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Cosa sono stati i 40 giorni di occupazione jugoslava di Trieste alla fine della seconda guerra mondiale.

da "Il Piccolo" 4 maggio 2005 di Corrado Belci

Dopo la fine della seconda guerra mondiale altro sangue venne sparso quel giorno per le vie della città

5 maggio 1945: a Trieste si moriva per l’Italia

Non fu un rigurgito di fascismo, ma un moto di rivolta di chi voleva tornare alla patria

Quelli del 5 maggio 1945 sono i primi morti nella battaglia per l'appartenenza di Trieste e dell'Istria all'Italia dopo la fine delle operazioni belliche. Come è noto, purtroppo, le vittime sono state tante, tanti gli scomparsi, prima e dopo quei 40 giorni di occupazione jugoslava.

Ma i morti di quel giorno, ricordati dalla lapide all'angolo tra il Corso e via Imbriani, sono stati uccisi dal piombo degli occupatori mentre manifestavano, inermi, invocando pubblicamente l'Italia. Nient'altro. È giusto onorarli, quei morti a sessant'anni dal loro sacrificio.

Naturalmente, la versione costruita per motivare la strage fu quella del rischio di un «ritorno fascista». Come documenta la ricostruzione di Roberto Spazzali, le vicende furono invece limpide e spontanee in tutto, tranne che nella sparatoria omicida.

Come era sorto quel corteo che invocava l'Italia? L'intuizione che ebbero gli improvvisati promotori non era affatto sbagliata, anche se muoveva da un impulso ingenuo. Quel giorno aveva raggiunto Trieste il generale americano Mark W. Clarke ed era andato ad alloggiare all'Hotel de la Ville, sulle rive. L'idea era semplice e candida: è importante che questo comandante americano capisca che Trieste è italiana. Ed era assai fondata l'intuizione che quel generale venuto da lontano potesse non sapere niente.

La città - e il resto della Venezia Giulia - era infatti ancora nell'incertezza dei poteri, sia militari che civili, anche se gli jugoslavi tentavano di accelerare i tempi di un insediamento stabile. E, dunque, il problema stava proprio nella diversità di progetti e di atteggiamenti delle due forze armate che convergevano da est e da ovest verso Trieste, quelle jugoslave e quelle alleate. Le prime avevano forzato la loro corsa verso occidente non solo per sconfiggere e cacciare i tedeschi, ma per realizzare una occupazione militare che preludesse alla annessione dei territori, Trieste e la Venezia Giulia. Le forze armate alleate avevano ragionato, invece, in termini prevalentemente militari, senza percepire il sottinteso espansionistico della avanzata jugoslava. Il loro problema principale era quello di non precludersi l'uso del porto di Trieste e il controllo delle vie di comunicazioni con l'Austria.

Mano a mano che il tempo rivelava la «fretta» jugoslava e faceva emergere i propositi annessionistici, Churchill percepì il risvolto politico-territoriale del problema che si sarebbe creato, anche se lo considerava sotto il più generale aspetto degli equilibri con l'Unione Sovietica ed i suoi alleati ed in una valutazione certamente secondaria rispetto al quadro del centro Europa (la Germania e Berlino).
Tuttavia, malgrado uno scambio di messaggi con Truman - restio a farsi coinvolgere in una complicazione «balcanica» - Churchill ottenne il via libera per recuperare il ritardo della marcia su Trieste, ma tutti sanno che al loro arrivo i neo-zelandesi si trovarono davanti al fatto compiuto. Cominciò subito, dunque, il braccio di ferro tra gli alleati e gli jugoslavi sull'assetto dell'occupazione militare nella Venezia Giulia, e proprio le violente reazioni di Tito rivelarono il proposito di una occupazione che pregiudicasse la soluzione territoriale.

Come è noto, il primo ministro inglese non aveva escluso nemmeno l'uso della forza per far sgomberare gli jugoslavi da Trieste, mentre assai più prudente si era rivelata la posizione americana. L'idea di far percepire al generale Clark il vero volto di Trieste era, pertanto, quanto mai fondata in quei giorni. E la scintilla di un corteo scaturita dai gruppi che «curiosavano» davanti all'Hotel de la Ville si collocava proprio all'inizio della contesa che, pochi giorni dopo, avrebbe visto il generale Alexander usare toni durissimi nei confronti di Tito e spostare il conflitto sul piano della trattativa internazionale.

Ne sarebbe uscito l'accordo del 9 giugno, che con la creazione della «linea Morgan» determinò formalmente le zone di occupazione jugoslava e alleata della Venezia Giulia, pregiudicando in gran parte la sorte dell'Istria. Anche quell'accordo risentì della prevalenza dei criteri militari su quelli politici da parte alleata, o quanto meno di una valutazione piuttosto grossolana («questioni di giardinaggio») di quelli che venivano considerati dettagli. Infatti, gli alleati ottennero la zona di Trieste e l'enclave di Pola (abbandonato poi alla Conferenza della pace), ritenendo poco rilevante tutto il resto, compresi i famosi «ancoraggi» delle cittadine costiere dell'Istria.

E, del resto, la incomprensione sul problema tra l'Italia e gli Alleati non fu mai sciolta. Per l'Italia si trattava (e si è trattato) della perdita di una parte del territorio nazionale, per gli Alleati era una disputa «minore».

I morti del 5 maggio di 60 anni fa si immolarono, dunque, nel tentativo di invocare una giustizia politica internazionale in luogo degli ambigui esiti militari. Per il loro sacrificio io credo che la Repubblica debba onorarli come meritano i primi morti per l'Italia dopo la fine della guerra.

di Gianclaudio de Angelini

tratto da: http://digilander.libero.it/arupinum/

Sin dal giugno 1941 il PCI aveva accettato in linea di principio che le unità partigiane di orientamento comunista, operanti nel settore giuliano, venissero poste sotto il controllo delle strutture partigiane jugoslave; nel marzo del 1943 il distaccamento Garibaldi si era pertanto unito alle formazioni slovene.

In quegli stessi giorni le organizzazioni partigiane italiane non comuniste operanti nella Venezia Giulia venivano invece sempre più evidenziando la loro diffidenza verso i partigiani jugoslavi ed il loro acceso nazionalismo; del resto questi ultimi non si curavano in alcun modo di celare le loro mire annessionistiche, ed anzi nel '43 il Movimento Antifascista di Liberazione Nazionale Jugoslavo proclamava a gran voce il suo buon diritto di annettersi l'Istria, Trieste con tutto il litorale adriatico comprese le città di Fiume e Zara, avendo addirittura la pretesa di richiederne l'avallo dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI).

Del resto il 9 settembre del 1944 l'esponente della resistenza jugoslava Kardelj, in una lettera a Vincenzo Bianco, autorevole membro del PCI, ribadiva che il IX Corpus aveva avuto l'ordine di occupare Trieste, Istria, Gorizia e tutta quella parte del Friuli che avesse potuto raggiungere prima dell'arrivo delle forze Alleate.

Come tutta risposta Bianco il 24 settembre, inviato a Trieste dalla direzione del PCI, diramava alle federazioni comuniste di Trieste e Udine la direttiva di far passare le loro unità partigiane sotto il comando del IX Corpus sloveno.

Il 19 ottobre lo stesso Togliatti, dopo aver incontrato Kardelj, non solo confermava sostanzialmente le direttive di Bianco alle federazioni di Trieste ed Udine, ma le integrava con la raccomandazione di fare in modo, per quanto possibile, che la regione venisse occupata dai partigiani di Tito, piuttosto che dalle truppe anglo-americane. In questa prospettiva il capo del P.C.I. consigliava che le strutture locali del partito collaborassero con gli slavi nell'organizzare un potere popolare nelle zone liberate ed un contropotere in quelle ancora sotto occupazione tedesca.

In questa azione i comunisti italiani non avrebbero dovuto avere remore nell'opporsi a quei loro connazionali che, ispirandosi ad una concezione imperialistica e nazionalistica, alimentassero la discordia con i vicini slavi.

Sulla questione di fondo, la definizione della futura frontiera Italo-Slava, Togliatti non indicava una soluzione, ma solamente il metodo attraverso cui ricercarla e cioè quello di un confronto fra 'democratici' italiani e 'democratici' jugoslavi, ovverossia fra i due PC.

Di fronte alla ferma opposizione che queste proposte incontravano da parte dei rappresentanti degli altri partiti, i comunisti giuliani uscivano definitivamente dal C.L.N. formando un comitato di coordinamento italo-jugoslavo dichiarato esteso a tutte le forze antifasciste giuliane.

Il 17 ottobre dello stesso anno, il P.C.I. giuliano emanava un proclama in cui si annunciava che in breve tempo sarebbero incominciate le operazioni dell'esercito di liberazione jugoslavo per l'espulsione dei tedeschi dall'Italia Nord-Orientale e s'invitava la popolazione ad accogliere i partigiani di Titini non solo come liberatori, bensì "come fratelli maggiori che ci hanno indicato la via della rivolta e della vittoria contro l'occupazione nazista e dei traditori fascisti". Sollecitava altresì tutte quelle unità che si sarebbero venute a trovare ad operare all'interno del campo operativo dei partigiani jugoslavi a porsi disciplinatamente ai loro ordini e per la necessaria unità di comando e per il fatto che quelli erano meglio inquadrati, più esperti e meglio diretti. Concludeva infine impegnando tutti i comunisti ed invitando tutti gli antifascisti a combattere come i peggiori nemici della liberazione dell'Italia tutti coloro che, con il pretesto del 'pericolo slavo' e del 'pericolo comunista', lavoravano per sabotare gli sforzi militari e politici dei seguaci di Tito, impegnati nella lotta di liberazione del loro paese e della stessa Italia, e per opporre gli italiani agli slavi, i comunisti ai non comunisti.

In questo modo si creavano le condizioni affinchè l'operato degli occupanti slavi diventasse totalmente insindacabile, data la facilità di far passare ogni azione difforme alla logica annessionistica slava come imperialista e nazionalista, ponendo così gli italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia in completa balia degli slavi.

Di fronte a posizioni così estreme gli esponenti democratici rimasti nel CLN di Trieste, e cioè democratici cristiani, azionisti, socialisti e liberali, stringevano un patto di unità d'azione e redigevano a loro volta un proclama emanato il 9 dicembre e prontamente diffuso dalla stampa e dalla radio italiane.

In tale comunicato veniva riaffermato l'impegno delle forze politiche aderenti al comitato di difendere le frontiere ottenute dall'Italia dopo la prima guerra mondiale, combattuta contro i tradizionali nemici austriaci e tedeschi a fianco di Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti. Si garantiva tra l'altro il rispetto dell'autonomia culturale delle minoranze croate e slovene che sarebbero rimaste incluse in quei confini, si ipotizzava inoltre la creazione a Trieste di un porto franco, alla cui amministrazione avrebbero partecipato tutti i paesi interessati.

Sul finire del '44, nella loro polemica col CLN ed in coerenza con il loro allineamento alla linea di Tito, i comunisti italiani di Trieste partecipavano al costituito comitato civico congiunto sotto la guida di Rudi Ursich, accettando in pratica tutte le rivendicazioni terrritoriali slave. Vista la non disponibilità degli altri componenti del CLN triestino di seguirli su questa strada di completa resa alle pretese slave, i comunisti italiani formavano insieme con i titini, il 13 aprile '45, il Comitato Esecutivo Antifascista Italo Sloveno (CEIAS).

Il 30 aprile a seguito dell'insurrezione italiana contro le truppe degli occupanti tedeschi, comandata dal CLN di Trieste, dopo aspri combattimenti venne liberata quasi tutta la città salvo alcuni caposaldi in cui questi ultimi, trincerati, ancora resistevano.

A questi combattimenti i comunisti, sia italiani che slavi, si guardarono bene di intervenire, salvo espropriare della paternità dell'azione il CLN, quando a tappe forzate giunse il IX Corpus partigiano e la IV armata regolare jugoslava, che nella loro azione precipitosa avevano lasciato in mani tedesche ampie ed importanti zone del loro territorio nazionale come Zagabria e Lubiana, rispettivamente capitali della Croazia e della Slovenia, pur di evitare che a liberare il capoluogo giuliano fosse il CLN od eventualmente le truppe degli alleati anglo-americani.

Ambedue le cose non riuscirono agli slavi perchè il pomeriggio successivo, quando le truppe alleate stavano sul punto d'entrare in Trieste, il controllo della prefettura e del municipio erano ancora saldamente in mano del CLN; purtuttavia la consegna simbolica del passaggio dei poteri, dal CLN alle truppe neozelandesi, non riuscì perchè, per evitare un aperto conflitto armato con i comunisti italo-slavi, i rappresentanti del CLN furono costretti a ritirarsi. Comunque la resa delle residue truppe tedesche ancora asseragliate nella città avvenne nelle mani delle forze Alleate e non in quelle slave come volevano i titini.

Incominciava così il periodo di martirio per la città giuliana sottoposta alla feroce repressione degli occupanti slavo-comunisti a cui i neozelandesi assistettero senza intervenire.

La prima azione dei "liberatori" fu di disarmare i partigiani italiani del CLN, la Guardia Civica, il Corpo dei Volontari della Libertà, qualunque forza armata cioè che potesse intralciare in qualche modo la loro volontà annessionistica. L'unica formazione politica italiana che fu lasciata libera di agire fu il PCI giuliano; tutte le bandiere italiane furono fatte ammainare, quelle che la gente esponeneva sui balconi furono fatte ritirare a colpi di mitra; la stampa libera fu soppressa, le uniche pubblicazioni furono 'Il Lavoratore' e 'Primorski Dnevnik', rispettivamente espressione del PCI giuliano e degli occupanti slavi.

Nel frattempo l'OZNA, la famigerata polizia politica slava, agiva silenziosamente facendo sparire i maggiori esponenti del CLN e degli Autonomisti, mentre il CEIAS a cui aderiva il PC giuliano dava vita ad un Consiglio di Liberazione di Trieste, al quale il generale Kveder consegnava l'amministrazione della città pronunciando un discorso in cui si diceva che ben presto Trieste sarebbe entrata a far parte della repubblica federale Jugoslava con uno statuto autonomo.

Il 5 maggio una manifestazione spontanea di migliaia di Triestini che si erano radunati in corteo dietro una bandiera italiana fu sciolta a raffiche di mitra sparate ad altezza d'uomo con la conseguente uccisione di 5 persone tra cui un'anziana donna di 69 anni ed un giovane ragazzo, che nel corso della sua breve vita aveva già avuto modo di sperimentare la "liberazione" titina essendo un esule di Fiume.

Il 6 giugno tutti i triestini ricevettero l'ordine di presentare le loro carte di identità per farvi imprimere il simbolo della loro nuova "libertà", la stella rossa. Contemporaneamente l'ufficio competente provvedeva a ritirare i documenti agli elementi da loro ritenuti sospetti ed a rilasciare alle torme di slavi, recentemente calati in città, documenti attestanti il fatto che vi risiedevano da sempre.

Dalla foiba di Basovizza si andavano intanto recuperando, tra il raccapriccio generale, le povere salme degli "epurati", piccolo segno della normalizzazione slava, e veniva acquistando triste fama la villa Segrè Sartori, in cui una famigerata squadra volante della 'Guardia del Popolo' andava perpetrando ogni sorta di torture sugli sventurati che tentavano loro di opporsi (tra cui non mancarano comunisti italiani dissidenti).

Del resto il XIII Corpo Alleato aveva informato il Comando Supremo del Mediterraneo che in base all'indagine effettuata almeno 1.480 persone erano state deportate dalla Zona A e di altre 1.500 mancava ogni notizia, il rapporto continuava affermando che tra il 1^ maggio ed il 12 giugno nella sola provincia di Trieste erano state uccise 3.000 persone. L'esponente americano Grew, in una sua relazione a Trumam, paragonava l'occupazione slava della Venezia Giulia a quella praticata dai giapponesi in Manciuria o da Hitler negli anni 1938-39.

Per chiarire ulteriormente la posizione e le responsabilità politiche avute dal PCI italiano nell'evolversi della situazione
dei Giuliano-Dalmati basta rifarsi alla lettera che Togliatti inviò nel '45 all'allora Presidente del Consiglio, Ivanoe Bonomi.
In questa missiva, consultabile nell'Archivio Centrale dello Stato a Roma, Togliatti arrivò a minacciare una guerra civile se il CLNAI avesse ordinato ai partigiani italiani di prendere sotto il proprio controllo la Venezia-Giulia, evitando in tal modo l'occupazione e l'annessione de facto alla Jugoslavia.

A patire le conseguenze di questa presa di posizione furono le popolazioni dell'Istria e della Dalmazia, che in balia dei titini subirono una metodica opera di terrorismo, che indusse la maggioranza della popolazione ad abbandonare compatta le proprie case per cercare un rifugio nella disastrata Italia post-bellica, cosa che non era avvenuta nei precedenti rivolgimenti politici subiti dalla nostra regione di frontiera nè con i francesi di Napoleone e neppure sotto il dominio austriaco quando, seppure governati da un regime reazionario, gli istriano-dalmati erano stati comunque lasciati liberi di rimanere se stessi, cioè italiani.

Il comportamento operato nella Venezia-Giulia dai titini, a cui il PCI si prestò passivamente e non, fu una vera e propria "pulizia etnica" tipo quella praticata dalle varie fazioni ferocemente in lotta tra loro in quella che fu la Federazione jugoslava.

Per inquadrare l'entità del genocidio e del conseguente esodo basti dire che i morti giuliani-dalmati durante la guerra, furuno nettamente superiori alla media nazionale, a cui bisogna però aggiungere le uccisioni e gli infoibamenti che sono continuati ben oltre il termine della guerra, e che portarono le foibe a riempirsi di 12.000 persone, dati ufficiali I.R.O. (International Refugèe Organisation), e la regione a svuotarsi di circa 350.000 dei suoi originari abitanti, a testimonianza di un referendum popolare patito sulla propria carne in mancanza di quello che civilmente si reclamava per stabilire il destino della regione e dei suoi abitanti.

A completare il quadro non può essere taciuto il comitato di accoglienza che queste popolazioni così ampiamente tribolate hanno ricevuto dai comunisti italiani al loro arrivo nella loro madre patria: insulti, fischi e sputi a Venezia e Bari quando le navi cariche di profughi attraccarono al porto; minacce di sciopero a Bologna per evitare che un treno di profughi avesse modo di rifocillarsi al posto di ristoro organizzato dalla Pontificia Opera di Assistenza; la costante azione di diffamazione operata nell'indicare al pubblico ludibrio come ricchi borghesi "fascisti" che fuggivano dalle "magnifiche sorti e progressive" del comunismo di Tito.

Occorre inoltre dire della costante azione di travisamento dei fatti, di misconoscimento dell'immane tragedia operata da parte di una intellighenzia di sinistra, lungamente predominante nella scena politica-culturale italiana, che bovinamente ha voluto interpretare l'esodo soltanto con gli occhi dell'ideologia e non con quelli di un popolo travagliato, con la conseguente liquidazione degli eventi giuliano-dalmati nei libri di storia con un semplice trafiletto limitato al solo "problema di Trieste", come se noi istriano-dalmati fossimo dei marziani.

Il misconoscimento e l'oblio storico è riuscito così bene che la stragrande maggioranza dei giovani italiani mentre sa quasi tutto sui 'desaparecidos' argentini e cileni, non sa quasi nulla dei fatti istriani e dalmati, e quando dico di essere nato in Istria mi sento rispondere: "Ah, allora sei slavo!".



Bibliografia essenziale:

A.G. de Robertis: Le grandi potenze e il confine giuliano 1941-1947, Bari 1983;

D. De Castro : Il problema di Trieste, Bologna 1953;

F.W. Deakin : La montagna più alta, l'epopea dell'esercito partigiano jugoslavo, Torino 1971;

P. Pallante : Il Partito Comunista Italiano e la Questione di Trieste nella resistenza, "Storia Contemporanea" VII, 1975;

G. Paladin : La lotta clandestina di Trieste nelle drammatiche vicende del CLN della Venezia-Giulia, Trieste 1954;

R. Pupo : La rifondazione della politica estera italiana: La questione giuliana (1944-1846), Verona 1979;

L. Longo : I comunisti italiani e il problema triestino, Roma 1954;

P. Sema : La lotta in Istria 1890-1945, Trieste 1971;

A. Pitamitz : 1943/45 Le stragi di italiani in Venezia-Giulia, Fiume, Istria e Dalmazia - Tutta la verità sulle foibe.

G. La Perna : Pola, Istria, Fiume 1943-1945, Milano 1993;

G. Bedeschi : Fronte italiano c'ero anch'io. Vol. I - La popolazione in guerra, Milano 1987;

F. Rocchi : L'Esodo dei 350 mila Giuliani Fiumani e Dalmati, Roma 1990;

L'occupazione jugoslava di Trieste
(di Riccardo Basile)

Siamo a fine aprile del 1945. Il 28, a Dongo, MUSSOLINI è ucciso dai partigiani. Anche nell'estremo nord d'Italia, tacciono le armi. Ovunque la Pace s'avvicina e con essa la gioia per la ritrovata Libertà! Il Gen. Heinrich von Vietinghoff, Comandante supremo delle forze germaniche in Italia, accetta la resa imposta dal Gen. Harold Alexander, Comandante nello scacchiere mediterraneo delle Truppe Alleate. Trieste sta vivendo una vigilia densa di trepide attese.

All'alba del 30 aprile 1945 imbraccia le armi contro i Tedeschi: questi ormai sono retro-guardie, pur combattive e non disposte a cedere. Il grosso delle Truppe della Wermacht e della Kriegsmarine, è già sulla via del ritorno. L'insurrezione è capeggiata dal Col. Antonio Fonda Savio e da un religioso, D. Edoardo Marzari. Tra le migliaia d'insorti troviamo i rappresentanti dei risorgenti partiti politici italiani e molti Militari dei Carabinieri, della Guardie di Finanza, e della Guardia Civica. Fra loro non ci sono comunisti: costoro, in obbedienza ad una direttiva di Togliatti, da tempo staccatisi dal "Comitato di Liberazione Nazionale", agiscono inseriti nel CEAIS (Comitato Esecutivo Antifascista Italo Sloveno), operante a favore dell'OF "Osvobodilna Fronta", "Fronte di Liberazione Sloveno".

Dopo sanguinosi scontri a fuoco, nei quali lo sfortunato Colonnello perde lultimo figlio (gli altri due erano caduti sul fronte russo), i "Volontari della Libertà", a sera, hanno il controllo di buona parte della città, issano il Tricolore sul palazzo comunale e sulla Prefettura. I Tedeschi rifiutano di arrendersi per consegnarsi agli Alleati.

Il 1° maggio, fra lo stupore, che poi diviene costernazione, i "liberatori" che arrivano in città sono i partigiani jugoslavi. Fin dai primi contatti si avverte che questi non sono migliori dei Tedeschi!

Disconoscono i "Volontari della Libertà" e, costringono i partigiani del CLN a rientrare nella clandestinità. Invano i nostri Patrioti cercano punti d'incontro. Per la parola "Italia", per la Bandiera nazionale e per la Libertà "vera" ci sono soltanto porte chiuse. Per contro "stelle rosse", bandiere rosse con falce e martello e Tricolore con stella rossa al centro vengono imposti ovunque.

Le milizie Jugoslave, (IX Corpus Sloveno e IV Armata del Gen. Petar DRAPSIN), giunte a Trieste a marce forzate per precedere gli anglo americani nella "liberazione" della Venezia Giulia, non contengono nessuna unità partigiana italiana inserita nell'Esercito jugoslavo (formazioni garibaldine "Natisone", "Trieste" "Fontanot"), mandate a operare altrove.

E gli "Alleati"? Giungono a Trieste il giorno seguente, il 2 maggio con la 2A Divisione neozelandese comandata dal Gen. Bernard Freyberg; i "kiwi", avendo trovato il centro urbano occupato, si sistemano alla meno peggio.

Gli Slavi assumono i pieni poteri. Affidano il comando al Gen. Josip Cemi, sostituito, dopo pochi giorni, dal Gen. Dusan Kveder. Nominano un Commissario Politico, Franc Stoka, comunista filo slavo. Emanano ordinanze sconcertanti per la illiberalità. Impongono, a guerra finita!, un lungo coprifuoco (dalle 15 alle 10!). Limitano la circolazione dei veicoli. Dispongono il passaggio all'ora legale per uniformare la Città al "resto della Jugoslavia"! Fanno uno smaccato uso dello slogan "Smrt Fazismu - Svoboda Narodu", "Morte al Fascismo - Libertà ai popoli", per giustificare la licenza di uccidere chi si suppone possa opporsi alle mire annessionistiche di Tito. Danno carta bianca alla polizia politica, l'OZNA, le cui modalità d'azione superano quelle della Gestapo.
Prelevano dalle case i cittadini, in media cento al giorno!, pochi fascisti o collaborazionisti, ma molti Combattenti della Guerra di Liberazione: ciò perché agli occupatori sta a cuore dimostrare di essere solo loro i liberatori del capoluogo giuliano!

L'otto maggio proclamano Trieste "città autonoma" nella "Settima Repubblica Federativa di Jugoslavia", con le altre sei: Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro, e Macedonia. Sugli edifici pubblici fanno sventolare la bandiera Jugoslava affiancata dal Tricolore profanato dalla stella rossa. L'unico quotidiano è "Il nostro Avvenire", schierato in funzione anti italiana. La "Guardia del Popolo", detta pure "Difesa Popolare", è uno strumento per incidere nel tessuto cittadino e rimuovere i non marxisti.
E gli Alleati? Si limitano a osservare e riferire ai loro Comandi. In città vige il tenore, si scopre presto dove vanno a finire i prelevati Nelle foibe! O nei campi di concentramento, come quello di Borovnica, anticamera della morte. Arresti indiscriminati, confische, requisizioni, violenze d'ogni genere, ruberie, terrorizzano ed esasperano i Triestini che invano richiedono l'aiuto del Comando Alleato.

Le espressioni di Monsignore Antonio Santin, Vescovo di Trieste e Capodistria e dello scrittore Silvio Benco, descrivono l'atmosfera che si respirava in città.

Così Mons. Santin ("Al tramonto", 1978): "Vivissimo era l'allarme e lo spavento invadeva tutti.. .In città dominava la violenza contro tutto ciò che era italiano. Tutti i giorni dimostrazioni di Sloveni convogliati in città, bandiere jugoslave e rosse imposte alle finestre. Centinaia e centinaia d'inermi cittadini, Guardie di Finanza e Funzionari civili, prelevati solo perché Italiani, furono precipitati nelle foibe di Basovizza e Opicina. Legati con filo spinato, venivano collocati sull'orlo della foiba e poi uccisi con scariche di mitragliatrice e precipitati nel fondo. Vi fu qualcuno che, colpito, cadde sui corpi giacenti sul fondo e poi, ripresi i sensi per la frescura dell'ambiente, riuscì lentamente di notte ad arrampicarsi aggrappandosi alle sporgenze e ad uscirne. Uno di questi venne a Trieste da me e mi narrò questa sua tragica avventura".

Così lo scrittore Benco ("Contemplazione del disordine", 1946): "Su tutto il mondo rideva in quei giorni la Pace; a Trieste regnavano terrore e dolore. Ascoltavamo alla radio il giubilo di tanti popoli, il clamore esultante delle città liberate (...); su noi incombeva l'avvilimento dei beffati dal destino.

Tutto quello che la città aveva amato era atterrato, rinnegato, soppresso, coperto da miriadi di cartellini stranieri come da una coltre funebre; si foracchiava di proiettili il Tricolore della Nazione, si lordavano i monumenti, si bivaccava sullo zoccolo della statua di Giuseppe VERDI (...). Mai aveva Trieste sofferto così crudele deformazione del suo volto ed inversione dei suoi sentimenti.


Nè potevano gli Italiani credersi sicuri della vita: ogni notte, dalle case perquisite, ne erano portati via con gli autocarri alcuni che non tornavano più. Ogni giorno a migliaia fuggivano verso l'Isonzo, anche a piedi, i cittadini d'altre province d'Italia (delle altre città giuliane occupate dagli Slavi. Nota dell'autore) ; e quando un'immensa folla, quasi sprigionandosi da quella angoscia, s'accalcò sulle vie al grido "Italia! Italia!" si scaricarono su di essa le mitragliatrici (cinque Caduti in Via Imbriani. Nota dell'autore).
Pareva che la stessa parola Italia dovesse essere morta. Nel vasto mondo intanto s'inneggiava alla pace, anzi alla pace della giustizia, alla pace della Libertà".


Finalmente gli Angloamericani bisognosi di dispone del porto di Trieste per le linee di comunicazione verso l'Europa centrale, constatato che Tito si rivelava ogni giorno di più inaffidabile e simile ad Hitler, intimano alle truppe slave di ritirarsi aldilà della "Linea Morgan" (dal nome del Capo di Stato Maggiore del Gen. Harold Alexander che per primo l'aveva indicata).

Fanno affluire due Divisioni, ed alcune unità navali da combattimento. Il 9 giugno a Belgrado, il Leader iugoslavo, verificato che Stalin non era disposto a sostenerlo, fa arretrare le sue truppe, sottoscrivendo, con il suo Capo di Stato Maggiore, Gen. Arso Jovanovich, l'accordo proposto dagli Angloamericani.

"Finalmente se ne vanno", è il gioioso commento urlato dalla cittadinanza! Ma quell'accordo costituirà anche lo sciagurato prodromo della definitiva perdita dell'Istria Italiana...

Prima d'andar via prendono tutto ciò che riescono a caricare sui loro mezzi. Ripuliscono la Banca d'Italia, prelevando 183.000.000 di vecchie lire. Il 12 giugno del 1945 l'evacuazione ha termine. In città restano gli irriducibili, i sostenitori, che proseguiranno la lotta, non disdegnando il ricorso alla pratica delle foibe.

E oggi? I comunisti non hanno cambiato la loro fede. Sul Carso Triestino (a Monrupino), non èmai stata rimossa la tabella che ricorda il luogo da cui partì il "glorioso IX Corpus sloveno" per "liberare" la Città. Una scuola media resta intitolata al "1° maggio", il giorno della "liberazione" del capoluogo giuliano...

I nostalgici (ma non sono pochi! E una certa parte politica nostrana pare accettarli...) continuano a imbrattare con vernice rossa i nostri Monumenti, a inneggiare a Tito, giungendo alla spudoratezza di esibire la Bandiera della Jugoslavia!


Riccardo Basile

tratto da
"Guardia d'Onore" nov-dic 2004

Avvenire 07/10/07 - di Massimo Zamorani

I siti sono oltre duecentocinquanta; le vittime, parecchie decine di migliaia.

E gli italiani non sono che una parte: accanto a loro si contano croati, partigiani monarchici, patrioti sloveni, militari tedeschi,religiosi cattolici

La mappa dell'orrore viene da Est, dalla Slovenia. La conservava Vinko Levstik, che durante la guerra '40-'45 era un 'domobranzo', cioè apparteneva alla milizia slovena nazionalista ma anticomunista.

Il documento è tornato alla luce di recente e ha un significatosentimentale, perché chi l'ha offerta è deceduto poco tempo dopo e ciòvuol dire che le era stato attribuito il fine di lascito testamentario a beneficio di chi potrebbe farne tesoro. La mappa reca con meticolosa esattezza tutti i luoghi, in territorio della Repubblica slovena, dove sono stati sepolti o, comunque celati, i corpi delle vittime della primavera 1945. Non sono solamente foibe, ma anche fosse comuni,sepolture più o meno clandestine d'ogni genere.

I siti sono oltre duecentocinquanta, e le vittime? È una valutazione difficile, però con un po' di pazienza si può formulare un ordine di grandezza e si arriva a parecchie decine di migliaia.

Verosimilmente potrebbero essere settanta od ottantamila morti ammazzati. Si scopre così che gli italiani infoibati o seppelliti frettolosamente dopo essere stati assassinati sono una minoranza. Un dato verosimile sembra circa settemila ed è una cifra che sgomenta, ma nella zona di Kocevje, per esempio, dove la mappa indica sette tra fosse comuni e corpi interrati in una trincea anticarro, sono stati seppelliti tremila domobranzi, su un totale di dodicimila massacrati.

Sono spariti sottoterra diciottomila croati, ustascia e no; seimila cetnici (partigiani serbi monarchici delle formazioni del generale Draga Mihailovic) e poi belagardisti (Guardia bianca slovena), militari tedeschi, religiosi (in una nota si elencano per categoria: seminaristi, parroci, cappellani), civili d'ogni genere, sesso ed età: contadini, operai, commercianti, insegnanti, professionisti. Sono stati ripuliti interi villaggi della valle dell'Isonzo, perché, come aveva rivelato Teodoro Francesconi preciso e documentatissimo storico degli eventi giuliani di recente scomparso, gli ordini erano di eliminare tutti gli italiani che vivevano sulla sponda sinistra del fiume.

A distanza di oltre sessant'anni c'è ancora chi cerca. A parte le inchieste ufficiali, espletate dalla commissione mista italo-slovena, diretta, da parte italiana, dal colonnello Armando Di Giugno di Onorcaduti, direttore dei sacrari militari del Friuli-Venezia Giulia e da parte slovena da Zdravko Likar, ci sono altri, impegnati in ostinate ricerche per iniziativa personale.

Giovanni Guarini, goriziano, ha identificato e recuperato la salma del padre, allora carabiniere, precipitato insieme con gli altri militari di Gorizia, nella foiba di Tarnova. È questa una voragine che si apre in una radura nel cuore dellaforesta con una bocca di cinque o sei metri di diametro e si sprofonda in un'oscurità senza fine; è visione da brivido. Alcuni anni or sono un gruppo di speleologi istriani vi si è calato, hanno raggiunto una specie di pianerottolo a trenta metri di profondità e, riemersi, hanno riferito di aver valutato una giacenza di cinque o sei metri cubi di ossa.

I bersaglieri del battaglione 'B.Mussolini' della Repubblica sociale, che il 30 aprile 1945 aveva deposto le armi dopo una trattativa con le formazioni di Tito, secondoi patti avrebbero dovuto essere posti in libertà; furono invece trattenuti e costretti a una lunga marcia della sofferenza. Ilbattaglione, che in difesa della frontiera giuliana aveva perduto in combattimento 166 uomini in 19 mesi di guerra su un fronte di 27 chilometri, al momento della fine delle ostilità aveva una forza di 28 ufficiali e 572 bersaglieri. Nei soli primi otto giorni sono stati eliminati 91 bersaglieri, i cui corpi venivano più o meno sommariamente interrati in alcune delle località contrassegnate nella mappa dell'orrore.

Capolinea della sanguinosa marcia: il campo di concentramento di Borovnica, località a venti chilometri da Lubiana, definita «l'inferno dei morti viventi» dal vescovo di Trieste Santin, dove hanno lasciato la vita 77 bersaglieri. Lionello Rossi, padre dell'attore Paolo, è uno dei rari sopravvissuti. Ha pubblicato un diario (Prigioniero di Tito,edito da Mursia) riuscendo a narrare gli avvenimenti da lui vissutisenza esprimere opinioni o considerazioni, senza usare aggettivi: solo date, nomi, fatti. Ma ne scaturisce una forza drammatica emozionante. Ne sono rimasti colpiti anche quelli che erano 'dall'altra parte', come il partigiano Marjam Grosar. Secondo la storica slovena Nevenka Troha, Borovnica è stato «uno dei più crudeli e disorganizzati campi di prigionia in Jugoslavia». Non pochi sloveni si sono impegnati nella ricerca delle sepolture e nell'identificazione delle vittime.

Alcuni di questi sono giovani, nati dopo gli orrori del 1943-'45.Anton Zitnik, per esempio, è nato nel 1940. Poi ci sono Franc Perme,Franc Nucic, Zdenko Zavadlav, Janez Crnej, che hanno partecipato alla compilazione del grosso volume Slovenja 1948-1952. I sepolcri tenuti nascosti e le loro vittime edito dall'Associazione per la sistemazione delle sepolture nascoste di Lubiana.

L'edizione italiana è curata dalla Lega nazionale d'Istria, Fiume, Dalmazia di Milano.

Tra i dispersi di cui si è perduta ogni traccia vi sono anche gli ottanta bersaglieri 'incavernati', termine impiegato per indicare la loro probabile fine. Nel fianco del Pan di Zucchero, il colle che sovrasta Tolmino, c'era una galleria nella quale, durante la Prima guerra mondiale, si celava, dopo i tiri, un cannone austriaco di grosso calibro montato su affusto ferroviario. Si ritiene che gli ottanta bersaglieri siano stati portati all'interno della galleria, dopo di che ne è stata fatta saltare con l'esplosivo l'imboccatura, in modo da seppellirli vivi. A causa della vegetazione che ha proliferato disordinatamente, fino a questo momento non è stato possibile neppure identificare il punto ove era l'accesso al tunnel.

Secondo un'altra ipotesi, gli ottanta sarebbero stati invece seppelliti sulla sponda sinistra dell'Isonzo, subito a monte della confluenza del fiume Tolminca.

Avrebbero poi coperto l'area con uno spesso strato di cemento, sul quale è stato costruito il Club Paradise. Sono mai stati identificati i responsabili dello sterminio in Venezia Giulia e Istria? Sono mai stati celebrati processi?

Alla prima domanda si può rispondere con un sì, non così alla seconda. Per quanto si riferisce sia alla giustizia slovena, sia a quella italiana, non risulta sia mai stato processato qualcuno. Ogni tanto comparivano sui giornali italiani scritti promettenti: «I giudici sloveni decidono di collaborare», «La procura militare di Padova sta indagando», ma gli sviluppi mancano. La cronaca si è occupata del processo per diffamazione a mezzo stampa promosso dallo sloveno Franc Pregelij, detto 'Boro', contro il giornalista Giangavino Sulas del settimanale Oggi perché lo aveva definito 'boia' e non 'presunto boia' come i più riguardosi confratelli. Aveva chiesto un indennizzo di trecento milioni di euro, ma ha perduto la causa. Il Pm Giuseppe Pititto aveva rinviato a giudizio tre indiziati per strage: Ivan Motika, Oskar Piskulic e Margitra Avijanika, ma in data il 14 noovembre 1997 il Gip Alberto Macchia li ha prosciolti «per difetto di giurisdizione», in quanto i luoghi dell'eccidio oggi non sono più in territorio italiano.

Conferma al fatto risaputo che, soprattutto in Italia, la legge è una cosa, la giustizia un'altra.

Per Nello Rossi il problema è uno solo: «Sono trascorsi tanti anni, non voglio processi né tanto meno vendette, voglio le salme e se lo scopo consiste nel trovare i resti dei nostri morti noi bersaglieri non conosciamo altre strade al di fuori di quella del dialogo, dell'incontro, dell'intesa, che è poi quella che stiamo percorrendo».

VINKO LEVSTIK, IL TESTIMONE ALLA SBARRA Tra il ’43 e il ’45 sul confine orientale d’Italia, dove scorrono l’Isonzo e il Bacia, la situazione era confusa: sullo sfondo di uno scenario color sangue si muovevano e combattevano soldati tedeschi, militari italiani della Repubblica sociale, bande jugoslave comuniste agli ordini di Tito, reparti di ustascia, fascisti croati; poi c’erano i 'domobranzi', patrioti sloveni anticomunisti; cetnici cioè serbi monarchici che obbedivano al generale Mihailovic; belagardisti, guardie bianche; partigiani italiani anticomunisti, detti osovani e comunisti agli ordini di Tito; le Mvac, milizie volontarie anticomuniste, i ribelli montenegrini. Ne scaturivano alleanze temporanee stipulate ai fini di raggiungere obiettivi non sempre chiari, oppure incomprensioni, contrasti e tradimenti. Ognuno poteva essere nemico di tutti. In questo contesto va considerata la figura di Vinko Levstik, all’epoca schierato con i domobranzi.

Aveva una responsabilità di comando, essendo a capo della 114° compagnia e combatteva per una Slovenia indipendente ma non comunista. Alla fine di tutto aveva perduto la guerra, in quanto la Slovenia era diventata parte ella Repubblica federativa comunista di Jugoslavia, ma aveva vinto la pace, poiché aveva raggiunto un buona posizione economica, in quanto proprietario dell’Euro Diplomat Hotel in corso Italia a Gorizia. Se non che il il passato lo riagguantò e il 15 giugno 2001, ( quando da dieci anni ormai la Slovenia aveva raggiunto l’indipendenza), a conclusione di un clamoroso processo a Lubiana venne condannato a dodici anni di reclusione, perché riconosciuto responsabile della morte di due partigiani. «Sono innocente davanti a Dio – è stata la reazione di Levstik –. Non tornerò mai più in Slovenia, dove sono stato incolpato di un delitto che non ho commesso, mentre i veri responsabili dei massacri restano impuniti». Non rimaneva però molto tempo da vivere a Vinko Levstik, ma prima di andarsene per sempre, il 12 agosto 2003, volle affidare la mappa dell’orrore a uno di quegli italiani che ancor oggi, dopo tanti anni, si sentono vincolati alla ricerca dei resti delle vittime seppellite in quell’arcipelago di foibe, buche, anfratti, dove vennero celati nella stagione del sangue.

Massimo Zamorani

> Le Foibe in Istria - 1943



> Le Foibe giuliane - 1945

La recente cerimonia al Sacrario di Basovizza è stata l’occasione per ribadire, pubblicamente, la posizione della Lega nazionale sulla tragedia delle Foibe e sulle ripetute mistificazioni che, da più parti, vengono sostenute e divulgate.

In primo luogo vi è stata la lunga, lunghissima fase del tentativo di rimozione totale: di Foibe non si parlava, non si doveva parlare. Al di fuori di Trieste e di Gorizia, al di là dell’Isonzo la parola stessa era sconosciuta e le migliaia e migliaia di povere vittime, finite barbaramente in quelle nere fauci, era come se mai fossero esistite. All’insegna di tale sistematico oblio era dunque più che logico che non vi fosse testo storico e libro scolastico che si degnasse di fare cenno alcuno di Foibe, di infoibati e di infoibatori.

Dopo circa mezzo secolo da quella primavera di sangue del ’45, più propriamente in prossimità dell’89, il muro dell’oblio e del silenzio ha cominciato a mostrare qualche crepa, qualche incrinatura. Progressivamente la vicenda, la tragedia, il termine stesso “foiba” ha cominciato ad avere circolazione. E’ del 3 novembre 1991 la storica visita a Basovizza del Capo dello Stato Francesco Cossiga il quale chiese perdono per il silenzio che per cinquant’anni, per opportunismo politico, lo Stato e i partiti politici italiani avevano tenuto sulle tragedie del confine orientale.

Poi è arrivata anche la televisione, quella di Stato, che con la fiction “Il cuore nel pozzo” ha coinvolto il grande pubblico. Infine la stesso Parlamento nazionale, con la legge 92/2004 (la cosidetta “legge Menia”), approvata con voto quasi unanime, ha istituito la “Giornata del ricordo”, ponendo così almeno ufficialmente fine alla mistificazione dell’oblio e della rimozione.

* * *

Al tentativo (fallito) di cancellare la memoria ha fatto seguito quello di manipolare la natura storica di quanto avvenuto. L’obbiettivo di questi manipolatori era molto semplice e lineare: ridurre tutta la tragedia ad un episodio di conflitto tra etnie, inchiodare sul banco degli imputati gli “opposti nazionalismi”, mimettizzare, rimuovere, far scomparire del tutto le responsabilità ideologiche del Comunismo.

Nelle tre ore e passa di proiezione televisiva de “Il cuore nel pozzo” non può certo essere casuale che si parli in continuazione di Slavi e di Italiani, ma che non si pronunci una volta che sia una sola la parola tabù “comunisti”.

Spiace ricordare che tale mistificazione ha trovata la sua consacrazione nella sede solenne del Quirinale, nella occasione storica della consegna dei primi riconoscimenti ai famigliari degli infoibati, nelle parole autorevoli, autorevolissime del Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi: nel suo discorso è risultata infatti rigorosamente e clamorosamente assente la parola “Comunismo”.

Eppure, a dimostrare la falsità di tale interpretazione etnica, basta ben poco. La lettura di un volume che si intitola “Anche noi siamo morti per la patria”, edito e presentato dalla Lega Nazionale; ne sono autori cinque cittadini sloveni ed ha come tema le stragi, gli eccidi commessi dalle bande comuniste titine a danni di cittadini sloveni, a guerra finita. Si tratta di 892 pagine, tutte documentate, che testimoniano in maniera inequivocabile una sicura verità: mentre da noi i comunisti di Tito trucidavano migliaia di Italiani, a pochi chilometri di distanza nella stessa epoca, gli stessi comunisti di Tito trucidavano decine di migliaia di Sloveni. Perchè la loro motivazione non era assolutamente etnica, bensì rigorosamente ideologica: concimare con il sangue e con il terrore la nascita del nuovo stato comunista yugoslavo.

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Dopo la fase del silenzio e dopo quella della rimozione ideologica, siamo oggi alle prese con una nuova versione delle manipolazioni, a danni della tragedia delle Foibe. Mi riferisco cioè alla categoria dei “negazionisti” ed a quella dei “giustificazionisti”.

I primi (emuli del noto prof. Irving, negatore dell’Olocausto) sostengono che è ben vero che ci sono stati degli infoibamenti, ma assicurano essersi trattato solo di qualche singolo caso (sedicenti “storici” di questa congrega parlano di poco più di una decina di infoibati). A questi mistificatori delle Foibe che “negano”, si aggiungono poi coloro che “giustificano”: la causa di quanto successo andrebbe cercata – secondo costoro - nei “misfatti degli Italiani”, giacchè infoibamenti e violenze varie altro non sarebbere che la comprensibile reazione a tali misfatti. Da ciò quindi la assoluzione degli Infoibatori, generosamente rilasciata da questi “giustificazionisti”.

Gli argomenti per smascherare questi manipolatori della Storia ce ne sono in abbondanza. Oggi se ne è aggiunto uno nuovo che costituisce una sorta di prova provata del loro mendacio, nella più assoluta mala fede.

Si tratta di quanto ricordato alla Cerimonia di Basovizza: l’elenco di oltre mille vittime in prevalenza del goriziano che il Sindaco di Gorizia ha ufficialmente ricevuto dal Governo (Ministero degli Esteri) di Lubiana.

Un documento che nella lunga sequenza di nomi che vi sono riportati smentisce manifestamente la tesi dei negazionisti che parlavano di poche decine di infoibati; oltre un migliaio relativamente al solo goriziano; ne risultano ben confermate le migliaia e migliaia di vittime relativamente a tutta l’area della Venezia Giulia e della Dalmazia.

E poi la fonte: se è un organo ufficiale della Stato quello che ha fornito tale elenco (e cioè il Ministero deli Esteri sloveno) ciò stà a provare che erano sempre organi ufficiali dello stato (jugoslavo) quelli che le oltre mille vittime le avevano catturate e trucidate, per poi conservarne ufficialmente i nominativi, proprio negli archivi di Stato, dove sono rimasti per oltre mezzo secolo.

Ma gli organi ufficiali di uno Stato (e di un partito) non agiscono come le singole persone, non sono cioè mossi da passioni e da risentimenti, non operano per volontà di vendetta. Gli organi ufficiali di uno Stato (e di un partito) non operano in forza di sentimenti, bensì in nome di disegni di razionalità, di obbiettivi lucidamente perseguiti. Vale a dire che fantomatiche motivazioni di reazione, di vendetta per fantomatici “crimini italiani” non hanno niente acchè fare con tali tragiche vicende.

Ecco le regione del mio grazie al governo di Lubiana: quegli elenchi con oltre mille nominativi inchiodano alle loro trame di menzogna sia i “nagazionisti” che i “giustificazionisti”, quegli elenchi costituiscono la prova provata che la tragedia delle Foibe ha riguardato migliaia e migliaia di vittime innocenti e che all’origine di quei misfatti la causa vera va cercata nella lucida e criminale volontà di Tito di costruire sul terrore e sul sangue la nuova entità statale del Comunismo jugoslavo.

Paolo Sardos Albertini

È noto che gran parte del dibattito del passato è stato condizionato dal desiderio di denunciare il numero degli scomparsi. Ordini di grandezza diversi tra loro, interpretazioni estensive o riduttive delle cifre proposte, omologazione di tutte le vittime nella sola categoria degli «infoibati», associazione sinestetica all'esodo istriano e appropriazione terminologica di altre tragedie contemporanee (martirologio, genocidio, olocausto, pulizia etnica) per spiegare quella giuliano-dalmata, hanno finito col paralizzare l'esame dei fatti e delle dinamiche, limitando in tutto o in parte l'azione di ricostruzione storica, di compulsione necessaria tra le fonti documentarie e quelle orali. In verità il continuo parlare di cifre è sempre stato fatto per denunciare la portata del disegno jugoslavo, anche durante il processo per i crimini della. Risiera, per accostare ad essa le foibe, e per sollecitare l'azione giudiziaria contro alcuni presunti responsabili ancora viventi. Ma il ricorso al confronto sulle cifre è servito anche per contrastare sul terreno più debole, quello della quantificazione oggettiva, le giustificazioni più ardite sulle responsabilità politiche ed etniche degli eccidi. Certo, non sono mancati elenchi e repertori delle vittime che si sono dimostrati e si dimostrano ottime opportunità per dire tutto e il contrario di tutto, ma non offrono ancora oggi sufficienti elementi di chiarimento.

Il primo elenco biografico dei deportati, escludendo i nominativi diffusi dal foglio clandestino «Grido dell'Istria» (1945-46) e prima ancora quelli pubblicati tra il 1943 e il 1944 dalla propaganda tedesca e dalla stampa giuliana, poi ripresi anche da quella dell'Italia fascista e badogliana, è quello curato dall'Associazione congiunti dei deportati in Jugoslavia, di Trieste e Gorizia, compilato sulla base delle dichiarazioni degli aderenti raccolte a partire dal tardo 1945 e aggiornato nel 1955, in occasione dell'avvio delle pratiche per la dichiarazione di morte presunta per i deportati non rientrati, dei quali si era perduta ogni traccia. L'elenco dell'Associazione congiunti dei deportati in Jugoslavia, operante a Gorizia, è stato pubblicato col sostegno della locale amministrazione comunale, senza le necessarie correzioni e variazioni, e utilizzato da guida per la compilazione dell'elenco di 665 deportati goriziani trascritto nel lapidario del parco della Rimembranza. Quello della sezione triestina è attualmente custodito presso l'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia.

Nel corso degli anni cinquanta, Dora Salvi iniziava la raccolta di informazioni e la compilazione delle singole schede di quello che doveva diventare una sezione dello «schedario dell'irredentismo» (altre due sezioni comprendono, nell'ordine, le biografie degli irredentisti giuliano-dalmati e i nominativi sparsi dell'irredentismo italiano un tempo attivo in Corsica, Malta, Nizza, Canton Ticino), custodito presso la Biblioteca civica di Trieste, ovvero l'Albo d'oro. Seviziati, trucidati, deportati 1943-1944-1945. Questo lavoro, interrotto nel 1983, ha visto la confluenza dei repertori progressivamente compilati e pubblicati, però corretti e integrati da diverse altre informazioni ricavate dalla consultazione della stampa quotidiana e periodica, nonché dall'apporto di diverse testimonianze private. La Salvi, pur adottando dei criteri semplici di compilazione, si era resa perfettamente conto della necessità di mettere continuamente mano ai dati e alle biografie, senza assegnare alcun principio di staticità e definibilità al materiale così rielaborato. È un archivio ancora oggi inutilizzato e poco conosciuto.

Un altro schedario poco noto è quello custodito presso la sezione triestina dell'Associazione nazionale caduti e dispersi della Repubblica sociale italiana, conosciuto come «schedario Ida de Vecchi», dal nome della ex fiduciaria dei fasci femminili di Trieste e Lubiana, deportata nel maggio 1945 e rimpatriata nel 1947, nonché dirigente di primo piano della federazione triestina del Movimento sociale italiano negli anni cinquanta e sessanta. Lo schedario raccoglie, come per analoghe compilazioni, i nominativi di persone dichiarate o reputate scomparse nella Venezia Giulia e in Dalmazia tra il 1943 e il 1945, con particolare riguardo per quelli in forza alle unità militari e di polizia o che avevano ricoperto un qualche incarico amministrativo o politico. È un elenco che ha avuto pochi aggiornamenti e molte schede sono limitate al solo nominativo e a qualche altro, scarno, riferimento anagrafico; mentre alcune sono accompagnate da una sigla alfa-numerica riferita alla pratica pensionistica patrocinata dall'associazione. Tuttavia è utile incrociare questo materiale con altre informazioni per chiarire le biografie di scomparsi dichiarati altrove come «civili».

Per molto tempo l'elenco curato dal sindaco di Trieste Gianni Bartoli, intitolato Martirologio delle genti adriatiche (ma anche Le deportazioni nella Venezia Giulia e Dalmazia), è stato al centro di un duplice contrapposto interesse: dimostrare la fondatezza numerica del «martirologio» adriatico, confutare i dati sulla base degli errori di calcolo e sull'omissione del ruolo e delle responsabilità di diversi scomparsi. L'edizione più nota (1961), comprendente 4.122 nominativi, in tre elenchi alfabetici di persone decedute o scomparse, seguiva di due anni una prima, analoga, ma parziale pubblicazione curata dal Centro italiano per lo ,studio del problema dei rifugiati.

Nella prima edizione si faceva menzione dei dati forniti dall'Istituto centrale di statistica che indicava, per la Venezia Giulia, fino all'agosto 1943, 5.735 morti in guerra e valutava su base statistica media in altri 5.000 i caduti dopo tale data; secondo Bartoli bisognava aggiungere altre 5.000 vittime dei bombardamenti (2.000 solo a Zara) e il numero degli «infoibati». Bartoli, avvertendo l'incompletezza del suo lavoro, assicurava di aver attinto alle anagrafi di Trieste, Gorizia e Monfalcone, agli archivi dell'Opera nazionale profughi giuliani e dalmati, della Croce rossa, dell'Associazione deportati in Jugoslavia, della Lega nazionale, del Comando gruppo della Guardia di finanza di Trieste, alle segnalazioni di molti privati, omettendo però che il corpo più consistente di informazioni giungeva dall'Ufficio pensioni di guerra del Comune di Trieste, coordinato da Bruno Debianchi e Arduino Marcon, che aveva istruito molte pratiche, ai sensi della legge 648 del 10 agosto 1950, e compilato delle schede statistico-amministrative.

Queste pratiche spesso si fondavano sulla presentazione della dichiarazione di morte presunta, rilasciate dagli organi giudiziari a partire dal 1955 anche per i deportati in Jugoslavia. Malgrado che dal 1954 in Italia si fossero voluti riconoscere i benefici di legge per mutilati, invalidi e congiunti di caduti della Repubblica sociale -prima di quelli a favore delle vittime delle persecuzioni politiche e razziali - in molti casi le pratiche di riconoscimento di morte presunta e quelli per l'ottenimento della pensione di guerra omettono le indicazioni sul ruolo e i compiti ricoperti dal congiunto durante la guerra (soprattutto quando inserito, in seguito ai bandi di mobilitazione obbligatoria, nelle formazioni armate allestite dai nazisti nel Litorale adriatico). Un semplice controllo ha svelato l'identità in armi di molti civili contemplati nell'elenco.

Infatti dei 4.122 nominativi contemplati, solo 1.664 hanno una qualifica (di cui 1.228 militari o militarizzati, 5 esponenti del PNF, 13 funzionari dell'amministrazione dello Stato, 10 partigiani), e dai rimanenti 2.458 possono essere sottratte 150 persone decedute durante la guerra, 140 senza alcuna specifica indicazione, altre 133 ricavate dalle schede di richiesta d'informazioni al GMA, e 47 elencate dalla curia tergestina. Non mancano alcune inevitabili ripetizioní e qualche errore. Rimangono così 2.036 nominativi di persone effettivamente scomparse'.

Il Centro studi adriatici (Roma) - sorto nel 1947 per opera di Gian Proda e presieduto nell'ordine da Fausto Pecorari, Umberto Nani Mocenigo, Sebastiano Blasotti e diretto da Luigi Papo - ha diffuso, tramite i propri Quaderni e in collaborazione con «L'Arena di Pola» (1948), il «Bollettino d'informazioni del CSA» (1950-1976) e la «Difesa Adriatica» (1959-1961), i primi elenchi, compilati da Luigi Papo e dai suoi collaboratori, con i nomi di vittime e deportati dell'Istria, con particolare attenzione per la zona B, di Fiume e della Dalmazia. Gli elenchi sono stati ricavati da segnalazioni provenienti dall'ambiente dell'esodo, dalla sua stampa periodica, dalle associazioni sorte per tutelare storia e memoria giuliano-dalmata, da privati e dallo stesso CLN dell'Istria.

Le schede del Centro studi adriatici, confluirono nel 1989 nel poderoso Albo d'oro. La Venezia Giulia e la Dalmazia nell'ultimo conflitto mondiale di Luigi Papo, patrocinato dall'Unione degli istriani. In verità il lungo elenco, diviso per fasi temporali (Parte prima. Dal 10 giugno 1940 all'8 settembre 1943; Parte seconda. Dal 9 settembre 1943 alla fine della guerra; Parte terza. A guerra finita; Parte Quarta. Con l'Italia nel cuore) e, al loro interno, diviso in fronti militari, armi e corpi, vittime civili dei bombardamenti, deportati in Germania, persecuzioni razziali, vittime civili delle operazioni terrestri, caduti per la lotta partigiana, vittime della lotta ideologica e nazionale, ulteriormente suddivisi per aree geografiche, comprende diverse categorie, non sempre omologabili tra di loro, se non nella sola versione possibile: il prezzo di sangue pagato alla guerra dalla popolazione giuliano-dalmata. Ma gli elenchi e le segnalazioni curate da Luigi Papo non sono stati intesi in questo modo e spesso i dati generali hanno finito col produrre la percezione che il lungo e articolato repertorio stesse a significare soltanto il prezzo pagato per la difesa dell'italianità delle province orientali. Anche il problema della distinzione tra residenti, domiciliati e stanziali, che aveva interessato precedenti elenchi, non è stato chiarito nel quadro di un computo statistico medio tra la popolazione residente e il numero degli scomparsi. La prima edizione conteneva diversi errori e tante imprecisioni; una seconda edizione del 1994, cui ha partecipato una équipe di collaboratori, ha cercato di ovviare alle mancanze precedenti, ma ha conservato alcune incertezze, soprattutto dove per diverse persone scomparse si conosceva soltanto qualche debole cenno anagrafico. È chiaro che per tutti i casi dubbi si sarebbe dovuto ricorrere all'indagine presso lo stato civile dei comuni di origine di tutti gli scomparsi, ma un'impresa del genere sarebbe stata possibile solo con una ricerca a vastissimo raggio.

Ad ogni modo è interessante seguire il procedimento di calcolo adottato da Luigi Papo: secondo i suoi dati, dalle foibe istriane (1943) erano state esumate 355 salme, altre 40 vittime erano state accertate e 503 risultavano presunte sulla base delle segnalazioni locali (quelli ufficiali parlano di 217 cadaveri recuperati); sempre in Istria, fino alla fine delle operazioni militari, erano state esumate le salme di 93 vittime e indicate altre presunte 200. Dopo la fine delle operazioni militari erano state recuperate a ovest della linea Morgan 546 salme (i dati ufficiali indicano 464 salme esumate da foibe e fosse comuni), mentre in tutta la ex Venezia Giulia risultavano accertate, ma non recuperate, 286 vittime e 4.980 presunte, delle quali ben 3.500 solo nelle due cavità di Basovizza e della foiba 149 di Opicina. Sulla base di questi elementi Papo formulava la seguente ipotesi numerica per il periodo 1943-1945: 994 salme esumate da foibe, pozzi minerari, fosse comuni; 326 vittime accertate ma non recuperate; 5.643 vittime presunte sulla base delle segnalazioni locali o altre fonti; 3.174 vittime nei campi di concentramento e di lavoro jugoslavi, computate sulla base di segnalazioni o altre fonti. Quindi ben 10.137 persone mancanti in seguito a deportazioni, eccidi e infoibamenti per mano jugoslava. È naturale che in molti casi l'assoluta mancanza di ulteriori informazioni o dati di corredo non permette un supplemento di indagine e l'impegnativo lavoro di Papo fa i conti con la difficile contabilità che non sempre tiene conto, soprattutto in presenza di un elevato numero di «vittime presunte», calcolate anche a cifra tonda, la nazionalità delle stesse. Inoltre le singole biografie talvolta eludono le caratteristiche di certe vittime: valga per tutte quella di Gaetano Collotti, dove non si fa menzione del suo ruolo in seno all'Ispettorato speciale di P.S. Ecco perchè l'Albo d'oro può essere annoverato più come un repertorio generale che non come un elenco sistematico.

Sono stati pubblicati altri elenchi nominativi che meritano di essere ricordati: quello pubblicato nel 1983 da Antonio Pitamitz su «Storia Illustrata» è ripreso completamente da quello del Bartoli con la differenza che le vittime sono distinte per cronologia e province diverse, comprendendo così qualche ripetizione di nome; quello di Paolo Venanzi che propone un semplice elenco tratto dal volume del Bartoli con un elenco suppletivo di nomi non contemplati in quest'ultimo, la cui origine non viene menzionata; quello biografico limitato alla sola città di Parenzo, ma estremente interessante e finora ancora non imitato - per il criterio di schedatura delle notizie raccolte tra i congiunti delle vittime e degli scomparsi, curato da Amelio Cuzzi; l'elenco delle vittime istriane compilato da Gaetano La Perna. Inoltre molti autori che hanno affrontato, anche sulla scorta autobiografica, le vicende belliche 1943-45 nella Venezia Giulia hanno pubblicato diversi elenchi di militari caduti sotto le insegne della RSI oppure riferiti a singoli reparti e alla prigionia in Jugoslavia. Sul versante opposto bisogna citare la ricerca condotta da Samo Pahor sulle persone morte a Trieste e dintorni in seguito ai combattimenti compresi tra il 28 aprile e il 3 maggio 1945. In un elenco provvisorio raccoglie 801 nominativi ricavati dagli elenchi pubblicati, adeguatamente compulsati con i registri cimiteriali e ospedalieri, ma potrebbero essere molti di più, secondo lo studioso, con oltre duecento tra militari e poliziotti italiani, trecento militari dell'esercito partigiano jugoslavo, ben mille tra tedeschi e collaborazionisti slavi. Non mancano le sorprese: Giovanna Drassich, elencata tra le cinque vittime cadute il 5 maggio nella sparatoria jugoslava contro un corteo che sfilava dietro una bandiera tricolore, a Trieste, risulta deceduta all'ospedale civile nello stesso giorno, ma almeno cinque ore prima del tragico fatto per una ferita d'arma da fuoco subita il 2 maggio.

Non mancano gli elenchi prodotti autonomamente da associazioni d'arma ed ex combattenti col fermo proposito di testimoniare e documentare, talvolta in assenza di una documentazione ufficiale, l'entità delle perdite subite, spesso ricostruite sulla base di indagini tra i reduci e le famiglie dei caduti e il recupero dei ruolini delle unità anche più piccole. Molti di questi risultano depositati presso il Centro studi adriatici o l'Istituto storico della RSI (delegazione di Milano). Ma siamo in presenza di un materiale fortemente eterogeneo raccolto e compilato in tempi e con metodi diversi, difficilmente trattabile se non nel quadro di più ampi repertori, come d'altra parte è accaduto per l'Albo d'oro di Papo e il Martirologio del Bartoli.

Di grande utilità sono gli elenchi compilati a partire dal 1990 dall'Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione di Udine, che riguardano, suddivise per le attuali province del Friuli-Venezia Giulia, le vittime, i caduti e i dispersi della seconda guerra mondiale. Un lavoro che, per quanto ampio, presenta ancora delle imprecisioni, per la rarefazione di dati puntuali sul quadro statistico generale della popolazione residente, domiciliata o temporaneamente presente nella regione. Va inoltre ricordato che in seguito alle rettifiche confinarie postbelliche il Comune di Gorizia ha perduto 7 frazioni e parte di altre 4, mentre il territorio provinciale ha perduto 8 comuni; analogamente la Provincia di Trieste ha perduto 16 comuni e altri 9 sono passati alla Provincia di Gorizia; il Comune di Muggia ha perso alcune frazioni in seguito all'ultima rettifica del 1954. Questi aspetti hanno limitato alquanto la ricerca sulle vittime, dispersi e caduti nei comuni passati all'amministrazione jugoslava, a causa della mancanza di documenti o per la distruzione pressoché totale degli archivi anagrafici di quelle località.

Dei molti deportati deceduti in Jugoslavia solo per una piccolissima percentuale sono note le comunicazioni ufficiali di decesso o esecuzione di una condanna capitale. Ne deriva che molti elementi sono stati desunti dalle sole fonti disponibili e non sempre queste hanno offerto un quadro attendibile: lo stesso archivio di stato civile, conservato presso i tribunali di Gorizia e Trieste, risulta attendibile per i soli dati precedenti 1'8 settembre 1943. Per la raccolta di informazioni sulle persone definite scomparse o disperse in seguito ad arresto o prelevamento da parte delle forze jugoslave o loro affiancatrici, dopo il 1° maggio 1945, l'istituto si è avvalso dei registri conservati presso l'Associazione famiglie caduti e dispersi della Provincia di Trieste, l'Associazione volontari della libertà di Trieste, l'Associazione congiunti dei deportati in Jugoslavia di Gorizia, le Associazioni d'arma, l'archivio dell'Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, le pubblicazioni e le elencazioni coeve o successive sull'argomento, le anagrafi e i registri cimiteriali dei Comuni di Trieste e Gorizia, i registri matricolari del distretto di Trieste e delle capitanerie di Trieste e Monfalcone, gli archivi delle carceri di Trieste e Gorizia, le comunicazioni del Ministero della difesa ai comuni, segnatamente per i dispersi in seguito a deportazione in Jugoslavia, e soprattutto le sentenze di dichiarazione di morte presunta in allegato al registro II c dell'Ufficio di stato civile nei tribunali di Gorizia e Trieste. Sentenze accompagnate e precedute da indagini e un rapporto delle autorità giudiziarie, spesso fondate sulle sole dichiarazioni dei familiari degli scomparsi.

Da questi elementi l'Istituto giunge a calcolare in 601 le persone dichiarate disperse a Trieste in seguito alla deportazione jugoslava e in 332, di cui 182 civili, quelle scomparse da Gorizia. Cifre decisamente inferiori rispetto a quelle pronunciate e calcolate in precedenza, ma frutto di un campo di informazioni molto limitato: quello delle dichiarazioni di morte presunta. È evidente che le sentenze riguardavano solo le famiglie degli scomparsi residenti a Trieste e a Gorizia all'atto dell'avvio del procedimento-e fondate su spontanee testimonianze e pochi elementi. Certamente iniziative del genere furono prese anche in altre province italiane da parte dei congiunti di quei soggetti scomparsi nella Venezia Giulia, mentre vi prestavano il servizio militare oppure erano occupati presso la pubblica amministrazione, e da parte di quelli esodati dalla regione che si sono trovati nelle condizioni di ottenere i benefici derivanti dalle leggi sulle pensioni di guerra. Tutti questi casi, non contemplati dai registri dei locali archivi di stato civile o più semplicemente da quelli anagrafici, non trovano menzione. Di questo limite i ricercatori dell'Istituto sono consapevoli, sapendo di non poter avere una documentazione che può indicare nominalmente tutti i deportati deceduti, tranne per coloro i cui corpi sono stati esumati da cavità naturali, artificiali e fosse comuni. Anche sulle cifre di Gorizia si cautelano ricordando che sono sicuramente riduttive nel momento in cui fanno riferimento ai soli goriziani residenti. Questa ammissione conferma l'ipotesi qui sostenuta sul limite statistico dei dati consultati che contrastano perfino con quelli raccolti precedentemente tramite le schede dell'Ufficio pensioni di guerra del Comune di Trieste. Non va dimenticato che i casi di molti scomparsi, soprattutto per quelli residenti nei comuni italiani centromeridionali e insulari e rimasti tagliati fuori dal conflitto, vennero burocraticamente liquidati con la formula «disperso in seguito agli eventi armistiziali dell'8 settembre», retrocedendo burocraticamente la data dell'effettiva scomparsa di ben 18 mesi.

Comportamento analogo a quello tenuto da certi enti che hanno sinteticamente datato la scomparsa di molti loro dipendenti alla data 1° maggio 1945. Formule che mettevano, per il primo caso, al riparo da qualsiasi sospetto di collaborazionismo e che omologavano, nel secondo caso, dispersi e vittime diversi, ma che non può non farci riflettere sulle drammatiche difficoltà di reperire, già a distanza di una decina d'anni, notizie e informazioni su cittadini italiani scomparsi per eventi bellici. Certamente ci furono i casi di rimpatri dalla prigionia e successiva emigrazione, non segnalati ai comuni di residenza e agli enti che avevano compilato i primi registri, ma nell'economia generale questi incidono molto meno della mancata ricognizione generale in tutti gli archivi italiani di stato civile sui nomi di persone segnalate come scomparse ma evidentemente non in carico nei repertori storici dei comuni della residua Venezia Giulia.

Dal 1990 è attivo a Pordenone il Centro studi e ricerche «Silentes Loquimur», fondato da Marco Pirina che lo presiede e tramite il quale ha promosso una serie di pubblicazioni che raccolgono, in modo non sempre organico, documenti, testimonianze ed elenchi di scomparsi. In precedenza Pirina aveva pubblicato dei saggi su alcuni aspetti della guerra vissuti nella Destra Tagliamento e ai margini del Cansiglio, riaprendo il caso della scomparsa di diversi civili per opera delle formazioni partigiane pedemontane da cui il suo interessamento ai casi delle deportazioni nella Venezia Giulia .

La sua ricerca si è mossa su quattro linee: integrazione e correzione degli elenchi degli scomparsi e quindi ridiscussione delle cifre, con circa cinquemila vittime per la sola Venezia Giulia; identificazioni dei luoghi di occultamento delle vittime; ricerca e denuncia all'autorità giudiziaria dei responsabili degli eccidi; testimonianza della lotta italiana sul confine orientale, soprattutto dei reparti della RSI e della X MAS. Non è indubbio che la sua attività abbia portato a dei risultati, spesso sottovalutati più sul piano del metodo che del merito, ma che devono essere tenuti in considerazione nel quadro del dibattito più complessivo su foibe e deportazioni.

Anch'egli inserisce tra le vittime quelle dei caduti precedentemente alla fine della guerra, durante tutte le operazioni militari condotte nel territorio regionale, comprendendole all'interno del sistema conflittuale, omettendo talvolta le responsabilità del sistema collaborazionistico e quello della motivazione ideologica o nazionale, e su questo aspetto le sue tesi appaiono meno convincenti. L'eccesso pietistico (tutte le vittime uguali davanti alla morte) e la forzatura interpretativa (Venezia Giulia oggetto, dopo la guerra, di una « pulizia etnica» da parte slava) limitano l'apporto storiografico dei suoi contributi che non approfondiscono il carattere della occupazione nazista della regione.

Sul piano più tecnico la sua ricerca non prescinde dai dati ricavabili dagli elenchi curati dall'Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, che egli integra progressivamente con altri dedotti da altri elenchi editi e inediti, dalla stampa e dalla pubblicistica, da relazioni coeve o di poco successive depositate presso gli archivi pubblici, dalle testimonianze dei congiunti degli scomparsi.

da: Foibe. Il peso del passato. Venezia Giulia 1943-1945, a cura di G. Valdevit, Marsilio, Venezia, 1997, pp. 98-107.

sala, a Tersatto, lungo le banchine del porto, in piazza Oberdan, in viale Italia, i cadaveri s’ammucchiarono e non ebbero sepoltura. Nelle carceri cittadine e negli stanzoni della vecchia Questura, nelle scuole di piazza Cambieri, centinaia di imprigionati attendevano di conoscere la propria sorte, senza che alcuno si preoccupasse di coprire le urla degli interrogati negli uffici di Polizia, adibiti a camere di tortura.

Altre centinaia di uomini e donne, d'ogni ceto e d’ogni età, svanirono semplicemente nel nulla. Per sempre. Furono i "desaparecidos". Gli avversari da mettere subito a tacere vengono individuati negli autonomisti, cioè coloro che sognavano uno Stato libero; ai furibondi attacchi di stampa condotti dalla "Voce del Popolo" si accompagnò una dura persecuzione, che già nella notte fra il 3 e il 4 maggio portò all’uccisione di Matteo Blasich e Giuseppe Sincich, personaggi di primo piano del vecchio movimento zanelliano, già membri della Costituente fiumana del 1921.

Assieme agli autonomisti, negli stessi giorni e poi ancora nei mesi che verranno, trovano la morte a Fiume anche alcuni esponenti del Cln ed altri membri della resistenza italiana, fra cui il noto antifascista Angelo Adam, mazziniano, reduce dal confino di Ventotene e dal lager nazista di Dachau secondo una linea di condotta che trova riscontro anche a Trieste ed a Gorizia, dove a venir presi di mira dalla Polizia politica jugoslava, sono in particolare gli uomini del Comitato di liberazione nazionale.

La scelta appare del tutto conseguente, dal momento che sul piano politico il Cln è un'organizzazione direttamente concorrenziale rispetto a quelle ufficiali, delle quali è ben in grado di contestare l'esclusiva rappresentatività degli antifascisti italiani. Pertanto, per i titini, appare come l'avversario più pericoloso, sia perché potenzialmente in grado di
diventare il punto di riferimento della popolazione di sentimenti italiani, sia in quanto l'eventuale accoglimento delle sue pretese di riconoscimento, quale legittima espressione della resistenza italiana, farebbe cadere uno dei pilastri principali su cui si regge l'edificio dei poteri popolari.

Ma la furia si scatenò con ferocia nei confronti degli esponenti dell'italianità cittadina. Furono subito uccisi i due senatori di Fiume, Riccardo Gigante e Icilio Bacci, e centinaia di uomini e donne, di ogni ceto e di ogni età, morirono semplicemente per il solo fatto di essere
italiani.

Oltre cinquecento fiumani furono impiccati, fucilati, strangolati, affogati. Altri incarcerati. Dei deportati non si seppe più nulla. Cercarono subito gli ex legionari dannunziani, gli irredentisti della prima guerra mondiale, i mutilati, gli ufficiali, i decorati e gli ex combattenti. Adolfo Landriani era il custode dei giardino di piazza Verdi: non era fiumano, ma era venuto a Fiume con gli Arditi e per la sua piccola statura tutti lo chiamavano "maresciallino". Lo chiusero in una cella e gli saltarono addosso in quattro o cinque, imponendogli di gridare con loro "Viva la Jugoslavia!". Lui, pur così piccolo, si drizzò sulla punta dei piedi, sollevò la testa in quel mucchio di belve, e urlò con tutto il fiato che aveva in corpo: "Viva l'Italia!".

Lo sollevarono, come un bambolotto di pezza, o lo sbatterono contro il soffitto, più volte, con selvaggia violenza e lui ogni volta: "Viva l'Italia! Viva l'Italia!" sempre più fioco, sempre più spento, finché il grido non divenne un bisbiglio, finché la bocca colma di sangue non gli si chiuse per sempre.

Qualcuno morì più semplicemente per aver ammainato in piazza Dante la bandiera jugoslava. Il 16 ottobre del 1945, un ragazzo, Giuseppe Librio, diede tutti i suoi diciott'anni, pur di togliere il simbolo di una conquista dolorosa. Lo trovarono il giorno dopo, tra le rovine del molo Stocco, ucciso con diversi colpi di pistola. Nel carcere di Fiume il 9 ottobre 1945 Stefano Petris scrisse il suo testamento sui fogli bianchi dell’"Imitazione di Cristo": "…Non piangere per me. Non mi sono mai sentito così forte come in questa notte di attesa, che è l’ultima della mia vita. Tu sai che io muoio per l'Italia. Siamo migliaia di italiani, gettati nelle Foibe, trucidati e massacrati, deportati in Croazia falciati giornalmente dall'odio, dalla fame, dalle malattie, sgozzati iniquamente. Aprano gli occhi gli italiani e puntino i loro sguardi verso questa martoriata terra istriana che è e sarà italiana. Se il Tricolore d'Italia tornerà, come spero, a sventolare anche sulla mia Cherso, bacialo per me, assieme ai miei figli. Domani mi uccideranno. Non uccideranno il mio spirito, né la mia fede. Andrò alla morte serenamente e come il mio ultimo pensiero sarà rivolto a Dio che mi accoglierà e a voi, che lascio, così il mio grido, fortissimo, più forte delle raffiche dei mitra, sarà: "viva l'Italia!".

tratto da "Il Rumore del Silenzio"

LE FOIBE DEGLI ALTRI: furono uccisi a migliaia, sloveni e croati, oppositori del regime comunista di Tito

da Il Giornale 16/02/05 - Le foibe degli altri di Robi Ronza

Tenuto conto dell’eco che l’attualità italiana ha in Slovenia e in Croazia sarà interessante ora vedere se la riscoperta ufficiale in Italia dell’odissea dei giuliani e dalmati di lingua italiana non provocherà per contraccolpo anche quella di altri stermini che accompagnarono in Jugoslavia la presa del potere da parte dei comunisti di Tito.
Sarebbe una riscoperta forse molto imbarazzante per una buona parte delle loro attuali classi dirigenti, ma certamente salutare per i popoli nostri vicini dell’Adriatico orientale.

Per ovvi motivi in Italia si riscoprono innanzitutto l’esodo degli italiani e le vittime italiane delle foibe. Questi però sono parte di una vicenda più ampia.

In Slovenia si registrò anche l’espulsione, accompagnata da massacri, della rninoranza di lingua tedesca insediata da secoli nella regione di Gottschee, oggi chiamata Kocevje.

E sia in Slovenia che in Croazia alla fine della guerra i comunisti titini fecero strage non solo dei connazionali filofascisti e filonazisti ma innanzitutto dei partigiani non comunisti, temuti antesignani di una Jugoslavia democratica che Tito vedeva come il fumo negli occhi.

Si calcola che nei dintorni di Lubiana circa 8mila di questi ultimi siano stati sterminati e sepolti in giganteschi cimiteri segreti. Tale è la consistenza di questi cimiteri che essi sono divenuti un problema inconfessato ma reale per i progettisti delle nuove autostrade slovene e croate. Ufficialmente non esistono, ma chi traccia le nuove autostrade deve stare ben attento a non andarci dentro.

Finora in Slovenia e in Croazia questi orrori continuano a venire censurati. La ragione di tale censura è che nelle classi dirigenti adesso al potere sono troppo numerosi coloro che in gioventù parteciparono a questi massacri o sono figli di persone che li diressero, o appartengono a famiglie che si arricchirono con la razzia dei beni degli uccisi e degli espulsi.

Ora però che il velo è stato tolto in Italia sarà difficile far perdurare ancora a lungo tale silenzio. Sarebbe cosa utile anche per noi poiché ci aiuterebbe a meglio difendere dal rischio del neo-nazionalismo la memoria pubblica ritrovata della tragedia dell’esodo giuliano e dalmato. Parlo di memoria pubblica ritrovata perché nel privato, non solo nel Nordest ma anche ovunque vi fossero presenze di esuli giuliani e dalmati, si è sempre saputo delle foibe e dell’espulsione violenta degli abitanti di lingua italiana dalle province cedute alla Jugoslavia alla fine della seconda guerra mondiale. il fascismo aveva trascinato l’Italia in una sconfitta, e le sconfitte comunque si pagano.

Ci si dovrebbe piuttosto domandare come mai siano dovuti trascorrere ancora quasi quindici anni dalla caduta del Muro e dalla fine della Jugoslavia perché l’Italia ufficiale togliesse alla vicenda il velo di silenzio che la copriva da quando nel 1948 Tito era divenuto un utile alleato indiretto dell’Occidente. Tanto più dunque, anche se inevitabile, non sarà facile per Slovenia e Croazia far i conti con un tale passato.

Tratto dal Dossier Foibe ed Esodo, curato da Silvia Ferretto Clementi, Consigliere Regionale della Lombardia. (www.ferretto.it)


LE FOIBE NEI TESTI: VERITA’, FALSITA’ ED OMISSIONI
CONFINE ORIENTALE


Mario Pacor - Milano, Feltrinelli, 1954

p. 34
Nei quaranta giorni della loro occupazione, i comandi militari Jugoslavi, e le autorità civili slave e italiane, da essi riconosciute, condussero una politica che, se aveva per presupposto l’annessione alla Jugoslavia, ostica a una parte della popolazione italiana, deve tuttavia essere riconosciuta obiettivamente assai corretta e civile.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini,

M. Pacor, pubblicato in ITALIA DRAMMATICA STORIA DELLA GUERRA CIVILE

Della Volpe editore, Unione Editoriale vol. 3, 1965

p. 568
i nostri alleati della nostra Jugoslavia, alfieri eroici di libertà e progresso, con i quali dobbiamo stringere sempre più rapporti di amicizia e di collaborazione (…).

p. 570
sull’occupazione di Gorizia: amministrazione democratica.

p. 574
Un’illustrazione a corredo del pezzo raffigura un titino che sorride ad alcune donne e riporta la seguente didascalia: 1 maggio 1945: i partigiani entrano in Trieste. C’è chi si ferma per scambiare un sorriso con le cittadine. Nelle zone compattamente slave il potere fu assunto dai comitati dell’OF, nelle altre dai CLN in collaborazione con l’OF o dai Comitati popolari misti.

p. 571
Didascalia riportata sotto la fotografia di Francesco De Gregori: detto "Bolla", morì con 17 suoi uomini per opera di una banda rivale.

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STORIA UNIVERSALE


Rizzoli Larousse, Milano, 1973

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L’EUROPA E GLI ALTRI CORSI DI STORIA PER I TRIENNI DELLE SCUOLE MEDIE SUPERIORI 3 -


Claudio De Boni, Enrico Nistri - Firenze, G. D’Anna, 1991

Cap. 13 - La pace senza pace - L’età della guerra fredda.
La normalizzazione degasperiana (...) Assai più arduo e penoso è il compito che si trova ad affrontare nella sua politica estera lo statista trentino, chiamato ad accettare il trattato di pace imposto dalle potenze vincitrici al nostro paese. Esclusa dalle trattative, considerata a pieno titolo una nazione vinta, nonostante la cobelligeranza e la lotta di resistenza antitedesca, l’Italia è chiamata ad accettare una pace punitiva, anche se meno onerosa di quella toccata ad altre nazioni coinvolte nel conflitto. Oltre a dover accettare alcune modeste rettifiche del confine con la Francia, la rinuncia di fatto all’Istria e alla Dalmazia, a beneficio della Jugoslavia, la trasformazione della città di Trieste in un "territorio libero" sotto l’amministrazione angloamericana".

Cap. 14 - L’età del disgelo - Una legislatura di transizione (1953-1958)
Anticomunismo e sussulti nazionalistici (...) nè manca, nel 1953, un sussulto nazionalista: dinanzi alla riluttanza degli anglo-americani a restituire Trieste all’Italia e alla minaccia Jugoslava di occupare la città, il primo ministro democristiano Giuseppe Pella ammassa le truppe alla frontiera, con una presa di posizione che rende per qualche tempo molto tesi i rapporti con Tito e con gli stessi alleati occidentali, anche se pone le premesse per il definitivo ritorno di parte della Venezia Giulia all’Italia.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

NEL TEMPO 3 Corso di storia per la scuola media


Gabriele De Rosa, Antonio Cestaio - Milano, Minerva Italica, Rist. 1991

Cap. 24 - Usa e URSS: la divisione ideologica e militare del mondo.
3. Il trattato di pace per l’Italia.

I trattati di pace, firmati a Parigi nel 1947, risentono del clima di sospetto formatosi nei rapporti fra le grandi potenze. Basti dire che mentre l’Italia riuscì ad avere un trattato di pace, sia pure a costo di grandi sacrifici, la Germania non l’ebbe. Ecco le clausole principali del trattato di pace per l’Italia, firmato dal presidente del Consiglio del tempo, Alcide De Gasperi:
1) restituzione delle isole del Dodecanneso, nel mar Egeo, alla Grecia;
2) cessione dell’Istria e di altri territori della Venezia Giulia alla Jugoslavia. Trieste, dopo lunghe discussioni e violente polemiche, fu dichiarata territorio libero e fu divisa in due zone: una sotto il controllo degli anglo-americani, l’altra sotto il controllo iugoslavo. Ogni tentativo di accordo fra Italia e Jugoslavia non ottenne nessun risultato. Solo nel 1954 Trieste fu restituita all’Italia;
3) cessione alla Francia di due paesi di confine: Briga e Tenda. Delle colonie italiane in Africa, l’Eritrea fu federata all’Etiopia; la Somalia fu affidata all’Italia in amministrazione fiduciaria per 10 anni e, poi, nel 1960 fu resa indipendente; la Libia divenne stato indipendente. Anche l’Albania, annessa all’Italia nel 1939, tornò ad essere uno stato indipendente.


Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

STORIA D’ITALIA DE AGOSTINI cronologia 1815-1990


Novara, De Agostini, 1991

p. 525 - Questione di Trieste
Il trattato italo jugoslavo di Rapallo del 1920 aveva incluso nei territori sotto la sovranità italiana 500.000 slavi. In queste regioni il fascismo aveva condotto una politica di italianizzazione forzata, agendo con misure fortemente repressive.
Le forze partigiane jugoslave, negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale, avevano occupato ampie porzioni di territorio italiano. Solo dopo delicate trattative con gli anglo americani, nel giugno del 1945, gli jugoslavi si erano ritirati.

Si prosegue con la descrizione delle zone A e B, con il passaggio di Trieste nel ‘54 all’Italia.

Nessun riferimento al trattato di Osimo, alle foibe, all’esodo o ai lager titini

L’OPERAZIONE STORICA — L’ETA’ CONTEMPORANEA 3 NOVECENTO


Alberto De Bernardi, Scipione Guarracino - Mi, Ed. Scolastiche Bruno Mondadori, 1991

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

CORSO DI STORIA – L’ETA’ CONTEMPORANEA – Vol. 3


Giampiero Carocci - Bologna, Ed. Zanichelli, 1992

Capitolo 76 — La Repubblica Italiana
76.2. La svolta moderata del 1947

Trattato di pace — Il 10 febbraio 1947 venne firmato il trattato di pace, che impose vari sacrifici territoriali: Briga e Tenda passarono alla Francia, la Dalmazia e una parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia, il Dodecanneso alla Grecia, Trieste, contesa dalla Jugoslavia, fu eretta in territorio libero e restituita all’Italia più tardi, nel 1954.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

LE NAZIONI D’EUROPA E IL MONDO


G. Cracco, A. Prandi, F. Traniello - S.E.I. Torino, 1993

Cap. 18.
Nascita e trasformazioni del "Mondo Bipolare" (1945-1980).

La conferenza di Parigi e il nuovo assetto europeo.
(…) L’Italia, oltre ad alcune correzioni di confine a favore della Francia, dovette cedere alla Jugoslavia l’Istria, Fiume, Zara, parte della Venezia Giulia fino a Gorizia, le isole della Dalmazia. Trieste e l’area istriana circostante, pretese dalla Jugoslavia, vennero divise in due "zone" affidate all’amministrazione inglese e a quella jugoslava (solo nel 1954 un accordo italojugoslavo definì la questione con il ritorno di Trieste all’Italia e la rinuncia di fatto da parte italiana al territorio istriano ormai jugoslavo). Inoltre l’Italia perse il dominio sull’Albania, sulle isole del Dodecanneso e su tutte le colonie (con l’eccezione della Somalia, affidata fino al 1960 in amministrazione fiduciaria).
La prima conseguenza di questi spostamenti di confini fu quella di un massiccio esodo di popolazioni, specialmente tedesche, polacche e italiane (...).


Nessun riferimento alle foibe o ai lager titini.

STORIA DELL’ETA’ CONTEMPORANEA Dalla seconda rivoluzione industriale ai giorni nostri


Peppino Ortoleva, Marco Revelli - Milano, Ed. Scolastiche Bruno Mondadori, 1993

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

STORIA CONTEMPORANEA


Rosario Villari (Pres. Giunta Centrale per gli Studi Storici) - Ed. Laterza — III Rist. 1994

Capitolo ventesimo
11. dopoguerra e la fine del sistema coloniale
1. Difficoltà e contrasti del dopoguerra

La conferenza di Potsdam rinviò ad una successiva "conferenza dei ventuno" (che si tenne a Parigi dal luglio all’ottobre del 1946) la definizione dei trattati (che furono firmati il 10 febbraio 1947) con i paesi ex alleati della Germania (Italia, Romania, Finlandia, Ungheria e Bulgaria). Fu adottato il principio del ritorno alla situazione del primo dopoguerra, ma non senza notevoli rettifiche. L’Italia dovette cedere le isole del Dodecanneso alla Grecia, una parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia e due piccoli territori di confine (Briga e Tenda) alla Francia; dovette riconoscere l’indipendenza dell’Albania e rinunciare alle colonie, mantenendo un mandato di amministrazione fiduciaria per dieci anni in Somalia. La controversa questione di Trieste fu risolta con la creazione di un territorio libero, diviso in due zone amministrate rispettivamente dagli anglo-americani e dagli jugoslavi; di fatto poi Trieste tornò all’Italia nel 1954 (...).
(…) il fenomeno più vistoso causato da questi mutamenti politico-territoriali, fu l’esodo di milioni di profughi da una zona all’altra. Aggiungendosi alle conseguenze dei trasferimenti di popolazioni avvenuti per cause diverse durante la guerra, esso contribuì ad aggravare i problemi del dopoguerra e le tensioni tra le potenze che avevano le maggiori responsabilità del riassetto sociale e demografico.
E questi sacrosanti principi di politica internazionale, tanto solennemente formulati, dichiarati e sottoscritti, sono stati totalmente elusi dal trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947. Lo possiamo affermare a futura memoria.


Nessun riferimento specifico all’esodo italiano, alle foibe o ai lager titini.

CORSO DI STORIA DI ETA’ CONTEMPORANEA


Roberto Finzi - Mirella Bartolotti - Bologna, Zanichelli, 1994

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

STORIA E STORIOGRAFIA


Antonio Desideri - Firenze, G. D’Anna, 1994

pp. 985 - 986
12.3.11 Trattato di pace imposto dagli Alleati.
Il 10 febbraio 1947 De Gasperi firmò a Parigi, come capo del governo italiano, il trattato di pace impostoci dagli Alleati. Fu questo l’atto conclusivo del penoso calvario sofferto dalla delegazione italiana alla conferenza per la pace (...). La pace comportò per l’Italia dolorose rinunce: una rettifica di confine ad occidente, col passaggio alla Francia di Briga e Tenda, la cessione alla Jugoslavia di Zara e della più gran parte della Venezia Giulia di lingua slava, mentre Trieste col suo retroterra fu costituita in Territorio libero, diviso peraltro in due zone, zona A, comprendente Trieste, sotto amministrazione anglo-americana, zona B sotto amministrazione jugoslava (Trieste e la zona A torneranno all’Italia solo nel 1954) (...).

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

UNA GUERRA CIVILE. SAGGIO STORICO SULLA MORALITÀ DELLA RESISTENZA

C. Pavone - Torino, Bollati Boringhieri, gli Archi, 1994

Alla strage di Porzus in uno dei saggi più importanti sullo studio della resistenza italiana viene dedicata solo una breve nota (n. 106, p. 733).

POPOLI E CIVILTA’

Antonio Brancati - Firenze, La Nuova Italia, 1995

Cap. 28 - L’Italia dalla ricostruzione al centrismo
Il 10 febbraio 1947 venne firmato a Parigi il trattato di pace: le condizioni furono imposte all’Italia, che dovette accettarle senza discussione per effetto della resa incondizionata dell’8 settembre. La "cobelligeranza" infatti, nonostante il positivo aiuto dato alla vittoria dal Cln e dalle brigate partigiane, non dette titolo ai plenipotenziari italiani di sedere al tavolo della pace e di partecipare alle discussioni.
Il trattato — un vero e proprio "diktat" - nella forma e nella sostanza imposto con ristrettissimi margini di manovra ai nostri rappresentanti dagli Alleati e ratificato in luglio dall’Assemblea Costituente - fissava la cessione alla Francia di un territorio comprendente Briga e Tenda e gli importanti impianti idroelettrici colà esistenti; la rinunzia a gran parte della Venezia Giulia in favore della Jugoslavia, ad eccezione della zona di Trieste dichiarata "territorio libero" e divisa a sua volta in due zone, rimaste sotto l’amministrazione degli Alleati e degli Jugoslavi fino al 1954, anno nel quale un accordo diretto con la vicina Repubblica restituiva la città e un limitato retroterra all’Italia.


La soluzione del problema di Trieste (ottobre 1954).
Tra le iniziative di maggior rilievo prese dal governo pochi mesi prima dell’ascesa di Gronchi al Quirinale va annoverata la soluzione dell’annoso problema di Trieste, il cui territorio era stato suddiviso dagli Alleati in due zone: quella denominata A (222 Kmq con 302.000 abitanti in massima parte italiani) e quella B (515 Kmq con 73.000 abitanti in gran parte sloveni). Di fronte all’ostilità della Jugoslavia ed alle incertezze degli Alleati il governo nazionale, operando con decisione e con insolita autonomia nei confronti delle potenze vincitrici, riuscì a riportare Trieste e tutta la zona A sotto la sovranità dell’Italia (1954), pur se entro confini ristretti.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini,

STORIA 2 — DAL 1948 AI GIORNI NOSTRI


Augusto Camera, Renato Fabietti - Bologna, Ed. Zanichelli, 1995

Cap. 57. La Repubblica Italiana
Trattato di pace.
Il 10 febbraio del 1947 De Gasperi firma a Parigi il trattato di pace, con il quale l’Italia cede alla Francia Briga e Tenda, alla Jugoslavia la Dalmazia e una parte della Venezia Giulia, alla Grecia il Dodecanneso. Particolarmente sentito da vasti strati dell’opinione pubblica è il problema di Trieste, che, contesa fra l’Italia e la Jugoslavia ed eretta in un primo tempo a Territorio libero, verrà restituita all’Italia nel 1954.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

STORIA CONTEMPORANEA


F. Gaeta, P. Villani, C. Petraccone - Bari, Ed. Principato, 1996

La conferenza di Parigi (1946)
(...) Come era accaduto nel 1919, non vi fu una pace negoziata, ma una serie di diktat che imposero mutamenti territoriali e pagamenti di pesantissime indennità a titolo di riparazione. Il paese più colpito fu l’Italia, che fu privata di tutte le colonie, dovette cedere alcuni territori (Briga e Tenda) alla Francia ed altri (Venezia Giulia) alla Jugoslavia e fu obbligata a una riparazione di 330 milioni di dollari. Una questione assai grave fu quella di Trieste, per la quale si arrivò alla costituzione di un territorio libero diviso in due zone amministrative, controllate rispettivamente dagli anglo-americani e dagli jugoslavi: la città poté tornare all’Italia nel 1954 in seguito a un accordo italo-iugoslavo.

Nessun riferimento alle foibe, all’esodo o ai lager titini.

L’EUROPA E GLI ALTRI CORSI DI STORIA PER I TRIENNI DELLE SCUOLE MEDIE SUPERIORI 3


Claudio De Boni, Enrico Nistri - Firenze, G.D’Anna Messina, 1996

p. 561
(…) ma i sacrifici maggiori riguardano il confine orientale. Alla Jugoslavia dobbiamo cedere buona parte dell’Istria le città di Zara e Fiume. La stessa sovranità di Trieste è posta in discussione, con la costituzione intorno ad essa di un territorio libero suddiviso in due zone: la A con la città di Trieste, sotto amministrazione franco anglo americana; la zona B sotto amministrazione jugoslava.
Entrambe le zone, secondo la dichiarazione tripartita del 1948 ad opera di francesi, inglesi e americani, sarebbero dovute passare sotto la sovranità italiana.
In realtà la zona A con Trieste tornerà all’Italia, mentre, con il trattato di Osimo del 10 novembre 1975, il nostro paese rinuncerà alla sovranità sulla zona B, entrata a far parte dell’allora Jugoslavia.


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MANUALE DI STORIA 3. L’ETA’ CONTEMPORANEA


A. Giardina, G. Sabbatucci, V. Vidotto - Bari, Editori Laterza - IV Ristampa, 1996

Frutto di negoziati protrattisi per più di un anno, il trattato di pace fra l’Italia e gli alleati fu firmato a Parigi nel febbraio ‘47 e ratificato dalla Costituente nel luglio dello stesso anno.
(…).Alla fine del ‘46 fu attuata una sistemazione provvisoria, che lasciava alla Jugoslavia la penisola istriana, eccettuata una striscia comprendente Trieste e Capodistria, che avrebbe dovuto costituire il Territorio libero di Trieste. Il Territorio fu a sua volta diviso in una zona A (Trieste e dintorni) occupata dagli alleati e in una zona B tenuta dagli jugoslavi. Solo nell’ottobre 1954, dopo momenti di forte tensione fra Italia e Jugoslavia, si giunse a una spartizione di fatto, che sanciva il controllo jugoslavo sulla zona B e il passaggio dall’amministrazione alleata a quella italiana della zona A, ossia di Trieste, che veniva così riunita all’Italia. Ma sarebbero passati ancora più di vent’anni perché si raggiungesse un accordo (il trattato di Osimo del novembre 1975), con cui le due parti si riconoscevano reciprocamente la sovranità sui territori in questione.
Certo, la questione di Trieste e della Venezia Giulia rappresenta nel primo decennio postbellico la ferita più dolorosa fra quelle lasciate aperte dalla guerra. Il contrasto fra italiani e slavi - esasperato durante il fascismo dalla dura repressione contro le minoranze etniche condotta dal regime - era riesploso alla fine della guerra, nelle zone occupate dagli jugoslavi con una serie di sanguinose vendette contro gli italiani. Un gran numero di giuliani e dalmati (fra i due e i trecentomila) erano stati costretti a riparare in Italia, contribuendo a tener desta la polemica contro il trattato di pace. Il problema di Trieste divenne così un fattore di mobilitazione per l’opinione pubblica moderata e si intrecciò con le divisioni create dalla guerra fredda (fino alla rottura fra Tito e Stalin, nel ‘48, la frontiera fra Italia e Jugoslavia coincise con quella fra Occidente e blocco comunista).


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NUOVE PROSPETTIVE STORICHE 3 - IL NOVECENTO


Gentile Ronga Salassa - Editrice La Scuola, 1997

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OPERAZIONE STORICA ETA’ CONTEMPORANEA


Alberto de Bernardis Scipione Scipione Guarracio - Milano, Mondadori 1997-1998

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IL NOVECENTO – LE RADICI DEL MONDO ATTUALE Corso di storia per la 3 classe degli ist. professionali secondo i nuovi programmi


Carlo Enrico Rol - Torino, Ed. Il capitello, 1998

p. 129
Conferenza di pace di Parigi 1946 - (…) Il nostro paese perse alcuni territori sulle Alpi occidentali, l’Istria le isole greche e le colonie; la città di Trieste ebbe un’amministrazione particolare fino al 1954, quando in seguito a un parziale accordo con la Jugoslavia ritornò di fatto all’Italia (…).


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ELEMENTI DI STORIA XX SECOLO - IV Ed.


Augusto Camera e Renato Fabietti - Bologna, Edizione Zanichelli, 1998

Pp. 1564-1566
L'8 settembre 1943, nel vuoto di potere determinato dallo sfacelo dello Stato Italiano, furono uccise, soprattutto in Istria, 500/700 persone. Per quanto gravi, quei fatti non corrispondevano però a un disegno politico preordinato: essi furono piuttosto la conseguenza di uno sfogo dell'ira popolare sloveno-croata contro gli italo-fascisti, paragonabile alla strage di fascisti perpetrata nel Nord Italia dopo il 25 aprile, nella quale certo non intervennero motivazioni etniche di nessun genere. […] Noi non abbozzeremo un bilancio degli "infoibati" e dei soppressi in vario modo e in varie circostanze, in primo luogo e soprattutto perché le cifre fornite dalle varie fonti sono disparate e malcerte; in secondo luogo perché l'abitudine invalsa di usare come argomento politico il cumulo dei cadaveri gravante sulla coscienza di questo o quel partito ci sembra disgustosa. (…) Altrettanto inammissibile ci sembra il fatto che osino chiedere conto della ferita sofferta dall'Italia nelle sue regioni nord-orientali coloro che di tale ferita sono stati i primi responsabili o coloro che di tali primi responsabili si dichiarano eredi e continuatori.

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SETTE SECOLI D’EUROPA 3


G.Bordino- A.Chiattella- F. Gatti- G. Martinetti - Ed. Sei 1998

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IL NOVECENTO


Brancati, T. Pagliarani - Firenze, La nuova Italia, 1999

La «questione adriatica» - La «pulizia etnica» e l'orrore delle foibe
La fine della guerra non significò l'arrivo della pace per molti Italiani residenti sul confine con la Jugoslavia, costretti a vivere tutta una serie di drammatiche esperienze destinate a divenire tristemente note come «questione adriatica».
Nel corso della guerra di liberazione l'esercito comunista di Tito aveva infatti proceduto gradatamente all'occupazione dell'Istria, dove da tempo convivevano in pace la popolazione italiana e quella slava, ma anche di Trieste, Gorizia, Cividale del Friuli, Gemona e Monfalcone e quindi dell'intera Venezia Giulia, territori già rivendicati dal nuovo regno serbo-croato-sloveno in quanto considerati di tradizione slava. Tale pretesa, inizialmente favorita dallo stesso Partito comunista italiano, non venne accettata dagli altri partigiani del luogo, decisi a difendere i territori italiani dall'intento espansionistico di Tito. Nonostante la loro opposizione, l'esercito di Tito riuscì a raggiungere ugualmente Trieste (10 maggio 1945). Da allora ebbe inizio nell'Istria una lunga serie di persecuzioni, violenze e azioni di «pulizia etnica» da parte iugoslava, con lo scopo di liberare tutto il territorio da qualsiasi presenza italiana. Vennero così attuate vere e proprie esecuzioni in massa di cittadini, gettati poi, vivi o morti che fossero, nelle più di 1500 cavità naturali scavate dalle acque nella roccia carsica della zona e comunemente dette foibe (dal latino fovea, «fossa»). È stato calcolato che circa 15.000 persone persero così la vita. Si trattava di giovani, vecchi, donne, bambini scelti per il semplice fatto di essere italiani e uccisi in nome di un esasperato nazionalismo, dell'ideologia comunista dei seguaci di Tito e dello spirito di vendetta ben presente nella popolazione slava, che aveva subito molte perdite nella guerra di liberazione partigiana.


LA STORIA - IL NOVECENTO 3

F.Della Peruta, G. Chittolini, C. Capra - Firenze, Le Monnier, 2000

p. 327
In Jugoslavia si costituirono due movimenti: quello monarchico, nazionalista e anticomunista dei cetnici (guerriglieri) serbi guidati dal generale Draza Mihajlovic, che finì con il collaborare con gli occupanti, e quello comunista diretto da Josip Broz detto Tito.
Tito dimostrò grandi doti politiche e militari, (…)
La questione di Trieste, città sulla quale avanzavano le loro pretese gli jugoslavi, fu sistemata provvisoriamente con il riconoscimento della nuova entità statale creata nel luglio 1946 Territorio Libero di Trieste, diviso in due zone: la A (la città e i dintorni) e la B (da Capodistria a Cittanova), amministrate rispettivamente da anglo-americani e dalla Jugoslavia.
Questa soluzione provocò in seguito acute tensioni tra italiani e slavi, finchè nel 1954 la zona A fu affidata di fatto all’amministrazione di Roma, con una sistemazione che fu sanzionata dalle due parti con il trattato di 0simo del novembre 1975.


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GUIDA STORIA DEL ‘900


Giardina Sabatucci - Bari, Ed. 2000 La Terza

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STORIA E STORIOGRAFIA.

Il Novecento: dall'età giolittiana ai giorni nostri.


Antonio Desideri, Mario Themelly - Firenze, D’Anna Messina

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L'ETÀ CONTEMPORANEA


P. Ortoleva, M. Revelli - Edizioni Scolastiche B. Mondadori – Nuova Periodizzazione

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VOCABOLARIO DELLA LINGUA PARLATA IN ITALIA


di Carlo Salinari

FOIBA: Dolina con sottosuolo cavernoso che indica particolarmente le fosse del Carso nelle quali, durante la guerra ‘40-‘45, furono gettati i corpi delle vittime della rappresaglia nazista.

PROGRESSO STORICO Corso di storia per la Scuola Media

Michele D’Elia - Trevisini Editore, Milano.

Cap. 30 Dalle conferenze ai trattati di pace
La conferenza generale di Parigi — 10 febbraio 1947

Estenuanti conferenze tra i vincitori, dal settembre 1945 al dicembre 1946, svoltesi a Londra, Mosca, Parigi e New York, precedettero quella generale di Parigi dove si stabilì che: l’Italia cedesse Briga e Tenda alla Francia, il Dodecanneso alla Grecia, parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia; Trieste fosse eretta in Territorio Libero, il cosiddetto "T.L.T.". Il nostro Paese fu privato delle colonie: la Libia nel 1951 sarebbe stata eretta in regno indipendente sotto re Idris El Senussi; l’Eritrea fu annessa all’Etiopia; la Somalia ci fu affidata in amministrazione fiduciaria, sino al 1960, anno in cui divenne repubblica indipendente .

p. 436
Il Trattato di pace di Parigi, 1947, ci impose condizioni durissime; sotto questo profilo a nulla era valsa la Resistenza (...). L’Italia fu obbligata a pagare, quale indennità di guerra,125 milioni di dollari alla Jugoslavia, 105 alla Grecia e 100 all’Unione Sovietica; inoltre queste Nazioni si appropriarono di alcune delle nostre migliori navi da battaglia e la Russia anche di una nave scuola (…).
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VERSO LA MEMORIA CONDIVISA

Anni '90: le prime aperture


Da uno studio approfondito dell'archivio informatizzato ANSA, disponibile dal 1981, si evince come fino alla metà degli anni '90 le notizie riguardanti le foibe siano carenti.

Nel 1981 non c'è stato alcun lancio di agenzia su questo argomento.

Nell'82 e nell'83 sono stati 2, 7 nell'84, 6 nell''85, 3 nell'86, 6 nell'87, 3 nell'88, 5 nell'89, 16 nel '90, 20 nel '91, 18 nel '92, 17 nel '93, 20 nel '94, 17 nel '95, 155 nel '96, 132 nel '97, 89 nel '98, 39 nel '99, 121 nel 2000 , 71 nel 2001, 80 nel 2002, 204 nel 2003 e nel 2004, da gennaio a marzo, sono già stati ben 205.

È evidente la crescita esponenziale di notizie che si verifica a partire dagli anni novanta, un segnale evidente che l'interesse e le iniziative hanno cominciato ad avere un risalto sempre maggiore sulla stampa, non solo locale, ma anche nazionale.

Le dichiarazioni ed i comunicati stampa dei partiti, di amministratori locali o parlamentari nazionali si sono susseguiti, uno dopo l'altro, facendo sì che quel muro di silenzio iniziasse a rompersi.

Aperture e negazionismo

Come si è visto precedentemente le prime aperture politiche a livello nazionale si ebbero nel 1996, con le dichiarazioni rilasciate dall'allora presidente della Camera dei Deputati, Luciano Violante

Nella storia scritta dai vincitori e nelle convenienze che segnarono la guerra fredda e che comportavano una particolare condiscendenza per Tito, le foibe dovevano 'scomparire' dalla memoria nazionale.(67)

Violante auspicò che ci si potesse battere affinché emergesse

(...) tutta la storia del nostro Paese, quella della risiera di San Sabba, quella delle foibe, quella dei processi non fatti per i responsabili degli eccidi nazifascismi in Italia, quella delle stragi degli anni '70 e '80, tutta la storia della guerra civile calda e fredda, di una parte e dell'altra, di modo che poi l'Italia possa camminare avanti.

Alcune aperture, il dibattito sulla faziosità dei libri di testo, vari processi svoltisi negli anni più recenti, la realizzazione di un film molto dibattuto sulla strage di Porzus hanno portato a maturare una maggiore presa di coscienza degli avvenimenti ed indotto alcuni schieramenti politici a rivedere la loro posizione sulle vicende.

Fausto Bertinotti, in occasione del convegno di Rifondazione Comunista, tenutosi a Venezia alla fine del 2003, dopo aver ribadito l'attualità dell'antifascismo inteso come unica religione civile del paese, l'unica capace di costruire una convivenza civile, riconobbe però anche che sulla resistenza abbiamo preferito fare un'operazione di "angelizzazione" della nostra parte.

E parlando delle foibe, Bertinotti sottolineò anche come

francamente accanto a questo furore popolare io non riesco a non vedere anche una volontà politica organizzata, legata ad una storica idea di conquista del potere, di costruzione dello Stato attraverso l'annientamento dei nemici (…) faccio notare che gran parte della storia delle costruzioni statuali del movimento operaio nel '900 è passata attraverso l'idea di distruzione fisica del nemico (…) Io penso che noi dobbiamo trovare il coraggio non solo di dire la verità, ma (su questo punto insisto) di non trovare alcun elemento di giustificazione nell'orrore che gli oppressori avevano realizzato precedentemente per giustificare l'orrore che vi fu dopo. (…) Lo dico e lo chiedo non in nome di una tensione verso la verità, ma in nome di qualcosa di ugualmente se non più importante: una diversa idea della politica e della lotta di liberazione. (…) Quando parliamo di gulag parliamo di 20 milioni di persone sterminate, di cui la metà comunisti. Vorrei che qualche brivido ci attraversasse. (…) Il gulag non è il paradigma del comunismo, il gulag è la manifestazione estrema di una contraddizione che il comunismo si è portata nella pancia e che è determinata da un'idea del potere e da un'idea di violenza.(68)

Il 6 febbraio 2004 a Trieste, il segretario dei DS Pietro Fassino rese pubblica una lettera aperta inviata al presidente della Federazione degli esuli, Guido Brazzoduro, con la quale auspicava una ''assunzione collettiva di responsabilità'' su quanto accaduto in quei territori dopo la firma del Trattato di Parigi.

Il Trattato - secondo Fassino non fu una 'assoluzione' per l'Italia vinta, ma un atto doloroso che costò non solo la perdita di territori, ma soprattutto sofferenze umane.

Poi, l'oblio generalizzato, dettato da ragioni internazionali e dall'intento di molti di rimuovere la sconfitta e le responsabilità che essa sottendeva. Oggi nessuno può dire più di non sapere e ognuno ha il dovere, morale prima ancora che politico, di assumersi le proprie responsabilità.

Anche la sinistra deve assumersi le proprie e dire con chiarezza e definitivamente che il Pci, in quegli anni, sul confine italiano sbagliò: sbagliò perché pesarono sui suoi orientamenti e sulle sue decisioni il condizionamento dell'Urss e della Jugoslavia di Tito, in particolare negli anni della guerra fredda. Sbagliò perché non avvertì le tragiche conseguenze dell' espansionismo slavo, che nel vivo della lotta antifascista si era manifestato in comportamenti e linguaggi propri delle contese territoriali e nazionalistiche, presenti da decenni in quelle aree. Lo schema della lotta tra fascismo e antifascismo si mostrò inadeguato per comprendere la radice e la pericolosità dei conflitti in quella regione, perché non coglieva la natura dello scontro tra nazionalità, che il regime comunista esasperò ulteriormente. Proprio in nome degli ideali dell'antifascismo avrebbero dovuto essere denunciati tutti i nazionalismi e ogni politica di negazione dei diritti inalienabili di ogni persona e di ogni comunità.(69)
Una rottura con il passato che non mancò di suscitare numerosissime polemiche all'interno della sinistra italiana e da parte dei nuovi stati di Croazia e Slovenia.

Per Cossutta:

Tra i massimi dirigenti dei Ds siamo non solo di fronte ad un inaccettabile revisionismo storico, ma ad una forma vera e propria di abiura.

Un revisionismo ed una abiura che contribuiranno a disorientare il grande popolo comunista che sempre meno vede nei Ds una forza di sinistra.(70)

In merito alla approvazione della legge sulla giornata della memoria, nel sito del Partito Marxista Leninista Italiano si legge:

Sulla questione dei cosiddetti "martiri delle foibe" e dell'esodo degli italiani dalle terre restituite alla Jugoslavia siamo intervenuti diverse volte, (…), è da questo tragico retroterra che scaturiscono episodi - peraltro più circoscritti di quanto la propaganda fascista e revisionistica tende a far credere - come quello delle "foibe" e degli "esuli" istriani e dalmati. Nelle "foibe", nel settembre 1943, furono gettati dalla popolazione insorta e dai partigiani jugoslavi alcune centinaia (e non migliaia come sostengono i fascisti) di fascisti, nazisti, slavi collaborazionisti, ustascia e cetnici, colpevoli di gravi crimini di guerra contro la popolazione, processati, passati per le armi e quindi infoibati.

I riconoscimenti istituzionali

Il 9 febbraio 2004, il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, in un messaggio indirizzato al Presidente della Regione Lazio, Francesco Storace, in occasione della "Giornata dei Valori Nazionali'' ha scritto:

La tragedia delle Foibe fa parte della memoria di tutti gli italiani. La Repubblica, consapevole dei valori universali di libertà e democrazia che le istituzioni nazionali ed europee hanno saputo costruire, ricorda quegli eventi con dolore e rispetto (…) La Giornata dei Valori Nazionali, istituita dalla Regione Lazio, ricorda oggi la firma del trattato di Parigi con cui l'Italia, risalendo dall'abisso della guerra, pose le premesse per rientrare nel consesso dei popoli governati dai principi della democrazia e della pacifica convivenza. La ricostruzione e la rinascita della nuova Italia costarono sacrifici grandissimi in particolare, gli italiani delle terre d'Istria e di Dalmazia furono colpiti da una violenza cieca ed esecranda e dalla sventura di dover abbandonare case e luoghi familiari.(71)


67 ANSA, 25/8/1996.
68 F. Bertinotti, La guerra è orrore, Roma, Partito della rifondazione comunista, 2004.
69 ANSA, 6/2/2004.
70 ANSA, 8/2/2004.
71 ANSA, 9/2/2004.


I PROCESSI: LA GIUSTIZIA NEGATA

Dopo il fallimento, nell'immediato dopoguerra, dei tentativi di avviare processi per le deportazioni e gli infoibamenti, l'intricata vicenda giudiziaria si rimise in moto solo 50 anni più tardi, il 15 giugno 1994, quando l'avvocato Augusto Sinagra presentò denuncia formale per gli eccidi avvenuti nella Venezia Giulia.

Sinagra, dopo aver raccolto le testimonianze dei parenti delle vittime e dei sopravvissuti, le consegnò alla procura di Roma insieme ai nomi dei carnefici, tutti esponenti della famigerata OZNA. Fra gli altri: Oskar Piskulic, Iovo Mladenic, Vicko Larkovic Minarci, Milan Cohar, Norino Nalato e Giuseppe Domancic.

Il Pubblico Ministero Gianfranco Mantelli, ricevuta la denuncia, incaricò i carabinieri di svolgere un'indagine sulla questione.

Mesi di ricerca presso gli archivi della Marina, delle questure e delle stazioni dei carabinieri portarono alla raccolta di molte informazioni e alla scoperta di migliaia di denunce dimenticate, presentate dai familiari delle persone scomparse.

Il Pm Mantelli però, promosso ispettore del Ministero di Grazia e Giustizia, non ebbe mai la possibilità di concludere quelle indagini.

Al suo posto venne nominato il Pm Giuseppe Pititto.

Lo storico Marco Pirica, in qualità di Presidente del Centro studi Silentes Loquimur, fornì agli inquirenti un archivio contenente fotografie degli scomparsi, schede personali di più di quattromila desaparecidos e anche importanti documenti sui presunti responsabili. Tra questi, oltre a quelli già segnalati da Sinagra, emerse anche la figura di Ivan Motika, detto "il giudice" ed i nomi di ben 300 "guardie del popolo", esecutori materiali della pulizia etnica.

Ivan Motika fu il presidente del "Tribunale del popolo" che decideva il destino degli italiani.(72)

I governi di Slovenia e Croazia non presero bene l'apertura dell'inchiesta.

Il ministro sloveno Zoran Thaler e l'ex ministro degli Esteri croato, Zvonimir Separovic, sostennero che l'inchiesta romana avrebbe potuto peggiorare i rapporti tra i loro paesi e l'Italia e che si trattava di un'iniziativa di carattere elettorale.

Separovic inoltre, dopo aver auspicato che l'inchiesta non nascondesse in realtà un pretesto per aprire una campagna anticroata, ammonì l'Italia ricordando che lo zelo nella ricerca della verità storica avrebbe potuto portare a parlare dei campi di concentramento fascisti in Istria e Dalmazia, che pure, a suo parere, avevano avuto carattere di genocidio.

A dare man forte alle tesi slovene e croate arrivò la replica del croato Ivan Motika, uno degli indagati più in vista.

L'ex magistrato, all'epoca ormai ultraottantenne e residente a Zagabria, respinse decisamente le accuse e si dichiarò un antifascista che non aveva commesso alcun crimine.(73)

Giuseppe Pititto, titolare dell'inchiesta, non si scoraggiò e sostenne di avere il

dovere di accertare se nei fatti denunciati sono ravvisabili estremi di reato e il dovere di cercare di individuare i responsabili. Ciò perché in Italia vige il principio dell'obbligatorietà penale.(74)

La federazione degli esuli di Istria, Fiume e Dalmazia, per voce del vicepresidente Denis Zigante, respinse al mittente l'illazione che l'inchiesta potesse nascondere finalità politiche.

Esiste invece una forte richiesta di verità sul problema delle foibe. Soltanto quando si sarà fatta completa chiarezza, sarà possibile evitare strumentalizzazioni di ogni tipo.(75)

Dopo le dichiarazioni del ministro degli Esteri sloveno, Thaler, che aveva accusato il magistrato di condurre un'operazione elettorale per favorire la destra in vista delle imminenti consultazioni, il Pm Pititto, a causa dell'inchiesta sulle stragi compiute dai partigiani di Tito tra il '43 e il '47 ricevette anche minacce di morte e dovette essere messo sotto scorta.

''Hai voluto fare il vendicatore delle persone morte nelle foibe (…), adesso c'è una fossa anche per te''.(76)

Pititto, in un'intervista rilasciata alla Rai, rivelò lo stato di isolamento e di scarsa collaborazione in cui era stato relegato

Mi chiedo perché lo Stato italiano per 50 anni non ha fatto questo processo, mi chiedo perché lo Stato italiano non sorregga il magistrato che in questo momento finalmente fa questo processo mi chiedo perché la stampa italiana voglia mantenere il silenzio su questa che è certamente una vergogna per questo Paese. (77)

In un intervista ad un quotidiano egli, annunciando il rinvio a giudizio degli imputati, dichiarò che dagli atti in suo possesso risultava che fossero stati uccisi donne e bambini, sacerdoti e partigiani. Tutti solo perché "colpevoli" di essere italiani.: Nel gennaio del 1997, la Provincia di Trieste si costituì parte civile e nel mese successivo iniziarono le ricerche di fosse comuni nelle valli del Natisone dove aveva a suo tempo agito la divisione partigiana Garibaldi-Natisone agli ordini del IX Corpus di Tito e responsabile della strage di Porzus. Furono diverse le fosse comuni trovate.

A maggio del 1997, il giudice per le indagini preliminari, Angelo Macchia, diede parere negativo alle richieste di rinvio a giudizio, sostenendo che nel periodo 1943-1945 l'Italia non aveva sovranità sui territori dell'Istria, di Fiume e di Zara.

Nel luglio dello stesso anno, l'avvocato Maurizio Sinagra, tentò, senza successo, di far ricusare il giudice Macchia.

Successivamente, Pititto ricevette pesanti "inviti", sostenuti da nuove minacce di morte, a non impugnare la sentenza della Corte d'Appello. Pesanti intimidazioni arrivarono anche ad un avvocato delle vittime.

A sostegno di Pititto si schierarono 40 parlamentari del Polo e della Lega e Il Pm e i legali di parte civile, rappresentanti delle vittime, nonostante le minacce, presentarono ricorso il 22 aprile del 1998, ottenendo, da parte dei giudici della prima sezione penale della Cassazione, l'annullamento della sentenza di non luogo a procedere contro i presunti responsabili della morte di migliaia di italiani gettati nelle foibe.

Il 18 settembre dello stesso anno il Gip di Roma Claudio Tortora rinviò a giudizio Ivan Motika e Oskar Piskulic.

Il 15 marzo 2000, a tre anni dalla conclusione delle indagini, dopo tre pronunciamenti del Gip e l'annullamento di un rinvio a giudizio, il Gip di Roma, Roberto Reali, rinviò nuovamente a giudizio il croato Oskar Piskulic, unico dei tre imputati della procura di Roma per i fatti avvenuti tra il 1943 e il 1947 rimasto in vita, con l'accusa di omicidio plurimo.

Chiamato davanti alla prima corte di Assise della capitale, il Gip accolse la richiesta del Pm Pititto di contestare a Piskulic, all'epoca dei fatti capo della OZNA, la polizia politica jugoslava, l'accusa di

aver diretto l'attività criminosa cagionando con premeditazione la morte, per il solo fatto che erano italiani e perciò per motivi abietti, degli antifascisti Nevio Skull, a cui spararono un colpo alla nuca, Giuseppe Sincich, che uccisero a colpi di mitra seviziandone il corpo, e Mario Blasich, che strangolarono nel suo letto e perciò agendo con crudeltà verso le persone.(78)

Pititto rendendo noto alla stampa il suo trasferimento d'ufficio, deciso dal CSM per contrasti con il procuratore di Roma Salvatore Secchione, in un'intervista rilasciata a "Il Giornale", dichiarò

Quei magistrati italiani che sono la stragrande maggioranza e che non accettano di rendersi funzionali al disegno politico della sinistra, oggi si ritrovano privi di tutela proprio in sede a quell'organismo che per primo dovrebbe garantirgliela. E' disarmante dirlo, ma è cosi (…) Davo fastidio, mi hanno fatto fuori.(79)

L'11 ottobre 2001 Piskulic venne riconosciuto colpevole.

La Corte d'Assise di Roma lo riconobbe colpevole di "delitto politico premeditato ma non provocato dall'odio etnico" e, pur riconoscendolo responsabile dell'omicidio dell'autonomista di Fiume, Giuseppe Sincich, dichiarò il reato estinto per amnistia.

Il 4 dicembre 2002 la Corte d'Assise d'Appello, in applicazione della legge Cirami, sospese il processo, che sarebbe dovuto riprendere dopo la decisione della Cassazione.

Il 15 aprile del 2003 la prima Corte d'Assise d'Appello di Roma dichiarò la cessata giurisdizione.

La conclusione definitiva della tanto lunga quanto farraginosa vicenda giudiziaria arrivò con la sentenza definitiva della Corte di Cassazione, la quale ribadì, ancora una volta

l'Italia non ha titolo, per difetto di giurisdizione, per giudicare il cittadino croato Oskar Piskulic.(80)


Nello stesso mese, se da una parte la Cassazione scriveva la parola fine sulla vicenda giudiziaria riguardante i dirigenti dell'OZNA in Istria, un'altra procura italiana, quella di Bologna, apriva un'inchiesta sui reati commessi in quello stesso periodo, nella stessa area.

La morte di 202 civili e 635 militari italiani, fatti prigionieri e poi uccisi nelle foibe a Gorizia, tra il maggio e il giugno 1945, vide come indagato Franc Pregelj, ormai ultraottantenne, residente in Slovenia, conosciuto come "comandante Boro'', allora Commissario politico del IX Corpus di Tito.

L'inchiesta era stata avviata dalla Procura militare di Padova ed era arrivata a risultati che sembravano preludere ad una richiesta di rinvio a giudizio per Pregelj. Un'eccezione della difesa, però, accolta dalla Cassazione, fece passare il fascicolo alla giustizia ordinaria.

L'inchiesta approdò alla Procura di Gorizia, ma, essendo una delle vittime padre di un magistrato esercitante nella stessa Procura, dovette essere nuovamente trasferita, approdando sul tavolo dei colleghi bolognesi, competenti ad indagare in caso di coinvolgimento (in questo caso come parte danneggiata) di magistrati del Friuli Venezia Giulia.

Se da un lato la magistratura italiana attraverso la sentenza definitiva della Corte di Cassazione stabiliva la cessata giurisdizione e di conseguenza l'impossibilità per la giustizia italiana di perseguire i responsabili degli eccidi perpetrati in Istria, a Fiume ed in Dalmazia durante e dopo la guerra, dall'altro l'INPS poteva invece erogare la pensione e tutti gli arretrati relativi agli stessi ex imputati.


72 "Libero", 12 febbraio 2004.
73 ANSA, 29/2/1986.
74 ANSA, 1/3/1996.
75 ANSA, 29/2/1996.
76 ANSA, 27/3/1996.
77 ANSA, 15/6/1996.
78 ANSA, 15/3/2000.
79 ANSA, 19/1/2001.
80 ANSA, 20/3/2004.


LE PENSIONI INPS AGLI AGUZZINI

Secondo un'inchiesta de "Il Giornale" (81) del 1996, l'INPS avrebbe erogato annualmente quasi 30.000 pensioni, per un totale di più di 100 milioni di euro, agli assistiti residenti nell'ex Jugoslavia, anche a coloro che sono stati artefici di deportazioni, rastrellamenti e stragi. Criminali di guerra responsabili del massacro o dell'esodo di migliaia di italiani. Fra le persone che godono o hanno goduto dei benefici INPS, risultano infatti anche alcuni responsabili della pulizia etnica perpetrata dai partigiani titini contro gli italiani.

L'inchiesta venne ripresa nel 2000 da Biloslavo (82):

Il torturatore di Tito, Nerigo Gobbo, 79 anni, residente in Slovenia, nel maggio giugno 1945 è stato responsabile di Villa Segrè a Trieste, luogo di tortura delle milizie titine. Gobbo gode della pensione Inps VOS 50306726: il comandante "Gino" ha diritto a incassare dalla sede Inps di Trieste 532.500 lire di pensione per tredici mensilità. La sua domanda presentata nell'80 è stata accolta sette anni più tardi e l'Inps gli ha versato circa trenta milioni di arretrati.

Ciro Raner, comandante nel 1945-46 del lager di Borovnica vicino a Lubiana, ottantatreenne, forse deceduto, ultimo domicilio conosciuto in Croazia. Secondo il racconto di un sopravvissuto, le deposizioni scritte degli ex deportati e un documento del ministero degli Affari esteri, Raner è stato uno degli infoibatori più truci (…). Gode della pensione Inps VOS 50557306: dopo aver ottenuto cinquanta milioni di lire di arretrati, ha diritto dal 1987 a una pensione a carico della sede Inps di Trieste che ammonta a 569.750 lire per tredici mensilità.

Boro, lo sterminatore, abita in Slovenia, è Franc Pregelj, 81 anni: commissario politico del IX Corpus del maresciallo Tito a Gorizia, è stato indicato come boia dai familiari delle vittime e da un documento del Pci. Dal primo maggio al 9 giugno 1945, il comandante "Boro", alias Franc Pregelj, era il commissario politico del IX Corpus dell'esercito partigiano iugoslavo che aveva occupato Gorizia. Riceve la pensione VOS 50587846: ha diritto a 569.650 lire di pensione dalla sede Inps di Gorizia, dopo aver incassato 45 milioni circa di arretrati.

Il feroce capobanda, Giuseppe Osgnac, detto "Josko", 79 anni, residente in Slovenia, era comandante militare della sanguinaria banda partigiana "Beneska Ceta". Ha diritto alla pensione Inps VOS 50542566: il comandante "Josko" ha diritto di ricevere dall'Inps di Gorizia 569.750 lire per tredici mensilità. Gli arretrati ammontavano a circa 30 milioni.

Il rastrellatore di italiani, deportatore del IX Corpus iugoslavo, 74 anni, residente in Slovenia, Giorgio Sfiligoj, è stato accusato da un esposto alla Procura di Gorizia del commissariato di pubblica sicurezza di Cormons. La sua pensione Inps è la VOS 50570386: Sfiligoj ha diritto di ricevere dalla sede Inps di Gorizia 571.850 lire di pensione per tredici mensilità, dopo aver incassato una ventina di milioni di arretrati.


"Giacca" esplosiva, deceduto nel 1999, Mario Toffanin, che abitava in Slovenia, era comandante militare dei "Gap" (Gruppi armati partigiani) nell'alto Friuli e nella provincia di Gorizia. È il responsabile della strage della malga Porzus sui monti friulani. Fra 18 e il 13 febbraio del 1945 massacrò con i suoi uomini, tutti partigiani garibaldini "rossi", 22 combattenti della Resistenza della brigata "Osoppo", che si opponeva all'annessione alla Jugoslavia della Venezia Giulia. Nel 1957 Toffanin fu condannato all'ergastolo per l'eccidio di Porzus, ma si nascose prima in Jugoslavia e poi in Cecoslovacchia. Nel 1978 venne graziato dal presidente Pertini. La pensione Inps era la VOS 04908917: nonostante le sanguinose azioni anti-italiane, ha ricevuto 672.270 lire al mese di pensione dall'Inps fino alla morte.

Fino a oggi, nonostante le numerose denunce, interrogazioni parlamentari e inchieste della magistratura, sono stati sborsati più di 5mila miliardi di vecchie lire.

La quasi totalità delle pensioni erogate ai cittadini ex jugoslavi ha come presupposto l'aver prestato un periodo minimo di servizio militare nell'esercito italiano.

L'indebita erogazione delle stesse è nata da un'interpretazione errata delle norme.

In base all'articolo 49 della legge 30 aprile 1969, n. 153, infatti il periodo di servizio militare è considerato utile ai fini del diritto e della determinazione della misura della pensione dell'assicurazione generale obbligatoria per l'invalidità, la vecchiaia ed i superstiti, anche se non è preceduto da periodi di iscrizione all'assicurazione menzionata. Dato che con l'articolo 13, paragrafo 2, lettera D, del regolamento CEE n. 1408/71 del Consiglio del 14 giugno 1971 i periodi di assicurazione compiuti sotto la legislazione di ogni altro Stato membro sono stati equiparati a quelli dello Stato in cui il servizio militare è stato prestato, l'INPS, Direzione Generale, con circolare n. 1405 Ce.N.P.I. n.431 C. e V. del 17 maggio 1977, Servizio convenzioni internazionali di Roma, ha stabilito che i periodi di contribuzione prestati presso Paesi membri della CEE e Paesi legati all'Italia da convenzioni bilaterali valgono ai fini del requisito di contribuzione minimo (una settimana) per l'accreditamento figurativo del servizio militare.

La Convenzione italo jugoslava subordina il diritto alla pensione al raggiungimento dei requisiti minimi di contribuzione con la totalizzazione dei periodi assicurativi italiani ed jugoslavi (art. 18). Fu dunque cumulando i contributi figurativi italiani (minimo una settimana di servizio militare) con quelli risultanti dall'estratto contributivo fornito dal competente organismo jugoslavo (che evidentemente, con una semplice dichiarazione, ha aggiunto ad una settimana di servizio militare italiano, le altre 779 per un totale di 780 (15 anni), previste per il regime minimo di pensione) che si arrivò alla situazione paradossale descritta.

UN VIDEO-GIOCO SLOVENO SULLE FOIBE

Proprio nei giorni in cui, in Italia finalmente si arrivava, dopo tanti anni di silenzi, alla decisione di commemorare le vittime delle foibe, con un riconoscimento unanime di quegli orrori, la scoperta che su internet era stato pubblicato un macabro videogame per l'infoibamento virtuale.

Il sito internet sloveno della testata Mladina (83) offre, a tutt'oggi, sebbene gli abbiano cambiato il nome da Fojba 2000 a Sprava 2004), in un link, una versione particolare del famoso gioco Tetris, dove invece delle solite figure geometriche da far cadere, incastrare fra loro ed eliminare, ci sono delle persone, che vengono gettate con un calcio in una cavità carsica.

L'abilità, in questo caso, consiste nel riuscire ad infoibare il maggior numero di persone occupando il minor spazio possibile.

Il giocatore può scegliere di buttare nella foiba partigiani, domobranci oppure entrambi. Gli uni e gli altri, con una mitraglietta al fianco, sono riconoscibili dalla divisa: verde con la bandiera slovena e la stella rossa quella dei partigiani, azzurra con la bandiera slovena quella dei domobranci.

Un gioco di pessimo gusto al quale hanno partecipato, dall'agosto del 2000, quando e' nato il sito on line del settimanale, ad oggi, più di 55.000 persone.

Il periodico fornisce anche notizie statistiche sulle preferenze dei giocatori: il 49% ha optato per buttare nella fossa i domobranci, oltre il 19% i partigiani ed il 32% gli uni e gli altri.

Superfluo dire che questo gioco offende profondamente la memoria di tante persone, italiani ma anche slavi, che nelle foibe hanno trovato la morte.

In seguito alla mia denuncia del 9 febbraio, il giorno successivo, 40 parlamentari di Alleanza Nazionale hanno presentato un'interrogazione al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e al Ministro per le Innovazioni e le Tecnologie Lucio Stanca chiedendone l'oscuramento.

Dalla denuncia è nata una polemica, ripresa anche dalla stampa, che ha dato vita ad un forum sul sito della testata slovena, in cui sono state espresse opinioni sulla questione.

In una replica ufficiale, firmata dal caporedattore Jani Sever, il settimanale sloveno si è difeso sostenendo che:

Il gioco Fojbe è un contributo di Mladina per la riconciliazione in Slovenia. Nelle cave carsiche cadono, indiscriminatamente, sia i partigiani, sia i domobranci. Il gioco non ha niente a che vedere con il fascismo italiano della prima metà del XX secolo e con gli eccidi illegali di italiani avvenuti dopo la guerra.(84)



Per Jose Pierevec, storico italiano di origine slovena, autore di numerosi testi sulla dissoluzione della ex Jugoslavia:

Mladina è sempre stata eccessiva ed iconoclasta, ma non mi piace questo gioco, i morti meritano rispetto. Questo è un modo poco elegante di esorcizzare e superare il passato facendosi beffe di tutto. E' una provocazione contro tutte le retoriche, ma non ha un segno politico preciso.



Secondo Pierevec, la frase ''gloria ai caduti'', con la quale si chiude il video-game, è uno sbeffeggio alla prosopopea e alla retorica del vecchio regime di Tito.

Quella era la frase che è stata ripetuta per 50 anni ad ogni occasione, ad ogni cerimonia. I ragazzi di Mladina hanno trovato un brutto modo per cancellare cliché che per loro non significano più niente.

Comunque, la vicenda drammatica delle foibe è usata come strumento politico per sviare l'attenzione della gente da ben altri problemi. E queste polemiche giungono in un momento decisamente poco opportuno, mentre la Slovenia si accinge a entrare in Europa.



Personalmente non credo affatto che un gioco di questo tenore possa favorire riconciliazioni. Sono convinta che al contrario possa alimentare l'odio, i rancori e le incomprensioni.

La doverosa riconciliazione, infatti, non può assolutamente prescindere dal rispetto delle vittime di tanti orrendi massacri ed è evidente che la gravità non cambia se ad essere "infoibati" sono degli sloveni piuttosto che degli italiani.

Il ministro per l'Innovazione Tecnologica Lucio Stanca si è subito mosso rendendo noto che, in concomitanza con la Giornata della Memoria, dedicata proprio alle migliaia di vittime delle foibe, egli aveva chiesto alla Farnesina di attivare i canali diplomatici affinché venisse posta alle autorità slovene la richiesta di oscurare subito l'offensivo e vergognoso gioco di abilità Fojbe 2000. Stanca ha inoltre auspicato che

il Governo di Lubiana aderisca prontamente a questa richiesta per evitare che una vicenda drammatica come quella delle foibe, di cui la nostra storia non si è ancora pienamente appropriata, possa essere ulteriormente banalizzata con un ignobile videogioco che costituisce, attraverso l'enorme propagazione della Rete, una istigazione alla violenza e all'odio tra popoli, rappresentando le drammatiche vicende che si sono consumate nelle cavità carsiche come un passatempo, con devastanti effetti diseducativi soprattutto per i più giovani.(85)



Nel forum del sito sloveno Mladina aperto all'interno dell'articolo Foibe 2004 le "Brigate Autonome Livornesi" hanno scritto:

Chi si schiera col fascismo merita di morire oggi come ieri, nessuna revisione, nessuna pietà. Undici ragazzi appartenenti alle Brigate Autonome Livornesi furono denunciati e diffidati 3 anni fa, per aver esposto uno striscione con scritto: Tito ce l'ha insegnato, la foiba non è reato. Grazie ai nostri avvocati, l'accusa cadde. Perché, come già sapevamo, per le foibe NON e' mai stato fatto nessun processo storico.

Stella, su "Il Corriere della Sera", ha utilizzato l'esempio di questa iniziativa di Mladina, da egli stesso definito "indecente" per avvalorare la tesi che

in Slovenia cresce un sentimento di orgoglio nazionale che sfocia spesso in giornali, e in tv, nelle piccole sopraffazioni burocratiche, in un'ostilità nazionalista di cui la nostra minoranza finisce per fare le spese. Basti annotare il rifiuto del settimanale Mladina di rimuovere dal sito internet, nonostante le proteste italiane del Ministro Lucio Stanca, un gioco indecente che si intitola Fojba 2000 e consiste nell'accatastare in ordine una pila di cadaveri. (86)


81 L. D'Alessandro, Infoibatori slavi con la pensione INPS, "Il Giornale", 24/8/1996.
82 F. Biloslavo, Il vitalizio garantito anche per i giustizieri delle foibe, "Il Giornale", 28/8/2000.
83 www.mladina.si
84 ANSA, 10/2/2004.
85 ANSA, 11/2/2004.
86 G.A. Stella, Foibe, la Slovenia celebra la contro-memoria, "Il Corriere della Sera", 20 marzo 2004.

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