epoca ormai ultraottantenne e residente a Zagabria, respinse decisamente le accuse e si dichiarò un antifascista che non aveva commesso alcun crimine.(73)

Giuseppe Pititto, titolare dell'inchiesta, non si scoraggiò e sostenne di avere il

dovere di accertare se nei fatti denunciati sono ravvisabili estremi di reato e il dovere di cercare di individuare i responsabili. Ciò perché in Italia vige il principio dell'obbligatorietà penale.(74)

La federazione degli esuli di Istria, Fiume e Dalmazia, per voce del vicepresidente Denis Zigante, respinse al mittente l'illazione che l'inchiesta potesse nascondere finalità politiche.

Esiste invece una forte richiesta di verità sul problema delle foibe. Soltanto quando si sarà fatta completa chiarezza, sarà possibile evitare strumentalizzazioni di ogni tipo.(75)

Dopo le dichiarazioni del ministro degli Esteri sloveno, Thaler, che aveva accusato il magistrato di condurre un'operazione elettorale per favorire la destra in vista delle imminenti consultazioni, il Pm Pititto, a causa dell'inchiesta sulle stragi compiute dai partigiani di Tito tra il '43 e il '47 ricevette anche minacce di morte e dovette essere messo sotto scorta.

''Hai voluto fare il vendicatore delle persone morte nelle foibe (…), adesso c'è una fossa anche per te''.(76)

Pititto, in un'intervista rilasciata alla Rai, rivelò lo stato di isolamento e di scarsa collaborazione in cui era stato relegato

Mi chiedo perché lo Stato italiano per 50 anni non ha fatto questo processo, mi chiedo perché lo Stato italiano non sorregga il magistrato che in questo momento finalmente fa questo processo mi chiedo perché la stampa italiana voglia mantenere il silenzio su questa che è certamente una vergogna per questo Paese. (77)

In un intervista ad un quotidiano egli, annunciando il rinvio a giudizio degli imputati, dichiarò che dagli atti in suo possesso risultava che fossero stati uccisi donne e bambini, sacerdoti e partigiani. Tutti solo perché "colpevoli" di essere italiani.: Nel gennaio del 1997, la Provincia di Trieste si costituì parte civile e nel mese successivo iniziarono le ricerche di fosse comuni nelle valli del Natisone dove aveva a suo tempo agito la divisione partigiana Garibaldi-Natisone agli ordini del IX Corpus di Tito e responsabile della strage di Porzus. Furono diverse le fosse comuni trovate.

A maggio del 1997, il giudice per le indagini preliminari, Angelo Macchia, diede parere negativo alle richieste di rinvio a giudizio, sostenendo che nel periodo 1943-1945 l'Italia non aveva sovranità sui territori dell'Istria, di Fiume e di Zara.

Nel luglio dello stesso anno, l'avvocato Maurizio Sinagra, tentò, senza successo, di far ricusare il giudice Macchia.

Successivamente, Pititto ricevette pesanti "inviti", sostenuti da nuove minacce di morte, a non impugnare la sentenza della Corte d'Appello. Pesanti intimidazioni arrivarono anche ad un avvocato delle vittime.

A sostegno di Pititto si schierarono 40 parlamentari del Polo e della Lega e Il Pm e i legali di parte civile, rappresentanti delle vittime, nonostante le minacce, presentarono ricorso il 22 aprile del 1998, ottenendo, da parte dei giudici della prima sezione penale della Cassazione, l'annullamento della sentenza di non luogo a procedere contro i presunti responsabili della morte di migliaia di italiani gettati nelle foibe.

Il 18 settembre dello stesso anno il Gip di Roma Claudio Tortora rinviò a giudizio Ivan Motika e Oskar Piskulic.

Il 15 marzo 2000, a tre anni dalla conclusione delle indagini, dopo tre pronunciamenti del Gip e l'annullamento di un rinvio a giudizio, il Gip di Roma, Roberto Reali, rinviò nuovamente a giudizio il croato Oskar Piskulic, unico dei tre imputati della procura di Roma per i fatti avvenuti tra il 1943 e il 1947 rimasto in vita, con l'accusa di omicidio plurimo.

Chiamato davanti alla prima corte di Assise della capitale, il Gip accolse la richiesta del Pm Pititto di contestare a Piskulic, all'epoca dei fatti capo della OZNA, la polizia politica jugoslava, l'accusa di

aver diretto l'attività criminosa cagionando con premeditazione la morte, per il solo fatto che erano italiani e perciò per motivi abietti, degli antifascisti Nevio Skull, a cui spararono un colpo alla nuca, Giuseppe Sincich, che uccisero a colpi di mitra seviziandone il corpo, e Mario Blasich, che strangolarono nel suo letto e perciò agendo con crudeltà verso le persone.(78)

Pititto rendendo noto alla stampa il suo trasferimento d'ufficio, deciso dal CSM per contrasti con il procuratore di Roma Salvatore Secchione, in un'intervista rilasciata a "Il Giornale", dichiarò

Quei magistrati italiani che sono la stragrande maggioranza e che non accettano di rendersi funzionali al disegno politico della sinistra, oggi si ritrovano privi di tutela proprio in sede a quell'organismo che per primo dovrebbe garantirgliela. E' disarmante dirlo, ma è cosi (…) Davo fastidio, mi hanno fatto fuori.(79)

L'11 ottobre 2001 Piskulic venne riconosciuto colpevole.

La Corte d'Assise di Roma lo riconobbe colpevole di "delitto politico premeditato ma non provocato dall'odio etnico" e, pur riconoscendolo responsabile dell'omicidio dell'autonomista di Fiume, Giuseppe Sincich, dichiarò il reato estinto per amnistia.

Il 4 dicembre 2002 la Corte d'Assise d'Appello, in applicazione della legge Cirami, sospese il processo, che sarebbe dovuto riprendere dopo la decisione della Cassazione.

Il 15 aprile del 2003 la prima Corte d'Assise d'Appello di Roma dichiarò la cessata giurisdizione.

La conclusione definitiva della tanto lunga quanto farraginosa vicenda giudiziaria arrivò con la sentenza definitiva della Corte di Cassazione, la quale ribadì, ancora una volta

l'Italia non ha titolo, per difetto di giurisdizione, per giudicare il cittadino croato Oskar Piskulic.(80)

Nello stesso mese, se da una parte la Cassazione scriveva la parola fine sulla vicenda giudiziaria riguardante i dirigenti dell'OZNA in Istria, un'altra procura italiana, quella di Bologna, apriva un'inchiesta sui reati commessi in quello stesso periodo, nella stessa area.

La morte di 202 civili e 635 militari italiani, fatti prigionieri e poi uccisi nelle foibe a Gorizia, tra il maggio e il giugno 1945, vide come indagato Franc Pregelj, ormai ultraottantenne, residente in Slovenia, conosciuto come "comandante Boro'', allora Commissario politico del IX Corpus di Tito.

L'inchiesta era stata avviata dalla Procura militare di Padova ed era arrivata a risultati che sembravano preludere ad una richiesta di rinvio a giudizio per Pregelj. Un'eccezione della difesa, però, accolta dalla Cassazione, fece passare il fascicolo alla giustizia ordinaria.

L'inchiesta approdò alla Procura di Gorizia, ma, essendo una delle vittime padre di un magistrato esercitante nella stessa Procura, dovette essere nuovamente trasferita, approdando sul tavolo dei colleghi bolognesi, competenti ad indagare in caso di coinvolgimento (in questo caso come parte danneggiata) di magistrati del Friuli Venezia Giulia.

Se da un lato la magistratura italiana attraverso la sentenza definitiva della Corte di Cassazione stabiliva la cessata giurisdizione e di conseguenza l'impossibilità per la giustizia italiana di perseguire i responsabili degli eccidi perpetrati in Istria, a Fiume ed in Dalmazia durante e dopo la guerra, dall'altro l'INPS poteva invece erogare la pensione e tutti gli arretrati relativi agli stessi ex imputati.

 


72 "Libero", 12 febbraio 2004.
73 ANSA, 29/2/1986.
74 ANSA, 1/3/1996.
75 ANSA, 29/2/1996.
76 ANSA, 27/3/1996.
77 ANSA, 15/6/1996.
78 ANSA, 15/3/2000.
79 ANSA, 19/1/2001.
80 ANSA, 20/3/2004.

A LUBIANA COME A TRIESTE NO AI MONUMENTI TITINI

L’avv. Paolo Sardos Albertini, Presidente della Lega Nazionale, nella conferenza stampa indetta il giorno 26 marzo u.s., ha rilevato come – secondo quanto reso noto da “La Voce del Popolo” di Fiume – il premier sloveno Janez Jansa abbia recentemente chiesto la rimozione, in Slovenia, di monumenti e intitolazioni a Tito e a Kardelj e ciò in quanto “erano tra i fautori principali delle esecuzioni sommarie sul territorio  sloveno  dopo la fine della seconda guerra mondiale”.

VERSO LA MEMORIA CONDIVISA

Anni '90: le prime aperture

Da uno studio approfondito dell'archivio informatizzato ANSA, disponibile dal 1981, si evince come fino alla metà degli anni '90 le notizie riguardanti le foibe siano carenti.

Nel 1981 non c'è stato alcun lancio di agenzia su questo argomento.

Nell'82 e nell'83 sono stati 2, 7 nell'84, 6 nell''85, 3 nell'86, 6 nell'87, 3 nell'88, 5 nell'89, 16 nel '90, 20 nel '91, 18 nel '92, 17 nel '93, 20 nel '94, 17 nel '95, 155 nel '96, 132 nel '97, 89 nel '98, 39 nel '99, 121 nel 2000 , 71 nel 2001, 80 nel 2002, 204 nel 2003 e nel 2004, da gennaio a marzo, sono già stati ben 205.

È evidente la crescita esponenziale di notizie che si verifica a partire dagli anni novanta, un segnale evidente che l'interesse e le iniziative hanno cominciato ad avere un risalto sempre maggiore sulla stampa, non solo locale, ma anche nazionale.

Le dichiarazioni ed i comunicati stampa dei partiti, di amministratori locali o parlamentari nazionali si sono susseguiti, uno dopo l'altro, facendo sì che quel muro di silenzio iniziasse a rompersi.

Aperture e negazionismo

Come si è visto precedentemente le prime aperture politiche a livello nazionale si ebbero nel 1996, con le dichiarazioni rilasciate dall'allora presidente della Camera dei Deputati, Luciano Violante

Nella storia scritta dai vincitori e nelle convenienze che segnarono la guerra fredda e che comportavano una particolare condiscendenza per Tito, le foibe dovevano 'scomparire' dalla memoria nazionale.(67)

Violante auspicò che ci si potesse battere affinché emergesse

(...) tutta la storia del nostro Paese, quella della risiera di San Sabba, quella delle foibe, quella dei processi non fatti per i responsabili degli eccidi nazifascismi in Italia, quella delle stragi degli anni '70 e '80, tutta la storia della guerra civile calda e fredda, di una parte e dell'altra, di modo che poi l'Italia possa camminare avanti.

Alcune aperture, il dibattito sulla faziosità dei libri di testo, vari processi svoltisi negli anni più recenti, la realizzazione di un film molto dibattuto sulla strage di Porzus hanno portato a maturare una maggiore presa di coscienza degli avvenimenti ed indotto alcuni schieramenti politici a rivedere la loro posizione sulle vicende.

Fausto Bertinotti, in occasione del convegno di Rifondazione Comunista, tenutosi a Venezia alla fine del 2003, dopo aver ribadito l'attualità dell'antifascismo inteso come unica religione civile del paese, l'unica capace di costruire una convivenza civile, riconobbe però anche che sulla resistenza abbiamo preferito fare un'operazione di "angelizzazione" della nostra parte.

E parlando delle foibe, Bertinotti sottolineò anche come

francamente accanto a questo furore popolare io non riesco a non vedere anche una volontà politica organizzata, legata ad una storica idea di conquista del potere, di costruzione dello Stato attraverso l'annientamento dei nemici (…) faccio notare che gran parte della storia delle costruzioni statuali del movimento operaio nel '900 è passata attraverso l'idea di distruzione fisica del nemico (…) Io penso che noi dobbiamo trovare il coraggio non solo di dire la verità, ma (su questo punto insisto) di non trovare alcun elemento di giustificazione nell'orrore che gli oppressori avevano realizzato precedentemente per giustificare l'orrore che vi fu dopo. (…) Lo dico e lo chiedo non in nome di una tensione verso la verità, ma in nome di qualcosa di ugualmente se non più importante: una diversa idea della politica e della lotta di liberazione. (…) Quando parliamo di gulag parliamo di 20 milioni di persone sterminate, di cui la metà comunisti. Vorrei che qualche brivido ci attraversasse. (…) Il gulag non è il paradigma del comunismo, il gulag è la manifestazione estrema di una contraddizione che il comunismo si è portata nella pancia e che è determinata da un'idea del potere e da un'idea di violenza.(68)

Il 6 febbraio 2004 a Trieste, il segretario dei DS Pietro Fassino rese pubblica una lettera aperta inviata al presidente della Federazione degli esuli, Guido Brazzoduro, con la quale auspicava una ''assunzione collettiva di responsabilità'' su quanto accaduto in quei territori dopo la firma del Trattato di Parigi.

Il Trattato - secondo Fassino non fu una 'assoluzione' per l'Italia vinta, ma un atto doloroso che costò non solo la perdita di territori, ma soprattutto sofferenze umane.

Poi, l'oblio generalizzato, dettato da ragioni internazionali e dall'intento di molti di rimuovere la sconfitta e le responsabilità che essa sottendeva. Oggi nessuno può dire più di non sapere e ognuno ha il dovere, morale prima ancora che politico, di assumersi le proprie responsabilità.

Anche la sinistra deve assumersi le proprie e dire con chiarezza e definitivamente che il Pci, in quegli anni, sul confine italiano sbagliò: sbagliò perché pesarono sui suoi orientamenti e sulle sue decisioni il condizionamento dell'Urss e della Jugoslavia di Tito, in particolare negli anni della guerra fredda. Sbagliò perché non avvertì le tragiche conseguenze dell' espansionismo slavo, che nel vivo della lotta antifascista si era manifestato in comportamenti e linguaggi propri delle contese territoriali e nazionalistiche, presenti da decenni in quelle aree. Lo schema della lotta tra fascismo e antifascismo si mostrò inadeguato per comprendere la radice e la pericolosità dei conflitti in quella regione, perché non coglieva la natura dello scontro tra nazionalità, che il regime comunista esasperò ulteriormente. Proprio in nome degli ideali dell'antifascismo avrebbero dovuto essere denunciati tutti i nazionalismi e ogni politica di negazione dei diritti inalienabili di ogni persona e di ogni comunità.(69)

Una rottura con il passato che non mancò di suscitare numerosissime polemiche all'interno della sinistra italiana e da parte dei nuovi stati di Croazia e Slovenia.

Per Cossutta:

Tra i massimi dirigenti dei Ds siamo non solo di fronte ad un inaccettabile revisionismo storico, ma ad una forma vera e propria di abiura.

Un revisionismo ed una abiura che contribuiranno a disorientare il grande popolo comunista che sempre meno vede nei Ds una forza di sinistra.(70)

In merito alla approvazione della legge sulla giornata della memoria, nel sito del Partito Marxista Leninista Italiano si legge:

Sulla questione dei cosiddetti "martiri delle foibe" e dell'esodo degli italiani dalle terre restituite alla Jugoslavia siamo intervenuti diverse volte, (…), è da questo tragico retroterra che scaturiscono episodi - peraltro più circoscritti di quanto la propaganda fascista e revisionistica tende a far credere - come quello delle "foibe" e degli "esuli" istriani e dalmati. Nelle "foibe", nel settembre 1943, furono gettati dalla popolazione insorta e dai partigiani jugoslavi alcune centinaia (e non migliaia come sostengono i fascisti) di fascisti, nazisti, slavi collaborazionisti, ustascia e cetnici, colpevoli di gravi crimini di guerra contro la popolazione, processati, passati per le armi e quindi infoibati.

I riconoscimenti istituzionali

Il 9 febbraio 2004, il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, in un messaggio indirizzato al Presidente della Regione Lazio, Francesco Storace, in occasione della "Giornata dei Valori Nazionali'' ha scritto:

La tragedia delle Foibe fa parte della memoria di tutti gli italiani. La Repubblica, consapevole dei valori universali di libertà e democrazia che le istituzioni nazionali ed europee hanno saputo costruire, ricorda quegli eventi con dolore e rispetto (…) La Giornata dei Valori Nazionali, istituita dalla Regione Lazio, ricorda oggi la firma del trattato di Parigi con cui l'Italia, risalendo dall'abisso della guerra, pose le premesse per rientrare nel consesso dei popoli governati dai principi della democrazia e della pacifica convivenza. La ricostruzione e la rinascita della nuova Italia costarono sacrifici grandissimi in particolare, gli italiani delle terre d'Istria e di Dalmazia furono colpiti da una violenza cieca ed esecranda e dalla sventura di dover abbandonare case e luoghi familiari.(71)

 


67 ANSA, 25/8/1996.
68 F. Bertinotti, La guerra è orrore, Roma, Partito della rifondazione comunista, 2004.
69 ANSA, 6/2/2004.
70 ANSA, 8/2/2004.
71 ANSA, 9/2/2004.

La via dedicata a Tito
DOV’E’ FINITO IL FRONTE ANTI GRANBASSI?

A proposito dell’intitolazione di una via di Lubiana al maresciallo Tito, ho invano aspettato una tempestiva reazione innanzitutto e soprattutto da parte di quei gruppi che giustamente hanno vivacemente protestato e si sono pubblicamente indignati per la decisione della giunta comunale di Trieste di intitolare una via a Mario Granbassi.


LE FOIBE NEI TESTI: VERITA’, FALSITA’ ED OMISSIONI

CONFINE ORIENTALE

Mario Pacor - Milano, Feltrinelli, 1954

p. 34
Nei quaranta giorni della loro occupazione, i comandi militari Jugoslavi, e le autorità civili slave e italiane, da essi riconosciute, condussero una politica che, se aveva per presupposto l’annessione alla Jugoslavia, ostica a una parte della popolazione italiana, deve tuttavia essere riconosciuta obiettivamente assai corretta e civile.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini,

M. Pacor, pubblicato in ITALIA DRAMMATICA STORIA DELLA GUERRA CIVILE

Della Volpe editore, Unione Editoriale vol. 3, 1965

p. 568
i nostri alleati della nostra Jugoslavia, alfieri eroici di libertà e progresso, con i quali dobbiamo stringere sempre più rapporti di amicizia e di collaborazione (…).

p. 570
sull’occupazione di Gorizia: amministrazione democratica.

p. 574
Un’illustrazione a corredo del pezzo raffigura un titino che sorride ad alcune donne e riporta la seguente didascalia: 1 maggio 1945: i partigiani entrano in Trieste. C’è chi si ferma per scambiare un sorriso con le cittadine. Nelle zone compattamente slave il potere fu assunto dai comitati dell’OF, nelle altre dai CLN in collaborazione con l’OF o dai Comitati popolari misti.

p. 571
Didascalia riportata sotto la fotografia di Francesco De Gregori: detto "Bolla", morì con 17 suoi uomini per opera di una banda rivale.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini,

STORIA UNIVERSALE

Rizzoli Larousse, Milano, 1973

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini,

L’EUROPA E GLI ALTRI CORSI DI STORIA PER I TRIENNI DELLE SCUOLE MEDIE SUPERIORI 3 -

Claudio De Boni, Enrico Nistri - Firenze, G. D’Anna, 1991

Cap. 13 - La pace senza pace - L’età della guerra fredda.
La normalizzazione degasperiana (...) Assai più arduo e penoso è il compito che si trova ad affrontare nella sua politica estera lo statista trentino, chiamato ad accettare il trattato di pace imposto dalle potenze vincitrici al nostro paese. Esclusa dalle trattative, considerata a pieno titolo una nazione vinta, nonostante la cobelligeranza e la lotta di resistenza antitedesca, l’Italia è chiamata ad accettare una pace punitiva, anche se meno onerosa di quella toccata ad altre nazioni coinvolte nel conflitto. Oltre a dover accettare alcune modeste rettifiche del confine con la Francia, la rinuncia di fatto all’Istria e alla Dalmazia, a beneficio della Jugoslavia, la trasformazione della città di Trieste in un "territorio libero" sotto l’amministrazione angloamericana".

Cap. 14 - L’età del disgelo - Una legislatura di transizione (1953-1958)
Anticomunismo e sussulti nazionalistici (...) nè manca, nel 1953, un sussulto nazionalista: dinanzi alla riluttanza degli anglo-americani a restituire Trieste all’Italia e alla minaccia Jugoslava di occupare la città, il primo ministro democristiano Giuseppe Pella ammassa le truppe alla frontiera, con una presa di posizione che rende per qualche tempo molto tesi i rapporti con Tito e con gli stessi alleati occidentali, anche se pone le premesse per il definitivo ritorno di parte della Venezia Giulia all’Italia.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

NEL TEMPO 3 Corso di storia per la scuola media

Gabriele De Rosa, Antonio Cestaio - Milano, Minerva Italica, Rist. 1991

Cap. 24 - Usa e URSS: la divisione ideologica e militare del mondo.
3. Il trattato di pace per l’Italia.I trattati di pace, firmati a Parigi nel 1947, risentono del clima di sospetto formatosi nei rapporti fra le grandi potenze. Basti dire che mentre l’Italia riuscì ad avere un trattato di pace, sia pure a costo di grandi sacrifici, la Germania non l’ebbe. Ecco le clausole principali del trattato di pace per l’Italia, firmato dal presidente del Consiglio del tempo, Alcide De Gasperi:1) restituzione delle isole del Dodecanneso, nel mar Egeo, alla Grecia;2) cessione dell’Istria e di altri territori della Venezia Giulia alla Jugoslavia. Trieste, dopo lunghe discussioni e violente polemiche, fu dichiarata territorio libero e fu divisa in due zone: una sotto il controllo degli anglo-americani, l’altra sotto il controllo iugoslavo. Ogni tentativo di accordo fra Italia e Jugoslavia non ottenne nessun risultato. Solo nel 1954 Trieste fu restituita all’Italia;3) cessione alla Francia di due paesi di confine: Briga e Tenda. Delle colonie italiane in Africa, l’Eritrea fu federata all’Etiopia; la Somalia fu affidata all’Italia in amministrazione fiduciaria per 10 anni e, poi, nel 1960 fu resa indipendente; la Libia divenne stato indipendente. Anche l’Albania, annessa all’Italia nel 1939, tornò ad essere uno stato indipendente.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

STORIA D’ITALIA DE AGOSTINI cronologia 1815-1990

Novara, De Agostini, 1991

p. 525 - Questione di Trieste
Il trattato italo jugoslavo di Rapallo del 1920 aveva incluso nei territori sotto la sovranità italiana 500.000 slavi. In queste regioni il fascismo aveva condotto una politica di italianizzazione forzata, agendo con misure fortemente repressive.Le forze partigiane jugoslave, negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale, avevano occupato ampie porzioni di territorio italiano. Solo dopo delicate trattative con gli anglo americani, nel giugno del 1945, gli jugoslavi si erano ritirati.

Si prosegue con la descrizione delle zone A e B, con il passaggio di Trieste nel ‘54 all’Italia.

Nessun riferimento al trattato di Osimo, alle foibe, all’esodo o ai lager titini

L’OPERAZIONE STORICA — L’ETA’ CONTEMPORANEA 3 NOVECENTO

Alberto De Bernardi, Scipione Guarracino - Mi, Ed. Scolastiche Bruno Mondadori, 1991

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

CORSO DI STORIA – L’ETA’ CONTEMPORANEA – Vol. 3

Giampiero Carocci - Bologna, Ed. Zanichelli, 1992

Capitolo 76 — La Repubblica Italiana
76.2. La svolta moderata del 1947Trattato di pace — Il 10 febbraio 1947 venne firmato il trattato di pace, che impose vari sacrifici territoriali: Briga e Tenda passarono alla Francia, la Dalmazia e una parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia, il Dodecanneso alla Grecia, Trieste, contesa dalla Jugoslavia, fu eretta in territorio libero e restituita all’Italia più tardi, nel 1954.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

LE NAZIONI D’EUROPA E IL MONDO

G. Cracco, A. Prandi, F. Traniello - S.E.I. Torino, 1993

Cap. 18.
Nascita e trasformazioni del "Mondo Bipolare" (1945-1980).La conferenza di Parigi e il nuovo assetto europeo.(…) L’Italia, oltre ad alcune correzioni di confine a favore della Francia, dovette cedere alla Jugoslavia l’Istria, Fiume, Zara, parte della Venezia Giulia fino a Gorizia, le isole della Dalmazia. Trieste e l’area istriana circostante, pretese dalla Jugoslavia, vennero divise in due "zone" affidate all’amministrazione inglese e a quella jugoslava (solo nel 1954 un accordo italojugoslavo definì la questione con il ritorno di Trieste all’Italia e la rinuncia di fatto da parte italiana al territorio istriano ormai jugoslavo). Inoltre l’Italia perse il dominio sull’Albania, sulle isole del Dodecanneso e su tutte le colonie (con l’eccezione della Somalia, affidata fino al 1960 in amministrazione fiduciaria).La prima conseguenza di questi spostamenti di confini fu quella di un massiccio esodo di popolazioni, specialmente tedesche, polacche e italiane (...).

Nessun riferimento alle foibe o ai lager titini.

STORIA DELL’ETA’ CONTEMPORANEA Dalla seconda rivoluzione industriale ai giorni nostri

Peppino Ortoleva, Marco Revelli - Milano, Ed. Scolastiche Bruno Mondadori, 1993

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

STORIA CONTEMPORANEA

Rosario Villari (Pres. Giunta Centrale per gli Studi Storici) - Ed. Laterza — III Rist. 1994

Capitolo ventesimo
11. dopoguerra e la fine del sistema coloniale1. Difficoltà e contrasti del dopoguerraLa conferenza di Potsdam rinviò ad una successiva "conferenza dei ventuno" (che si tenne a Parigi dal luglio all’ottobre del 1946) la definizione dei trattati (che furono firmati il 10 febbraio 1947) con i paesi ex alleati della Germania (Italia, Romania, Finlandia, Ungheria e Bulgaria). Fu adottato il principio del ritorno alla situazione del primo dopoguerra, ma non senza notevoli rettifiche. L’Italia dovette cedere le isole del Dodecanneso alla Grecia, una parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia e due piccoli territori di confine (Briga e Tenda) alla Francia; dovette riconoscere l’indipendenza dell’Albania e rinunciare alle colonie, mantenendo un mandato di amministrazione fiduciaria per dieci anni in Somalia. La controversa questione di Trieste fu risolta con la creazione di un territorio libero, diviso in due zone amministrate rispettivamente dagli anglo-americani e dagli jugoslavi; di fatto poi Trieste tornò all’Italia nel 1954 (...).(…) il fenomeno più vistoso causato da questi mutamenti politico-territoriali, fu l’esodo di milioni di profughi da una zona all’altra. Aggiungendosi alle conseguenze dei trasferimenti di popolazioni avvenuti per cause diverse durante la guerra, esso contribuì ad aggravare i problemi del dopoguerra e le tensioni tra le potenze che avevano le maggiori responsabilità del riassetto sociale e demografico.E questi sacrosanti principi di politica internazionale, tanto solennemente formulati, dichiarati e sottoscritti, sono stati totalmente elusi dal trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947. Lo possiamo affermare a futura memoria.

Nessun riferimento specifico all’esodo italiano, alle foibe o ai lager titini.

CORSO DI STORIA DI ETA’ CONTEMPORANEA

Roberto Finzi - Mirella Bartolotti - Bologna, Zanichelli, 1994

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

STORIA E STORIOGRAFIA

Antonio Desideri - Firenze, G. D’Anna, 1994

pp. 985 - 986
12.3.11 Trattato di pace imposto dagli Alleati.Il 10 febbraio 1947 De Gasperi firmò a Parigi, come capo del governo italiano, il trattato di pace impostoci dagli Alleati. Fu questo l’atto conclusivo del penoso calvario sofferto dalla delegazione italiana alla conferenza per la pace (...). La pace comportò per l’Italia dolorose rinunce: una rettifica di confine ad occidente, col passaggio alla Francia di Briga e Tenda, la cessione alla Jugoslavia di Zara e della più gran parte della Venezia Giulia di lingua slava,mentre Trieste col suo retroterra fu costituita in Territorio libero, diviso peraltro in due zone, zona A, comprendente Trieste, sotto amministrazione anglo-americana, zona B sotto amministrazione jugoslava (Trieste e la zona A torneranno all’Italia solo nel 1954) (...).

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

UNA GUERRA CIVILE. SAGGIO STORICO SULLA MORALITÀ DELLA RESISTENZA

C. Pavone - Torino, Bollati Boringhieri, gli Archi, 1994

Alla strage di Porzus in uno dei saggi più importanti sullo studio della resistenza italiana viene dedicata solo una breve nota (n. 106, p. 733).

POPOLI E CIVILTA’

Antonio Brancati - Firenze, La Nuova Italia, 1995

Cap. 28 - L’Italia dalla ricostruzione al centrismo
Il 10 febbraio 1947 venne firmato a Parigi il trattato di pace: le condizioni furono imposte all’Italia, che dovette accettarle senza discussione per effetto della resa incondizionata dell’8 settembre. La "cobelligeranza" infatti, nonostante il positivo aiuto dato alla vittoria dal Cln e dalle brigate partigiane, non dette titolo ai plenipotenziari italiani di sedere al tavolo della pace e di partecipare alle discussioni.Il trattato — un vero e proprio "diktat" - nella forma e nella sostanza imposto con ristrettissimi margini di manovra ai nostri rappresentanti dagli Alleati e ratificato in luglio dall’Assemblea Costituente - fissava la cessione alla Francia di un territorio comprendente Briga e Tenda e gli importanti impianti idroelettrici colà esistenti; la rinunzia a gran parte della Venezia Giulia in favore della Jugoslavia, ad eccezione della zona di Trieste dichiarata "territorio libero" e divisa a sua volta in due zone, rimaste sotto l’amministrazione degli Alleati e degli Jugoslavi fino al 1954, anno nel quale un accordo diretto con la vicina Repubblica restituiva la città e un limitato retroterra all’Italia.

La soluzione del problema di Trieste (ottobre 1954).
Tra le iniziative di maggior rilievo prese dal governo pochi mesi prima dell’ascesa di Gronchi al Quirinale va annoverata la soluzione dell’annoso problema di Trieste, il cui territorio era stato suddiviso dagli Alleati in due zone:quella denominata A (222 Kmq con 302.000 abitanti in massima parte italiani) e quella B (515 Kmq con 73.000 abitanti in gran parte sloveni). Di fronte all’ostilità della Jugoslavia ed alle incertezze degli Alleati il governo nazionale, operando con decisione e con insolita autonomia nei confronti delle potenze vincitrici, riuscì a riportare Trieste e tutta la zona A sotto la sovranità dell’Italia (1954), pur se entro confini ristretti.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini,

STORIA 2 — DAL 1948 AI GIORNI NOSTRI

Augusto Camera, Renato Fabietti - Bologna, Ed. Zanichelli, 1995

Cap. 57. La Repubblica Italiana
Trattato di pace. Il 10 febbraio del 1947 De Gasperi firma a Parigi il trattato di pace, con il quale l’Italia cede alla Francia Briga e Tenda, alla Jugoslavia la Dalmazia e una parte della Venezia Giulia, alla Grecia il Dodecanneso. Particolarmente sentito da vasti strati dell’opinione pubblica è il problema di Trieste, che, contesa fra l’Italia e la Jugoslavia ed eretta in un primo tempo a Territorio libero, verrà restituita all’Italia nel 1954.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

STORIA CONTEMPORANEA

F. Gaeta, P. Villani, C. Petraccone - Bari, Ed. Principato, 1996

La conferenza di Parigi (1946)
(...) Come era accaduto nel 1919, non vi fu una pace negoziata, ma una serie di diktat che imposero mutamenti territoriali e pagamenti di pesantissime indennità a titolo di riparazione. Il paese più colpito fu l’Italia, che fu privata di tutte le colonie, dovette cedere alcuni territori (Briga e Tenda) alla Francia ed altri (Venezia Giulia) alla Jugoslavia e fu obbligata a una riparazione di 330 milioni di dollari. Una questione assai grave fu quella di Trieste, per la quale si arrivò alla costituzione di un territorio libero diviso in due zone amministrative, controllate rispettivamente dagli anglo-americani e dagli jugoslavi: la città poté tornare all’Italia nel 1954 in seguito a un accordo italo-iugoslavo.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

L’EUROPA E GLI ALTRI CORSI DI STORIA PER I TRIENNI DELLE SCUOLE MEDIE SUPERIORI 3

Claudio De Boni, Enrico Nistri - Firenze, G.D’Anna Messina, 1996

p. 561
(…) ma i sacrifici maggiori riguardano il confine orientale. Alla Jugoslavia dobbiamo cedere buona parte dell’Istria le città di Zara e Fiume. La stessa sovranità di Trieste è posta in discussione, con la costituzione intorno ad essa di un territorio libero suddiviso in due zone: la A con la città di Trieste, sotto amministrazione franco anglo americana; la zona B sotto amministrazione jugoslava.
Entrambe le zone, secondo la dichiarazione tripartita del 1948 ad opera di francesi, inglesi e americani, sarebbero dovute passare sotto la sovranità italiana.In realtà la zona A con Trieste tornerà all’Italia, mentre, con il trattato di Osimo del 10 novembre 1975, il nostro paese rinuncerà alla sovranità sulla zona B, entrata a far parte dell’allora Jugoslavia.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

MANUALE DI STORIA 3. L’ETA’ CONTEMPORANEA

A. Giardina, G. Sabbatucci, V. Vidotto - Bari, Editori Laterza - IV Ristampa, 1996

Frutto di negoziati protrattisi per più di un anno, il trattato di pace fra l’Italia e gli alleati fu firmato a Parigi nel febbraio ‘47 e ratificato dalla Costituente nel luglio dello stesso anno.
(…).Alla fine del ‘46 fu attuata una sistemazione provvisoria, che lasciava alla Jugoslavia la penisola istriana, eccettuata una striscia comprendente Trieste e Capodistria, che avrebbe dovuto costituire il Territorio libero di Trieste. Il Territorio fu a sua volta diviso in una zona A (Trieste e dintorni) occupata dagli alleati e in una zona B tenuta dagli jugoslavi. Solo nell’ottobre 1954, dopo momenti di forte tensione fra Italia e Jugoslavia, si giunse a una spartizione di fatto, che sanciva il controllo jugoslavo sulla zona B e il passaggiodall’amministrazione alleata a quella italiana della zona A, ossia di Trieste, che veniva così riunita all’Italia. Ma sarebbero passati ancora più di vent’anni perché si raggiungesse un accordo (il trattato di Osimo del novembre 1975), con cui le due parti si riconoscevano reciprocamente la sovranità sui territori in questione.Certo, la questione di Trieste e della Venezia Giulia rappresenta nel primo decennio postbellico la ferita più dolorosa fra quelle lasciate aperte dalla guerra. Il contrasto fra italiani e slavi - esasperato durante il fascismo dalla dura repressione contro le minoranze etniche condotta dal regime - era riesploso alla fine della guerra, nelle zone occupate dagli jugoslavi con una serie di sanguinose vendette contro gli italiani. Un gran numero di giuliani e dalmati (fra i due e i trecentomila) erano stati costretti a riparare in Italia, contribuendo a tener desta la polemica contro il trattato di pace. Il problema di Trieste divenne così un fattore di mobilitazione per l’opinione pubblica moderata e si intrecciò con le divisioni create dalla guerra fredda (fino allarottura fra Tito e Stalin, nel ‘48, la frontiera fra Italia e Jugoslavia coincise con quella fra Occidente e blocco comunista).

Nessun riferimento alle foibe o ai lager titini.

NUOVE PROSPETTIVE STORICHE 3 - IL NOVECENTO

Gentile Ronga Salassa - Editrice La Scuola, 1997

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

OPERAZIONE STORICA ETA’ CONTEMPORANEA

Alberto de Bernardis Scipione Scipione Guarracio - Milano, Mondadori 1997-1998

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

IL NOVECENTO – LE RADICI DEL MONDO ATTUALE Corso di storia per la 3 classe degli ist. professionali secondo i nuovi programmi

Carlo Enrico Rol - Torino, Ed. Il capitello, 1998

p. 129
Conferenza di pace di Parigi 1946 - (…) Il nostro paese perse alcuni territori sulle Alpi occidentali, l’Istria le isole greche e le colonie; la città di Trieste ebbe un’amministrazione particolare fino al 1954, quando in seguito a un parziale accordo con la Jugoslavia ritornò di fatto all’Italia (…).

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

ELEMENTI DI STORIA XX SECOLO - IV Ed.

Augusto Camera e Renato Fabietti - Bologna, Edizione Zanichelli, 1998

Pp. 1564-1566
L'8 settembre 1943, nel vuoto di potere determinato dallo sfacelo dello Stato Italiano, furono uccise, soprattutto in Istria, 500/700 persone. Per quanto gravi, quei fatti non corrispondevano però a un disegno politico preordinato: essi furono piuttosto la conseguenza di uno sfogo dell'ira popolare sloveno-croata contro gli italo-fascisti, paragonabile alla strage di fascisti perpetrata nel Nord Italia dopo il 25 aprile, nella quale certo non intervennero motivazionietniche di nessun genere. […] Noi non abbozzeremo un bilancio degli "infoibati" e dei soppressi in vario modo e in varie circostanze, in primo luogo e soprattutto perché le cifre fornite dalle varie fonti sono disparate e malcerte; in secondo luogo perché l'abitudine invalsa di usare come argomento politico il cumulo dei cadaveri gravante sulla coscienza di questo o quel partito ci sembra disgustosa. (…) Altrettanto inammissibile ci sembra il fatto che osino chiedereconto della ferita sofferta dall'Italia nelle sue regioni nord-orientali coloro che di tale ferita sono stati i primi responsabili o coloro che di tali primi responsabili si dichiarano eredi e continuatori.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

SETTE SECOLI D’EUROPA 3

G.Bordino- A.Chiattella- F. Gatti- G. Martinetti - Ed. Sei 1998

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

IL NOVECENTO

Brancati, T. Pagliarani - Firenze, La nuova Italia, 1999

La «questione adriatica» - La «pulizia etnica» e l'orrore delle foibe
La fine della guerra non significò l'arrivo della pace per molti Italiani residenti sul confine con la Jugoslavia, costretti a vivere tutta una serie di drammatiche esperienze destinate a divenire tristemente note come «questione adriatica».Nel corso della guerra di liberazione l'esercito comunista di Tito aveva infatti proceduto gradatamente all'occupazione dell'Istria, dove da tempo convivevano in pace la popolazione italiana e quella slava, ma anche di Trieste, Gorizia, Cividale del Friuli, Gemona e Monfalcone e quindi dell'intera Venezia Giulia, territori già rivendicati dal nuovo regno serbo-croato-sloveno in quanto considerati di tradizione slava. Tale pretesa, inizialmente favorita dallo stesso Partito comunista italiano, non venne accettata dagli altri partigiani del luogo, decisi a difendere i territori italiani dall'intento espansionistico di Tito. Nonostante la loro opposizione, l'esercito di Tito riuscì a raggiungere ugualmente Trieste (10 maggio 1945). Da allora ebbe inizio nell'Istria una lunga serie di persecuzioni, violenze e azioni di «pulizia etnica» da parte iugoslava, con lo scopo di liberare tutto il territorio da qualsiasi presenzaitaliana. Vennero così attuate vere e proprie esecuzioni in massa di cittadini, gettati poi, vivi o morti che fossero, nelle più di 1500 cavità naturali scavate dalle acque nella roccia carsica della zona e comunemente dette foibe (dal latino fovea, «fossa»). È stato calcolato che circa 15.000 persone persero così la vita. Si trattava di giovani, vecchi, donne, bambini scelti per il semplice fatto di essere italiani e uccisi in nome di un esasperato nazionalismo, dell'ideologia comunista dei seguaci di Tito e dello spirito di vendetta ben presente nella popolazione slava, che aveva subito molte perdite nella guerra di liberazione partigiana.

LA STORIA - IL NOVECENTO 3

F.Della Peruta, G. Chittolini, C. Capra - Firenze, Le Monnier, 2000

p. 327
In Jugoslavia si costituirono due movimenti: quello monarchico, nazionalista e anticomunista dei cetnici (guerriglieri) serbi guidati dal generale Draza Mihajlovic, che finì con il collaborare con gli occupanti, e quello comunista diretto da Josip Broz detto Tito.Tito dimostrò grandi doti politiche e militari, (…)La questione di Trieste, città sulla quale avanzavano le loro pretese gli jugoslavi, fu sistemata provvisoriamente con il riconoscimento della nuova entità statale creata nel luglio 1946 Territorio Libero di Trieste, diviso in due zone: la A (la città e i dintorni) e la B (da Capodistria a Cittanova), amministrate rispettivamente da anglo-americani e dalla Jugoslavia. Questa soluzione provocò in seguito acute tensioni tra italiani e slavi, finchè nel 1954 la zona A fu affidata di fatto all’amministrazione di Roma, con una sistemazione che fu sanzionata dalle due parti con il trattato di 0simo del novembre 1975.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

GUIDA STORIA DEL ‘900

Giardina Sabatucci - Bari, Ed. 2000 La Terza

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

STORIA E STORIOGRAFIA.

Il Novecento: dall'età giolittiana ai giorni nostri.

Antonio Desideri, Mario Themelly - Firenze, D’Anna Messina

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

L'ETÀ CONTEMPORANEA

P. Ortoleva, M. Revelli - Edizioni Scolastiche B. Mondadori – Nuova Periodizzazione

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

VOCABOLARIO DELLA LINGUA PARLATA IN ITALIA

di Carlo Salinari

FOIBADolina con sottosuolo cavernoso che indica particolarmente le fosse del Carso nelle quali, durante la guerra ‘40-‘45, furono gettati i corpi delle vittime della rappresaglia nazista.

PROGRESSO STORICO Corso di storia per la Scuola Media

Michele D’Elia - Trevisini Editore, Milano.

Cap. 30 Dalle conferenze ai trattati di pace
La conferenza generale di Parigi — 10 febbraio 1947Estenuanti conferenze tra i vincitori, dal settembre 1945 al dicembre 1946, svoltesi a Londra, Mosca, Parigi e New York, precedettero quella generale di Parigi dove si stabilì che: l’Italia cedesse Briga e Tenda alla Francia, il Dodecanneso alla Grecia, parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia; Trieste fosse eretta in Territorio Libero, il cosiddetto "T.L.T.". Il nostro Paese fu privato delle colonie: la Libia nel 1951 sarebbe stata eretta in regno indipendentesotto re Idris El Senussi; l’Eritrea fu annessa all’Etiopia; la Somalia ci fu affidata in amministrazione fiduciaria, sino al 1960, anno in cui divenne repubblica indipendente .

p. 436
Il Trattato di pace di Parigi, 1947, ci impose condizioni durissime; sotto questo profilo a nulla era valsa la Resistenza (...). L’Italia fu obbligata a pagare, quale indennità di guerra,125 milioni di dollari alla Jugoslavia, 105 alla Grecia e 100 all’Unione Sovietica; inoltre queste Nazioni si appropriarono di alcune delle nostre migliori navi da battaglia e la Russia anche di una nave scuola (…).

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

Ci sono diversi modi per contrastare una scomodo verità. Quello più facile ed immediato utilizza lo strumento del silenzio: per cancellare il ricordo di ciò che non deve essere ricordato, per impedire che i diretti testimoni parlino di ciò che sanno, per ottenere che gli altri, specie le giovani generazioni, vengano a conoscere quanto accaduto.

Il peso di questa condanna, del "silenzio storico", ha gravato per quasi mezzo secolo su una fetta di storia d'Italia. Il dramma di centinaia di migliaia di nostri connazionali (trecentocinquantamila, per chi ama queste tristi contabilità) costretti ad abbandonare case e beni, attività e cimiteri, costretti ad affrontare la via crucis dell'esilio; la tragedia di decine di migliaia di italiani brutalmente assassinati nelle Foibe carsiche; l'angoscia e la disperazione dei tanti loro cari cui è stato negato finanche il poter accogliere nella pietà le salme dei propri genitori, dei propri fratelli, dei propri figli.


COMUNICATO STAMPA

La Venezia Giulia non può festeggiare il 25 aprile

 

                Il 25 aprile, festività nazionale per ricordare la liberazione dal fascismo e dal nazismo, nella Venezia Giulia, diversamente che nel resto del Paese, ha coinciso non con una liberazione bensì con la brutale occupazione delle truppe comuniste del maresciallo Tito.

            Che la volontà non fosse quella di liberare Gorizia dalle truppe naziste ma di annettere alla Jugoslavia tutta quella che Tito chiamava Slavia Veneta, ovvero il Friuli Venezia Giulia sino al Tagliamento, era evidente e dichiarata. Se non fossero entrate le truppe titine, infatti, sarebbero entrate quelle neozelandesi, che invece furono rallentate dai titini proprio per poter vantare diritti di occupazione al tavolo dei vincitori.

            Per snazionalizzare rapidamente Gorizia e per soffocare sul nascere ogni tentativo di ribellione dal 2 maggio iniziò il rastrellamento di tutti coloro che potevano rappresentare un pericolo per le aspirazioni annessionistiche di Tito. Tra questi la burocrazia goriziana e chi aveva manifestato con eccessivo entusiasmo la propria italianità.

            Oltre 650 goriziani pagarono con la deportazione –avvenute a guerra finita dopo il 25 aprile- e la vita il loro amore per Gorizia e l’Italia.

            Questo rappresenta per i goriziani il 25 aprile, e non certo la liberazione, che invece avverrà dopo i cosiddetti “quaranta giorni di terrore”.

            Rispettiamo i sentimenti di tutti coloro che, in diversa misura, hanno subito torti o violenze dai regimi. In primo luogo la comunità ebraica, che ha pagato duramente con milioni di vittime la ferocia dell’uomo sull’uomo. Anche la comunità slovena che ha subito tentativi di snazionalizzazione in questa area di confine, anche con inammissibili atti di violenza e soprusi.

            Non c’è commemorazione civica, non c’è testo scolastico per i nostri figli che non ripeta il ritornello – proposto come dogma indiscutibile -  dei “criminali di fascisti vinti dai partigiani comunisti, eroi della libertà e della pace”. Queste falsità madornali si trovano da sempre su tutti i testi scolastici dei nostri ragazzi come se fossero pura verità, inconfutabile e indiscutibile.

            In realtà è vero che i partigiani hanno contribuito a liberarci dalla dittatura fascista, ma è altrettanto vero che gli stessi, dopo il famoso 25 aprile ‘45, dietro comando dei vertici comunisti, si sono ricompattati nei cosiddetti “Comitati del popolo” allo scopo di condurci verso una dittatura ben peggiore, quella comunista, dilagata nel mondo intero e che in Italia è stata arginata, quasi per miracolo, dalle elezioni del ’48 con la vittoria della “Democrazia Cristiana”, alla quale si giunse anche grazie alla scissione socialista di Palazzo Barberini del ’47, dalla quale nacque il Partito Socialdemocratico di Giuseppe Saragat che spezzò il fronte socialista di dipendenza comunista.

             Rispettiamo tutti coloro che individuano nel 25 aprile la festa della liberazione, ma parimenti va rispettato chi continua –come noi- ad associare il 25 aprile non già ad una liberazione, bensì alla brutale occupazione comunista, che rappresenta, per tempi e modalità con cui è avvenuta, la pagina più nera della storia della nostra città: consumata a guerra finita e come vittime inermi degli innocenti.

            Al di là della data, l’ANVGD è vicina a chi festeggia la liberazione da ogni sopruso e violenza, da ogni regime: nazista, fascista e comunista. E’ vicina ai partigiani che in tutt’Italia hanno imbracciato il fucile per difendere il suolo patrio e per liberare l’Italia da tutti questi regimi, condannando invece chi è stato mosso invece dalla volontà di imporre al Paese un nuovo regime che avrebbe negato questa Libertà.

             Il Presidente - Rodolfo Ziberna

 

LE RESPONSABILITA' POLITICHE

Il silenzio degli alleati

Per non inimicarsi la Jugoslavia che, all'epoca, in piena guerra fredda, faceva parte dei "Paesi non allineati, gli americani, così come i loro alleati non indagarono su ciò che gli Jugoslavi avevano compiuto durante la guerra, né pubblicizzarono quanto gli stessi continuarono a compiere nei periodi immediatamente successivi alla sua conclusione.

La necessità di utilizzare la Jugoslavia come "paese cuscinetto" tra i due blocchi, per contrastare l'egemonia sovietica nei Balcani, fondamentale per gli Alleati, portò a scelte molto difficili che migliaia di italiani pagarono sulla loro pelle.

Anche a "giochi finiti" non vi fu mai alcuna ammissione esplicita ed ufficiale di quanto "avallarono". Sarebbe stato infatti estremamente difficile riuscire a spiegare all'opinione pubblica mondiale per quale motivo gli Alleati, pur sapendo della pulizia etnica in corso nella Venezia Giulia, non intervennero per scongiurare o comunque mettere fine a quella tremenda carneficina.

Ma non solo. Gli Alleati consegnarono al Maresciallo Tito, così come fecero con Stalin per coloro che fuggivano dai russi stessi, decine di migliaia di profughi, civili e militari, segnandone il tragico destino. Questi ultimi infatti, riusciti con enormi difficoltà a passare il confine sfuggendo alle persecuzioni comuniste, vennero barbaramente massacrati e costituirono l'ennesimo tributo degli anglo americani a Tito e Stalin.

Il Governo italiano

Anche i vari governi italiani del dopoguerra preferirono mettere a tacere questi fatti per non doversi confrontare su alcune imbarazzanti questioni legate ai debiti di guerra nei confronti dei privati. I beni espropriati agli abitanti delle zone interessate dall'esodo del dopoguerra non furono risarciti equamente, ma con avvilenti elemosine. Riprendere la questione avrebbe significato indennizzi definitivi agli esuli con fondi sottratti alla ricostruzione dell'Italia devastata dalla guerra; si preferì, quindi, accantonare il problema insabbiandolo.

Le responsabilità del Partito Comunista Italiano

Il PCI, che doveva a tutti i costi evitare di far entrare nella coscienza comune l'idea che alcuni dei suoi leader potessero aver dato un tacito appoggio agli autori degli infoibamenti e delle deportazioni, negò sempre, anche di fronte all'evidenza, quanto stava accadendo in quelle terre, tacciando di falso chi tentò di renderlo noto all'opinione pubblica.

Studiando attentamente la documentazione e le informazioni sulla storia giuliana che stanno via via venendo alla luce, appare logica ed evidente la conclusione che il PCI fosse totalmente appiattito sulla posizione di Tito.

Da un lato questo atteggiamento poteva essere spiegato con lo spirito internazionalista che caratterizzava il PCI, alimentato tra l'altro dalla comune ideologia e dalla necessità di combattere un comune nemico come il nazi-fascismo. Ma dall'altro non si può non rilevare che questa sudditanza contribuì notevolmente ad assecondare le mire espansionistiche di Tito nei confronti della Venezia Giulia, dell'Istria e della Dalmazia. Questa sudditanza, infatti, favorì l'occupazione e la sottrazione di parte del territorio nazionale da parte della Jugoslavia e avallò la persecuzione della popolazione giuliano dalmata, che non risparmiò neanche antifascisti o compagni di partito contrari all'annessione slava.

Indicativi la vicenda della strage di Porzus ed i numerosi casi di "delazioni utili" all'eliminazione di coloro che si opponevano al monopolio di Tito sul movimento partigiano.

Significativa anche la lettera scritta dal vicepresidente dei Ministri Palmiro Togliatti il 7 febbraio 1945 al Presidente Ivanoe Bonomi, con la quale il leader comunista minacciò 25 persino la guerra civile se il CLNAI avesse ordinato ai partigiani italiani di prendere sotto il proprio controllo la Venezia Giulia, impedendo così l'occupazione e l'annessione jugoslava.

Mi è stato detto che da parte del collega Gasparotto sarebbe stata inviata al C.L.N.A.I. una comunicazione, in cui si invita il C.L.N.A.I. a far sì che le nostre unità partigiane prendano sotto il controllo la Venezia Giulia, per impedire che in essa penetrino unità dell'esercito partigiano jugoslavo. Voglio sperare che la cosa non sia vera... è a prima vista evidente che una direttiva come quella che sarebbe contenuta nella comunicazione di Gasparotto è non solo politicamente sbagliata, ma grave, per il nostro paese. Tutti sanno, infatti, che nella Venezia Giulia operano oggi unità partigiane dell'esercito di Tito, e vi operano con l'appoggio unanime della popolazione slovena e croata. Esse operano, s'intende, contro i tedeschi e i fascisti. La direttiva che sarebbe stata data da Gasparotto equivarrebbe quindi concretamente a dire al C.L.N.A.I. che esso deve scagliare le nostre unità partigiane contro quelle di Tito, per decidere con le armi a quale delle due forze armate deve rimanere il controllo della regione. Si tratterebbe, in sostanza, di iniziare una seconda volta la guerra contro la Jugoslavia. Questa è la direttiva che si deve dare se si vuole che il nostro paese non solo sia escluso da ogni consultazione o trattativa circa le sue frontiere orientali, ma subisca nuove umiliazioni e nuovi disastri irreparabili.

Quanto alla nostra situazione interna, si tratta di una direttiva di guerra civile, perché è assurdo pensare che il nostro partito accetti di impegnarsi in una lotta contro le forze antifasciste e democratiche di Tito. In questo senso la nostra organizzazione di Trieste ha avuto personalmente da me istruzioni precise e la maggioranza del popolo di Trieste, secondo le mie informazioni, segue oggi il nostro partito. Non solo noi non vogliamo nessun conflitto con le forze di Tito e con le popolazioni jugoslave, ma riteniamo che la sola direttiva da dare è che le nostre unità partigiane e gli italiani di Trieste e della Venezia Giulia collaborino nel modo più stretto con le unità di Tito nella lotta contro i tedeschi e i fascisti.

Solo se noi agiremo tutti in questo modo creeremo le condizioni in cui, dimenticato il passato, sarà possibile che le questioni della nostra frontiera siano affrontate con spirito di fraternità e collaborazione fra i due popoli e risolte senza offesa nel comune interesse.

…credo sia bene ti abbia precisato qual è il proposito della nostra posizione, la sola, io ritengo, che rifletta i veri interessi della Nazione italiana. Soltanto a questa posizione corrisponderà l'azione del nostro partito nella Venezia Giulia e non a una direttiva come quella accennata, soprattutto poi se emanata senza nemmeno la indispensabile previa consultazione del Gabinetto. (58)

L'atteggiamento del PCI nei confronti dei profughi giuliani, in linea con la posizione dei compagni slavi, fu di condanna totale e coloro che fuggirono dal comunismo vennero additati come fascisti.

Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi.(59)

L'ostilità del partito si manifestò anche con atti di perfidia.

Famosa in tal senso fu la manifestazione di ostilità dei ferrovieri di Bologna, i quali, per impedire che un treno carico di profughi provenienti da Ancona potesse sostare in stazione, minacciarono uno sciopero. Il treno non si fermò e a quel convoglio, carico di umanità dolente, fu rifiutata persino la possibilità di ristorarsi al banchetto organizzato dalla Pontificia Opera Assistenza.

I "comitati d'accoglienza" organizzati dal partito contro i profughi all'arrivo in Patria furono numerosi. All'arrivo delle navi a Venezia e ad Ancona, gli esuli furono accolti con insulti, fischi e sputi e a tutti furono prese le impronte digitali.

A La Spezia, città dove fu allestito un campo profughi, un dirigente della Camera del lavoro genovese durante la campagna elettorale dell'aprile 1948 arrivò ad affermare "in Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani".

Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l'ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d'origine perché temono d'incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali.

Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l'assassinio hanno scavato un solco profondo fra due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì farci complici. (60)

L'unica piccola concessione che venne fatta dal quotidiano fu il riconoscimento che, in effetti, tra coloro che fuggirono vi potessero essere anche persone non criminali, terrorizzate, però, non tanto dagli orrori subiti o di cui furono spettatori, bensì "da fantasmi".

Ma dalle città italiane ancora in discussione, non giungono a noi soltanto i criminali, che non vogliono pagare il fio dei delitti commessi, arrivano a migliaia e migliaia italiani onesti, veri fratelli nostri e la loro tragedia ci commuove e ci fa riflettere. Vittime della infame politica fascista, pagliuzze sbalestrate nel vortice dei rancori che questa ha scatenato essi sono indotti a fuggire, incalzati dal fantasma di un terrorismo che non esiste e che viene agitato per speculazione di parte.

È doveroso precisare che i profughi non crearono mai, in nessun luogo dove trovarono rifugio, problemi di criminalità. Al contrario si distinsero per la laboriosità e per il rispetto delle leggi.

Il PCI ha enormi responsabilità anche nella vicenda dei loro più fidati compagni di partito, come lo furono gli operai monfalconesi (e non solo per aver organizzato un controesodo allo scopo di fornire manovalanza specializzata ai compagni slavi), bensì perché, dopo aver fatto leva sui loro sogni, sulla loro passione, sul loro entusiasmo e sulla loro buona fede, li ha dapprima abbandonati nel gulag di Goli Otok e poi, ai superstiti che riuscirono a rientrare in Italia, ha riservato un crudele trattamento. Queste persone furono, infatti, trattate come una vergogna da nascondere, fastidiosi testimoni di un fallimento che a molti costò non solo la perdita di un sogno romantico a cui avevano dedicato l'intera esistenza, ma la vita stessa.

L'atteggiamento di acquiescenza ed omertà verso i crimini commessi dai "compagni slavi" del PCI è proseguito nell'immediato dopo guerra, ma anche nei decenni successivi. Un indirizzo politico fatto proprio anche da numerosi storici vicini al partito.

Il dibattito sulla faziosità dei libri di testo

Il dibattito sui libri di testo faziosi ebbe inizio solo nel febbraio del 1997 quando, in occasione del cinquantenario del Trattato di Pace, il ''Comitato per il diritto alla verità storica" promosso da Marcello De Angelis61 e da Francesco Storace, presidente della Regione Lazio, organizzò a Roma, insieme a numerose organizzazioni di esuli, un sit-in ''per denunciare la vergognosa latitanza dello Stato italiano nella difesa e nella memoria delle terre perdute", citando esplicitamente l'esempio delle foibe.

In quell'occasione emerse che nei principali manuali di storia in uso presso i licei non si faceva menzione "della più grande tragedia che ha colpito il nostro popolo in questo secolo: il genocidio subito dagli italiani della Venezia Giulia ad opera dei partigiani comunisti slavi''.

Gli esponenti di "Area" citarono alcuni dei più diffusi manuali di storia e sostennero che la mancanza di notizie sulle foibe era una chiara dimostrazione che ''sono scritti da storici faziosi o incompetenti ''.(62) Una petizione per la messa al bando dalle scuole dei testi in questione, inoltre, alla quale avevano aderito in molti, venne inviata al ministro Luigi Berlinguer.

Contro le iniziative di Alleanza Nazionale, che dalla Regione Lazio si estendevano un po' in tutte le regioni, furono sottoscritti anche numerosi appelli.

"Giustizia e libertà" raccolse migliaia di firme con un appello (riportato di seguito) scritto da Umberto Eco e firmato anche da Gae Aulenti, Giovanni Bachelet, Enzo Biagi, Alessandro Galante Garrone, Franzo Grande Stevens, Claudio Magris, Guido Rossi, Giovanni Sartori, Umberto Veronesi.

I Garanti di "Libertà e Giustizia" assistono con viva preoccupazione alla proposta ventilata in commissione parlamentare di un controllo esercitato dal Ministero della Pubblica Istruzione sui manuali di storia per le Scuole. Rilevano che l'idea di un controllo governativo sulle idee espresse da libri di testo evoca stagioni evidentemente non ancora remote, in cui i regimi fascista, nazista e stalinista esercitavano tale diritto censorio, e giudicano l'idea indegna di un paese democratico. La responsabilità della stesura dei libri di testo compete agli editori e agli autori e la responsabilità della loro adozione compete agli insegnanti, alla cui oggettività e senso critico si delega il compito di giudicare se un testo sia valido, e in che misura possa essere eventualmente criticato e integrato in sede di lezione, addestrando così gli studenti non solo ad apprendere ma anche a giudicare le loro fonti di apprendimento. Questo è l'unico controllo che in un paese libero si può e si deve esercitare sui manuali scolastici. …si confida che la proposta rimanga semplicemente nel limbo delle cattive intenzioni. Tuttavia non si può fare a meno di rilevare che il fatto stesso che qualcuno l'abbia ventilata suscita serie preoccupazioni sullo stato di salute del nostro sistema democratico. (www.cgilscuola.it).

Altri appelli per contrastare le "campagne contro i libri di testo faziosi" vennero sottoscritti anche da numerosi esponenti politici, sindacalisti, professori universitari, scrittori e associazioni.

Le opinioni degli storici

Giorgio Spini, chiamato in causa dalla rivista ''Area'', che lo citò tra gli storici ''faziosi o incompetenti o tutte e due le cose insieme'', si difese parlando di ''sciocchezze che si condannano da sole'' e di polemica ''messa su un piano inaccettabile e con un linguaggio che rivela la matrice nazista. E coi nazisti, che purtroppo esistono, non si discute''.

Per quel che riguarda il discorso storico sulle foibe, che, secondo Spini, i manuali comunque affrontano, egli invitò a (…) ricordarci di tutte le aggressioni e atrocità commesse dagli italiani nell'ultima guerra a cominciare da quelle seguite alla conquista fascista dei Balcani. L'atroce reazione, che nessuna persona civile può approvare, con infoibamento di italiani, spesso innocenti, venne appunto dopo che furono gli italiani a gettare nelle foibe in notevole quantità i balcanici.

Aggiungendo anche che, se dopo la guerra (…) ci fu in Italia tendenza a oscurare un po' quegli avvenimenti, fu perché altrimenti avremmo dovuto consegnare come criminali di guerra gli italiani che lì si erano macchiati di orrendi delitti (63) Un'ammonizione chiara a chi volesse rivisitare la storia in quel modo.

Gabriele De Rosa, dopo aver messo in guardia l'opinione pubblica dal rischio dei "roghi", si dichiarò disponibile ad un confronto sui temi proposti, ma non a rispondere ad una condanna di precisa provenienza politica e ideologica, assolutamente illegittima. Sostenne inoltre che, considerato che i manuali parlavano di quel periodo, per tornarci sopra con più chiarezza bisognava ricordarsi di farlo con una ricostruzione globale, che tenesse conto del prima e del dopo e quindi anche degli "orrori di quella guerra e del fascismo ''.

Rosario Villari dichiarò di aver dato conto sul suo manuale delle "modificazioni politico-territoriali provocate dalla seconda guerra mondiale, la cui responsabilità risale primariamente al nazifascismo, e sulle tragiche conseguenze che esse hanno avuto in Italia e in altri paesi" e di averlo fatto nella misura e nei termini da lui ritenuti convenienti alla trattazione manualistica, sulla base delle informazioni tratte dalle opere storiche citate nella bibliografia.

Le prese di posizione dei politici

Il presidente della Camera Luciano Violante, in un confronto tenutosi presso il Teatro Verdi a Trieste il 14 marzo '98 con il Presidente di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini, sul tema "Democrazia e identità nazionale: riflessioni dal confine orientale", affermò:

Pochi sanno che questa terra ha avuto la deportazione, l'esodo e l'esilio. Non so se nel resto d'Italia si sa che questa terra è quella che ha pagato di più in termini di vite umane, di violenze. Non tutti sanno che la sconfitta della Seconda guerra è stata pagata qui e solo qui.

Qui c'è stato un dolore non condiviso dall'altra parte d'Italia. Un dolore che si è separato e che è stato separato.(64)

I presidente di Rifondazione Comunista Armando Cossutta replicò duramente alle dichiarazioni di Violante sostenendo che fosse (…)

una ignobile revisione della storia (…) Noi di Rifondazione siamo disposti a discutere dei crimini, delle violenze e delle tragedie di cui si sono macchiati i comunisti in tutto il mondo. Ma in Italia i fascisti hanno portato la guerra e ladittatura. Mentre, sempre qui, in Italia, i comunisti - ha chiesto polemicamente - di cosa dovrebbero vergognarsi? (65)

L'incontro di Trieste venne fortemente contestato da Rifondazione Comunista, anarchici e centri sociali, che lo definirono il "culmine di una campagna tendente a falsificare la storia con fini pacificatori", un episodio del revisionismo storico congruo "alla necessità per Fini di incassare una definitiva legittimazione dopo Verona e al tentativo di Violante di strappare un consenso anche a destra in vista della corsa verso la presidenza della Repubblica".

Una risposta alle dichiarazioni di Violante arrivò anche da ben 75 storiciitaliani, che espressero in merito un netto dissenso, sottolineando in un documento

"l'infondatezza storica dell'argomentazione e l'inconsistenza delle richieste avanzate".

(…)sarebbe tanto semplicistico quanto unilaterale far ricadere la responsabilità delle foibe, soltanto sui partigiani dell'esercito di liberazione jugoslavo. (…) Non si può dimenticare, infatti, che la responsabilità della trasformazione di frizioni e conflitti interetnici, consueti e scontati in zone di confine, in contrapposizioni politiche irriducibili e risolvibili solo con la violenza, ricade prima di tutto sul regime monarchico-fascista che resse l'Italia dal 1922 in poi. (…) Delle foibe e delle espulsioni di massa deve essere considerato almeno corresponsabile il fascismo mussoliniano, con la sua politica imperiale ed aggressiva. (…) Iniziative come quella di Trieste sono incompatibili con la verità storica e con i valori fondamentali della Costituzione e suonano come un'offesa alla memoria di quanti hanno pagato con la vita la costruzione della democrazia in questo paese e nel resto d'Europa. (…) Faremo di tutto per impedire che delle mistificazioni diventino il fondamento della nuova memoria collettiva degli italiani. (66)

(documento firmato, tra gli altri, da Aldo Agosti, Francesco Barbagallo, Cesare Bermani, Luciano Canfora, Enzo Collotti, Luigi Cortesi, Domenico Losurdo, Salvatore Lupo, Gianni Oliva e Claudio Pavone)

Al documento replicò Violante: Consentitemi di esprimere il mio rincrescimento per la leggerezza con la quale un gruppo di autorevoli storici ha sottoscritto un documento contenente falsità facilmente verificabili.

Risulta evidente che se i toni ed i metodi utilizzati per denunciare la faziosità dei libri di testi e le numerose omissioni possono essere stati in alcuni casi discutibili, al contrario l'utilità ed i risultati positivi di tale azione sono chiaramente riscontrabili dando un'occhiata alle edizioni dei libri di testo pubblicate dopo al dibattito.


58 Tratta da "Libero", 7/2/2004.
59 P. Montagnani, "L'Unità" (Organo del Partito Comunista Italiano), Edizione dell'Italia Settentrionale - Anno XXIII - N. 284, Sabato 30 novembre 1946, tratto da www.digilander.it.
60 P. Montagnani, "L'Unità".
61 Direttore del mensile ''Area'', espressione della destra sociale di An.
62 ANSA, 7/2/1997.
63 ANSA, 12/2/1997.
64 ANSA, 14/3/1998.
65 ANSA, 15/3/1998.
66 ANSA, 18/3/1998.

Il massacro dei 12.000 Dobromanci  - Sloveni anticomunisti uccisi dai titini nel 1945

Domobranci (scritto, seguendo la grafia italiana, anche Domobranzi) fu la denominazione collettiva degli appartenenti alla Slovensko domobranstvo (Difesa territoriale slovena), formazione anticomunista e collaborazionista di miliziani prevalentemente volontari, costituitasi in Slovenia nel settembre 1943, per contrastare la Resistenza antifascista dell' Osvobodilna fronta (Fronte di liberazione) sloveno. Questa milizia, che arrivò a contare 13.000 uomini, fu equipaggiata, addestrata e di fatto guidata dalle SS tedesche. Il comandante della milizia fu Leon Rupnik, ex generale dell'esercito jugoslavo.


            L’avv. Paolo Sardos Albertini, Presidente della Lega Nazionale, esprime il proprio compiacimento per l’avvenuto inserimento della questione “Foibe” tra i temi proposti agli studenti per l’esame di maturità.

            Dopo le manifestazioni realizzate nell’ambito del “Giorno del Ricordo” e ciò a seguito della Legge del 2004, sarà questa un’occasione importante per verificare se, nonostante i tanti decenni di vergognoso oblio, abbia almeno iniziato a diffondersi,  sia fra gli studenti che tra i loro professori, una adeguata conoscenza di questa tragedia che ha colpito oltre settant’anni orsono tutta la Nazione italiana.

            Da più parti (non ultimo anche dal Presidente della Repubblica), si è parlato di una pagina di storia italiana “stracciata”. Anche nell’ambito delle manifestazioni celebrative dei 150 anni dello Stato Italiano è importante che si rimuova questo vuoto di memoria.

            L’inserimento del tema delle “Foibe” , tra quelli proposti all’esame di maturità,  costituisce comunque un positivo contributo in tale direzione.

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