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Cosa è accaduto in quei tragici mesi alla fine della seconda guerra mondiale? Perchè le Foibe, le deportazioni, il terrore titino? Di chi sono le responsabilità? Un'analisi di Paolo Sardos Albertini Presidente della Lega Nazionale che tanto scandalizza gli ultimi trinatriciuti difensori delle ideologie.

Il testo (del 2005) si conclude con una frase ancora oggi profetica: "per mezzo secolo è stato pressocchè proibito parlare di Foibe e di Esodo, oggi finalmente si può farlo a condizione però di non menzionare chi porta la responsabilità di quella tragedia, vale a dire il Comunismo."


Certi ambienti storico-politici, legati più direttamente al comunismo italiano alle sue attuali derivazioni avanzano la tesi secondo cui Foibe ed Esodo sarebbero da imputarsi a quella sorta di eresia comunista che ebbe a rappresentare il titoismo, una eresia che si sarebbe caratterizzata (specie nei suoi inizi) anche nel coniugare il marxismo-leninismo con il nazionalismo slavo.

Sarebbe stata appunto la presenza di questa seconda componente, il nazionalismo, a generare la politica di repressione degli Italiani, la violenza nei loro confronti, la loro cacciata costringendoli all'Esodo.

Il Comunismo avrebbe dovuto ispirare la "fratellanza" tra Sloveni, Croati e Italiani; la malefica presenza del nazionalismo fece sì che, al di là delle parole ufficiali, il regime di Tito si caratterizzasse come anti italiano.

Tesi, questa, sicuramente suggestiva ed allettante per chi voglia liberare il PCI, Togliatti ed i suoi epigoni da specifiche responsabilità nelle vicende ai danni degli Italiani della Venezia Giulia e Dalmazia.


C'è peraltro qualche non piccola perplessità che merita evidenziare.

C'è un'obbiezione di fondo:è proprio certo che coniugare marxismo-leninismo e nazionalismo sia operazione così eretica? In realtà già la scelta del "socialismo in un solo paese" andava a privilegiare il rapporto tra Comunismo e gli interessi di un solo Stato, l'Unione Sovietica, che diventava la nazione madre per i Comunisti di tutto il mondo. Proprio questo Stato, la casa madre del Comunismo mondiale, non esita a sbandierare la "guerra patriottica", a chiamare a raccolta tutti i valori della Nazione, quando appare necessario il farlo.

Al di là di ciò, la storia di tante realtà statuali comuniste è costellata di spinte nazionali, le cosiddette "vie nazionali al Comunismo" hanno finito con il costituire quasi una regola, certo più che semplici eccezioni.

La realtà vera è che la dimensione nazionale, quella che il Comunismo dei teorici pretendeva cancellare in nome dell'internazionalismo proletario, quella realtà della Nazione ha finito con il farsi sentire, e non poco, con il suo peso e la sua rilevanza . Forse è non meno significativo il fatto che, dopo l'89, dopo il dissolvimento per bancarotta storica del sistema comunista, ciò che emergerà dalle macerie del socialismo reale saranno la Religione e, appunto, la Nazione.

Tutto questo solo per esprimere serie perplessità sull'affermazione secondo cui l'eresia titoista sarebbe consistita nella presenza del nazionalismo.

Oltretutto, nel periodo che stiamo considerando, nella primavera del '45, il Maresciallo Tito non è ancora un eretico, egli all'interno del Kominform risulta anzi uno dei leader di stretta e rigorosa fedeltà staliniana. La rotture Stalin - Tito si realizzerà più tardi, nel '47, su delle concrete ragioni di potere, piuttosto che su astratte tematiche di principio: la pretesa di Stalin di gestire la realtà balcanica ed il rifiuto di Tito di soggiacere a tale gestione.

Di fatto, il Comunismo jugoslavo, così come realizzato da Tito, era piuttosto una delle forme di Comunismo più estranee al nazionalismo se è vero che andava a mettere insieme una serie di nazioni non solo diverse (Serbi, Croati, Sloveni e altri), ma anche segnate da lunghe vicende conflittuali e da odii sovente sanguinosi. Tito, in tale situazione, tutto poteva fare meno che giocare la carta nazionale; il suoi obbiettivo era lo stato multietnico e, al di là delle diverse nazionalità, non aveva una nazione jugoslava cui fare riferimento (la precedente Jugoslavia, il Regno di Re Pietro era stato in realtà uno strumento nelle mani dei Serbi per controllare le altre etnie).

Una seconda serie di obbiezioni, a tale tesi del comunismo di Tito come eresia nazionalista, è di carattere temporale.

Nella primavera del '45 gli uomini di Tito e quegli di Togliatti sono sulle stesse identiche posizioni. Già durante le guerra i partigiani comunisti italiani operavano in piena sintonia con quelli sloveni e croati: combattevano non solo contro i nazi-fascisti, ma erano anche insieme nel massacrare, come alla Malga di Porzus, quei partigiani italiani che comunisti non erano.

In realtà gli uomini di Togliatti e quelli di Tito erano pienamente concordi nel perseguire, attraverso lo strumento della Resistenza, l'obbiettivo della Rivoluzione Comunista.

Sicchè ben si spiega l'invito pubblico di Togliatti ai Triestini, nel maggio '45, affinché accogliessero da liberatori e fratelli gli uomini del Maresciallo Tito, proprio quei "liberatori" che nei quaranta giorni successivi infoibarono migliaia e migliaia di Triestini.

Ed in questa piena sintonia, all'epoca, tra comunisti jugoslavi e comunisti italiani rientrerà anche la vicenda - portata recentemente alla luce da Giampaolo Pansa - dei circa due mila comunisti monfalconesi, operai dei Cantieri, che nel '45, in una sorta di controesodo, lasciarono l'Italia per trasferirsi in Jugoslavia, a Pola ed a Fiume, per offrire il loro contributo alla edificazione del Comunismo. La loro scelta risulta oltremodo indicativa per capire quali fossero i rapporti di sintonia tra i due Comunismi, in quel 1945.

Sarà solo dopo il '47, dopo che Stalin avrà scomunicato Tito, che anche i Comunisti italiani prenderanno le distanze dall'uomo di Belgrado, magari accusandolo di eresia nazionalista, magari (ma solo molto, molto più tardi,) per imputare a lui i misfatti delle Foibe e dell'Esodo dei trecentocinquantamila italiani dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia.

Ed i poveri comunisti monfalconesi? Loro, fedeli sempre e comunque a Stalin, finiranno nei gulag jugoslavi e, quando finalmente negli anni '50 potranno fare ritorno in Italia, si troveranno con l'ordine del PCI di non parlare della loro triste e surreale vicenda, perchè avrebbe creato un qualche imbarazzo per il partito: da bravi comunisti (per Guareschi forse "trinariciuti") tale ordine lo rispettarono sicchè bisognerà arrivare ai nostri giorni perchè Giampaolo Pansa scopra tale assurda e triste vicenda, dandole adeguata pubblicità e rilievo.

Nell'ambito di questa analisi dei rapporti tra comunisti italiani e comunisti jugoslavi meriterebbe dedicare una qualche attenzione alle vicende degli Italiani "rimasti" nella Jugoslavia, rimasti proprio perché comunisti (altri scelsero di rimanere per motivi di ordine diverso), all'organismo loro dedicato messo in piedi dal regime di Tito(Unione degli Italiani dell'Istria e di Fiume) ed al suo ruolo di cinghia di trasmissione nei confronti del regime, ma anche di strumento di controllo del gruppo etnico italiano.

In questa realtà degli italiani "rimasti" quali furono gli effetti della rottura Stalin - Tito? E quanto delle successive "delusioni" va attribuito al fattore nazionale? In sostanza furono delusi dal comunismo titoista in quanto Italiani oppure in quanto Comunisti? Infine: la loro successiva uscita dal Comunismo si realizzerà passando - come sostiene Giuliano Ferrara - passando attraverso la porta dell'anticomunismo, o semplicemente puntando sull'altrui oblio?

Sarà il caso che, prima o dopo, qualcuno affronti in maniera adeguata tali problematiche. Potrà forse costituire un contributo non marginale ad affrontare in maniera non equivoca e non reticente, l'annosa questione dei rapporti tra "rimasti" ed esuli.

Oltre alle pubblicazioni di molti storici, che hanno fatto conoscere al mondo le tragiche vicende sull’argomento, nonché la giornata del 10 febbraio, ufficializzata come data del ricordo, per le migliaia di vittime gettate nelle foibe, resta il fatto, che solo da pochi anni si conoscono certi particolari più oscuri. E’ proprio su questi punti che c’è bisogno di aprire le pagine della storia.
Tra le tante foibe sparse nell’altipiano carsico, e le voragini più note, Basovizza in primis, vi sono altre minori, non di minor importanza, e mai rese note ufficialmente, nemmeno nell’archivio delle grotte, che nascondono altri crimini efferati. Con questi eccidi, i comunisti specie locali in accordo coi titini, poterono risolvere la presunta “vendetta” di chi sa quali immani crimini commessi da civili, attraverso una epurazione nella zona tra Gorizia, Monfalcone e Trieste, durata mesi, sotto il silenzio degli alleati, il caos postbellico, e mancanza totale di testimoni, di giornali e tv come oggi.


Costituisce una variabile della tesi incentrata sul conflitto etnico, nel senso che individua sempre come protagonisti gli Slavi , in quanto tali, ma pone l'accento sul giustificare, sul legittimare il loro, operato.

I "titini" - sostengono taluni - massacrarono, infoibarono, terrorizzarono, ma tutto altro non era che la (giusta?) reazione per quanto fatto dagli Italiani, dai fascisti a danno delle popolazioni slave della Venezia Giulia.

In tale impostazione vengono quindi evocati veri o presunti crimini degli Italiani, si citano dossier approntati dal Maresciallo Tito per contrastare le accuse nei suoi confronti, si scoprono campi di detenzione di Sloveni e Croati in Italia durante la guerra.

La base di questa interpretazione è costituita, in buona sostanza, dal ritenere la vendetta non solo una attenuante, ma addirittura una giustificazione, se non addirittura un merito.

Gli Italiani, i fascisti avevano commesso violenze e soprusi a danno degli Slavi? Era quindi giusto (magari doveroso) che questi a guerra finita regolassero i conti a danno degli Italiani.

Il fatto è che quello della vendetta, del regolamento dei conti è un criterio che forse riguarda le popolazioni barbariche, proprio perché barbariche, ma non può trovare legittimazione alcuna tra popoli che siano civili.

Dopo i tragici quaranta giorni dell'occupazione di Trieste, quando il 12 giugno 1945 i Titini lasciarono la città, gli Italiani che avevano visto migliaia di loro fratelli assassinati in poche settimane, avrebbero dovuto - a seguire tale logica - scatenarsi nella caccia allo Slavo, dare vita a veri e propri pogrom nei confronti degli Sloveni presenti nel territorio di Trieste, bruciare i loro negozi, distruggere le insegne, assaltarne le case. E invece niente di tutto questo ebbe a succedere. E nessuno se ne meravigliò perchè tra le popolazioni civili il diritto alla vendetta non esiste.

Nei mesi e negli anni successivi decine e decine di migliaia di Istriani, Fiumani e Dalmati arrivarono nella città di San Giusto accolti nei campi profughi dopo esser stati cacciati, ad opera degli "Slavo-comunisti", dalle proprie case, dalle proprie città. Costoro avrebbero anch'essi potuto abbandonarsi alla vendetta contro gli Sloveni di Trieste e del circondario, i quali - tra l'altro - cercarono di ostacolare in tutti i modi la costruzione di case per i profughi nei dintorni di Trieste, finendo con il protrarre la permanenza degli Esuli nei campi di raccolta.

E neppure ciò ebbe a succedere; nei campi dei profughi, nessuno, neppure i più facinorosi si sognò di organizzare spedizioni punitive per "regolare i conti", per vendicarsi delle violenze subite e delle ingiustizie di cui continuavano ad essere vittime.

La verità - vale ribadirlo - è che invocare la vendetta, come motivazione dell'operare dei popoli, è argomento valido solo per chi sia abituato a muoversi in una logica di pura e semplice barbarie. E un argomento che, prima ancora di essere falso, risulta degradante per chi ne fa uso, nonchè profondamente offensivo per i popoli (in questo caso Croati e Sloveni) cui si intende riferirlo quale "giustificazione" del loro operare. La tesi "giustificazionista" ha infatto il senso vero e profondo di marchiare i popoli Sloveno e Croato come profondamente barbari.. E' questa l'intenzione degli storici (o pseudo tali), dei politici, dei polemisti sostenitori del giustificazionismo?

Il fatto è che l'impulso alla vendetta può esser un impulso (comunque riprovevole) per i singoli individui, ma non può costituire motivazione per collettività intere, per popoli e genti.

Meno che mai può rappresentare una scelta operativa per una realtà statuale. Gli Stati possono farne tante di atrocità, possono ben combinarne di tutti i colori, ma non è pensabile che abbiano a praticare la vendetta.

Nel '45 era uno Stato, quello jugoslavo, che infoibava e terrorizzava popolazioni civili. Il tutto senza più alcuna motivazione bellico-militare , perché la guerra era oramai finita. Foibe e terrore erano realizzati, da organi statuali, non per delle supposte e sterili motivazioni di vendetta, bensì per delle ragioni ben diverse e con degli obbiettivi molto, molto più razionali.


E' la tesi che, al momento, forse va per la maggiore, quella che ha trovato manifestazione piena anche nel recente lavoro cinematografico "Il cuore nel pozzo", prodotto e proiettato (con enorme successo) dalla Radio Televisione Italiana.

Nelle oltre tre ore di programmazione la chiave di lettura proposta ( al di là della vicenda personale) risulta fondamentalmente una sola: Slavi contro Italiani, Italiani contro Slavi.

Ma è certo che sia stato proprio così?

In primo luogo, quanto è corretto parlare genericamente di "Slavi"? E' lecito cioè mettere in un unico calderone sloveni e croati, serbi e macedoni, bosniaci e montenegrini?

Sono domande non del tutto peregrine ove si tenga conto di come, neppure mezzo secolo dopo quel '45, la Jugoslavia costruita da Tito è scoppiata in un sanguinoso conflitto etnico che ha visto contrapporsi, negli eccidi e nelle violenze più inumane, quei diversi gruppi nazionali che si pretenderebbe qualificare indistintamente come "Slavi".

E, per restare a due delle etnie più direttamente coinvolte nelle vicende che stiamo analizzando, vale a dire Sloveni e Croati, tanto poco sono omologabili se è vero, come è vero, che nell'Europa del terzo millennio l'unico confine sul quale ci si spara è proprio quello che corre tra la Repubblica di Slovenia e quella di Croazia, a Sicciole non meno che nel Golfo di Pirano.

Se la realtà delle diverse etnie slave risulta così diversificata (ed anche conflittuale), appare chiaramente inverosimile il richiamo ad un generico "orgoglio slavo" (come appare nel film della RAI) per dare spiegazione dell'operato degli infoibatori.

Tale osservazione legittima già dei dubbi sulla fondatezza della tesi del conflitto etnico: tra Italiani e Sloveni? tra Italiani e Croati? tra Italiani e Serbi? tra Italiani e le diverse altre etnie della ex-Jugoslavia? Evidentemente le variabili sono troppe da far risultare difficilmente credibile tale lettura esclusivamente etnica di queste vicende.

Vi sono però delle considerazioni che generano non dubbi, ma la certezza della infondatezza di tale tesi.

La prima e fondamentale considerazione: il "terrore titino" nella primavera del '45 ha sicuramente provocato migliaia e migliaia di vittime tra gli Italiani della Venezia Giulia e Dalmazia, ma è innegabile che gli stessi uomini di Tito, nello stesso periodo, hanno massacrato un numero ancora maggiore di Sloveni e di Croati. A dimostrazione indiscutibile che non era quella etnica la motivazione che guidava il loro agire criminale.

E ancora: è pacifico che nell'indurre all'Esodo gli Italiani dell'Istria, specie di quella interna, specie dei piccoli centri, un ruolo importante lo ha svolto la persecuzione religiosa. In quelle piccole realtà l'avvertire che la pratica religiosa poteva costituire motivo di repressione e comunque era oggetto di controllo politica, tutto ciò venne a costituire un motivo "forte" di incertezza, di timore per cosa sarebbe successo, di motivazione per lasciare tutto e cercare scampo in Italia. E' chiaro - per chiunque valuti con onestà i termini della questione - che è assolutamente impensabile che siano stati i Croati o gli Sloveni, in quanto tali, a mettere in atto tale strumento della persecuzione religiosa a danno degli Italiani. Se proprio avessero voluto attivare tale strumento, avrebbero costretto gli Italiani ad andare a Messa tre volte al giorno, piuttosto che ostacolare il loro accesso alle Chiese.

E poi le violenza contro il Vescovo, quelle contro sacerdoti, le uccisioni di questi ultimi (si pensi per tutti al martirio del Servo di Dio don Bonifacio), tutto ciò appare assolutamente non compatibile con il tasso di religiosità - notoriamente più che elevato - dei popoli Croato e Sloveno

E' la conferma che non era la croaticità o la slovenità a muovere le mani assassine degli infoibatori. E, di contro, non era quindi esclusivamente l'italianità a segnare il sacrificio degli infoibati.

Infine un'ultima considerazione, forse di minor rilievo, eppure non priva di significato. Il potere jugoslavo, il sistema titino si proponeva con un organismo politico, l'Unione Antifascista Italo Slovena - UAIS, e lo slogan sbandierato ad ogni piè sospinto era quelle della "fratellanza" italo - slovena". Vale a dire che - almeno per quanto riguardava il loro auto presentarsi - gli uomini di Tito non proclamavano in alcun modo l'orgoglio slavo contro l'arroganza italiana, bensì l'armonia e la collaborazione tra le due etnie.

La conclusione di questa fase della nostra analisi sembra possa essere questa: una lettura dl "terrore titino" in chiave esclusivamente etnica non po' in alcun modo soddisfare, perché troppi sono i dati che con essa contrastano e che rimandano necessariamente ad una spiegazione altra e diversa.

Certo, un conflitto tra Slavi e Italiani c'era stato e c'era, un conflitto che aveva una origine ben precisa: la politica cinica e criminale degli Asburgo che, dopo il 1866, alimenta un contrasto drammatico tra delle popolazioni che, per secoli, ai tempi di Venezia avevano vissuto in pace ed armonia.

Gli Asburgo fecero nascere tale conflitto quale strumento per contenere e contrastare il gruppo etnico italiano, recalcitrante e contestatore. La scelta della dinastia di Vienna, in nome del "divide et impera", servì a loro ben poco, visto che hanno fatto la fine a tutti ben nota. In compenso, alle popolazioni di queste terre, costò enormemente in termini di violenze, di odii, di morte.

Un conflitto etnico dunque c'era stato, prima e dopo la prima guerra mondiale, il conflitto fu continuato ed amplificato durante il fascismo e sicuramente era ben presente negli animi, sia degli Italiani che degli Sloveni e dei Croati, anche nella primavera del '45.

Ma il suo ruolo fu solo quello di comprimario, di strumento usato, con scientificità e lucidità, da altro soggetto ed ad altro livello.

Per taluni la vicenda drammatica della primavera di sangue del '45 trova la sua spiegazione nella esplosione di moti spontanei di violenza popolare.

Sarebbe stato, in sostanza, il puro e semplice manifestarsi di una violenta affermazione di classi, di categorie, di persone a danni di quanti erano ed erano stati avvertiti come oppressori.
Un fenomeno che trova la sua classificazione storica sotto il termine "jacquerie" e che sovente si accompagna alla sua sottospecie rappresentata dalla pura e semplice vendetta personale e magari al cogliere l'occasione per attuare qualche lucrosa ruberia. I più dotti possono parlare del conflitto città - campagna, i più prosaici di questioni di corna o di beghe ereditarie regolati con il sangue.

Certamente tale interpretazione ha una sua qualche parte di verità, ma è egualmente certo che non riesce a dare spiegazione adeguata e completa di quanto accaduto.
Viene infatti a contrastare con alcuni dati oggettivi: in primo luogo il manifestarsi del "terrore titino" in zone diverse e non omogenee; inoltre il fatto che gli infoibamenti, gli eccidi presentino dei connotati di organicità, di scientificità che nulla hanno acchè fare con lo spontaneismo di esplosioni incontrollate di violenza popolare.

E ancora: le violenze di questo tipo hanno di regola quale obbiettivo il potere costituito. In queste nostre vicende, viceversa, il potere costituito era quello jugoslavo (siamo infatti già a guerra finita) che non solo non risulta vittima di tale esplosione di violenza, ma anzi ne è quantomeno spettatore compiaciuto, se non addirittura esplicito regista.

In realtà tale interpretazione storica appare avere sicuramente una certa dose di fondamento, ove la si applichi a quanto successo in Istria dopo l'8 settembre '43, con il primo comparire degli infoibamenti, e prima che i Tedeschi riprendano il controllo del territorio.

Non sembra viceversa convincente, questa lettura in termini di "jacquerie", quando si voglia cercare una spiegazione del terrore del maggio '45, nelle diverse situazioni territoriali nelle quali si è palesato.

In quella primavera di sangue, a guerra finita, vi furono certamente anche delle vendette personali, vi furono anche le ruberie a danno del vicino, le manifestazioni di quella bestiale criminalità che alberga nell'animo umano, ma basta tutto ciò a rendere ragione di tutto quanto successo a Trieste come a Gorizia, in Istria come a Fiume e come in Dalmazia?

E, se si trattava solo di esplosione spontanea di violenza individuale o collettiva, come si spiega che in nessun modo questa violenza risulti repressa e punita dalle autorità costituite?

Il fenomeno ha di certo avuto dei connotati che non trovano spiegazione in tale lettura dei fatti. Non basta parlare di "jacquerie" o di conflitto città-campagna per dare una convincente spiegazione del "terrore titino" .

"Terrore titino"? La formulazione del tema di questo Convegno può apparire, oggi, a distanza di sessanta anni, forse un po' troppo carica ed eccessivamente a forti tinte. Magari, parlare di "terrore", può sembrare frutto di quella passione politica che animava gli animi di allora, ma che oggi , trascorsi tanti decenni, risulta sicuramente datata ed anacronistica.

Ci sono però dei dati oggettivi, non emozionali, che giustificano l'uso proprio di questo termine così forte, dei fatti che testimoniano di come, quanto successo nelle primavera del '45, in queste terre, meriti propriamente, a pieno titolo la definizione di "terrore".

Lo scorso anno, nell'ambito delle celebrazioni per il 50° del ritorno di Trieste all'Italia, sono state proposte innumerevoli immagini, fotografiche o cinematografiche, della popolazione di Trieste in quelle giornate dell'autunno 1954: quei volti, di uomini e di donne, di vecchi e di bambini, di ragazzi e di ragazze, tutti ciò che esprimevano con assoluta evidenza era una esplosione incontenibile di gioia, una felicità traboccante che portava sovente alle lacrime. Gioia e felicità che avevano, in realtà, una chiara chiave di lettura, una radice ben precisa. Trieste, sotto quella gelida pioggia del 26 ottobre 1954, usciva finalmente da un lungo tunnel, viveva quasi incredula la fine di un vero e proprio incubo durato ben lunghi nove anni. L'arrivo dell'Italia, dei soldati d'Italia dava la certezza che ormai c'erano loro a difendere la città di San Giusto. Finalmente non ci sarebbe stato più bisogno di chiedersi, con angoscia e con terrore: "E se tornano i Titini? E se ricominciano quegli orrori dei 40 giorni della primavera '45?".

Perché il maggio '45 per i Triestini, non meno che per i Goriziani, per gli Istriani, per i Fiumani, per i Dalmati, ha sicuramente costituito una vera e propria esperienza traumatica, tale che solo il termine "terrore" può adeguatamente descriverla.

In quella primavera di sei decenni or sono nel resto d'Italia, e in tanta parte d'Europa, si festeggiava comunque la fine della guerra, l'avvento della pace. Le genti Giulie, viceversa, vivono l'esperienza di una nuova presenza straniera (gli Slavi) che si era proposta come seminatrice di morte e di violenze, che "rubava" nottetempo le persone ai propri cari per poi farle scomparire; e ciò riguardava i nemici o gli ex nemici dei nuovi occupatori (i tedeschi, i fascisti), ma ancor prima coloro che in teoria erano i loro alleati (gli uomini del C.L.N.) e soprattutto tante, tante persone che poco o niente avevano acchè fare con le vicende della lotta politica.

In definitiva una macchina crudele, connotata da una forte dose, almeno apparente, di irrazionalità e di non prevedibilità. Nessuno, o almeno ben pochi, poteva dire a se stesso "non ho fatto niente e quindi niente può succedermi". Nessuno, o almeno ben pochi, poteva sentirsi tranquillo e sicuro.

Crudeltà, irrazionalità, imprevedibilità: sono questi gli ingredienti tipici per costituire quel cocktail che deve, tecnicamente, essere definito come "terrore".

Un'esperienza che, vissuta per poche settimane, a Trieste come a Gorizia, segnerà tuttavia per anni, forse per decenni, l'animo, la psiche delle genti di queste città. Un'esperienza che, nella vicina Istria, a Fiume, in Dalmazia svolgerà un ruolo determinante nell'indurre trecento e cinquantamila Istriani, Fiumani, Dalmati a scegliere la strada dell'Esilio, ad abbandonare tutto, case, attività cimiteri pur di sfuggire da tale realtà.

"Terrore" è del resto un termine storicamente qualificato, perché rimanda alle vicende della Francia rivoluzionaria, a quei non molti mesi durante i quali gli uomini di Robespierre attuarono un sistema di violenza e di intimidazione che tenne sotto minaccia non solo avversari (nobili e monarchici), ma anche alleati ed amici del giorno prima (i girondini di Danton) e soprattutto i cittadini qualsiasi, le persone comuni, i semplici spettatori delle vicende della politica, tutti in balia della più oscura ed anonima delle delazioni, tutti a rischio di ghigliottina.

"Terrore giacobino" allora, "terrore titino", da noi, nella primavera del '45. A realizzarlo era stato quel sistema politico-militare-statuale che trovava espressione negli uomini del Maresciallo Tito e che stava edificando la nuova Jugoslavia, comunista e multietnica, di certo uno dei nuovi stati che - dopo Yalta - andavano formandosi nell'Europa dell'Est, eppure una realtà politico-statuale con delle sue precise specificità.

"Slavo-comunisti" venivano definiti nella corrente terminologia politica triestina, una formula che all'epoca era certamente ben espressiva, ma che forse negli anni ha rischiato di produrre qualche equivoco e di generare più ombre che luci. Ad essi si opponeva il cosiddetto "partito italiano", in quella sorta di bipolarismo implicito che la realtà della terza guerra mondiale (la cosiddetto "guerra fredda") aveva generato: gli slavo comunisti erano coloro che guardavano alla Jugoslavia come modello di realizzazione di un rivoluzione per una società più giusta; gli altri, il partito italiano guardavano all'Italia, all'Occidente, come scelta di libertà e di democrazia, come rifiuto del Comunismo in genere, di quello jugoslavo in particolare.

Questi due schieramenti saranno i protagonisti della politica giuliana per tutti gli anni successivi al '45 e continueranno ad esserlo, a svolgere un qualche ruolo (pur con tutti i mutamenti del caso) sostanzialmente fino allo storico '89, quando si assisterà allo sfacelo del Comunismo, prima, e poi alla dissoluzione (in un mare di sangue di violenze etniche) della stessa Jugoslavia.

Degli slavo-comunisti resterà ancora qualche patetico epigone a riesumare nel Carso triestino, in occasione del 1° maggio, le bandiere bianche-rosse-blu con la stella rossa o a far comparire, nel Goriziano, patetiche scritte nostalgiche del Maresciallo Tito. Si tratta comunque di fenomeni che appartengono più alla dimensione della patologia psichica che a quella della politica o della storia.

Il "terrore titino" è stata dunque una vicenda vera e reale, importante e ben meritevole di venire non solo ricordata, ma anche analizzata.

Lo scopo di questo Convegno vuole essere quello di cercare delle risposte, di capire "cosa" sia allora successo, di chiarire "perché" sia successo, di dare piena ragione di chi siano stati i protagonisti di tale vicende e quali ruoli abbiano svolto.

Una prima ipotesi di lavoro aveva previsto, quale titolo di questo Convegno, "Foibe, Infoibati, Infoibatori", nelle convinzione che un tipo di analisi incentrata sui protagonisti (carnefici e vittime) già avrebbe aiutato a capire il senso vero e profondo di quanto accaduto.

Poi si è preferito spostare l'attenzione su una ricerca finalizzata non sui soggetti, ma sul dato geografico; verificare come il "terrore titino" si sia manifestato in luoghi diversi: a Trieste ed a Gorizia, in Istria ed a Fiume ed in Dalmazia.

Il fenomeno analizzato è lo stesso (il terrore titino), l'epoca è grosso modo la medesima (la primavera del '45), le aree geografiche prese in considerazione, le relative situazioni storico-politiche presentano invece non poche diversità. Questo coesistere di elementi analoghi e di altri diversi potrà costituire un metodo valido di analisi. L'augurio è che, alla fine, ne derivi un aiuto alla comprensione, almeno un embrione di risposta a quei tre quesiti sopra ricordati: cosa è accaduto? perché è successo? chi ne porta la responsabilità?

* * * * *

La ricerca, l'analisi secondo tale metodologia per così dire geografica verrà proposta nelle successive relazioni.

Questo mio intervento vuole avere piuttosto un carattere preliminare ed introduttivo, finalizzato cioè ad analizzare le diverse chiavi di lettura, le diverse ipotesi interpretative che vengono proposto o suggerite quando si cerchi di darsi una ragione di tale "terrore titino".

C'è una finalità morale di fondo, in tale ricerca, ed è la volontà di evitare che un nuovo oltraggio venga commesso ai danni di quelle migliaia di povere vittime: allora, nel '45, patirono la violenza del sangue, poi per lunghissimi decenni subirono l'oltraggio del più vergognoso degli oblii. Oggi c'è il rischio che di quella tragedia si possa sì parlarne, ma a condizione di nascondere la verità vera, di coprire le responsabilità reali, di "salvare" di fronte tribunale della storia chi viceversa merita la più tassativa delle condanne .

Ecco dunque il proposito di tale ricerca: ricordare sì, ma anche capire.

Solo quando avremo capito, e fatto capire, chi realmente porta le responsabilità di quel "terrore", di quei crimini, di quella tragedia, solo allora sarà possibile dire che si sono regolati i conti con la Verità e con la Giustizia.

Cosa è accaduto in quei tragici mesi alla fine della seconda guerra mondiale? Perchè le Foibe, le deportazioni, il terrore titino? Di chi sono le responsabilità?
L'analisi di Paolo Sardos Albertini presentata al convegno del 20 e 21 aprile 2005


- Introduzione

Cosa è accaduto in quei tragici mesi alla fine della seconda guerra mondiale? Perchè le Foibe, le deportazioni, il terrore titino? Di chi sono le responsabilità?

- L'ipotesi "jacquerie"

Per taluni la vicenda drammatica della primavera di sangue del '45 trova la sua spiegazione nella esplosione di moti spontanei di violenza popolare.

- Il conflitto etnico tra Slavi ed Italiani

Il conflitto etnico, creato ad arte dagli Asburgo, è solo in minima parte la scintilla del "terrore titino".

- La tesi "giustificazionista"

I titini infoibarono per vendicarsi di ciò che avevano fatto i fascisti? Invocare la vendetta, come motivazione dell'operare dei popoli, è argomento valido solo per chi sia abituato a muoversi in una logica di pura e semplice barbarie.

- Il "titoismo" come eresia comunista

Fu il nazionalismo a deviare il "sano" comunismo di Tito? No, nel 1945 Tito e Togliatti erano allineati con Mosca

- Il ruolo del Comunismo

Ai confini orientali d'Italia il conflitto preesistente non era quello di classe o quello religioso, era piuttosto quello etnico, tra Italiani e Slavi. Ed i Comunisti provvedono a gestirlo, a "cavalcarlo". Il tutto in piena armonia tra Comunisti di Togliatti e Comunisti di Tito.

Cosa sono stati i 40 giorni di occupazione jugoslava di Trieste alla fine della seconda guerra mondiale.

da "Il Piccolo" 4 maggio 2005 di Roberto Spazzali

Quattro persone che facevano parte del corteo rimasero uccise dal fuoco dei soldati jugoslavi, oltre quaranta furono portate in ospedale ferite

Pallottole sulla folla, e il selciato di via Imbriani si tinse di rosso

Il 5 maggio 1945 la guerra non si era ancora allontanata dalla Venezia Giulia. A pochi chilometri dal capoluogo giuliano si combatteva: a San Pietro del Carso stava trincerato il 97° Corpo d'Armata del generale Kuebler, ora subordinato al Gruppo d'Armate E del generale Loehr, di stanza a Zagabria.

Nella periferia di Trieste i combattimenti erano cessati due giorni prima, ai quali aveva fatto immediato seguito l'assunzione dei poteri da parte del generale Dušan Kveder, affiancato da Giorgio Jaksetich e Franc Štoka, leader indiscusso dell'Osvobodilna Fronta. A Trieste e a Gorizia subito erano state organizzate le manifestazioni, uniche ammesse, inneggianti Tito e l'annessione alla Jugoslavia.

UNA CITTA’ DIVISA. Tito aveva avanzata una formale richiesta al generale Alexander con la quale chiedeva il ritiro angloamericano dal territorio della Venezia Giulia: dal 3 maggio Trieste è divisa al suo interno da una sorta di linea di demarcazione: il porto e il lungomare urbano, separati dal resto della città col filo spinato, sono controllati dai Britannici, il rimanente agli Jugoslavi.

In questo clima maturano i «fatti del 5 maggio», in una combinazione di episodi, casualità e coincidenze.

Il 3 maggio la città aveva visto una prima manifestazione, pomeridiana, filojugoslava, animata tanto dalla popolazione delle contrade periferiche, quanto da quella dei rioni operai. Nella stessa giornata alcuni gregari del Cln e della brigata azionista «Pisoni», guidati dal dott. Callipari, che tre giorni prima aveva occupato e difeso il Palazzo del Governo, si radunano in piazza Garibaldi per dare vita a una manifestazione, bandiera italiana in testa, Il corteo s'ingrossa lungo la via ma viene intercettato da militari jugoslavi alla cui reazione si sbanda disperdendosi.

5 MAGGIO: IL GENERALE CLARK A TRIESTE. Nel corso della mattina del 5 maggio si sparge la voce di una manifestazione italiana in Piazza dell'Unità: effettivamente in piazza si stava svolgendo una manifestazione di donne e lavoratori italiani ma appartenenti alle organizzazioni filojugoslave.

Proprio là una folla consistente si è formata in piazza dell'Unità e fa da argine, più che da ala, ai manifestanti filojugoslavi. Qualcuno inizia a scandire il nome di «Italia». Secondo una versione una donna allora annodò un fazzoletto tricolore italiano al collo di un soldato neozelandese e questi venne issato sulle spalle di alcuni giovani che si diressero, seguiti da altra gente, verso l'Hotel de la Ville, dov'era installato il comando della 9th Brigade neozelandese.

Su quanto accadde davanti all'albergo ci sono alcuni documenti fotografici e cinematografici assai interessanti: in una serie di fotografie scattate da operatori britannici si vede una piccola folla davanti l'ingresso e in mezzo a essa una bandiera italiana. Nelle sequenze successive si può notare l'uscita dall'edificio del generale Mark Wayne Clark, comandante della V Army US, accompagnato da ufficiali britannici, che allarga le braccia come se volesse aprire la folla. Clark era a Trieste dal giorno prima. Non è un generale qualsiasi, ma colui che aveva liberato Roma.

In un breve spezzone cinematografico si vedono distintamente le seguenti sequenze: alcune persone tracciano indisturbate delle scritte filojugoslave sulla facciata dell'albergo; una sentinella neozelandese li osserva. Poi le immagini si fanno più mosse e frettolose. L'operatore non riesce a tenere l'obiettivo su una sola inquadratura, per cui decide di riprendere tutto quanto vede. Così entrano in sequenza: alcuni soldati jugoslavi che imbracciano fucili e mitragliatrici e in lontananza delle persone in abiti civili che si allontanano a passo svelto in direzione di corso Cavour. Cambia bruscamente la scena e l'operatore inquadra, distante e alle spalle, due individui che si allontanano con passo deciso verso piazza d'Unità: uno dei due stringe in mano qualcosa che sembra una bandiera italiana. Come se l'assembramento fosse stato sciolto in seguito ad un intervento di forza.

I BERSAGLIERI IN PIAZZA GOLDONI. Secondo alcune ricostruzioni, la folla risale il tratto iniziale di via Mazzini e parallelamente quello del Corso. In prossimità delle vie Cassa di Risparmio, Roma e San Spiridione, la gente confluisce nella principale arteria raggiungendo rapidamente piazza Goldoni sostando nei pressi via Pellico, già sede del «Piccolo». A un balcone si affacciano tre giovani e uno di questi, Bruno Gallico, ex ufficiale dell'esercito italiano, tiene un breve discorso inneggiante i vincoli italiani di Trieste alla madrepatria. Il tutto avvenire sotto lo sguardo di diversi militari jugoslavi appostati alle finestre. La situazione è tesa ma nulla lascia presagire una drammatica svolta.

In piazza Goldoni accade un altro episodio, mai citato nella letteratura e recentemente emerso da un documento del Cln: improvvisamente sopraggiunge un automezzo con a bordo una ventina di bersaglieri italiani di scorta alla salma del tenente Galliano Marchioli, goriziano di origine ma triestino di adozione, del Gruppo di combattimento «Legnano», battaglione «Goito» del Corpo italiano di liberazione, caduto a Bergamo per fatto di guerra il 3 maggio 1945. La folla riconosce il guidoncino sul parafango, circonda l'automezzo invocando l'Italia e su molte finestre compaiono bandiere italiane. I militari italiani, però, proseguono per il cimitero e la folla, oramai imponente quanto eterogenea, si muove nuovamente verso l'inizio del Corso; alcune voci volevano che il corteo marciasse verso piazza dell'Unità, ma è più probabile che intendesse raggiungere, attraverso via Imbriani, il sacello di Guglielmo Oberdan.

VIA IMBRIANI: QUANTE VITTIME?
Proprio dalla via Imbriani esce una pattuglia jugoslava accantonata nell'atrio di palazzo Diana, mentre un'altra risale il Corso disponendosi a terra in posizione di tiro. Vengono esplosi diversi colpi in direzione del corteo e con l'intenzione di colpire ed uccidere. La folla si sbanda: sul selciato rimangono Graziano Novelli, di anni 30; Carlo Murra, classe del 1927, studente del «Da Vinci» ; Mirano Sanzin di anni 26. Claudio Burla di anni 21, studente dell'Istituto Magistrale morirà quattro giorni più tardi. Claudio Burla quattro giorni prima era stato tra gli insorti del Corpo volontari della libertà, nella brigata «Timavo» agli ordini del capitano Rodolfo Orel. Anche il giovane Murra aveva contribuito all'insurrezione. Si diffuse la voce che le salme raccolte erano state sepolte in una fossa comune. Dagli atti notori si apprende che la sparatoria avvenne alle ore 11.30 del 5 maggio; dodici giorni più tardi il Cln giuliano inviò alle famiglie delle vittime le partecipazioni al cordoglio.

Sulla lapide posta in via Imbriani nel 1947 compare pure il nominativo di Giovanna Drassich, ma è frutto di un'errata trascrizione, in quanto la signora spirò alle 5 di mattina del 5 maggio, all'Ospedale Maggiore dov'era stata ricoverata in precedenza per una ferita d'arma da fuoco.
Oltre una quarantina i feriti accertati. Molti altri ricorsero alle cure del medico di famiglia per evitare la segnalazione del ricovero. In documento del Cln viene indicato tra i morti il nominativo di Vittoriano Stefani, originario di Cherso, ma non sembra trovare conferma.

CHI SPARO’ E PERCHE’? Per quanto si può dedurre dalla letteratura, vengono esplose non meno di tre scariche, sentite distintamente da Quarantotti Gambini che si trovava in quel momento in piazza della Borsa e che vide, dopo la seconda, la folla ondeggiare e cercare riparo nei portoni degli stabili.
Probabilmente vennero sparati dei colpi di fucile dalle finestre del «Piccolo» a scopo intimidatorio e in direzione dello stabile che ospita il caffè Italia. Sulla facciata di un piccolo stabile del Corso, quasi sull'angolo di piazza Goldoni, fino a pochi anni fa si notavano ancora dei fori di proiettile ma di difficile attribuzione, poiché nella medesima direzione aveva sparato quattro giorni prima una mitragliera tedesca.
Poco o nulla si sa sulla composizione e sull'identità degli sparatori e su chi decise ed ordinò di aprire il fuoco.

GLI ANGLOAMERICANI NON CAMBIANO OPINIONE SU TITO. Le ricostruzioni hanno offerto versioni anche contrastanti sull'esatta direzione del corteo ma non sull'opinione che esso segnò un netto punto a sfavore di Tito: l'eccidio di via Imbriani scuote più la popolazione locale che gli alleati angloamericani: l'indomani gli Americani alzeranno la propria bandiera sul pennone del castello di San Giusto, e la banda scozzese si esibirà pubblicamente sul tratto di Rive dirimpetto l'albergo Savoia Excelsior, occupato dai Britannici. Il fatto di sangue non cambiava affatto opinione ed atteggiamento negli angloamericani, salvo che per le osservazioni sull'invadenza di Tito nelle zone attribuite al controllo occidentale.

Certo è che in seguito alla manifestazione, si dovettero registrare una ondata di nuovi arresti per opera dell'Ozna e della Guardia del popolo, e la generica proibizione di ogni manifestazione pubblica.

PER I FILOJUGOSLAVI ERA STATA UNA PROVOCAZIONE «NAZISTA». Già l'indomani «Il Nostro Avvenire» imbastì tutto un teorema non sulla premeditazione «fascista» nella manifestazione ma di una provocazione della Gestapo hitleriana, esibendo sulla stampa alcuni documenti rinvenuti addosso ai feriti e nei pressi nel luogo dell'eccidio, giustificando così la reazione col pretesto che la città si trovava ancora in zona di guerra, per cui la repressione era assolutamente legittima.

IL CLN DAVANTI ALL'IPOTESI DI SOMMOSSA. È stata attribuita al Cln la paternità della manifestazione e nel 1951 Antonio Fonda Savio confermò pubblicamente l'opinione confutando Federico Pagnacco che aveva inteso sminuire l'apporto.

Nel 1951 Fonda Savio rivelò sulla stampa che tre mesi più tardi, il 5 agosto (quindi conclusa la conferenza di Postdam e note le risoluzioni) si tenne a Trieste la prima grande manifestazione di commemorazione dei caduti di via Imbriani: il corteo era guidato dagli stessi uomini che stavano in prima fila il 5 maggio ma non poté deporre le corone sul luogo dell'eccidio, anzi dovette aprire con fatica la strada verso il Corso, presidiato in forze da elementi comunisti e filojugoslavi. Scoppiò un violento tafferuglio e le corone furono infine deposte nel luogo dove oggi c'è la lapide: fu collocata una targa provvisoria dirimpetto. Quello scontro, però, diede convinzione ai partiti del Cln che era giunto il tempo di contendere la piazza agli avversari, potendo contare su un largo seguito finalmente uscito allo scoperto e deciso a dare voce ai propri sentimenti nazionali.

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