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LA PULIZIA STORIOGRAFICA

Le Foibe a scuola

Secondo un sondaggio realizzato nel 2003 dall'Eurispes in collaborazione con "Liberal", su 1000 studenti dell'ultimo anno delle medie superiori, il 60% non ha mai sentito parlare delle foibe. Il termine "foiba" risulta dunque del tutto sconosciuto ad un numero molto elevato di alunni. A quelli che hanno affermato di aver sentito parlare delle foibe e' stato chiesto di spiegare che cosa siano: ben il 64,9% dei ragazzi non ha saputo fornire una risposta.

La conclusione cui arriva il sondaggio è che si tratta di "eventi storici marginalmente trattati nei programmi scolastici, probabilmente anche a causa della grande difficoltà incontrata nel pervenire a informazioni certe e precise sull'argomento".

Gli anni del silenzio

L'incredibile processo collettivo di rimozione storica, una vera e propria "pulizia storiografica" ha avuto inizio subito dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Per decenni sul dramma delle foibe e dell'esodo di 350 mila di italiani è calata una cortina di silenzi e di reticenze ed è possibile affermare con certezza che è solo grazie alla memoria ed alle iniziative delle associazioni degli esuli giuliano-dalmati e del Movimento Sociale Italiano che questi drammatici avvenimenti si sono tramandati negli anni e sono giunti a noi e, forse, oggi finalmente agli occhi di tutta l'Italia e del mondo.

È evidente che sono stati molti coloro che hanno avuto interesse ad insabbiare questa pagina di storia ritenuta inopportuna.

Il Partito Comunista Italiano, in primis, che voleva evitare di far entrare nella coscienza comune l'idea che alcuni dei suoi leader avessero dato un tacito appoggio agli autori degli infoibamenti e delle deportazioni.

Ma anche i vari governi italiani del dopoguerra, i quali, per non doversi confrontare su alcune imbarazzanti questioni, preferirono il silenzio. Per anni, parlare di quelle vicende è stato pressoché impossibile perché chiunque osasse farlo veniva accusato di malafede, revisionismo e/o fascismo e messo quindi a tacere.

Questo atteggiamento ha avuto naturalmente pesanti implicazioni e responsabilità anche sul piano formativo. Basti pensare che nei libri di storia di ben tre generazioni di studenti non risulta alcuna traccia di questa tragica pagina di storia.

In tutti questi anni, al silenzio dei libri di testo, si è associato quello della maggior parte della stampa, salvo rare eccezioni come ad esempio quella locale o missina.

La gran parte della popolazione italiana, giovane e meno giovane, è stata così lasciata completamente all'oscuro di una delle pagine più significative e tragiche della storia contemporanea della nostra Nazione.

La politica ha, per anni, allo stesso modo, rimosso l'argomento ed è stato solo nel 1959 che sulla foiba di Basovizza è stato inaugurato un cippo, in presenza delle sole autorità civili, militari e religiose locali.

A Gorizia, il Lapidario dove sono stati trascritti i nominativi di 665 vittime accertate è stato eretto a monumento solo nel 1985 e saranno necessari più di quarant'anni affinché un presidente della Repubblica italiana renda il primo omaggio ufficiale.

È solo nel 1991, infatti, alla caduta del comunismo, che Francesco Cossiga, si reca a deporre un fiore a Basovizza, e solo nel 1992 che a questo luogo viene attribuito il riconoscimento di Monumento Nazionale.

Anche la Magistratura italiana, nonostante i numerosi crimini compiuti, è rimasta per decenni inerme senza aprire alcuna inchiesta per tentare di far luce sul genocidio dal popolo italiano in territorio italiano, attuato sia in tempo di guerra che successivamente in tempo di pace. I primi tentativi di indagine ed i primi processi per individuare gli autori di quelle stragi sono arrivati solo negli anni Novanta.

Foibe ed Esodo: tragedie ascrivibili al comunismo

Contro una lettura esclusivamente in termini di "pulizia etnica", alcune considerazioni

Ha ragione Paolo Segatti quando, su Il Piccolo del 5 maggio, mette in guardia contro una lettura della vicenda delle Foibe esclusivamente in termini di “pulizia etnica”, quale poteva emergere dalle parole del Presidente Ciampi.

In realtà la tragedia delle  Foibe, unitamente a quella dell’Esodo, va letta in chiave di ideologia, piuttosto che di nazionalismo–etnico. Il tutto va infatti inserito nel processo di formazione del nuovo stato comunista della Jugoslavia e della conseguente necessità che il formarsi della nuova realtà statale (così come teorizzato da Lenin) venisse accompagnato da una adeguata dose di “terrore”, capace di fruttare nei decenni futuri.


LE FOIBE E I CAMPI DI CONCENTRAMENTO IUGOSLAVI

L'inferno titino

Di quanto è avvenuto nei lager nazisti è disponibile un'ampia documentazione nonché moltissime testimonianze (32).

Al contrario, su quanto avvenne nella Jugoslavia di Tito e nei campi di concentramento comunisti la documentazione, le testimonianze e soprattutto la possibilità di accedere agli archivi di stato ed ad altre fonti utili alla comprensione dell'accaduto, sono alquanto carenti e rendono la dimensione della carneficina, attuata dai titini, quasi impossibile da ricostruire.

Nessuna telecamera ha mai filmato i campi jugoslavi o le loro vittime, come invece è accaduto in Germania.

La mancanza di documentazione filmata, oltre ad una precisa volontà, ha fatto sì che per la nostra cultura, molto legata alle immagini, tutto ciò fosse come mai esistito.

Ciò che avvenne è stato a lungo dimenticato dalla storiografia. Un'immane tragedia, volutamente sepolta, che pesa come un macigno sulle coscienze di quanti sapevano e non intervennero e di quanti in nome della libertà e della "fratellanza" massacrarono senza pietà.

Nei campi di concentramento comunisti jugoslavi vennero deportate e persero la vita migliaia di persone, militari e civili, fascisti, antifascisti, membri della resistenza, numerosi reduci dai lager nazisti e persino molti comunisti.

Dal giugno 1948, infatti, dopo l'espulsione della Jugoslavia dal cosmo sovietico in cui gravitavano i paesi legati al "Patto di Varsavia", anche i cominformisti, ovvero quei comunisti fedeli all'ortodossia leninista stalinista legata al Cominform, che aveva condannato Tito, finirono nei campi di concentramento.

Fu un'immensa tragedia, all'interno della quale si svolse anche una dura lotta fratricida, fra comunisti.

I campi di concentramento iugoslavi

Fra i campi di concentramento jugoslavi ricordiamo Borovnica, Aidussina, Skofia Loka, Maribor, Goli Otok (Isola Calva) e Sveti Grgur (Isola di San Gregorio), In questi luoghi molti morirono di torture o si suicidarono, altri vennero semplicemente lasciati morire di fame o di sfinimento.

La bestialità dei campi di concentramento comunisti richiama alla memoria quella dei lager nazisti. Ma, come già rilevava Vittorio Strada (33),

Il problema, (…), non è soltanto quello di appurare quale dei totalitarismi, quello "rosso" e quello "nero" (o "bruno") abbia commesso più crimini, e neppure quello di mettere assurdamente questi inediti crimini politici e ideologici di sterminio in parallelo coi pur orrendi crimini di guerra "tradizionali", bensì quello di confrontare i due tipi di sterminio, quello "rosso" e quello "bruno", individuandone le indubbie peculiarità e, insieme, ciò che li accomuna. E' questo il tipo di problema che quasi mezzo secolo fa, si pose Julij Margolin, un ebreo sionista che tornato nel 1939 per un breve viaggio da Israele nella sua città natale in Polonia allora occupata dalle truppe sovietiche, fu arrestato come "elemento socialmente pericoloso" e condannato a sei anni di Lager nella "patria del socialismo". Filosofo e scrittore, autore di una delle prime testimonianze sul Gulag, Margolin nel 1950 osò formulare una domanda che ancor oggi suona "reazionaria", se non sacrilega, agli eredi di Lenin e Stalin: "E' possibile confrontare i Lager hitleriani con quelli sovietici?".

La risposta che Margolin diede nel suo saggio fu positiva: essi si possono comparare perché fra di loro ci sono molte affinità. C'è somiglianza nei fini.

Entrambi hanno lo stesso carattere aggressivo, rapace e disumano. Entrambi si servono ugualmente del sistema dei Lager per schiacciare la resistenza politica dei loro avversari. (…) L'hitlerismo ha lanciato un'aperta sfida alla famiglia dei popoli europei, a un retaggio secolare, a una tradizione di libertà e umanismo. Il suo regime banditesco esso non l'ha nascosto e non ha ingannato nessuno, costituendo un pericolo evidente e indubbio. Diverso è il caso del sistema comunista sovietico, che è stato un pericolo invisibile e furtivo, ignoto alla società europea, anche se i microbi di questa terribile malattia sono già penetrati all'interno della sua cultura. Salvarsi dall' hitlerismo, sia pure a prezzo di una lunga guerra, è stato più facile che salvarsi dall'altro "sistema di Lager" che si cela sotto la maschera di una fraseologia democratica, di parole d'ordine socialiste e di un grande vessillo su cui è scritto "pace" e il cui spirito è tanto più pericoloso quanto più è sincero. (34)

Goli Otok

L'isola Calva o Goli Otok: due modi diversi per chiamare quello stesso luogo, che dal 1949 al 1956 il regime di Tito, trasformò in un inferno, in un luogo di tortura e di morte.(35)

Goli Otok è un grande sasso in mezzo al mare, arido, deserto, riarso dal sole d'estate e battuto dalla bora gelida d'inverno. Uno spuntone di roccia, alto fino a 230 metri, posto in mezzo al Canale della Morlacca, tra l'isola di Arbe (Rab) e la costa dalmata. E' qui che Josip Broz Tito fece deportare, dal 1949 al 1956, oltre 30.000 prigionieri politici, dei quali circa 4.000 morirono a causa dei disumani trattamenti subiti. Chi ne è uscito, è rimasto profondamente colpito nel fisico e nello spirito, spogliato di ogni volontà di ribellione o di rivendicazione. (36)

Delle ben diciassettemila persone rinchiuse in questo luogo (tra cui anche centinaia di monfalconesi), molti morirono dopo aver subito indicibili torture o si tolsero la vita.

Meglio un mese a Dachau che un'ora a Goli, dichiarò l'italiano Mario Bontempo, che era stato in tutti e due i lager. (37)

Particolari su questo inferno titino, riportati da Diego Zandel (38), fanno riferimento alla crudele contabilità dei deportati all'Isola Calva: dal 1949 al 1956 sarebbero stati oltre 30.000 i prigionieri politici internati, dei quali circa 4.000 morirono a causa dei disumani trattamenti subiti.

Chi sbarca a Goli Otok riceve un terribile benvenuto: una doppia fila di detenuti urlanti slogans titini, in mezzo alla quale il nuovo internato passava ricevendo bastonate, calci e sputi. Chi, già detenuto, bastonava, sapeva che se si fosse dimostrato poco crudele o solo indeciso, sarebbe stato a sua volta bastonato dagli altri. (39)

Nei campi di detenzione jugoslavi la parola chiave è ravvedimento. Il ravveduto è colui che senza esitazioni o ripensamenti comprende il suo errore e aderisce entusiasta alla linea politica del Partito Comunista jugoslavo. Per sancire l'irreversibilità del proprio ravvedimento deve trasformarsi a sua volta in aguzzino.

È lui che più di ogni altro si impegna a procurare atroci sofferenze ai cominformisti non ancora ravveduti.

E' semplicemente impossibile descrivere la vita a Goli, in quell'atmosfera di continue urla di dolore, di incessanti bastonate, di slogan perennemente gridati, inni idioti cantati in coro, senza quasi posa, sotto tortura. No, non è assolutamente possibile descrivere una situazione nella quale alcune migliaia di persone, disperate, si bastonano e si uccidono a vicenda. Nessun uomo può raccontare queste cose senza provare orrore e nessuno può esprimere questo orrore (40).

A tale terribile scenario si aggiungono anche le testimonianze dello scrittore e accademico Dragoslav Mihailovic e di un prigioniero del lager, Stipe Govic, secondo i quali il maresciallo Tito aveva predisposto dei piani di sterminio dei prigionieri nella malaugurata ipotesi che i sovietici avessero pensato di intervenire per "punire" i compagni jugoslavi. Di fronte ad un'eventuale avanzata sovietica, dunque, tutti gli impianti dell'isola maledetta sarebbero dovuti saltare in aria, facendo così sparire in una notte tutti i documenti e i prigionieri rimasti, in un quadro di cinica e brutale "soluzione finale".

Ma non è tutto: nel caso in cui il regime titino si fosse trovato di fronte all'estremo pericolo, ogni cosa era stata studiata (o addirittura predisposta?) affinché gli ex deportati superstiti fossero sterminati in una notte sola. (41)

Borovnica

In un'autobiografia, Norberto Biso racconta, parlando dei suoi tre mesi di permanenza nel campo di Borovnica.(42)

Quando entrammo nel campo fummo suddivisi in gruppi di circa trecento persone e avviati verso le baracche. Queste erano leggermente sollevate dal suolo, avevano forma rettangolare ed erano abbastanza vaste da contenerci tutti. Non c'era niente all'interno, non un tavolo e neppure un giaciglio. E così ci rassegnammo a dormire sul pavimento di legno (…) per i nostri bisogni usavamo delle fosse, larghe e profonde circa un metro e lunghe tre, dotate di parapetto e tientibene. Nonostante questi accorgimenti, quando la dissenteria cominciò a infierire, non furono in pochi a cadere negli escrementi e a trovarvi una orribile fine. Quando questo accadeva si tappava la fossa con dentro il cadavere e se ne scavava un'altra un pò più in là.

(…) La tortura più orrenda l'ho vista infliggere a un prigioniero che non era dei nostri (…) Il ragazzo fu appeso a un palo davanti a noi: indossava solo calzoni e fu a lungo bastonato sul petto con un sottile bastone che gli lacerava le carni, mentre il suo aguzzino gli intimava di gridare "Zivio Tito". La risposta flebile ma ferma era sempre la stessa: "Heil Hitler". (…) La tortura continuò con ripetuti lanci di una tegola che colpì quello sventurato in varie parti del corpo, facendolo sanguinare abbondantemente. Il poveretto non reagiva: emetteva solo un flebile lamento, assolutamente inadeguato al dolore che doveva provare. Lo sentii urlare solo quando il suo aguzzino gli fece un buco nella carne con un coltello, in corrispondenza del muscolo pettorale, e passò dentro questo buco una corda che prese poi a tirare. Per sua fortuna quel supplizio durò poco, perché il ragazzo svenne. Lo fecero rinvenire con una secchiata d'acqua e lo deposero dal palo. Gli slegarono i polsi e lo sospinsero a calci verso il ruscello. "Lavati", gli dissero, facendolo cadere nell'acqua con uno spintone. Intontito e con i polsi spezzati il poveretto non poteva ubbidire. Lo colpirono allora con una serie di calci sulla testa e lo fulminarono poi con una raffica di mitra che pose fine al suo tormento (…).(43)

La vita a Borovnica, testimoniata anche dai ricordi personali di Rossi Kobau, andava al di là delle condizioni di sopportabilità umana ed era al limite della sopravvivenza.

I cosiddetti pasti vengono distribuiti ogni secondo giorno e consistono in un quarto di litro di acqua calda con bucce di patate provenienti dai pasti delle nostre guardie. (44) Siamo tutti nelle stesse condizioni: gambe scheletriche. Spigoli alle spalle in rilievo, occhi sbarrati e un peso medio che si aggira fra i 30 e 40 chili.

(…) sveglia con una sirena manuale alle 2,30 d'estate e alle 6,30 d'inverno, segue appello e formazione delle squadre di lavoro.

Lungo le marce di trasferimento molti prigionieri crollavano per lo sfinimento. Decine e decine di chilometri senza cibo. Coloro che cadevano e non riuscivano a rialzarsi venivano fucilati senza pietà.

Il lavoro era durissimo, per dodici, sedici ore al giorno:

ti sistemavano una o due fette di legno sulle spalle. Il peso varia molto tra pezzo e pezzo (…) comunque una buona media può essere due pezzi da 10 e 15 chili ciascuno, oppure uno solo da 20 o 30 chili.

La temperatura poteva variare dai 35° gradi dell'estate ai -35° dell'inverno e l'abbigliamento era sempre lo stesso:

(…) canottiera rotta, un paio di mutande di tela di quando ero bersagliere, una camicia stracciata, una giacca del Regio Esercito, due pezzi di stoffa per avvolgere i piedi, un paio di zoccoli.

I prigionieri potevano essere uccisi in qualsiasi momento, per la più piccola trasgressione o, anche, semplicemente perché così decidevano:

(…) dagli interrogatori i più escono con i denti rotti, con lividi su tutto il corpo, con gli occhi tumefatti e con il sangue che fluisce dalle narici e dalla bocca.

Il terrore e la morte a Borovnica si possono fissare in due periodi precisi. Fine maggio - metà luglio 1945 e ottobre - dicembre stesso anno. Riferendomi al primo periodo, quello in cui si conta ormai il settanta per cento dei nostri deceduti, si verificano scene feroci anche fra i prigionieri, ormai abbruttiti dalla fame e dalle sofferenze.

Il comandante del lager di Borovnica era Ciro Raner, il quale ha potuto godere fino alla sua morte di una pensione INPS.

Le torture

Dei campi di concentramento jugoslavi scrive anche Riccardo Pelliccetti (45), il quale, avvalendosi del rapporto del 5 ottobre 1945 dei Servizi Speciali del Ministero della Marina46, racconta il macabro repertorio di torture che venivano praticate nei gulag jugoslavi.

C'era lo "stroj", un tunnel umano attraverso il quale, fra insulti e percosse bestiali, doveva passare chi giungeva nel lager; il "bojkot", o isolamento totale, spesso accompagnato da una razione straordinaria di "stroj", cui periodicamente erano sottoposti gli avversari del regime; l'autorepressione, che consisteva nell'affidare il compito di torturatori agli stessi detenuti, ordinando di tanto in tanto lo scambio di ruoli. (47)

C'era la tortura al palo:

La tortura al palo consisteva nell'essere legato con filo di ferro ad ambedue le braccia dietro la schiena e restare sospeso a un'altezza di 50 cm da terra, per delle ore. Un genovese per fame rubò del cibo a un compagno, fu legato al palo per più di tre ore.

Levato da quella posizione non fu più in grado di muovere le braccia giacché, oltre ad avere le braccia nere come il carbone, il filo di ferro gli era entrato nelle carni fino all'osso causandogli un'infezione. Senza cura per tre giorni le carni cominciarono a dar segni di evidente materia e quindi putrefazione. Fu portato a una specie di ospedale e precisamente a Skofja Loka. Ma ormai non c'era più niente da fare, nel braccio destro già pullulavano i vermi…Al campo questo ospedale veniva denominato il Cimitero (…). (48)

Altri dati eloquenti, numeri e situazioni precise, riportati in un articolo di Fausto Biloslavo49, fanno riferimento all'opera di denuncia portata avanti da Marco Pirina, presidente del Centro di ricerche storiche Silentes loquimur di Pordenone.

Tra le testimonianze dirette va invece ricordata quella di Guido Tassan, sottotenente della divisione alpina "Julia", combattente in Grecia e Russia. Egli, dopo essere stato arrestato dalla polizia segreta jugoslava OZNA (Odelenje bastita naroda), venne tenuto prigioniero per due anni e due mesi. Il suo racconto delle sevizie e delle sofferenze subite non si discosta da quello, tragico, di altri ex prigionieri, ma la ricostruzione che egli fa degli avvenimenti del tempo ha una grande importanza.

I militari arrivavano negli stanzoni la notte e leggevano i nomi di chi doveva partire.

Il 6 gennaio risuonò anche il mio nominativo. Venni messo in fila nei corridoi con gli altri. C'era anche Licurgo Olivi, esponente del Cln di Gorizia. Poi mi fecero rientrare nella camerata. Gli altri furono caricati su dei camion con le mani legate dietro la schiena. Alle prigioni dell'OZNA fecero ritorno solo i loro vestiti. (50)

Un particolare ricordo del sopravvissuto, viene fuori con amara ironia a testimonianza del cinismo dei comunisti.

E pensare che quando Palmiro Togliatti nel '46 venne a visitare il carcere dell'Ozna a Lubiana ci fecero andare tutti in cantina. Così l'esponente comunista poté dichiarare che in Jugoslavia non c'erano prigionieri italiani.

Pochi giorni dopo, in un altro articolo (51), la dichiarazione molto significativa del 22 febbraio 1946 dell'allora arcivescovo di Trieste, Monsignor Antonio Santin, alla Commissione Confine:

Il governo jugoslavo asserisce che furono deportati soltanto fascisti e uomini che combattevano a fianco dei tedeschi. A parte il fatto che è ben noto il valore che la parola "fascista" ha assunto nell'Oriente balcanico, riportiamo a piena smentita di tale asserzione il documento 1 con un elenco di patrioti italiani deportati, i documenti 2, 3, 4 attestanti la deportazione di soldati della "Legnano" alle dipendenze dell'ottava armata britannica e il documento 5 attestante l'arresto delle Guardie di finanza che si erano distinte nella lotta contro i tedeschi e che furono fermate con un raggiro.

Ancora più importanti, forse, le parole contenute nella relazione del maggiore T.L.C. Taylor dell'esercito britannico.

Il documento, classificato "segreto", è datato 3 agosto 1945 ed intitolato "Rapporto generale sugli arresti e sulle esecuzioni perpetrate dagli jugoslavi nel maggio - giugno 1945". Così si apprende che a "Gorizia vennero arrestati circa quattromila italiani (…), in provincia di Trieste tra il primo maggio e il 12 giugno del 1945 furono arrestate 17 mila persone, delle quali ottomila furono successivamente rilasciate, tremila furono uccise e seimila sono ancora internate (tremila nel campo di Borovnica)".

Anche la testimonianza riportata da Bruno Borlandi (52) di Giuseppe Moreno, un commercialista che, nel 1945, finì in un campo di concentramento di Tito è estremamente significativa.

Sempre a proposito del modo indiscriminato con il quale gli italiani venivano arrestati e deportati Moreno ricorda

I partigiani di Tito mettevano nel lager chiunque parlasse italiano; anche ex partigiani "garibaldini" che venivano dall'Italia per unirsi agli slavi; o ex prigionieri dei tedeschi provenienti dai Balcani" (…) Eravamo un reparto di militari italiani arruolati nel '43 all'età di 18 anni, siamo stati mandati a Pola a costruire fortificazioni. Il 2 maggio fummo catturati dai partigiani slavi a Buie, mentre tentavamo con altri reparti di rientrare a Trieste. Ci portarono, facendoci marciare, a Capodistria, da qui sempre a piedi fummo portati a Borovnica, nella piana di Lubiana.

Eravamo obbligati a durissimi lavori, venivamo percossi con lunghe fruste da cavallo e nerbi di bue. (…) I morti venivano gettati in una fossa comune che serviva da latrina collettiva. Eravamo ridotti come scheletri; divorati dalla dissenteria e dal tifo. Ho visto scene spaventose provocate dalla fame: una volta fu portato un cavallo morto che doveva servire per la minestra. Alcuni prigionieri si avventarono a raccogliere il fango bagnato del sangue della bestia, altri andarono di notte a disseppellire le budella crude e gli zoccoli per mangiare. Ne morirono. Alcuni che avevano fatto lavori presso i contadini del luogo ricevettero polenta, ne mangiarono e morirono con gli intestini perforati. Ogni giorno c'erano morti. (53)

Pochissimi sono tornati e lo Stato italiano non ha mai riconosciuto ai pochi superstiti alcuna pensione di invalidità. (54)

Non ci fu riconoscimento nemmeno per il servizio militare fatto - due anni - e al rientro dovemmo ripresentarci al distretto per fare il servizio di leva.(55)

La denuncia di Moreno raccolta da Bruno Borlandi è confermata anche dal dossier de "Il Borghese", il quale ricorda

L'INPS infatti non riconosce alcunché a coloro che furono internati nei lager titini dal 30 aprile 1945 al 18 dicembre 1954.(56)

Queste tragiche vicende trovano riscontro anche in una relazione riservatissima, fatta dall'ufficio informazioni per i prigionieri di guerra della pontificia commissione di Udine firmata da Clonfeo don Nais, alle superiori gerarchie ecclesiastiche il 25 agosto 1945

Gli italiani della Venezia Giulia rastrellati e portati in campi di concentramento in Jugoslavia, assommano a circa 30 mila.(…) Nei campi di concentramento sono stati ammucchiati in spazi ristretti, lasciati sotto il sole e le intemperie, senza un ricovero neppure per gli ammalati. Il cibo, somministrato solo a giorni di distanza, era costituito da scarsa brodaglia, solo ultimamente fu dato un pò di pane. I prigionieri sono stati costretti, per non morire di fame, a mangiare erbe e foglie.

Spogliati dei loro indumenti, si è dato il caso che in alcuni campi li si è lasciati completamente nudi per alcuni giorni.

Per lievissime infrazioni agli ordini e per capriccio e odio delle guardie dei campi sono stati sottoposti ai supplizi più duri, quali quelli del "palo" del "romboide". Frequentissime le percosse con nerbi e staffili di ferro.

Obbligati a raggiungere i campi a piedi. Per strada percossi e dileggiati. Chi si fermava veniva ucciso. Gli ammalati venivano finiti a rivoltellate. Lavori duri e pesanti senza alcuna utilità pratica, ma solamente per barbarie. In certi campi si è fatto lavorare dalle 14 alle 16 ore al giorno.

Il 50% sono ammalati di dissenteria, tifo petecchiale, infiammazioni ai piedi, T.B.C .(57)


32 A Mauthausen morirono 102.795 su 197.464, a Neuengamme 55.000 su 106.00, 50.000 su 125.000 a Bergen-Belsen, 261.000 su 405.00 ad Auschwitz (G. De Luna, La Passione e la ragione, Milano, Bruno Mondadori 2004, p. 25).
33 V. Strada, I Lager rossi, peggio di Auschwitz, "Il Corriere della Sera", 27 agosto 1996.
34 J. Margolin, E' possibile confrontare i Lager hitleriani con quelli sovietici?, citato da V. Strada.
35 I dépliant turistici di oggi invitano ignari turisti a visitare Goli Otok, "l'isola della pace, bagnata da un mare straordinariamente pulito, ambiente immacolato immerso nel silenzio, isola di assoluta libertà", un'isola che, in chi conosce la storia, non può che destare brividi d'orrore.
36 G. Scotti, Goli Otok citato da D. Zandel, Gulag jugoslavo per soli comunisti, "La Gazzetta del Mezzogiorno", 27 ottobre 2002.
37 R. Morelli, E Tito disse: inferno sia, "Il Corriere della Sera", 14 luglio 2002.
38 D. Zandel, Gulag jugoslavo per soli comunisti, cit.
39 A. Berrini, Noi siamo la classe operaia. I duemila di Monfalcone, Mi, Baldini Castoldi Dalai, 2004, p. 93.
40 G. Pansa, Siamo Stati così felici, Milano, Sperling & Kupfer, 1998, pp. 174-175.
41 Testimonianza dello scrittore serbo Dragoslav Mihailovic riportata da D.Fertilio, Benvenuti all'inferno, nel nome di Tito, "Il Corriere della Sera", 1 giugno 1997 42 Borovnica venne definito dal vescovo di Trieste, monsignor Antonio Santin, "l'inferno dei morti viventi".
43 N. Biso, I vivi, i morti e i naviganti, riportato su "Il Giornale", 28 agosto 1996.
44 L. Rossi Kobau, Prigioniero di Tito 1945-1946, Milano, Mursia, 2001, p. 20.
45 R. Pelliccetti, L'altro olocausto - Ecco le vittime italiane dei lager di Tito, "Il Borghese", 10 settembre 1997.
46 "Condizioni degli internati italiani in Jugoslavia con particolare riferimento al campo di Borovnica (40BD2802) e all'ospedale di Skofjia Loka (11-D-2531)", documenti entrambi denominati "della morte". La relazione, redatta dal colonnello medico Manlio Cace sulla base di documenti, fotografie, referti dei ricoverati, dopo la liberazione venne da questi lasciata in copia al figlio Guido, che, in seguito, la consegnò alla redazione de "Il Borghese" e di "Storia illustrata".
47 D. Fertilio, Benvenuti all'inferno nel nome di Tito.
48 Citazione riportata R. Pelliccetti, L'altro olocausto - Ecco le vittime italiane dei lager di Tito.
49 F. Biloslavo, Foibe, un'altra denuncia, "Il Giornale", 16 novembre 1997.
50 M. Manzin, All'inferno e ritorno, "Il Piccolo", Trieste, 9 agosto 1990.
51 M. Manzin, I nostri desaparecidos, "Il Piccolo" di Trieste, 12 agosto 1990.
52 B. Borlandi, Il nostro olocausto nei lager di Tito, l' "Indipendente", 11 dicembre 1993.
53 La mortalità era altissima, morivano in media 6-7 persone al giorno per dissenteria, tifo tubercolosi, sfinimento (…) (G. Oliva, Foibe Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria).
54 Al contrario, gli aguzzini dei campi di concentramento jugoslavi, oltre a non aver scontato nemmeno un giorno di prigione, percepiscono in molti casi una pensione INPS, con tanto di arretrati.
55 Un'ingiustizia, per sanare la quale, dopo più di cinquant'anni, è finalmente in corso di approvazione un provvedimento parlamentare.
56 R. Pelliccetti, L'altro olocausto - Ecco le vittime italiane dei lager di Tito.
57 E. Pascoli, Foibe: cinquant'anni di silenzio (la frontiera orientale), Gorizia, Ed Aretusa, 1993, p. 298.

Pochi giorni dopo il loro ingresso a Gorizia le milizie comuniste del maresciallo Tito, dal 2 maggio del '45, iniziarono a rastrellare dalle loro case i goriziani che potevano rappresentare un ostacolo alla volontà di Tito di annettere Gorizia alla Iugoslavia. Oltre 650 concittadini inermi subirono la deportazione, cui seguì la fucilazione o la foiba.La loro unica colpa fu quella di costituire un potenziale ostacolo all'annessione di Gorizia alla Iugoslavia.

A 60 anni dai tragici avvenimenti, la Lega Nazionale di Gorizia, il Comitato dei congiunti dei deportati in Iugoslavia e l'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia per onorare la memoria dei deportati hanno organizzato una conferenza rievocativa, alle presso la Sala consiliare della Provincia, alla quale sono intervenuti i presidenti dei sodalizi organizzatori, Rodolfo Ziberna, Clara Morassi Stanta e lo storico Marco Pirina.

Pirina, che ha scritto molti libri sull'argomento ed ha svolto approfonditi studi storici, ha il merito di aver voluto ricercare la verità quando ciò era assai più difficile di oggi, rischiando anche la vita.

La manifestazione, alla quale hanno assistito centinaia di cittadini, è stata preceduta dalla deposizione di un omaggio floreale ai piedi del lapidario del Parco della Rimembranza e si è conclusa con la Santa Messa officiata nella Chiesa del Sacro Cuore dall'Arcivescovo di Gorizia mons. Dino De' Antoni.

Nel suo articolato intervento il Presidente della Lega Nazionale goriziana ha condannato ogni tentativo di considerare le Foibe come legittima conseguenza e reazione a quanto fatto dai fascisti nel Ventennio precedente. "Se i fascisti hanno commesso atti che hanno ferito persone o comunità, questi vanno condannati senza se e senza ma. Ed altrettanto il dramma delle Foibe va condannato senza cercare false giustificazioni che nuocciono alla pacifica convivenza tra i popoli."

L’Unione degli Istriani ha chiesto al presidente Napolitano di annullare prima del prossimo Giorno del Ricordo una tra le massime onorificenze della Repubblica italiana concessa al maresciallo Tito nel 1969

Lacota: “È semplicemente orribile e disgustoso che lo Stato italiano riconosca il dramma delle Foibe ed allo stesso tempo annoveri tra i suoi più illustri insigniti proprio chi ordinò i massacri e la pulizia etnica degli Italiani d’Istria: se non viene revocata l’onorificenza, l’Unione degli Istriani non parteciperà alla cerimonia al Quirinale!”


LE FOIBE E I CAMPI DI CONCENTRAMENTO IUGOSLAVI

Definizione di Foiba e il suo significato letterale

Letteralmente, "foiba" deriva dal latino fovea che significa fossa, cava, buca.

Premesso che in alcuni dizionari il termine non viene nemmeno riportato o viene proposto in modo non del tutto corretto (20), nella maggior parte di quelli che lo citano il riferimento è solamente al significato letterale dello stesso, nel senso geologico o speleologico.

Le foibe, infatti, come le doline (21), sono caratteristiche del paesaggio carsico istriano.

Vengono originate dall'azione corrosiva dell'acqua sulle rocce calcaree, formatesi nel periodo cretaceo e massicciamente presenti sul territorio (22).

Poco visibili all'esterno (si presentano spesso con aperture di pochi metri) le foibe sono voragini rocciose irregolari che si sviluppano in ampiezza e profondità, all'interno del sottosuolo. L'erosione della pietra è causata dall'acqua piovana e dai numerosi corsi d'acqua sotterranei.

È stato accertato che alcune foibe arrivano ad essere profonde anche 300 metri. Le numerose diramazioni, gli anfratti ed i cunicoli che spesso caratterizzano queste cavità, non consentono agli speleologi l'accesso oltre certi limiti e rendono in molti casi molto difficile individuarne il fondo.

Nella regione giuliana sono state individuate ed identificate oltre 3.000 fra grotte e foibe.

Fra i fenomeni più spettacolari di questo mondo sotterraneo ci sono le celebri Grotte di Postumia.

Significativo il fenomeno del carsismo sul fiume Timavo, il quale, dopo un percorso in superficie di circa 40 chilometri, si getta negli abissi e prosegue per altrettanti chilometri fino alla profondità di 300 metri, per ricomparire improvvisamente in faccia al mare e sfociare nel golfo di Trieste. Per la sua peculiarità viene ricordato anche da Virgilio nell'"Eneide".

L'utilizzo delle Foibe

Le foibe, in origine, venivano utilizzate come vere e proprie discariche, nelle quali veniva gettato ciò che non serviva più (carcasse di animali, derrate alimentari avariate, sterpaglie, macerie e altro ancora).

Negli anni '40 esse assunsero invece un'altra macabra funzione, divenendo la tomba naturale di migliaia di persone.

Tra il 1943, con la caduta del fascismo, e la primavera del 1945, al termine del secondo conflitto mondiale, infatti, i partigiani jugoslavi che rivendicavano diritti sull'area, gettarono nelle foibe migliaia di persone, per lo più italiane, generando nella popolazione un clima di vero e proprio terrore.

Le foibe diventarono così uno strumento di martirio ed un'orrida tomba per migliaia di martiri.

E' da questi massacri che, negli anni successivi, sono stati coniati i termini, riportati anche da alcuni dizionari:

Infoibare: gettare o seppellire in una foiba e più in particolare ammazzare una persona e gettarne il cadavere in una foiba, o farlo morire gettandolo in una foiba (il verbo è nato e si è diffuso alla fine della seconda guerra mondiale).

Infoibatore - chi infoiba.

Infòibazione - atto, effetto dell'infoibare.

Infoibamenti

Durante e dopo la seconda guerra mondiale, le foibe divennero quindi grandi fosse comuni per esecuzioni sommarie collettive.

Gettare un uomo in foiba significa considerarlo alla stregua di un rifiuto, gettarlo là dove da sempre la gente istriana getta ciò che non serve più (…) La vittima, sprofondata nell'antro, viene cancellata nell'esistenza fisica, ma anche nell'identità nel nome nella memoria. Uccidere chi è considerato nemico non basta: occorre andare oltre, occultarne il corpo e la vita, eliminarne ogni traccia, come se non fosse mai vissuto. (23)

La maggior parte degli infoibamenti ebbe luogo in due periodi distinti:

8 settembre 1943 - 13 ottobre 1943
Nei quaranta giorni successivi all'armistizio firmato da Badoglio l'8 settembre 1943 la Venezia Giulia, lasciata indifesa dai soldati italiani allo sbando e non ancora sotto il controllo dei tedeschi, divenne facile preda dei partigiani slavi.

1 maggio 1945 - 10 giugno 1945
Nei quaranta giorni di occupazione titina (nella primavera del 1945), nella zona di Trieste e Gorizia il fenomeno degli infoibamenti segnò il suo apice.

L'ingresso di Tito in Trieste il 1 maggio, mentre i partigiani garibaldini venivano dirottati verso Lubiana, significò l'inizio per gli abitanti del capoluogo giuliano di un vero e proprio periodo di terrore.

Gli ordini impartiti da Tito e dal suo ministro degli esteri Edvard Kardelj erano chiari e non si prestavano a equivoci: Epurare subito, Punire con severità tutti i fomentatori dello sciovinismo e dell'odio nazionale.

Fu una carneficina, che non risparmiò nemmeno gli antifascisti, membri del Comitato di liberazione nazionale, che avevano fatto la Resistenza al fianco dei loro assassini, o esponenti della Resistenza liberaldemocratica e del movimento autonomistico di Fiume.

Militari e civili italiani, ma anche civili sloveni e croati, furono vittime di arresti, processi fittizi, deportazioni, torture e fucilazioni.

A pagare non furono infatti solo i fascisti, ma chiunque si opponesse all'annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia.

Iniziò una vera e propria caccia all'italiano, con esecuzioni sommarie, deportazioni, infoibamenti.(24)

Rischiava la vita chiunque fosse italiano e non volesse rinunciare alla sua italianità.

Questa tesi è stata sostenuta anche dallo storico Giovanni Berardelli La loro principale colpa era quella di essere, per la loro nazionalità, un ostacolo da rimuovere al programma di Tito di annessione del Friuli e della Venezia Giulia. Da cui l'odierna accusa di genocidio o di pulizia etnica.(25) ma anche dallo storico triestino Roberto Spazzali che definì le foibe (…) il prodotto di odi diversi: etnico, nazionale e ideologico. Furono la risoluzione brutale di un tentativo rivoluzionario di annessione territoriale. Chi non ci stava, veniva eliminato.

La mattanza fu devastante e si protrasse per settimane, nonostante l'arrivo, a Trieste e a Gorizia fra il 2 e il 3 maggio, della seconda divisione neozelandese del generale Bernard Freyberg, inquadrata nell'VIII armata britannica.

A questo periodo fa riferimento un documento dello Stato firmato da due Presidenti della Repubblica, Luigi Einaudi e Giovanni Gronchi, in cui si riconosce che Trieste

(…) nuovamente sottoposta a durissima occupazione straniera, subiva con fierezza il martirio delle stragi e delle foibe, non rinunciando a manifestare attivamente il suo attaccamento alla Patria.(26)

La persecuzione degli italiani durò almeno fino al '47, soprattutto nella parte dell'Istria vicina al confine e sottoposta all'amministrazione provvisoria jugoslava.

Le modalità degli infoibamenti

La caratteristica comune di tutte le uccisioni fu l'assenza pressoché totale di notizie sulla sparizione di migliaia di persone. Un mistero che alimentò notevolmente il clima di terrore nel quale viveva la popolazione.

Una morte oscura, segno di una volontà di cancellazione totale, resa ancor più aspra dalla negazione della pietà, visto che la scomparsa dei corpi prolungò nei congiunti l'incertezza angosciosa sulla sorte dei loro cari e rese impossibile, in molti casi fino ai giorni nostri, la celebrazione pacificante della sepoltura (27).

Tra gli arrestati vi furono numerosi casi di vendette personali, vittime di delatori che sfruttarono il cambiamento di bandiera per risolvere ogni divergenza con le proprie vittime.

Sulla sorte degli arrestati non trapelarono notizie, soprattutto per la ferrea osservanza del silenzio da parte dei funzionari della polizia segreta jugoslava (O.Z.N.A.) e per la totale mancanza di verbali d'arresto o di atti processuali che avrebbero dovuto documentare la sorte di migliaia di disgraziati. La procedura era sempre la medesima:

sconosciuti bussavano alla porta di casa e invitavano, più o meno gentilmente, la persona indicata a seguirli per un controllo al Comando partigiano (…). Talvolta la scusa era quella di dover firmare un documento presso il Comando partigiano. Il tempo passava e ai famigliari del fermato, che cercavano di portare aiuto e conforto ai propri cari, veniva risposto di aver pazienza, che si sarebbe dovuto aspettare qualche giorno per le indispensabili questioni procedurali.(28)

Gli arrestati dell'Istria vennero concentrati in tre località: nel castello Montecuccoli di Pisino, a Pinguente e a Barbana.

I Tribunali del Popolo istituirono un gran numero di processi con procedure spicce e particolari. Agli imputati non venne concessa alcuna grazia di tutela dei propri diritti, non furono nominati in alcun caso avvocati difensori, né si poterono chiamare testimoni a proprio favore per cui, dopo brevi istruttorie, gli accusati vennero portati al cospetto dei giudici che, con qualche parvenza di legalità, emisero immediatamente le sentenze sulla base di sentenze stereotipate. (29)

Tali sentenze, quasi sempre di colpevolezza, erano senza possibilità di appello e nella gran parte dei casi prevedevano per i malcapitati la pena capitale.(30)

Le modalità di uccisione e di eliminazione fisica dei condannati furono molteplici, a seconda sia del luogo geografico che delle particolari condizioni del momento. Sovente gli arrestati prima di morire dovettero spogliarsi di tutti i loro vestiti e delle loro calzature, ambite dai sicari che poi le indossarono personalmente; altre volte i carnefici scambiarono i propri abiti logori con quelli più nuovi dei deportati. (…) Molte persone furono fucilate, o comunque uccise in modo violento, ed i loro corpi vennero sepolti nelle fosse comuni, nelle cave e nei pozzi artesiani e minerari. Altre furono gettate in mare e vennero ritrovate solo in pochi casi. Altre ancora furono buttate nelle foibe.

La maggior parte dei prigionieri rimasti in Istria, invece, subirono il martirio della foiba.

Dopo la sentenza di morte le vittime venivano portate sul luogo dell'esecuzione, con i polsi legati dietro la schiena con filo di ferro.

Il trasporto avveniva a bordo di autobus con i vetri oscurati da vernice bianca. Quei mezzi divennero tristemente famosi in Istria come le "corriere della morte". Dove la carreggiata finiva i prigionieri procedevano a piedi fino alla foiba. Giunti sull'orlo dell'abisso, i carnefici davano inizio all'esecuzione sparando un colpo di pistola o di fucile alla testa della vittima, facendola all'interno della voragine nella quale trascinava con sé il compagno ancora vivo a cui era legata.

A qualcuno veniva promessa la libertà se fosse riuscito a saltare da una parte all'altra dell'apertura, ma i pochi che riuscirono nell'impresa furono comunque gettati nell'orrido.

L'agonia di questi sventurati poteva durare giorni interi e le loro grida ed invocazioni di aiuto venivano udite dagli abitanti della zona, ma la paura ed il terrore che regnava ovunque impediva di avvicinarsi alle foibe.

Nessuno si sentiva al sicuro perché chiunque poteva accusare ed essere accusato di essere "nemico del popolo", con totale discrezionalità.

Un gioco al massacro diabolico, per il quale nessuno si sentiva più al sicuro nemmeno in casa propria.

Durante l'occupazione slava la crudeltà e la barbarie degli infoibatori oltrepassò l'orrore dei crimini e in diversi casi sconfinò nella superstizione. Al termine delle esecuzioni, nelle foibe venivano gettati dei cani neri vivi, i quali, secondo un'antica superstizione slava, avrebbero dovuto impedire alle anime dei morti di uscire dalle cavità per trovare, insieme ad una cristiana sepoltura, anche la pace eterna.

La quantificazione delle vittime

Tra gli scomparsi e le vittime nella Venezia Giulia e in Dalmazia, vanno annoverati non solo coloro che finirono nelle foibe, ma anche quelli che vennero annegati, fucilati o lasciati morire di stenti lungo la strada della deportazione, nelle carceri o nei campi di concentramento. Le foibe colpirono infatti solo una parte dei prelevati e furono la tomba di alcune centinaia di italiani, ma molti altri finirono in campi di sterminio ed in fosse comuni (31).

Il numero delle vittime, a seconda delle fonti, è molto discordante.

Non esistono dati precisi, in quanto nelle località cedute alla ex Jugoslavia buona parte dei registri anagrafici furono dati alle fiamme per nascondere scomode verità.

La difficoltà nel recuperare i corpi da una parte e la distruzione degli archivi municipali e dell'anagrafe dall'altra rese e rende dunque tuttora estremamente difficile, se non impossibile stabilire con certezza il numero esatto delle vittime.

Secondo Roberto Spazzali, questo numero si aggirerebbe intorno a 4.500-5.000. Su queste cifre concorda Raul Pupo, secondo il quale ammonterebbero a 4.000 - 5.000.

Per Luigi Papo, il numero complessivo delle vittime non sarebbe inferiore a 16.500, mentre secondo altre fonti le vittime sarebbero state addirittura 20-30 mila.

Un'indagine minuziosa del Centro Studi Adriatici pubblicata nel 1989 parla di 10.137 vittime: 994 infoibate, di cui 326 accertate ma non recuperate dalle profondità carsiche; 5.643 vittime presunte sulla base di segnalazioni locali; 3.174 decedute nei campi di concentramento jugoslavi.

La Foiba di Basovizza

Dopo il 1943 l'altopiano carsico divenne luogo di scontro fra partigiani, tedeschi e fascisti e le cavità del Carso furono utilizzate per far sparire migliaia di soldati e civili.

Finita la guerra, si è tentato più volte di recuperare le salme delle persone fatte sparire nelle cavità del Carso, ma, date le enormi difficoltà di recupero, si è nella maggior parte dei casi dovuto abbandonare l'impresa e considerare le foibe come loro tombe definitive.

La foiba di Basovizza, situata a pochi chilometri da Trieste è in realtà uno scavo artificiale realizzato all'inizio del XX secolo per l'estrazione mineraria, abbandonato perché poco produttivo. Si tratta di una cavità verticale profonda 249 metri che, mai ricoperta, divenne nel maggio del 1945 luogo di esecuzioni sommarie nel quale vennero gettati, spesso ancora vivi, centinaia di prigionieri, militari, poliziotti e anche civili.

Tra il 3 e il 7 maggio 1945 i partigiani titini lo utilizzarono per infoibare centinaia di italiani.

Si dice che nella voragine, oltre alle salme, siano finite anche carcasse di cavalli e diversi residui bellici.

Nel 1957 la profondità della foiba risultò essere di soli 135 metri. Se ne dedusse una differenza di 114 metri, data dai cadaveri gettati al suo interno, la cui quantificazione, impossibile nel numero, poté essere fatta esclusivamente in metri cubi di ossa umane.

Nel 1980, il Ministero dei Beni Culturali decretò la "Foiba" di Basovizza di particolare interesse: un luogo dove commemorare le migliaia di caduti in guerra.

La targa posta sulla stele riporta una scritta in lettere di bronzo:

"Onore e cristiana pietà a coloro che qui sono caduti.

Il loro sacrificio ricordi agli uomini le vie della giustizia e dell'amore sulle quali fiorisce la vera pace."

Nel 1991, anno della disgregazione della Jugoslavia e dell'Unione Sovietica, il Presidente della Repubblica Giovanni Cossiga si recò a Basovizza per porvi un fiore e nel 1992, Scalfaro ne fece un Monumento Nazionale.


20 Fovea - fossa, cava, buca (per seppellirvi e farvi cadere insidiosamente le fiere)". Ai tempi dell'impero austro-ungarico, il termine fòiba veniva considerato nella speleologia, mentre era trascurato nella letteratura e non veniva riportato dai dizionari tedeschi. A parte qualche definizione un pò imprecisa (Foiba - Nome generico usato nella Venezia Giulia per indicare le cavità dei Carso con sottosuolo cavernoso. Nome proprio di un avvallamento carsico nel comune di Pisino (Istria), a forma di semicerchio, orrido, con parete alta circa 130 metri nel quale sparisce il torrente Foiba, che risorge forse nella Draga del Canale di Leme). E' solo nel dopoguerra che la definizione di foiba compare nel "Dizionario Enciclopedico Italiano", accanto alla definizione di Dolina (dallo sloveno dol = valle). Una dolina nella quale si riversa un corso d'acqua, prende il nome di dolina a inghiottitoio detta anche foiba. Le foibe localmente vengono chiamate: dolazzi, husi (Istria, Carso triestino). Riportando un cenno alle tragiche vicende giuliane: dal friulano foibe, che è il lat. fovea - fossa. In geologia uno dei tipi di dolina; in particolare nella regione istriana vengono indicate con il nome di foibe le grandi conche chiuse derivate da doline fuse assieme, al fondo delle quali si apre un inghiottitoio più o meno profondo. Tristemente famose per i molti Italiani che nel 1945 vi furono gettati, vittime delle rappresaglie militari e politiche jugoslave (donde il verbo infoibare). (www.digilander.it/lefoibe).
21 Il cui termine di derivazione slava significa "conca".
22 Il carbonato di calcio, insolubile, a contatto con acqua ricca di anidride carbonica, si trasforma in bicarbonato molto solubile dando il via a processi di corrosione, all'interno delle rocce, dai quali originano pozzi, caverne e gallerie irregolari e spesso molto profonde.
23 G. Oliva, Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria, Milano, Oscar Mondadori, 2002, p. 86.
24 In quel periodo solo a Trieste furono deportate circa ottomila persone, delle quali solo una parte di esse riuscirà a far ritorno a casa.
25 Dossier Le foibe e la questione di Trieste, www.resistenzaitaliana.it.
26 Cfr. www.leganazionale.it/storia.
27 R. Pupo, R. Spazzali, Foibe, Milano, Bruno Mondadori, p. 4.
28 G.Rumici, Infoibati, Milano, Mursia, 2002, pp.. 78-79.
29 L. Giuricin, Il settembre '43 in Istria e a Fiume, p. 106 in G.Rumici, Infoibati, cit., p. 87.
30 G.Rumici, Infoibati, cit., p. 87.
31 Nella memoria collettiva per "infoibati" si intendono tutti coloro che sono stati uccisi dai partigiani comunisti sloveni e croati o dai comunisti italiani filo-jugoslavi o, ancora, dalle autorità jugoslave nell'autunno del 1943 e nella primavera estate del 1945 e negli anni immediatamente successivi.

Luciano Garibaldi

Lo storico Guido Deconi ha ricostruito in volume le stragi compiute dai comunisti titini non solo dei connazionali filofascisti e filonazisti, ma anche dai partigiani non comunisti, temuti antesignani di una Jugoslavia democratica

Sia in Slovenia che in Croazia», scriveva tempo addietro Robi Ronza su "II Giornale", «alla fine della guerra i comunisti titini fecero strage non solo dei connazionali filofascisti e filonazisti, ma innanzitutto dei partigiani non comunisti, temuti antesignani di una Jugoslavia democratica che Tito vedeva come il fumo negli occhi».

E aggiungeva: «Si calcola che nei dintorni di Lubiana circa ottomila di questi ultimi siano stati sterminati e sepolti in giganteschi cimiteri segreti. Tale è la consistenza di questi cimiteri che essi sono divenuti un problema inconfessato ma reale per i progettisti delle nuove autostrade slovene e croate. Ufficialmente non esistono, ma chi traccia le nuove autostrade deve stare bene attento a non andarci dentro».

Per concludere: «Finora in Slovenia e in Croazia questi orrori continuano a venire censurati. La ragione di tale censura è che nelle classi dirigenti adesso al potere sono troppo numerosi coloro che in gioventù parteciparono a questi massacri o sono figli di persone che li diressero, o appartengono a famiglie che si arricchirono con la razzia dei beni degli uccisi e degli espulsi».

Ebbene, questa dura ma rigorosamente esatta rappresentazione della tragedia storica legata alla Slovenia ha trovato adesso una clamorosa conferma nell'opera di Guido Deconi, istriano, ma ormai milanese fin da ragazzo, che a proprie spese, e forte della sua conoscenza della lingua slovena della lingua slovena e dei vari dialetti di quella terra, ha tradotto in italiano, e pubblicato in un volume di 800 pagine, una serie di pubblicazioni semiclandestine uscite a varie riprese in Slovenia a cura di un gruppo di giovani ostili al regime che tuttora domina quelle terre, e desiderosi di mondarsi delle colpe del passato.

«Mio padre fu infoibato», mi dice Guido Deconi. «È anche per questo che ho deciso di dedicare questi anni della mia ormai non più giovane vita ad un lavoro certamente titanico, ma, a mio avviso, necessario; Per il ristabilimento della verità storica sulle terre italiane che più hanno sofferto le conseguenze della seconda guerra mondiale, e per un doveroso omaggio verso le migliaia di martiri innocenti».

Il volume di Guido Deconi ha per titolo "Slovenia: anche noi siamo morti per la patria – I sepolcri tenuti nascosti e le loro vittime". Nel frontespizio, l'autore ha voluto scrivere: «Questo libro è dedicato alla memoria di mio padre Antonio, trucidato a Canale d'Isonzo durante i festeggiamenti del primo maggio 1945, e a mia madre Maria Angela che, essendo deceduta prima, non ha potuto assistere né alla rovinosa caduta del del comunismo ne della dissoluzione della Jugoslavia».

Incominciamo subito da un episodio di altissima drammaticità, narrato nelle pagine del commovente, anzi straziante libro-testimonianza. È il maggio 1945. Alcuni battaglioni di soldati inglesi trasferiscono su treni merci, dai campi di prigionia situati in Italia, lungo la costa marchigiana, diecimila soldati della "Difesa anticomunista del territorio sloveno", per consegnarli agli sgherri di Tito. Sono i "domobranzi", ragazzi che hanno risposto alla chiamata alle armi del governo di Lubiana, sotto protettorato tedesco, e hanno fatto il loro dovere, battendosi contro le bande di Tito. Il loro destino? Le foibe, dove verranno gettati vivi dopo avere subito orribili sevizie. Si erano arresi alle truppe britanniche sperando nella prigionia garantita dalla Convenzione di Ginevra. Ma gli inglesi li tradirono vigliaccamente.

Perché la storia “ufficiale” non l’ha ancora spiegato, ma qualche storico “marginale” una spiegazione l’ha data: gli inglesi dovevano in qualche modo far tacere Stalin, ch’era venuto, a conoscenza della tresca Mussolini-Churchill e minacciava il finimondo. Lo placarono dandogli in pasto 150mila ucraini, cetnici, domobranzi e mongoli che avevano servito sotto la svastica hitleriana.

Non siamo che all'inizio di una storia raccapricciante. Che incomincia con una leggenda finalmente sfatata: la guerra partigiana contro i fascisti non ebbe inizio nel 1941 in Slovenia né in Croazia né in Serbia, ma a Trieste, nell'ottobre 1943, ad opera di elementi triestini, dunque cittadini italiani, ma di madre lingua slovena. Insomma, i nonni - anche se non tutti - di coloro che ancor oggi leggono il noto quotidiano sloveno liberamente pubblicato nel capoluogo giuliano. La Slovenia è letteralmente disseminata di inumazioni di massa: domobranzi, italiani, preti e seminaristi, appartenenti alle minoranze di lingua tedesca. Su un totale di 60mila morti tra l'ottobre 1943 e gli anni post-bellici, i risultati della ricerca ci dicono che 40mila furono le persone assassinate dai comunisti e 20mila quelle morte sotto i bombardamenti alleati su Lubiana e le città costiere, oppure fucilate dai tedeschi nel corso delle loro rappresaglie, non meno feroci di quelle che sarebbero state, dopo la fine della guerra, le stragi comuniste. Gli esempi sono allucinanti. Vi si racconta, per esempio, la storia di una madre di 17 figli uccisa con braccio il suo ultimo nato, di appena un anno. Oppure le vicende dei gulag di Celjc e San Vito dove, tra il 1945 e il 1948, decine di italiani e sloveni anticomunisti furono soppressi dopo torture inenarrabili e dopo essere stati costretti a gridare «Siamo traditori! Siamo banditi!». Il libro è dunque una sconvolgente antologia di sadismo, crudeltà e ferocia.

Chiedo a Maria Renata Sequenzia, presidente del Movimento nazionale "Associazione culturale Istria Fiume Dalmazia", un commento all'opera di Deconi: «Da queste pagine», dice la battagliera presidente, «risulta evidente il massacro di cittadini inermi e innocenti, senza alcuna distinzione di età, né di sesso: bambini, donne, vecchi, uomini, ad arbitrio totale di belve assatanate, vengono considerati nemici del regime comunista, vengono strappati, solitamente di notte, alle loro case, trascinati in luoghi rtascostì - per lo più in prigioni e campi di concentramento imparagonabili a quelli italiani - e poi sottoposti a strazi inenarrabili fino alla morte per essere infine gettati in qualsiasi buca, foiba, anfratto, bosco, abbandonati alle bestie e alle intemperie, disfatti senza nome, cancellatì, annullati».

«Il recupero, dove impossibile quello dei corpi, almeno quello della memoria», prosegue Maria Renata Sequenzia, «è il filo conduttore principale dell'attività di questo piccolo e lodevole gruppo di giovani revisionisti sloveni che hanno il merito di aver portato alla luce le malefatte dei carnefici comunisti in un quadro di orrori mai prima descritto con tanta precisione. E naturalmente, di Guido Deconi, che ha tradotto tutto in italiano».

Chiedo a Guido Deconi di spiegare il significato politico e storico dell'iniziativa cui si è ispirato il suo lavoro. «Le autorità slovene», mi risponde, «hanno approvato, almeno formalmente, delle leggi affinchè le ingiustizie venissero sanate, ma queste leggi non vengono applicate in quanto lederebbero pesantemente gli interessi degli stessi governanti che altro non sono se non gli ex portaborse dei grandi condottieri comunisti del passato. La Corte Costituzionale slovena ha abolito la cosiddetta "legge delle confische" ma non le confische avvenute sessantanni fa, che rimangono inalterate, tanto che a nessuna famiglia e a nessun avente diritto è stato restituito quanto fu tolto. Una cosa comunque si può affermare: le autorità statali slovene hanno autorizzato e finanziato alcune associazioni per la ricerca e l'individuazione dei sepolcri tenuti nascosti».

Chissà, forse lo hanno fatto per agevolare il lavoro degli ingegneri addetti alla costruzione delle nuove autostrade. Continueremo a pensarla così finché non si metteranno in ginocchio di fronte ai nostri e ai loro morti.

Sono Gianantonio Godeas : Prendendo visione del Blog EXILIO, Pax Romana, rilevo questo articolo che  pone un interrogativo assai pesante per gli esuli giuliano-dalmati . Non ho trovato una spiegazione convincente né alla firma di Toth alla conclusione della Commissione Italo-Slovena né a quanto affermato nella pubblicazione del 2006 dalla ANVGD e sotto riportata  e mi pongo ancora il quesito  del perché certe affermazioni o articoli vengano diffusi da personaggi di rilievo del mondo della diaspora con motivazioni prive di riscontri storici e certo negativi per l’Italia. Ho letto anche il pensiero del Gen: Mazzaroli sul Libro,”Foibe Giuliane” del Prof. Apih eccolo:


LA PULIZIA ETNICA E IL MANUALE CUBRILOVIC

La sola maniera ed il solo sistema di allontanarli (gli etnodiversi) è la forza brutale di un potere statale organizzato. Non rimane che una sola via, la loro deportazione in massa. Quando il potere dello Stato interviene nella lotta per la terra non può avere successo che agendo brutalmente.(1)

Questo brano è tratto da un testo intitolato Iscljavanje Arnauta (Piano di allontanamento degli albanesi), che rappresenta a tutti gli effetti un'opera teorico-pratica per sradicare una cultura ed un popolo. Fu presentata il 7 marzo 1937, come Enchiridion, al Circolo culturale serbo di Belgrado ed elaborata dal bosniaco Vasa Cubrilovic (2) (uno di coloro che congiurò per l'assassinio dell'erede al trono austriaco Francesco Ferdinando, avvenuto a Sarajevo) ed aveva come scopo l'eliminazione pianificata dell'etnia albanese, stanziata nel Kosovo.

Si tratta di un vero e proprio manuale, che riporta cinicamente le tecniche per attuare una "pulizia etnica", una "bonifica", dei territori da conquistare.

Nato dunque originariamente per essere utilizzato dai serbi contro gli albanesi, venne usato anche negli anni Quaranta contro la popolazione italiana in Istria ed in seguito rispolverato, negli anni Novanta, da Slobodan Milosevic, ancora una volta in Kosovo.

La così detta pulizia etnica non è infatti una tragica novità dei nostri giorni, bensì una costante sempre presente nei rapporti conflittuali fra le varie stirpi nel mosaico jugoslavo. (3)

Michel Roux in un suo intervento ricorda che (…) le radici ideologiche delle pulizie etniche che si sono avute nell'area balcanica, arrivano dalla Turchia la quale ha trasmesso il costume, derivato dalla Sharia, legge islamica, secondo il quale la vittoria militare e la conquista territoriale conferiscono il diritto di disporre della vita e dei beni dei vinti. Dai turchi i cristiani dei Balcani hanno imparato che con la spada si conquista, o si perde, non soltanto il potere e la sovranità, ma anche una casa o i beni.(4) (…)

Il futuro ministro di Tito elencava nel suo manuale di epurazione scientifica i metodi per ottenere le condizioni per ottenere un esodo di massa:

Nessuna azione richiede altrettanta perseveranza ed attenzione. Per realizzare un esodo di massa la prima condizione è la creazione di una psicologia appropriata che si può provocare in molteplici modi. Lo Stato deve sfruttare le Leggi a fondo, in maniera tale da rendere loro (agli "etnodiversi") insopportabile vivere presso di noi.

Gli strumenti consigliati da Cubrilovic e applicati fedelmente nei Balcani, nella Venezia Giulia e in Dalmazia per accelerare il processo d'esodo furono

Ammende, prigionia, applicazione rigorosa di tutte le disposizioni di polizia, (…), prestazioni d'opera obbligatorie e impiego di qualsiasi altro mezzo che può escogitare una polizia efficiente.

Sul piano economico: rifiuto di riconoscere i vecchi titoli di proprietà e un'operazione catastale che in questa regione deve accompagnarsi alla riscossione inesorabile delle imposte e al rimborso forzato di qualsiasi debito pubblico o privato, revoca di qualsiasi pascolo demaniale e comunale, soppressione delle concessioni accordate, ritiro delle licenze ai caffè, agli esercizi commerciali e alle botteghe artigiane, destituzione di funzionari, di impiegati privati e municipali. (…) (5)

Ma anche

- pratiche ed efficaci misure sul piano sanitario;

- applicazioni con la forza di tutte le disposizioni nelle dimore private;

- distruzione dei muri e delle grosse cinta delle case

Quest'ultima disposizione, ideata nel 1937, aveva l'obiettivo di colpire l'integralismo religioso islamico degli albanesi, i quali, da osservanti delle surah del Corano, erano infatti, particolarmente gelosi della loro privacy e sensibili a tutto ciò che riguardava la morale tradizionale.

L'abbattimento delle recinzioni attorno alle loro case e giardini esponeva le donne musulmane a sguardi indiscreti a scapito della riservatezza familiare, predicata dal Corano, che risultava menomata, e delle abitudini delle figlie, delle sorelle, delle mogli e delle madri che venivano turbate.

Questa pratica, nonostante non avesse alcun senso, venne applicata anche nei confronti degli italiani.

Molti furono anche i casi di persecuzioni e di violenze contro il clero cattolico, ma anche di distruzione di chiese6 e di cimiteri.

Essi (gli etno-diversi) sono molto sensibili in materia di religione. Bisogna pertanto toccarli su questo punto. Vi si giungerà perseguitando i preti, devastando i cimiteri.

I cimiteri sono evidente testimonianza della presenza delle componenti nazionali e, distruggendoli, conseguivano il duplice obiettivo di oltraggiare i morti e di impedire la testimonianza della presenza della componente etnica che volevano eliminare.

Anche la colonizzazione doveva avvenire senza lasciare nulla al caso.

Ai coloni bisognerà distribuire armi. Bisogna in particolare far irrompere un'ondata di gente dalle montagne, affinché provochino un conflitto massiccio.(7)

Nel suo manuale aveva individuato i montenegrini quali coloni più adatti allo scopo: in quanto arroganti, irriducibili e irragionevoli, con il loro comportamento obbligheranno gli albanesi a spostarsi. Questo conflitto deve essere preparato e attizzato attraverso il reclutamento di persone di fiducia. Infine si potrebbero anche fomentare problemi locali, che saranno repressi nel sangue e attraverso i mezzi più efficaci.

Rientrano in questo disegno anche l'imposizione delle jugolire (moneta priva di corso legale all'infuori della Zona B, che, da un giorno all'altro ridusse nella miseria più nera l'intera popolazione e provocò conflitti, scontri e repressione causando numerose vittime), la strage di Vergarolla, il terrore provocato dalle foibe e dai trasferimenti nei campi di lavoro forzato.

L'organizzazione dell'esodo e delle deportazioni doveva essere attenta ed ogni piccola défaillance evitata perché poteva comportare il fallimento di tutto il Piano

Non bisognava commettere l'errore di trasferire solamente i poveri. La classe media ed agiata, infatti, costituiva, secondo Cubrilovic, la colonna vertebrale di tutto il popolo. E' questa che bisognava dunque perseguire e trasferire. I poveri, sprovvisti del sostegno di compatrioti economicamente indipendenti, si sarebbero sottomessi più facilmente.

…si tratta di creare una "psicosi dell'evacuazione", di procedere a questa iniziando dalle campagne, (…), di espellere intere famiglie, interi villaggi mirando prioritariamente alle classi medie agiate, più influenti, senza le quali i poveri saranno incapaci di opporre resistenza.

In Istria, a Fiume e in Dalmazia, il manuale fu applicato minuziosamente contro intellettuali, commercianti, religiosi imprenditori, magistrati, pescatori, artigiani, studenti, operai senza distinzione di censo alcuna.

L'organizzazione operativa concepita da Cubrilovic era una vera e propria struttura militare messa in campo contro l'inerme "nemico etnico"

Il Piano Cubrilovic prevedeva infatti:

a) una struttura di vertice che dirigesse tutti "questi affari", affidata alla Stato Maggiore Generale dell'Esercito;
b) un Consiglio di Stato con mansioni operative alle dirette dipendenze del Capo di Stato Maggiore; c) il coinvolgimento della Polizia, delle Istituzioni scientifiche per il supporto dottrinale, delle Associazioni Culturali, di quelle lavorative e sindacali, della stampa e della propaganda; d) il ricorso all'iniziativa privata: bisognerà scegliere individui che provino attaccamento e passione per questa grande opera; e) la nomina di un Commissario politico per ogni Distretto del territorio divenuto oggetto di bonifica e di colonizzazione

Tra il 1945 e il 1970 l'opera del legislatore jugoslavo fu particolarmente intensa.

La prima azione di attacco della struttura statale jugoslava sul popolo "sconfitto e diverso" fu sferrata avvalendosi dei "tribunali del popolo" e delle "foibe", le quali seminarono un terrore tale nella popolazione da creare rapidamente la "psicologia appropriata" voluta da Cubrilovic.

Lo Stato deve arrogarsi il diritto senza limiti di espropriare i beni mobili ed immobili degli espulsi e immediatamente dopo la loro partenza deve insediare al loro posto i propri coloni.

Nel XX secolo soltanto un paese abitato dal proprio popolo autoctono può garantire la propria sicurezza, è quindi nostro imperativo dovere comune non abbandonare posizioni strategiche di tale importanza in mano a un elemento ostile straniero. (…)

L'errore fondamentale dei nostri responsabili è stato dimenticare di trovarci nei turbolenti e insanguinati Balcani, e cercare di risolvere i grandi problemi etnici ricorrendo a metodi occidentali: mentre tutti i Paesi balcanici dal 1912 hanno risolto, stanno risolvendo, i problemi delle minoranze nazionali attraverso trasferimenti di popolazioni, noi siamo rimasti a lenti metodi di colonizzazione graduale.(8)

L'analogia di queste "strategie" con quelle che furono applicate nella Venezia Giulia e in Dalmazia dai capi comunisti jugoslavi nei confronti degli italiani, gli etnodiversi della situazione, è tanto evidente quanto impressionante.

E anche in questo caso l'obiettivo venne perfettamente raggiunto: furono infatti 350.000 coloro che, terrorizzati, lasciarono la propria terra.

Un esodo di proporzioni bibliche che testimonia l'efficacia e l'efficienza della pianificazione scientifica della pulizia etnica da un'area per 670 anni di tradizione romana e 580 veneziana, nella quale la cultura, l'architettura, la lingua, la storia e diversi censimenti, svolti prima dell'avvento del fascismo, testimoniano tutt'oggi ovunque l'italianità di quelle terre.

La lingua parlata stessa è un elemento vivo che testimonia le origini di questa regione, di cui i glottologi studiano le tante reliquie linguistiche, latine e post latine - di cui è rimasta traccia nel dialetto degli istriani e dei dalmati, esodati e rimasti - e la loro millenaria ed ininterrotta evoluzione.

Se infatti ripulirla dagli etnodiversi è stato "facile" e veloce, più difficile e complesso è risultato liberarsi della cultura maturata e sviluppatasi in secoli di storia in queste terre nonostante il tentativo di "pulizia culturale" che si sta ancora oggi tentando di portare a termine sia in Croazia che in Slovenia.

Nel suo testo, Cubrilovic, a dimostrazione della scientificità della sua azione, fece anche una sorta di studio di fattibilità della strategia, analizzando i costi dell'operazione, il ruolo delle diverse istituzioni, nonché le ipotesi di reazione internazionale.

La posta in gioco è tanto rilevante che non bisogna risparmiare denaro, e neppure vite.

Cubrilovic previde che nessuna potenza straniera sarebbe andata oltre una blanda manifestazione di indignazione per la sorte degli albanesi e così fu: tanto nel '37 così come negli anni '40 e '90.

Anche la guerra civile del 1990 nel Kosovo mostrò un'impressionante analogia di applicazione dei metodi e dei mezzi del manuale della "pulizia etnica", che, ancora una volta, ottenne "ottimi" risultati

D'altra parte Milosevic per mettere in pratica il suo piano,potè contare proprio su Vasa Cubrilovic in persona, il quale, in qualità di fidato consigliere del leader serbo, ricopriva anche in quest'occasione un ruolo di primaria importanza.

Dall'inizio della guerra nella ex Jugoslavia (1991), i massacri e le deportazioni compiute nel quadro delle varie "pulizie etniche" hanno provocato 200.000 morti. Alcuni calcolano in oltre quattro milioni e mezzo il numero complessivo dei profughi e degli sfollati dopo otto anni di guerra combattuta in Slovenia, Croazia, Bosnia e poi in Kosovo.

Nel 1995, anche a Srebrenica, alla fine della guerra in Bosnia, venne compiuto un eccidio da parte delle forze serbo-bosniache che sterminarono la comunità musulmana locale (più di 7.000 i morti). Nel 1998 prendendo a pretesto l'attività dell'Esercito di liberazione kosovaro (Uck), l'allora presidente jugoslavo Slobodan Milosevic aveva lanciato una sedicente campagna antiterrorismo che si era rivelata una vera e propria pulizia etnica. La popolazione della provincia era stimata in circa 2 milioni di abitanti, di cui 1.600.000 albanesi, 200.000 serbi e 200.000 di altre etnie (croati, bosniaci, rom, turchi). Il numero di profughi albanesi dalla provincia divenne altissimo, arrivando a  superare le 700.000 persone, che dovettero abbandonare le loro case per sfuggire alle violenze, agli stupri e alle stragi.

L'atto di accusa presentato nel maggio 1999 dal Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia contro Milosevic e altri esponenti per le violenze subite dalla popolazione albanese nel Kosovo, avvenuti fra il primo gennaio ed il 20 maggio 1999, parlava tra l'altro dell'omicidio di centinaia di persone. Il numero totale dei kosovari fuggiti dal loro paese dall'inizio della pulizia etnica nel marzo 1998 fino alla fine del conflitto, sulla base dei dati dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati (Unhcr), era diventato con la guerra di oltre 1,5 milioni. I flussi dei profughi si erano rivolti verso i paesi vicini, particolarmente in Albania (circa 450.000 persone), in Macedonia (245.000) in Serbia (60.000) e in Europa (120.000). Gli sfollati all'interno del Kosovo erano oltre 500.000.

Nella cultura slava è sempre esistita una forte componente nazionalistica.

Dunque non si tratta tanto di differenze culturali, quanto piuttosto della forte componente nazionalistica della cultura serba, che ha voluto forzatamente omogeneizzare un territorio attraverso l'espulsione o il massacro di elementi ritenuti indesiderabili attraverso l'ormai tristemente famosa formula della "pulizia etnica".(10)

Nel famoso memorandum dell'Accademia delle Scienze e delle Arti di Belgrado del 1986, il celebre scrittore nazionalista serbo Dorica Cosic, divenuto nel 1992 presidente della "Nuova Jugoslavia" di Slobodan Milosevic, dichiarò

la pulizia etnica è funzionale alla creazione di una grande Serbia (…) il successo di un'operazione militare è dato dall'eliminazione dal territorio delle popolazioni aliene

Ettore Mo, ricostruendo la meticolosa applicazione del manuale Cubrilovic nelle varie pulizie etniche realizzate dagli slavi, affermò:

il mondo dovrà lavorare per far capire ai serbi che l'attuazione di tali piani (manuale Cubrilovic) non è patriottismo, ma il più grande crimine che esista.(11)

La pulizia etnica

Lo studioso francese Michel Roux, professore di storia dei Balcani all'Università di Tolosa, nell'analisi del termine "pulizia" (ciscenje) individua un precedente nel manifesto bolscevico in cui Lenin, sorridendo sprezzante, spazza via dal mondo re, preti e capitalisti: "Il compagno Lenin pulisce la terra dai vermi". Da segnalare che in russo, come in serbo croato, il termine Cist' indica ciò che è pulito, puro e privo di contaminazioni. (12)


Molti storici hanno sostenuto, e continuano tuttora a sostenere, che le tragiche vicende della Venezia Giulia siano state la diretta conseguenza dell'occupazione italiana in Jugoslavia.

Secondo Giampaolo Valdevit non si trattò di "pulizia etnica" ma di "violenza di stato". Secondo la sua tesi, non c'era la volontà di cancellare la componente italiana. Le si offriva piuttosto una presenza subalterna, con qualche concessione culturale. Si voleva in sostanza cancellare tutto ciò che rappresentava lo Stato italiano, ma non il
popolo. Nella sua conclusione l'esodo degli italiani non fu il risultato della pulizia etnica, ma piuttosto il riflesso di un drammatico cambiamento sociale.


La comunità, ancora legata a condizioni culturali ed economiche tradizionali, vide irrompere nella vita di tutti i giorni la modernità, rappresentata dal potere statale comunista e l'esodo ha costituito il rifiuto di quel mondo ed è quindi stato frutto di una scelta.(13)


Stando alla documentazione disponibile e alle modalità di attuazione e di realizzazione di quella che Valdevit definisce "modernità, rappresentata dal potere statale comunista", è evidente che la tesi dell' "eccesso di reazione" o "furore popolare", sostenuta peraltro anche dalla commissione storica italo-slovena14 non è in grado di spiegare e giustificare quanto accaduto.

I crimini commessi, la loro dinamica e la loro pianificazione, fin nei più piccoli dettagli, non furono evidentemente un mero fenomeno reattivo, una risposta ai torti subiti durante il fascismo bensì l'applicazione, scrupolosa e fedele, di quanto teorizzato e pianificato da Cubrilovic nel suo manuale di "pulizia etnica".

L'eliminazione fisica dell'etnia italiana non era il fine della politica di Tito, ma il mezzo. Il più spietato, il più crudele, ma anche il più efficace strumento per reprimere ogni futura e probabile forma di dissenso all'egemonia slava in quelle terre.

Nello stesso manuale Cubrilovic, infatti, l'obiettivo citato non era quello di sterminare gli etnodiversi, ma quello di creare la "psicologia appropriata ad un esodo di massa". I massacri e le atrocità dovevano terrorizzare la popolazione al punto da costringerla a fuggire, così da poter aver la zona "bonificata" dall'etnia italiana.(15)

Da tutto ciò si evince che l'odio interetnico è stato volutamente alimentato e organizzato.

L'obiettivo militare nei conflitti etnici non è quello clausewitziano di conseguire una vittoria sulle forze avversarie, ma quello di acquisire il controllo etnico del territorio (…). Le priorità etniche e politiche hanno quindi condizionato spesso quelle strategico-operative.(16)

È forse per questo dunque che i titini si accanirono con maggior determinazione contro gli antifascisti italiani, piuttosto che contro noti esponenti fascisti, i quali potevano rivelarsi estremamente funzionali per rafforzare l'immagine stereotipata di italiano = fascista (da cui, dato che fascista = criminale, allora italiano = criminale) che essi stessi avevano tutto l'interesse a creare.

Lo stesso intellettuale antifascista gradese, Biagio Marin, rappresentante del Partito Liberale nel C.L.N., sottolineò che spesso

i fascisti più noti non vennero molestati e se arrestati furono rilasciati mentre invece tutti i possibili poli di aggregazione antifascista ma di sentimenti italiani o autonomisti (come a Fiume) furono decapitati in modo così rapido e capillare da escludere ogni possibile casualità.(17)


Le stragi, le deportazioni e le migliaia di persone infoibate altro non sarebbero quindi state che il macabro prezzo pagato da ogni stato dove il comunismo ha preso il potere.D'altronde le atrocità dei titini si manifestarono anche e soprattutto contro gli stessi slavi che non condividevano la politica del leader comunista. Lo schema utilizzato dai partigiani di Tito per liberarsi degli oppositori è infatti simile a quello adottato in tutti quegli stati dove il comunismo conquistò il potere. Significativo, a tal proposito, l'intervento di Ernesto Galli della Loggia:

E dunque non riescono a trovare ascolto milioni e milioni di vittime di questo secolo. Da Lenin a Pol Pot, dalle masse di contadini russi freddamente avviate alla carestia, alla deportazione e alla morte durante la collettivizzazione delle campagne, al genocidio inaugurato da Mao e proseguito tutt'oggi dalla Repubblica Popolare Cinese ai danni del popolo tibetano, non vi e' stata in pratica alcuna manifestazione storica del comunismo che non sia stata accompagnata da eccidi di uomini, donne e bambini inermi, dunque al di fuori di ogni possibile giustificazione di "guerra civile" (ammesso che per certi crimini una giustificazione possa mai esserci). (18)


Le tecniche di propaganda ampiamente utilizzate facevano tesoro delle indicazioni sulla psicologia delle masse elaborate all'inizio del secolo da Gustave Le Bon, il quale, in un suo saggio, aveva evidenziato con estrema chiarezza quanto le folle avessero bisogno di messaggi semplici e ripetuti.

Le immagini evocate nel loro spirito sono da essi scambiate per realtà.(19) Poiché la folla è impressionata soltanto da sentimenti impetuosi, l'oratore che vuole sedurla deve abusare di dichiarazioni violente. Esagerare, affermare, ripetere e mai tentare di dimostrare alcunché con il ragionamento.

Gli dei, gli eroi e i dogmi si impongono e non si discutono: quando si discutono svaniscono.

Analizzando le folle criminali Le Bon, citando l'esempio dei massacri francesi avvenuti nel 1792, affermò:

Non si sa bene chi ordinò o propose di svuotare le prigioni massacrandone gli ospiti. Sia stato Danton, come sembra probabile, o chiunque altro, ha scarsa importanza; la potente suggestione ricevuta dalla folla che compì il massacro è il solo fatto che ci interessa. L'esercito dei massacratori comprende all'incirca trecento persone e costituisce il campione perfetto di una folla eterogenea. A parte un piccolo numero di malviventi professionisti, è composto soprattutto da bottegai e da artigiani di varie corporazioni (…) Sotto l'influenza della suggestione sono perfettamente convinti di compiere un dovere patriottico. La loro funzione è duplice, di giudici e di boia, e non si considerano affatto criminali. Visto il gran numero di accusati, si decide dapprima che i nobili i preti, gli ufficiali, i servitori del re, vale a dire tutti gli individui la cui professione costituisce da sola una sufficiente prova di colpevolezza agli occhi del buon patriota, saranno massacrati in massa senza processo.

La dinamica fu identica. Il furore della folla eterogenea ed il massacro indiscriminato di innocenti anche.


1 V. Cubrilovic citato da A. Vascon, il Libro bianco, (Antonietta Vascon, animatrice del comitato "Triestine per la libertà" e profuga istriana).
2 Professore universitario, nato a Bosanska Gradisca nel 1897, aderì all'organizzazione nazionalista Giovane Bosnia nel 1937 e nel 1945 divenne ministro dell'agricoltura di Tito. Successivamente, divenne consigliere di Milosevic, carica che ricoprì fino alla sua morte, nel 1991
3 A. Petacco, L'esodo, Milano, A. Mondadori Editore, 1999, p. 35
4 M. Roux, in Europa e nuovi nazionalismi. I Balcani, L. Rastello (a cura di), Rivista Limes, Rivista Italiana di geopolitica 1-2/93, ivi, p. 2
5 Cubrilovic citato da M. Roux, Lo scenario bosniaco: pulizia etnica e spartizione territoriale, p. 34
6 Questa disposizione del manuale Cubrilovic è tuttora applicata in Kosovo, dove, secondo notizie Ansa e Agi, sull'onda degli scontri etnici religiosi più di 140 fra chiese e monasteri cristiani ortodossi, per lo più gioielli dell'architettura medioevale e migliaia di icone, oggetti liturgici e libri sacri, sono stati distrutti. Stessa sorte hanno seguito la Chiesa ortodossa di Obilic e tutti gli edifici religiosi serbi di Prizren (fra cui l'antico monastero di sant'Arcangelo). Contro il monastero di Vikosi decani (ovest) sono state lanciate addirittura bombe a mano
7 V. Cubrilovic citato da A. Vascon in Il libro bianco, cit.
8 Cubrilovic citato da M. Roux, Lo scenario bosniaco: pulizia etnica e spartizione territoriale, p. 39 Scheda Ansa, Pulizia etnica, tragico marchio guerra Balcani, 19/3/2004.
10 Gianfranco Lizza, Geopolitica itinerari del potere, ed. UTET.
11 E. Mo, Pulizia Etnica un piano studiato 60 anni fa, "Il Corriere della Sera", 4 maggio 1999.
12 L. Rastello, Europa e nuovi nazionalismi. I Balcani, Rivista Italiana di geopolitica 1-2 (1993), p.1.
13 D. Fertilio, Foibe 40 giorni che non finiscono, "Il Corriere della Sera", 9 aprile 2001.
14 Commissione istituita dai rispettivi governi per ricostruire la cruenta e controversa storia dei rapporti tra i due Paesi. Essa spaziò dal 1880 al 1956 e - caso senza precedenti - il testo venne sottoscritto - dopo
contrasti anche accesi proseguiti anche successivamente - da tutti i 14 storici (7 italiani e altrettanti sloveni) che componevano la commissione.
15 Come precedentemente era stato fatto con gli albanesi. In una cartina del 1937, allegata al testo di Vasa Cubrilovic, la regione di Nis, nel Kossovo, viene indicata con la dicitura "predeli ocisceni od Arnauta" - zone ripulite dagli albanesi (L. Rastello, Europa e nuovi nazionalismi, p.2).
16 Miles, La guerra delle etnie: strategie, tecniche, scenari, Roma, Limes, 1993.
17 G. Rumici, Infoibati, pp. 334-335.
18 E. Galli della Loggia, Il tabù storico della sinistra, "Il Corriere della Sera", 25 agosto 1996.
19 G. Le Bon, Psicologia delle folle, Milano, Oscar saggi Mondadori, 1980, p. 42.

Una lunga marcia della morte
Pagine di storia raccontate solo dopo 60 anni di silenzio

TRIESTE – Quante pagine di storia ancora ignoriamo perché mai scritte e raccontate? E quante di queste, seppur conosciute, vengono taciute per politiche d’opportunità? Può un eccidio di migliaia di persone attraversare ben 60 anni di colpevole silenzio storiografico per attendere di venire rivelato dal preciso benché amatoriale impegno di ricerca di una semplice associazione civile di volontari?

La storia solitamente la scrivono i vincitori che determinano il discrimine tra vittime e perseguitati. Ma a tanti decenni di distanza, così come il giornalista Giampaolo Pansa ha fatto per le esecuzioni dei fascisti o presunti tali del 1945 nell’Alta Italia, altre testimonianze si fanno strada. Spesso, nel corso della guerra e, purtroppo, negli anni successivi, le vendette incrociate sono state la regola, vittime e carnefici si sono scambiati i ruoli dipendentemente dalla sovranità sui territori e dalla politica, anche internazionale, del momento.

Ecco che 35.000 persone – domobrani, collaborazionisti e famiglie al seguito – assassinate in Slovenia nel ‘45 nei modi più truci ed efferati (anche a mannaiate o con coltelli e maceti) dai partigiani titini, trovano ora testimonianza storica e un momento di pietà.

Erano colonne di sbandati e sconfitti in marcia verso le postazioni degli Alleati che venivano riconsegnati, dopo il tentativo di riparare in Austria, agli stessi partigiani. Solo ora, nel 2005, ritrovano la dignità del riconoscimento di un martirio subito pur senza poter ricevere una degna sepoltura – visto che impossibile sarebbe dare identità a resti umani rinvenuti nelle centinaia di fosse comuni disseminate in tutta la Slovenia.

“Slovenia 1941-1948-1952. Anche noi siamo morti per la Patria – Tudi mi smo umrli za domovino” è il lavoro documentato, ora tradotto anche in italiano (mentre inizia anche la traduzione in lingua inglese) di quanto è emerso dalle indagini e dalle testimonianze raccolte dall’Associazione slovena per la Sistemazione dei Sepolcri tenuti nascosti durante il lavoro di mappatura dei “luoghi celati” dove trovarono orribile morte non solo ufficiali e sottoufficiali (presumibili prigionieri di guerra), ma anche famiglie intere di civili bollate come anticomuniste e, quindi, “traditori da liquidare”.

Agghiaccianti i pochi passi letti e commentati da Fausto Biloslavo che, in una gremita sala della Lega Nazionale d’Istria Fiume Dalmazia di Trieste, ha presentato la traduzione italiana del libro succitato alla presenza di due dei quattro autori del volume, e di Guido Deconi, promotore della traduzione italiana e della pubblicazione dell'opera.

La pulizia etnica – è stato detto durante la serata – di ispirazione ideologico-politica venne annunciata nel febbraio del ’43 (“…chi non dimostrerà interesse per il comunismo, verrà eliminato”) per raggiungere l’apice della ferocia nel maggio di due anni dopo: i prigionieri (soldati o civili che fossero, di svariate nazionalità) venivano, dopo la cattura, prima costretti spesso a insensati pellegrinaggi – i cosiddetti “percorsi della morte” – da un campo di prigionia all’altro, per poi, dopo aver vanamente sperato nella salvezza, finire uccisi nel più barbaro dei modi.

Ai prigionieri tedeschi era riservato il compito di raccogliere nei boschi le membra delle vittime massacrate per poi finire comunque uccisi o buttati nelle fosse comuni loro stessi.

Tanti i documenti, le foto e le testimonianze raccolte nel libro con lo scopo di dare almeno il riconoscimento del ricordo a quella che fino al 1989 veniva sotto voce chiamata la “generazione scomparsa”, ma di cui non era consentito parlare: troviamo così segnate su una mappa artigianale decine di fosse comuni risalenti al periodo della guerra (‘41-‘45), moltissime foibe e numerosissime fosse utilizzate nel primo dopoguerra, dal 1.mo maggio del ’45 in poi, fino, sembrerebbe, alla fine del ’49, anno in cui veniva varata la Costituzione jugoslava.

L’invito conclusivo del padrone di casa, l’avv. Paolo Sardos Albertini, in qualità di Presidente del Comitato per le Onoranze agli Infoibati a Basovizza, a condividere con i cittadini d’oltreconfine le commemorazioni delle vittime italiane e slovene di una stessa strategia, quella del regime, sembra voler auspicare al recupero di una memoria a lungo e da più parti negata verso il riconoscimento della verità.

Emilia Marino

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