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“L’Unità”, nel suo numero datato sabato 30 novembre 1946, si occupava di “profughi”, coloro cioè che in quei giorni stavano scappando dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia per cercare rifugio in Italia. Di essi l’organo del Partito Comunista Italiano, a firma Piero Montagnani, scriveva testualmente.

“...Oggi ancora si parla di “profughi”: . . . Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. . . . Questi relitti repubblichini che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare al loro paese d’origine perché temono di incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali, . . . coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava. . . essi sono indotti a fuggire, incalzati dal fantasma di un terrorismo che non esiste” [leggi tutto l'articolo]

Sono parole estremamente gravi, che pesano come macigni, quanto quelle di Palmiro Togliatti ricordate dal Ministro Tremaglia (l’invito ai Triestini ad accogliere il 1 maggio ’45 le bande jugoslave come amici e liberatori).

All’on. Luciano Violante ed agli altri esponenti ex Pci che stanno (lodevolmente) denunciando i “silenzi” della sinistra su Foibe ed Esodo, vorremmo ricordare che la sinistra, all’epoca, non solo ha taciuto, ma ha anche parlato. Ed anche di quelle parole gli eredi di quella sinistra dovrebbero scusarsi: a nome dell’Unità, a nome di Palmiro Togliatti.

DESAPARECIDOS - di Paolo Sardos Albertini

Proponiamo un intervento del Presidente della Lega Nazionale, avv. Paolo Sardos Albertini, a commento de "Il cuore nel pozzo" inviato, giorni orsono, al giornale "Il Piccolo". Sulle pagine del quotidiano triestino non è comparso ("desaparecido?"):
A proposito di “Il cuore nel pozzo”:


Nelle tragiche giornate della primavera di sessant’anni orsono sono scomparsi migliaia di cittadini italiani (e non solo italiani) della Venezia Giulia: chi scaraventato nelle voragini delle foibe, chi finito tra le onde con una pietra al collo, chi imbarcato su camion per destinazione ignota e senza ritorno, chi infine incolonnato in lunghe ed estenuanti marce che si concludevano, in larga parte, con la morte.

Tanti, tanti tantissimi “desaparecidos”; tante, tantissime famiglie segnate da queste tragedie e tutta una collettività coinvolta in un dramma che trascendeva certamente le vicende dei singoli.

Dopo la fase della violenza, del sangue, delle tragedie è arrivata la data della rimozione e dell’oblio. Dopo la scomparsa delle persone è stata la volta di cercare di far scomparire addirittura la stessa notizie di questi eventi, che pure aveva riguardato tutta la collettività giuliana e che avrebbero, doverosamente, dovuto riguardare tutta la collettività nazionale italiana.

Si discute in questi giorni sulle responsabilità di questa clamorosa rimozione. Qualcuno, a sinistra, ammette ora delle responsabilità per tutto ciò. Veltroni è venuto a Trieste a scusarsi perché la sinistra aveva taciuto. Altri (è il caso di Cossutta) pretendono sostenere, da un lato, che niente sapevano, e dall’altro che tutto avevano palesato: ma è un classico esempio di “doppia verità” bolscevica, un vero e proprio pezzo di antiquariato della manipolazione storica.

Certo è che sembra ormai fondamentalmente condivisa la constatazione che la “notizia” delle foibe e dell’esodo era finita tra gli scomparsi ed è certamente giusto che venga fatta finalmente riapparire.

Il film “Il cuore nel pozzo” si colloca meritoriamente in questa prospettiva: far sì che “foibe ed esodo” diventino sempre più parole capaci di un qualche significato anche aldilà dei confini della Venezia Giulia.

C’è però un rischio che, dopo la scomparsa delle persone e dopo la scomparsa della notizia si assista ad una nuova categoria di “desaparecidos”. Nel film del registra Negrin, almeno nelle due ore presentate a Trieste in anteprima, non c’è una sola occasione nella quale si menzioni la parola Comunismo. Sembrerebbe che le vicende delle foibe e dell’esodo possano essere lette prescindendo totalmente da questa dimensione ideologica.

Eppure ci sono dei dati di evidenza assoluta che giustificano la constatazione di come la vera e determinante responsabilità di queste tragedie vada imputata al Comunismo jugoslavo; il quale ha certamente cavalcato preesistenti conflitti etnici, ma lo ha fatto per le sue precise finalità, quelle cioè di costruire il nuovo stato comunista.

Tra le tante prove a conferma ne citerò solo due, a mio giudizio inoppugnabili.

Nel maggio di sangue del 1945, mentre a Trieste, in Istria, a Gorizia, migliaia di italiani venivano fatti scomparire ad opera dei miliziani slavo-comunisti, nello stesso periodo pochi chilometri a est di Gorizia, in territorio sloveno, erano migliaia e migliaia gli Sloveni che subivano la stessa sorte per mano delle stesse truppe titine e, spostandoci non di molto, sorte analoga toccava a migliaia di Croati.

Italiani, Sloveni, Croati: tutti massacrati, nello stesso periodo, ad opera degli stessi massacratori. Perché la questione non era etnica, ma strettamente politico-ideologica: era il potere comunista che eliminava quanti gli erano avversi o estranei e che, come tali, venivano etichettati come “fascisti”.

La seconda considerazione può apparire più estemporanea, ma è non meno significativa. Con il Trattato di Pace, l’Italia ha subito menomazioni territoriali, a favore della Jugoslavia, sul confine orientale, con la perdita dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Sono le terre nelle quali si sono appunto verificati gli eccidi, si è provocato l’esodo, si sono espropriati gli immobili.

Sempre nel Trattato di Pace, l’Italia ha subito altre menomazioni territoriali, queste sul confine occidentale cedendo Briga e Tenda alla Repubblica francese. Non risulta però che in quell’area vi siano stati espropri, eccidi ed esodi.

Una differenza che non è assolutamente spiegabile con un minore nazionalismo francese rispetto a quello jugoslavo e neppure con una minore animosità delle genti d’Oltralpe nei confronti dell’Italia rispetto a quelle balcaniche (all’epoca i francesi avevano ben presente il ricordo per la “pugnalata nella schiena” di cui accusavano l’Italia dopo il 10 giugno 1940).

La spiegazione di questa diversità di situazioni è in realtà una sola: a Occidente confinavamo e confiniamo con uno stato democratico – la Francia - , ad Oriente confinavamo con uno comunista – la Repubblica Federativa Jugoslava.

E’ in definitiva la prova provata che voler far sparire il Comunismo, nella ricostruzione di quanto avvenuto sessant’anni orsono, costituisce una assurda mistificazione, una sorta di beffa che si aggiunge ai decenni di oltraggioso oblio ed agli eccidi di sessant’anni orsono.

Dopo i “desaparecidos” della primavera 1945 , dopo che le notizie su foibe ed esodo per decenni sono “desaparecide” dalla stampa , dai libri scolastici, dai mezzi di informazione della pubblica opinione, oggi taluni vorrebbero puntare una nuova operazione : collocare tra i desaparecidos anche gli autori di foibe e di esodo , i comunisti jugoslavi del Maresciallo Tito, e così sottrarli al giudizio del tribunale della storia.

Presentiamo le pagine introduttive e le conclusioni della tesi di laurea di Silvia Ferretto Clementi, Consigliere Regionale della Lombardia (www.ferretto.it), dedicata alle Foibe

Per comprendere la tragedia che ha colpito le popolazioni giuliano dalmate dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e ben oltre la conclusione delle ostilità, è indispensabile far riferimento alle cose che ognuno di noi reputa importanti, in base ad una personale scala di valori.

La famiglia, gli amici, la casa, i beni, i ricordi, le tradizioni, le proprie radici culturali legate a suoni, sapori, odori della terra in cui si è cresciuti e al legame inscindibile con i propri morti. I 350.000 italiani costretti a fuggire dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia hanno dovuto
lasciare tutto questo.


Molti di loro hanno perso familiari, amici e conoscenti.

Le loro case e proprietà sono state confiscate e mai indennizzate.

Accusati di essere criminali italiani nemici del popolo, migliaia di loro sono stati massacrati senza pietà, vittime di una furia omicida alimentata da un nazionalismo esasperato. Costretti a optare tra rimanere italiani e andarsene, oppure divenire jugoslavi pur di
rimanere sulla propria terra, la maggior parte di loro intraprese la via dell’esilio come una scelta di libertà e venne accolta in Patria con l’ostilità e il fastidio che si prova per gli indesiderati.

La propaganda comunista, l’indifferenza e la disinformazione li fecero apparire all’opinione pubblica come “criminali”. Insultati e tacciati di essere reazionari e fascisti, secondo l’equazione manichea che bollava senza distinzione: “esule uguale fascista”, furono lasciati soli.

Prima della guerra la popolazione del confine orientale era stata fascista né più né meno del resto degli italiani.

Sostenere che in una terra di frontiera estremamente disomogenea e pervasa, per secoli, da passioni contrastanti tra etnie diverse, gli istriani fossero tutti vocati al fascismo è evidentemente illogico e rappresenta semplicemente una delle tante menzogne raccontate su un popolo che, nonostante le profonde ingiustizie e atrocità subite, non ha mai, in alcun momento, fatto ricorso all’uso della violenza e al terrorismo.

Un esempio dal quale, anche quei popoli che rivendicano oggi il diritto di avere una propria terra, dovrebbero trarre insegnamento.

La memoria dei martiri delle foibe è stata sepolta ed infangata per lunghi anni.

Dopo una spietata “pulizia etnica”, gli esuli hanno dovuto subire infatti anche una sistematica pulizia storiografica e la loro tragedia è stata dimenticata.

Albert Camus nel suo libro, La peste, scrisse: "La profonda sofferenza di tutti i prigionieri e di tutti gli esuli è vivere con una memoria che non serve a nulla."

Pochi italiani hanno riconosciuto che, con il loro sacrificio ed i loro beni, gli esuli hanno pagato una consistente parte del “debito di guerra” per la sconfitta dell’Italia.


La loro tragedia, sepolta per oltre cinquant’anni, con colpevoli lacune e disarmanti silenzi, è stata frutto di una epurazione tanto vergognosa quanto “necessaria” per non dover riconoscere ed ammettere anche gli innumerevoli errori compiuti in nome della Resistenza; ma, soprattutto, per non dover ammettere e riconoscere che se tutti i democratici furono antifascisti, non tutti gli antifascisti furono democratici. 

Sono molte le pagine scritte che devono essere riviste, tenendo sempre ben presente che l’opera di revisione, necessaria e doverosa, deve però riguardare i fatti, le interpretazioni, gli errori compiuti, l’acquiescenza e le omissioni.

Il revisionismo non può e non deve certo riguardare i principi e i valori che portarono alla nascita della democrazia nella Repubblica italiana.

Ricordare gli italiani uccisi nelle foibe dai comunisti di Tito e far conoscere a tutti, anche ai più giovani, quali e quanti massacri sono stati compiuti all'ombra della falce e martello, non giustifica ne potrà mai modificare il giudizio di condanna, morale, politico e storico delle persecuzioni razziali, ma è un atto di giustizia dovuto, perché la mancanza di verità storica costituisce un oltraggio alla memoria delle vittime ed insieme alla nostra coscienza.

Le responsabilità sono sempre personali o dei governi, non dei popoli. Confondere le responsabilità e attribuirle genericamente e indifferentemente ad un’intera popolazione o, peggio, ad un gruppo etnico, significa alimentare la spirale d’odio ed il conflitto rendendolo difficilmente sanabile.

Le motivazioni che hanno portato all’ ”Olocausto” e alla “pulizia etnica” sono profondamente diverse così come lo sono le loro dimensioni. I nazisti eliminarono gli ebrei e gli zingari, gli omosessuali e i portatori di handicap per ragioni “razziali”, una sorta di “pulizia biologica”; i titini eliminavano gli italiani per balcanizzare il territorio e “bonificare” l’Istria, Fiume e la Dalmazia dalla presenza millenaria del ceppo latino-veneto.

La “pulizia etnica” posta in atto contro gli italiani è sempre stata considerata una tragedia minore, un fenomeno reattivo, una conseguenza dei torti subiti durante il fascismo, che costituirono sicuramente un ottimo pretesto, servito su un piatto d’argento, al nazionalismo di Tito, ma non certo la causa primaria.

Quei tragici avvenimenti furono infatti il frutto di un disegno politico scientemente preparato e cinicamente eseguito. Nella memoria collettiva e nella storiografia ufficiale l’Olocausto è giustamente presente, e non potrebbe essere altrimenti. Trova spazio in tutti i libri di testo, nella cinematografia mondiale sia filmica che documentaristica e viene ricordato costantemente dai mezzi di informazione. Ogni studente italiano conosce bene quegli orrori.

La tragedia istriana, giuliano dalmata, al contrario, è stata per decenni omessa da tutti i testi scolastici ed è solo da dopo il dibattito sulla faziosità dei libri di testo, che in alcune edizioni viene riportata qualche informazione a riguardo, anche se spesso, purtroppo, ancora in forma superficiale e didascalica.

La condanna politica e morale di tutti gli stati nei confronti dell’antisemitismo è unanime, e, in forma autocritica, anche molti esponenti dei governi tedeschi sono sempre stati in prima linea nell’esecrare quegli accadimenti.

Diversamente, in merito al genocidio titino, non c’è mai stata alcuna presa di posizione ufficiale di condanna da parte dei governi balcanici: la Jugoslavia prima, la Croazia e la Slovenia poi, oltre a non aver mai espresso le loro “scuse ufficiali” ai familiari delle vittime, non hanno collaborato ad aprire, agli storici di tutto il mondo, i loro archivi di stato.

Anche sul piano giudiziario, le procedure ed i risultati sono da sempre stati diversi: sebbene alcuni siano riusciti ad eludere la giustizia internazionale, molti gerarchi nazisti sono stati processati a Norimberga. Nessun criminale titino ha invece scontato un solo giorno di carcere, a cominciare proprio dal loro leader, inspiegabilmente a lungo stimato e “riverito” da molti capi di stato.

Ai criminali di guerra slavi l’Italia ha addirittura concesso e sta ancora versando la pensione INPS, che non ha mai invece riconosciuto ad alcuno degli internati nei lager titini.

CONCLUSIONI

Il 1 maggio 2004 la Slovenia è entrata a far parte dell‘Unione Europea e a Gorizia è stato abbattuto l’ultimo muro di quella “cortina di ferro“ che, per oltre mezzo secolo, ha diviso l’Europa, secondo la logica di Yalta.

Il confine che per tanti anni ha diviso italiani e slavi, che ha a lungo rappresentato una linea di separazione ed esclusione ed è stato fonte di reciproca e profonda inimicizia, spesso sfociata in mutue accuse di nazionalismo o xenofobia, potrebbe, oggi, trovare una sua giusta e nuova connotazione in una dimensione più europea.

Essere parte dell’Unione Europea significa infatti far parte di una comunità più ampia, sovranazionale, all’interno della quale ogni stato membro, pur conservando la propria cultura, le proprie tradizioni, il proprio sentimento nazionale patriottico, rispetta gli altri Stati e, a differenza di quanto avveniva in passato, si pone come obiettivo la condivisione, non solo della moneta, ma anche e soprattutto dei valori e dei principi.

Gli accordi economici non bastano a unire le Nazioni, occorrono sogni, idee, progetti comuni e soprattutto valori condivisi. È questa la condizione sine qua non affinché dagli orrori e dagli errori di esasperati nazionalismi si possa trarre un insegnamento, facendo sì che fra le genti possa, finalmente, prevalere il reciproco rispetto.

Un’Europa unita non può essere costruita su odio e rancori mai sopiti. È evidente, infatti, che per ricucire uno strappo tra due popoli divisi da secoli, non bastino semplici dichiarazioni di buona volontà. È indispensabile il rispetto delle minoranze e dei diritti civili e che si arrivi quanto prima ad una memoria condivisa.

Se da un lato pretendere di rimettere in discussione i confini orientali è evidentemente improponibile, dall’altro deve essere chiaro che alcune delicate questioni in sospeso da ormai più di cinquant’anni devono essere seriamente affrontate e risolte.

Prime fra tutte: la restituzione dei beni confiscati ai cittadini italiani al momento dell’esodo, una maggiore tutela delle nostre minoranze rimaste nell’ex Jugoslavia e l’abolizione delle molte restrizioni ancora in vigore, sia in Slovenia che in Croazia, nei confronti dei cittadini italiani e delle nostre iniziative economiche e culturali, ma, soprattutto, il sacrosanto diritto delle famiglie dei “desaparecidos” italiani di conoscere quali sia stata la sorte dei propri cari ed il luogo in cui giacciono le loro spoglie.

Foibe: una pagina di storia nazionale
di Giannantonio Paladini

Se per "uso pubblico della storia" si intende, con Jürgen Habermas, "un dibattito che è in ultima istanza etico e politico sul passato", allora la discussione sulle foibe ne è un caso classico. Ma lo è, a varie riprese, da cinquant'anni (1). La novità di oggi non è, tuttavia, da poco. A imprimere un marchio particolare a quello che Roberto Spazzali ha definito un "dibattito ancora aperto"(2 ), è stata la sinistra politica. Stelio Spadaro, segretario del Pds triestino e Piero Fassino, sottosegretario agli Esteri, anch'egli del Pds, hanno parlato, l'estate scorsa, di "rimozione da parte della sinistra", di suoi "imbarazzi e reticenze", sollecitando "l'apertura degli archivi"; e Luciano Violante, presidente della Camera dei deputati, un altro esponente del Pds, che è la terza carica dello Stato, ha rilanciato (3 ).

Il fatto è di notevole rilevanza, ma - insieme - rivela un preoccupante tasso di ambiguità. Sollecitare "l'apertura" di archivi scandagliati da tempo dimostra quanta distanza l'azione dei partiti, in questo caso, certamente, quella del maggior partito della sinistra, abbia accumulato, nel tempo, rispetto alla società civile, e con quanta disinvoltura si finisca per porsi di fronte a tematiche di grande spessore storico e civile. Allo stesso tempo, le "esternazioni" su questioni storiche così complesse (dal riconoscimento di nobiltà ai "vinti" di Salò alla problematica, appunto, delle foibe della Venezia Giulia) fanno affiorare, finalmente, la coscienza della politica di aver svolto una funzione impropria in una società democratica, di aver "usato" le verità risultanti dal faticoso procedere della ricerca storica nella direzione più conveniente alla lotta politica, senza rispetto e, forse, anche oggi, senza vero ripensamento, quasi a voler confermare una vocazione all'ideologizzazione capace soltanto di cambiare di segno.

 

Note
1) Cfr. N. GALLERANO (a cura di), L'uso pubblico della storia. Franco Angeli, Milano 1995, p.7.
2) Cfr. R. SPAZZALI, Foibe: un dibattito ancora aperto. Tesi politica e storiografica giuliana tra scontro e confronto, Editrice Lega Nazionale, Trieste 1990, passim. L'opera, davvero imparziale, dello studioso triestino ricostruisce la pluridecennale polemica politica attorno al tema.
3) I riferimenti a documenti e interventi di natura strettamente politica, dei quali hanno dato notizia gli organi di informazione, sono, in questo scritto, necessariamente dati per noti. Mi limiterò, in ogni caso, agli elementi essenziali di una "conversazione pubblica" svoltasi sotto gli occhi dell'intero paese.


Dicevamo di archivi scandagliati da tempo. Per quanto anch'essi attardati dal vizio nazionale di travestire la verità storica in funzione degli interessi di parte, gli storici hanno svolto, anche sul tema delle foibe, il proprio compito. Certo, c'è stato un grosso limite: a muoversi sono stati storici, ricercatori, istituti, dell'Italia "al confine orientale". Al di qua dell'Isonzo, ben poco. Ma non si è trattato di storia locale, nel senso - peraltro, improprio - di storia minore. Si potrà, poi, discutere dei ritardi di taluni settori della storiografia troppo politicizzati, non dell'intera storiografia italiana. E non si dovrà dimenticare quanto , all'appuntamento di una corretta informazione storica sull'intera "questione adriatica", sia mancata la scuola italiana (4 ).  

Non è, in ogni caso, inutile, riassumere i termini della questione, per evitare le consuete confusioni di piani. A cinquant'anni dalla disgregazione del fragile assetto nordorientale dell'Italia uscita da Versailles e consolidata territorialmente nei primi anni Venti, è impensabile continuare a considerare la "situazione giuliana" degli anni tra l'autunno 1943 e la primavera 1945 (ma anche dei mesi e degli anni successivi, oltre lo stesso trattato di pace), isolatamente da un contesto più ampio.

L'arco temporale da considerare va, almeno, dall'inizio delle ostilità dell'esercito italiano contro la Yugoslavia in avanti, fino alla "slavizzazione" di pressocché tutti i territori acquisiti tra il 1919 e il 1920 (il 1924, per Fiume). All'aggressione italiana fece seguito l'erompere della guerriglia partigiana. E la Venezia Giulia - come ricorda Raoul Pupo - "finì per diventare retrovia di un nuovo fronte, quello contro i «ribelli» sloveni e croati, per divenire poi, essa stessa, obiettivo e teatro di operazioni del movimento di liberazione jugoslavo"(5 ). L'esperienza bellica fece "deflagrare", insomma, con violenza contraddizioni e tensioni accumulatesi nel corso di decenni, e che il fascismo aveva esasperato.

Quando l'armistizio fece precipitare l'intera Italia nel "buco nero" più profondo della sua storia nazionale, nell'Istria, "sulla furia di una tipica jacquerie contadina, si innestarono le rivalse contro gli uomini-simbolo di un regime e di uno stato indistinguibili da parte di chi ne era stato oppresso, assieme al disegno di rovesciare le autorità italiane per sostituirle con nuovi poteri, controllati dal partito comunista croato" (6).

Le cinquecento persone che vennero, in quei giorni, trucidate e gettate nelle foibe carsiche furono, dunque, vittime di un'insurrezione sociale e nazionale insieme. E il trauma di quella strage si fissò stabilmente nella memoria degli istriani di sentimenti italiani: come ricordo, e come possibilità "sempre latente".

Il futuro della Venezia Giulia è, da quel momento, fortemente ipotecato. Il "contesto" si aggraverà, naturalmente, perché l'intera regione dall'Isonzo alla Dalmazia diverrà progressivamente oggetto di una contesa che, a sua volta, si allargherà progressivamente, fino a diventare, oltreché nazionale, internazionale: non "una disputa bilaterale, soltanto, ma un problema che coinvolgerà direttamente le relazioni fra Stati Uniti ed Unione Sovietica" (7 ).

I "seicento giorni" nell'area giuliana furono, infatti, cosa assai diversa rispetto al resto dell'Italia occupata dai tedeschi. Alla fine di una guerra (fra i tedeschi e anglo-americani), di una guerra di liberazione (fra i partigiani, da una parte, divisi tra di loro secondo linee politiche e nazionali brutalmente intersecantesi, e gli occupanti, tedeschi e italiani di Salò, e collaborazionisti, dall'altra) e di una guerra civile, radicale più che altrove, la Venezia Giulia si ritrovò, nel 1945, sotto il pieno controllo dell'esercito popolare jugoslavo di liberazione. Le ragioni dell'anti-fascismo e della Resistenza di parte italiana erano state sopraffatte. La "corsa per Trieste" era stata vinta dagli jugoslavi, anche se l'improvvisa irruzione della II divisione neozelandese oltre l'Isonzo rischiò di rimetter in discussione le cose(8 ).

Appena giunte nelle città della Venezia Giulia, le truppe jugoslave procedono al disarmo e all'internamento degli avversari, a partire dai soldati di Salò. Ma subito vanno ben oltre. Ai maltrattamenti, all'internamento nei campi di concentramento dove la morte arriva per stenti e malattia, alle eliminazioni lungo le strade che portano ai luoghi di detenzione, si aggiungono le esecuzioni sommarie. E a cadere non sono soltanto i militari, ma anche le forze di polizia (Questura, carabinieri), e i civili. é una spirale di rancori - come scrive Pupo - che altrove in Italia genera rapide ondate di violenza politica e catene di delitti, e che nella Venezia Giulia, alimentandosi del ricordo bruciante delle sopraffazioni compiute dal fascismo nei confronti delle popolazioni slave e delle spietatezze della repressione antipartigiana, "travolge chi torti ha compiuto, chi avrebbe potuto compierli, talvolta chi, semplicemente, ne richiama la memoria" (9).

 

Note
4) Cfr., tra la ricca documentazione in materia, La scuola italiana e la storia recente dei giuliano dalmati, Atti del convegno di Pordenone, 29 ottobre 1989, Associazione delle comunità istriane, Trieste, 1990.
5) R. PUPO, L'età contemporanea in F. SALIMBENI (a cura di), Istria. Storia di una regione di frontiera, Morcelliana, Brescia 1994, p. 131.
6) R. PUPO. L'età contemporanea in F. SALIMBENI (a cura di), Istria, cit., p. 131.
7) Cfr. R. PUPO, Venezia Giulia. Immagini e problemi, Editrice Goriziana, Gorizia 1992, p.l43. La magistrale sintesi di Pupo è stata resa possibile, naturalmente, anche dalle molte opere edite tra gli anni Sessanta e i giorni nostri. Ci limitiamo ad indicarne alcune: E. MASERATI, L'occupazione jugoslava di Trieste (Maggio Giugno 1945), Del Bianco, Udine 1963; G. FOGAR, Sotto l'occupazione nazista nelle province orientali, Del Bianco, Udine 1963; B.C. NOVAK, Trieste 1941-1954. La lotta politica, etnica e ideologica, Mursia, Milano 1973; D. de CASTRO, La questione di Trieste. L'azione politica e diplomatica italiana dal 1943 al 1954. Liut, Trieste 1981.
8) Cfr. T. SALA, La crisi finale nel litorale adriatico. 1944-1945, Del Bianco, Udine 1962 e G. COX, La corsa per Trieste, Editrice Goriziana, Gorizia 1985.
9) R. PUPO, Venezia Giulia, cit., p. 185.


Se questo è il contesto "minimo", di esso si deve tener conto per una riflessione seria sullo specifico fatto, solo apparentemente circoscritto, delle "foibe" e degli "infoibamenti" avvenuti in Istria nell'autunno del 1943, prima che i tedeschi l'occupassero con la creazione dell'Adriatisches Künstenland, e dopo la fine della guerra, e a Trieste nei "quaranta giorni" dell'occupazione jugoslava - maggio-giugno 1945 -, ma anche di quelli successivi. 

Senza una precisa storicizzazione, i fatti e gli eventi collegati - le scomparse, le deportazioni di migliaia di italiani -, da ultimo, il drammatico esodo dall'Istria, sono condannati ad una spiegabilità metastorica o astorica.

A inquadrare precisamente i fatti obbliga lo scrupolo al quale si è tenuti generalmente in sede di ricostruzione storica, ma induce anche la delicatezza particolare del tema delle foibe, tra "i più frequentati come ha scritto ancora Raoul Pupo - nel dibattito del e sul dopoguerra nella Venezia Giulia, e allo stesso tempo uno dei segnali più palesi dei limiti e delle distorsioni di quel confronto" (10).

Si tratta, anche qui, del modo italiano di "fare storia" di fronte a quell'esigenza, così intensamente avvertita da uno studioso come Rosario Romeo, di riunire l'Italia alla sua storia, perché "un paese idealmente separato dal proprio passato, è un paese in crisi di identità e, dunque, senza valori da cui trarre ispirazione e senza quel sentimento di fiducia in se stesso che nasce dalla coscienza di uno svolgimento coerente in cui il passato si pone come premessa e garanzia per il futuro" (11). Lasciare che il "lungo dopoguerra" si chiuda definitivamente senza tentare di colmare la "separazione dal passato" denunciata da Romeo significa, del resto, perdere l'occasione di comprendere il vero senso delle cose accadute cinquant'anni fa, lasciandosi paralizzare dal timore che ciò renda, in qualche modo, necessaria quella riconciliazione dell'irriconciliabile, che sarebbe, quella sì, storicamente priva di senso.

E' ben vero, d'altra parte, che la contestualizzazione dei singoli eventi - le deportazioni, le eliminazioni fisiche, gli "infoibamenti", insomma tutti gli orrori della stretta finale di eventi prodotti da fattori più lontani e dilatati - presenta il rischio di una loro mimetizzazione: tutto spiegare è tutto giustificare, teme qualcuno. Per evitarlo, è necessario, dunque, guardarsi da due rischi opposti: dal chiudersi nella microstoria, da un lato; dal tutto stemperare in una dimensione macrostorica, dall'altro.

A rendere ancor più ardua quest'operazione intellettuale sta "l'immensa congerie di pubblicistica accumulatasi con il trascorrere degli anni", della quale ha parlato Fulvio Salimbeni, un dibattito da vedersi "costantemente nei suoi risvolti anche psicologici, in relazione con le coeve vicende politiche, istituzionali e ideologiche, che ne spiegano contraddizioni, involuzioni, difficoltà, accelerazioni improvvise quanto bruschi arresti e pesanti condizionamenti e remore nell'affrontare aspetti ed elementi del caso" (12). Perché la discussione aperta, per motivi schiettamente politici, l'estate scorsa non si riduca ad un episodio di questo dibattito, bisognerebbe che gli storici si sottraessero ad una chiamata in campo ad adiuvandum, alzando, invece, la traiettoria del proprio specifico apporto.

 

Note
10) R. PUPO, Un panorama interpretativo, Quaderni del Centro studi economico-politici "Ezio Vanoni", nn. 20-21, aprile-settembre 1990, pp. 33-52 (la cit. è a p. 33). II "Quaderno" è interamente dedicato al tema Foibe: politica e storia e contiene, tra l'altro, i saggi storici di R. SPAZZALI. Le foibe istriane: sinestesia di una tragedia (pp. 53-68), di G. FOGAR Problemi di quantificazione (pp. 69-81) e D. de CASTRO, Proposte per una commissione d'indagine sulle foibe e sulle fosse comuni (pp. 82-87).
11) R. ROMEO, Scritti politici. 1953-1987, Milano 1990, p. 40.
12) F. SALIMBENI, Prefazione a R. SPAZZALI, Foibe, cit., p. 12.


Le foibe, dunque: un sostantivo che, al di qua del Tagliamento, ha forse solo il valore di un termine scientifico (dal latino fovea, fossa, anfratto, voragine naturale del terreno carsico, cavità imbutiforme che sprofonda in verticale per decine di metri, talvolta con salti di centinaia) (13), mentre, al di là dell'Isonzo ne ha certamente un altro, anche simbolico. 

Con esso, si designano certamente gli "infoibamenti", ma anche le deportazioni, le carceri, i campi di concentramento jugoslavi, così come tutti i luoghi di occultamento di soldati uccisi in combattimento, di vittime di esecuzioni sommarie, di vendette personali, di atti di criminalità comune, tutte accomunate nel destino di questa sepoltura inumana. Anche se si trattò di deportazioni in campi di concentramento dai quali, magari, ci si salvò in parte, rientrando senza dichiararlo, come accadde a molti militari della Repubblica sociale italiana; anche se la cosa riguardò soldati tedeschi caduti nella fase finale della guerra; anche se fu l'esito di uno spirito di vendetta furibonda, la scomparsa, magari in mare, come i Luxardo, "dietro gli scogli di Zara" (14), di tanti uomini e donne dalla faccia della terra, in un'area caratterizzata da un sottosuolo naturalmente predisposto ad inghiottire, dà alla parola che riassume tanti, diversi e pur simili, eventi, foibe, un suono sinistro.

Foibe come violenza indiscriminata, come massacro senza giustificazione, feroce e disumano, che unì nello stesso destino collaborazionisti e innocenti, quasi un'onda infernale, in cui non è possibile discernere.

Distinguere, invece, e frequentemente, è il compito degli storici. Ed è quello che è stato fatto, anche con il difficile lavoro di "quantificazione", che può sembrare macabro, ed è, invece, segno di serietà e di umanità dolente. Il dibattito triestino e giuliano, dentro e fuori dei confini nazionali, ha spesso esasperato i calcoli, le cifre sono state, talvolta, sparate alla cieca. Gli studiosi, ma non soltanto loro, hanno, invece, fatto un buon lavoro. Si è arrivati a indicare cifre attorno alle quattro-cinque migliaia, anche se nessuno, di coloro che ne hanno titolo, rinuncia ai propri convincimenti. C'è chi ripete che, di qualunque cifra si tratti, la questione non cambia sul piano sostanziale. Non è vero: anche il numero ha una sua rilevanza (15). Ma è vero, senza dubbio, che quel che conta è il "perché" dei massacri. Veniamo, dunque, a quelle che sono parse le diverse linee interpretative in campo.

Lungo tutto l'arco temporale che va dal 1945 ai nostri giorni, s'è consolidato, innanzitutto, il giudizio che le foibe abbiano costituito l'esecuzione di un consapevole progetto di sterminio della nazione italiana nella Venezia Giulia, elaborato dallo sciovinismo balcanico e manovrato da comunisti. E' la tesi del "genocidio nazionale", che oggi, con la discutibile leggerezza della fase di "conversazione pubblica" della quale siamo, insieme, protagonisti e vittime, si preferisce chiamare "pulizia etnica". Al di là dei suoi connotati ideologici e politici originari, la tesi del "genocidio nazionale" è divenuta un dato di esperienza: quella, psicologica e morale, di molta parte degli esuli, e delle loro organizzazioni più legate al sentimento di nazionalità italiana dei giuliano-dalmati. D'altra parte, perché istriani, fiumani, dalmati rimasti a Zara dopo il 1921-1922, avrebbero abbandonato le loro terre, se non per non morire, i più, ma anche "per non sottostare a un regime che si rivelava in tutta la sua crudeltà, ed anche, a prescindere dal regime politico, per evitare una convivenza difficile per la diversità di lingua, costumi, cultura"? (16) I nemici da eliminare furono, in realtà, non gli italiani in quanto tali, ma i reazionari, tutti quelli, insomma, che non accettavano le posizioni politiche riconducibili al Fronte di liberazione jugoslavo. Dunque, anche chi era antifascista, aveva aderito alla Resistenza ma non era comunista.

Distinzioni troppo sottili, queste, sottigliezze ideologiche? Resta il dato di fatto, ricordato da Pupo, dell'"espulsione di massa di un'intera componente nazionale dalla propria terra, che sanzionò l'incompatibilità storica della presenza italiana con l'affermarsi dello stato comunista jugoslavo" (17). Rispetto all'esodo, dunque, che si configurò come un' "espulsione" vera e propria di quanti, italiani, non accettarono la piega della storia della propria terra, non si può non accettare il giudizio di Elio Apih che ha parlato, a proposito dei "quaranta giorni" triestini della primavera del 1945, di un "dramma oltre lo scenario" delle foibe. "La presenza di volontà organizzata - così lo storico triestino - non è dubbia. Eliminazione fisica dell'oppositore e nemico (di forze armate giudicate collaborazioniste) e, insieme, intimidazione e, col giustizialismo sommario, coinvolgimento nella formazione violenta di un nuovo potere. Tale pare la logica dei fatti. La spontaneità del furor popolare si cementa in una sorta di patto di palingenesi sociale, attestato e garantito dalla punizione dei colpevoli, che basta individuare anche sommariamente perché il loro ruolo è simbolico prima che personale" (18).
Al polo interpretativo opposto, le posizioni (anche storiografiche) di parte jugoslava, e della minoranza slovena in Italia, che ispirarono a lungo la pretesa di "negare la strage". Dal dicembre 1945 in poi - fino ai primi, timidi e circospetti accenni innovativi della fine degli anni Ottanta, e dei primi Novanta, oggi relativamente consolidati (19) - il motivo dominante fu quello di considerare tutti gli italiani, della cui scomparsa si chiedeva conto da parte alleata, come fascisti, caduti o scomparsi in combattimento a fianco dei tedeschi, o criminali di guerra. Ma si trattava di una tesi miserabile: la "caccia al fascista", infatti, si esercitò, perfino con maggiore precisione, nei confronti di antifascisti, i componenti dei Comitati di Liberazione Nazionale di Trieste e di Gorizia, e gli esponenti della Resistenza e del movimento autonomistico di Fiume (20). Un "paradosso" che si spiega avendo riguardo al fatto che, ad avversare il "pieno e totalitario" controllo del nuovo regime jugoslavo di tipo stalinistico erano, assai più che i fascisti sconfitti, gli antifascisti democratici, e cioè non comunisti, che la Resistenza l'avevano fatta e si erano così legittimati. Siano stati, dunque, i comandi militari jugoslavi e le nuove autorità civili, ovvero, come qualcuno ha ipotizzato, gli organi della polizia politica (21); si sia o meno sommata, all'azione di questi ultimi, quella di gruppi di avventurieri, di criminali "capaci di approfittare del clima di generale confusione esistente allora in città" (22), negare la strage è stata la riprova, negli jugoslavi e anche nella minoranza slovena "ortodossa" in Italia, dell'incapacità di guardare, con spirito, critico ed autocritico, a quel tragico periodo.
A sé, rispetto ai due blocchi interpretativi sommariamente delineati, è stato, nei decenni del "lungo dopoguerra", quel gruppo di opere di studiosi giuliani di diversa formazione che, nell'ambito dell'attività dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, hanno tentato di inserire anche le vicende di cui stiamo parlando all'interno del quadro risultante dall'impatto della politica e delle istituzioni del fascismo sui rapporti fra slavi e italiani nella Venezia Giulia. Impostazione ineccepibile, anche se non si può ridurre il fenomeno delle foibe a un "eccesso di reazione" alla lunga catena di precedenti violenze di segno opposto. Così facendo, infatti, si corre il rischio di far prevalere preoccupazioni ideologico-politiche su quelle del rigore storico: è quello che accade se ci si limita a guardare alla dialettica città-campagna in Venezia Giulia e si applica anche alle foibe lo schema della "rivolta contadina" (23). Occorreva, invece, inserire senza remore, anche le foibe nel quadro più largo rappresentato dal processo di costruzione del comunismo tra guerra e dopoguerra. E' l'approccio di studiosi che riescono così a valutare comparativamente il comportamento tenuto dai partigiani comunisti per instaurare la propria autonomia sia nei confronti di sloveni e croati anticomunisti o non comunisti, sia in quelli dei giuliani di "sentimenti italiani" (24). E' l'approccio che conduce Elio Apih ad affermare che "i fatti hanno anche motivazione antitaliana, ma questa non pare preminente" perché, "nel 1945, Trieste fu, per quaranta giorni, lambita dall'onda di una rivoluzione" (25).

 

Note
13) Ma chi ha seguito in questi anni le polemiche sul Bus de la Lum sa che neppur questo è vero.
14) Cfr. N. LUXARDO DE FRANCHI, Dietro gli scogli di Zara, Editrice Goriziana, Gorizia 1992.
15) Per una disamina accurata delle "quantificazioni" proposte, cfr. R. SPAZZALI, Foibe, cit. Uno schema riassuntivo è nel mio Più luce sulle foibe, "II Ponte", a. XLVII, n. 4, aprile 1991, pp. 93-102. Di recente, Francesco Semi, nel suo bel volume La cultura istriana nella civilta europea, Alcione Editore, Venezia, 1996, ha parlato di ottomila "infoibati".
16) F. SEMI, Istria e Dalmazia. Uomini e tempi. I. Istria e Fiume, Del Bianco, Udine 1991, p. 424.
17) R. PUPO, Venezia Giulia, cit., p. 243. Sull'esodo, cfr. C. COLUMMI - L. FERRARI - G. NASSISI - G. TRANI, Storia di un esodo. Istria 1945-1956, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, Trieste, 1980, unico studio organico sul problema, ma vedi ora, anche la buona sintesi di F. MOLINARI, Istria contesa, Mursia, Milano 1996.
18) E. APIH Trieste, Laterza, Bari 1988, p. 166.
19) Cfr. R SPAZZALI, Foibe, cit., in particolare alle pp. 599 e ss. Sulle maggiori novità relative all'accresciuta disponibilità di fonti slovene e croate, cfr. F. SALIMBENI, Istria, cit., pp. 147-148. Da quattro anni sono, del resto, al lavoro due commissioni miste, una italo-croata e una italo-slovena, che stanno acquisendo prove e documenti. Non si tiene conto, quì, della pubblicistica, in particolare di quella di destra, che spesso non si limita, in questi anni Novanta, alla riproposizione di punti di vista ideologici, ma compie anch'essa sforzi interpretativi più equilibrati.
20) Cfr. E. MASERATI, op. at., pp. 117-122.
21) E' la tesi contenuta in M. PACOR, Confine orientale. Questione nazionale e resistenza nel Friuli-Venezia Giulia, Feltrinelli, Milano 1964.
22) E. MASERATI, op. cit., pp. 98-100.
23) Cfr. C. COLUMMI, Guerra, occupazione nazista e resistenza nella Venezia Giulia: un preambolo necessario, in Storia di un esodo, cit., in particolare alle pp. 36-39.
24) Cfr. B. NOVAK, Trieste 1941-1954 La lotta politica, etnica e ideologica, Mursia, Milano 1973 e D. de CASTRO, La questione di Trieste, cit.
25) E. APIH, Trieste, cit., p. 166.


Ma forse, oggi, è possibile andare oltre, assumendo come ipotesi interpretativa forte quella del secondo conflitto mondiale come guerra totale, come guerra che "nutre nel suo seno la guerra civile" (26). Come in una guerra di religione, contenente in sé motivi economici, politici, sociali, nazionali, la violenza dilagò dappertutto e si personalizzò, a livello individuale e di gruppo. Nei paesi invasi dalle truppe dell'Asse, portare un'arma equivalse sempre più a una licenza di uccidere. Nella Jugoslavia, l'incitazione alle rappresaglie indiscriminate, insieme burocratiche e personalizzate, produsse, dai diversi lati, una ferocia, un imbarbarimento, che difficilmente si riescono a spiegare con i consueti criteri di analisi dei conflitti bellici e dei loro risvolti (27). 

E in Jugoslavia, "rivalità e odi etnici, ideologici, sociali apparvero crudelmente mescolati nelle lotte fra ustascia, belogardisti, cetnici, il Fronte di liberazione nazionale diretto da Tito e numerose altre formazioni, con gli occupanti italiani che cercavano di giocare i vari movimenti gli uni contro gli altri" (28): un micidiale intreccio che ebbe, tra gli altri effetti, alla scala giuliana, quello della finale cancellazione della comunità veneto-italiana dell'Istria e della Dalmazia, risultato della pratica della violenza totale che ha il suo simbolo nelle foibe, e nell'esodo dei trecentocinquantamila connazionali dalla Venezia Giulia.

Una pagina di storia italiana, quest'ultima, che ebbe aspetti odiosi anche in patria. Come ha ricordato Francesco Semi, "non si sarebbero mai aspettati, gli esuli, un'organizzazione avversa al loro esodo. Il Partito comunista organizzò a Venezia, a Milano e Bologna, massicce manifestazioni contro di loro. A Venezia, all'arrivo della nave con i profughi da Pola, a Milano e Bologna alle comitive che giungevano con autocarri, fischi, urli e infami parolacce accolsero i fratelli infelici, che la propaganda indicava come fascisti, fuggiti in odio al comunismo" (29). Era, invece, accaduto il contrario.

Ma anche quello di "guerra civile europea" può diventare, se usato ideologicamente, uno schema fuorviante per capire che cosa si sia creato nel cuore del Novecento, un secolo di massacri senza limiti geografici ed umani. Tra i primi testimoni di quel che si andava concretando fu Karl Polanyi che, in Europe To-Day, 1937, colse, come "caratteristica più sensazionale della storia contemporanea la frequenza con la quale, nel quadro degli eventi internazionali, si intrecciavano guerre esterne e guerre civili" (30).

L'analisi economica dell'autore della Grande trasformazione, 1944, può essere ancor oggi attuale, e capace di evitare che, nel "secolo delle ideologie", si finisca per disideologizzare la storiografia, ricaricandola, poi, di opposte, quanto metafisiche, ideologizzazioni.

Quanto alle foibe come tema della "conversazione pubblica" italiana, l'auspicio è che tutti, storici ma anche insegnanti, intellettuali ma anche pubbliche autorità, addetti all'informazione ma anche scrittori, artisti, registi (siamo in un'epoca in cui i media possono compiere grandi misfatti ma anche operazioni virtuose), sappiano andar oltre la miope convenienza politica dei pentimenti e dei revisionismi di comodo. é l'unico modo, oltretutto, di risarcire chi ha troppo patito perché gli si chieda anche di essere magnanimo, e di rassegnarsi. (FINE)

 

Note
26) C. PAVONE, La seconda guerra mondiale: una guerra civile europea? in G. RANZATO (a cura di), Guerre fratricide. Le guerre civili in età contemporanea, Bollati Boringhieri, Torino 1994, p. 117.
27) Cfr. R SALA, 1941-1945: gli italiani nella penisola balcanica. Sui monti della solitudine, "Storia e Dossier", VII (1992), 62 (maggio), p. 18.
28) C. PAVONE, op. at., p. 123.
29) F. SEMI, Istria e Fiume. cit., p. 424.
30) K. POLANYI, Europa 1937, a cura di M. CANGLKNI, Dontelli, Roma 1995, p. 5.

La ricostruzione di Giorgio Tombesi del lungo travaglio che ha preceduto il riconoscimento della Foiba di Basovizza quale monumento nazionale. La Lega Nazionale in prima linea.

Ecco come la Foiba di Basovizza è diventata monumento nazionale

Eletto deputato nel 1976, venni a conoscenza delle foibe dalla pubblicazione fatta nel novembre di quell'anno dalla Famia Ruvignisa della Unione degli Istriani, coordinata da Ciro Manganaro e dall'opuscolo edito dalla Associazione Venezia Giulia e Dalmazia ad opera di padre Fiaminio Rocchi.
Da esse risulta che le prime salme furono recuperate nell'agosto dei 1947 e che in occasione della chiusura delle due foibe di Basovizza e Monrupino, per iniziativa dei Ministero della Difesa?Commissariato per le onoranze ai caduti, il 2 novembre 1959 ci fu la prima manifestazione ufficiale da parte delle autorità locali a ricordo e suffragio degli infoibati.
Rilevando che mentre alla Risiera di S.Sabba era stato riconosciuto la qualifica di monumento nazionale ai sensi della L.I.6.39 n. 1089, alle foibe di Basovizza e Trebiciano tale riconoscimento non era stato ancora dato, chiedevo in data 25 giugno 1977 al Ministro dei Beni Culturali, allora Mario Pedini competente in materia, di promuovere questo riconoscimento.
Questa richiesta la feci in stretto contatto con la ANVGD dei cui Comitato Provinciale di Trieste ero presidente e con l'on. Giacomo Bologna che mi aveva preceduto nell'incarico parlamentare.
Intervenni a sostegno di questa mia richiesta presso il Ministro degli Esteri, allora on. Forlani e presso il Ministro degli Interni allora on. Cossiga nonché presso la Presidenza dei Consiglio dei Ministri sia con lettera che con incontri personali.
Seguii la pratica anche nella fase istruttoria presso la Sopraintendenza delle Belle Arti di Trieste. Poi interessai alla pratica l'on. Dario Antoniozzi succeduto a Pedini nell'incarico di Ministro e ricevetti in data 25.5.78 assicurazione che il provvedimento da me richiesto era in fase istruttoria.
Non mi risulta che in tale periodo alcun partito politico o associazione abbia preso iniziative per il riconoscimento delle foibe o a supporto della mia richiesta che pur era stata adeguatamente pubblicizzata.
L'8 novembre 79 con interrogazione a risposta scritta sollecitai una definizione della pratica e quindi appresi che in data 22 febbraio 1980 il Ministro Biasini, succeduto ad Antoniozzi, aveva emesso i relativi decreti sia per la foiba di Basovizza che per quella di Trebiciano e che essi erano stati notificati al Comune di Trieste il 17.3.80.
Queste date, che si leggono sui decreti, mi facevano rilevare che l'allora Sindaco Cecovini, tacendo su questo provvedimento, quanto meno in quel momento non riteneva di associarsi ad alcuna manifestazione di compiacimento e nemmeno prendere atto dei risultato ottenuto.
Allora decidemmo, il Vice presidente della Lega Nazionale prof. Enrico Tagliaferro ed io, di dare noi la notizia alla cittadinanza, cosa che fu fatta sulla stampa locale il 20 giugno e di offrire al Sindaco Cecovini, nonostante il suo comportamento non incoraggiante, la presidenza di un Comitato per le onoranze. Non avendo egli accettato, procedemmo noi convocando presso la Lega Nazionale tutte le associazioni patriottiche e d'arma il 26 gennaio 1981.
Dopo questa riunione il presidente Tagliaferro in data 23 febbraio 1981 mise al corrente il Sindaco Cecovini dei risultati e chiese che almeno il Comune partecipasse ad uno dei tre Comitati (organizzativo, promotore e d'onore che dovevano costruirsi).
In questa lettera scritta in accordo con me, il Presidente Tagliaferro faceva anche presente a Cecovini che "la Lega Nazionale vedrebbe con particolare simpatia se dei Comitato promotore volesse entrare a far parte anche almeno una associazione culturale della minoranza slovena proprio per dare con tale adesione, e nel supremo doveroso rispetto verso i morti, una testimonianza di deprecazione per ogni atto di violenza nonché un tangibile segno di quella tanto auspicata distensione tra i popoli".
Non risulta che il Sindaco abbia mai dato risposta a questa lettera anche perché la pratica in Comune è inspiegabilmente priva di questa documentazione.
Ci ponemmo quindi il problema di un omaggio di un rappresentante dei Governo alle foibe, magari abbinato ad un omaggio alla Risiera dì S.Sabba, che era stata in quegli anni oggetto di molte manifestazioni ufficiali.
Si costituì nel maggio 1982 un Comitato presso la Lega Nazionale costituito dal prof. Enrico Tagliaferro (Lega Nazionale) dal sig. Fulvio Miani (Unione degli Istriani) e dal sottoscritto (Comitato provinciale dello ANVGD), e la presidenza fu affidata all'on.Paolo Barbi (presidente nazionale dello ANVGD).
Al sen. Barbi fu affidato in particolare l'incarico di adoperarsi perché il Governo designasse un rappresentante ufficiale ad una manifestazione a carattere nazionale per onorare la memoria degli infoibati.
L'occasione per questa manifestazione poteva essere la presenza a Trieste dei Capo dei Governo allora sen. Spadolini annunciato per la celebrazione dei 150° anniversario delle Assicurazioni Generali che doveva aver luogo nel giugno seguente.
Contattai personalmente Spadolini per prospettargli questa possibilità e avendo da lui ricevuto un rifiuto motivato dalla preoccupazione che ciò costituisse una turbativa nei rapporti con la Jugoslavia feci intervenire presso di lui il presidente dei Senato Fanfani ed il Presidente della Commissione Affari Esteri Andreotti che invece ritenevano opportuna la presenza alle foibe dei presidente Spadolini.
Di fronte alla resistenza di Spadolini, Andreotti mi suggerì di prendere un contatto con l'allora ambasciatore jugoslavo Marko Kosin. Nemmeno l'esito positivo del contatto con Kosin che era d'accordo con me, dopo aver riservatamente contattato il suo governo, fu sufficiente a vincere le preoccupazioni di Spadolini, che decise di non intervenire nemmeno alle manifestazioni delle Assicurazioni Generali designando in sua vece il sottosegretario all'industria Rebecchini.
Sabato 26 giugno alla foiba di Basovizza si svolse quindi la cerimonia ufficiale con la messa in suffragio celebrata dal Vescovo di allora Mons. Bellomi, presente in rappresentanza dei Governo il sen. Rebecchini, il presidente Barbi, il sottoscritto, autorità civili e militari, rappresentanti delle Associazioni combattentistiche e d'arma, delle associazioni dei profughi giuliani e dalmati di alcuni partiti politici (vedi il Piccolo del 27.6.82).
Il 24 settembre seguente a richiesta dei soprintendente ai Beni Culturali vengono inviati alla conservatoria dei registri immobiliari (Registro tavolare) la nota di trascrizione dei decreti relative alle due foibe.
Il 3 novembre 1991 finalmente, dopo ben undici anni dal riconoscimento avvenuto, il Presidente della Repubblica Cossiga si recò alta foiba di Basovizza e successivamente l'11 febbraio 1993 vi si recò anche il suo successore Scalfaro, che l'11.9.92 aveva reiterato il decreto governativo dei 22.2.1980 peraltro limitatamente alla Foiba di Basovizza, avendo dimenticato quella di Monrupino.
La reiterazione dei decreto fu richiesta dal Movimento Sociale e dalla Lista per Trieste e probabilmente anche dal Comitato per le onoranze ai caduti delle foibe, con la motivazione che il decreto per la Risiera era stato sottoscritto dal Presidente della Repubblica, anche se la legge non lo prevedeva, mentre quello per le foibe era firmato dal Ministro. Quindi aveva un valore morale ripeterlo nella stessa forma anche per le foibe.
In questo senso appoggiai la richiesta che mi era stata illustrata dal consigliere regionale Gambassini. Vi fu anche uno scambio di lettere tra me ed il Presidente Scalfaro, che per sottolineare la mia adesione a questa proposta incaricò me di darne comunicazione a Trieste.
La richiesta della reiterazione però nascondeva un fine politico, che era quello di attribuire alla LpT e al Msi, nonché al Comitato per le onoranze, dei meriti che facessero dimenticare la mancanza di impegno che queste due forze politiche ebbero nel 1982, dove addirittura si cercò di non dare pubblicità all'avvenuto riconoscimento.
Questa interpretazione è avallata dalla pubblicazione fatta dal Comitato per le onoranze nel 1944 e da tutti gli atti e le manifestazioni che sono seguite.
Scrivo questo brevi note per ricordare le difficili vicende dei riconoscimento delle foibe a monumento nazionale onde evitare che la speculazione che oggi si fa a proposito di questo riconoscimento sia un'ulteriore offesa alla memoria dei poveri infoibati che si aggiunge a quella della loro morte ingiusta e del colpevole silenzio dei governo italiano e dei partiti politici.

Giorgio Tombesi

tratto da
"TriesteOggi" venerdì 12 novembre 2004

Foiba di Basovizza e Monrupino (Trieste) - Oggi monumenti nazionali. Diverse centinaia sono gli infoibati in esse precipitati. 
Foiba di Scadaicina sulla strada di Fiume.
Foiba di Podubbo - Non è stato possibile, per difficoltà, il recupero.
Il Piccolo del 5.12.1945 riferisce che coloro che si sono calati nella profondità di 190 metri, hanno individuato cinque corpi - tra cui quello di una donna completamente nuda – non identificabili a causa della decomposizione.
Foiba di Drenchia - Secondo Diego De Castro vi sarebbero cadaveri di donne, ragazze e partigiani dell’Osoppo.
Abisso di Semich – "…Un'ispezione del 1944 accertò che i partigiani di Tito, nel settembre precedente, avevano precipitato nell'abisso di Semich (presso Lanischie), profondo 190 metri, un centinaio di sventurati: soldati italiani e civili, uomini e donne, quasi tutti prima seviziati e ancor vivi. Impossibile sapere il numero di quelli che furono gettati a guerra finita, durante l'orrendo 1945 e dopo. Questa è stata fina delle tante Foibe carsiche trovate adatte, con approvazione dei superiori, dai cosiddetti tribunali popolari, per consumare varie nefandezze. La Foiba ingoiò indistintamente chiunque avesse sentimenti italiani, avesse sostenuto cariche o fosse semplicemente oggetto di sospetti e di rancori. Per giorni e giorni la gente aveva sentito urla strazianti provenire dall’abisso, le grida dei rimasti in vita, sia perché trattenuti dagli spuntoni di roccia, sia perché resi folli dalla
disperazione. Prolungavano l’atroce agonia con sollievo dell’acqua stillante. Il prato conservò per mesi le impronte degli autocarri arrivati qua, grevi del loro carico umano, imbarcato senza ritorno…" (Testimonianza di Mons. Parentin - da La Voce Giuliana del 16.12.1980).
Foibe di Opicina, di Campagna e di Corgnale – "Vennero infoibate circa duecento persone e tra queste figurano una donna ed un bambino, rei di essere moglie e figlio di un carabiniere …"(G. Holzer 1946).
Foibe di Sesana e Orle - Nel 1946 sono stati recuperati corpi infoibati.
Foiba di Casserova sulla strada di Fiume, tra Obrovo e Golazzo. Ci sono stati precipitati tedeschi, uomini e donne italiani, sloveni, molti ancora vivi, poi, dopo aver gettato benzina e bombe a mano, l’imboccatura veniva fatta saltare. Difficilissimi i recuperi.
Abisso di Semez - Il 7 maggio 1944 vengono individuati resti umani corrispondenti a ottanta - cento persone. Nel 1945 fu ancora "usato".
Foiba di Gropada - Sono recuperate cinque salme. " Il 12 maggio 1945 furono fatte precipitare nel bosco di Gropada trentaquattro persone, previa svestizione e colpo di rivoltella "alla nuca". Tra le ultime: Dora Ciok, Rodolfo Zuliani, Alberto Marega, Angelo Bisazzi, Luigi Zerial e Domenico Mari"
Foiba di Vifia Orizi - Nel mese di maggio del 1945, gli abitanti del circondario videro lunghe file di prigionieri, alcuni dei quali recitavano il Padre Nostro, scortati da partigiani armati di mitra, essere condotte verso la voragine. Le testimonianze sono concordi nell'indicare in circa duecento i prigionieri eliminati.
Foiba di Cernovizza (Pisino) - Secondo voci degli abitanti del circondario le vittime sarebbero un centinaio. L'imboccatura della Foiba, nell'autunno del 1945, è stata fatta franare.
Foiba di Obrovo (Fiume) – È luogo di sepoltura di tanti fiumani, deportati senza ritorno.
Foiba di Raspo - Usata come luogo di genocidio di italiani sia nel 1943 che nel 1945. Imprecisato il numero delle vittime.
Foiba di Brestovizza - Così narra la vicenda di una infoibata il "Giornale di Trieste" in data 14.08.1947. "Gli assassini l'avevano brutalmente malmenata, spezzandole le braccia prima di scaraventarla viva nella Foiba. Per tre giorni, dicono i contadini, si sono sentite le urla della misera che giaceva ferita, in preda al terrore, sul fondo della grotta."
Foiba di Zavni (Foresta di Tarnova) - Luogo di martirio dei carabinieri di Gorizia e di altre centinaia di sloveni oppositori del regime di Tito.
Foiba di Gargaro o Podgomila (Gorizia) - Vi furono gettate circa ottanta persone.
Capodistria - Le Foibe - Dichiarazioni rese da Leander Cunja, responsabile della Commissione di indagine sulle Foibe del capodistriano, nominata dal Consiglio esecutivo dell'Assemblea comunale di Capodistria: "Nel capodistriano vi sono centosedici cavità, delle ottantuno cavità con entrata verticale abbiamo verificato che diciannove contenevano resti umani. Da dieci cavità sono stati tratti cinquantacinque corpi umani che sono stati inviati all’Istituto di medicina legale di Lubiana. Nella zona si dice che sono finiti in Foiba, provenienti dalla zona di S. Servolo, circa centoventi persone di etnia italiana e slovena, tra cui il parroco di S. Servolo, Placido Sansi. I civili infoibati provenivano dalla terra di S. Dorligo della Valle. I capodistriani, infatti, venivano condotti, per essere deportati ed uccisi, nell'interno, verso Pinguente. Le Foibe del capodistriano sono state usate nel dopoguerra come discariche di varie industrie, tra le quali un salumificio della zona"
Foiba di Vines - Recuperate dal Maresciallo Harzarich dal 16.10.1943 al 25.10.1943 cinquantuno salme riconosciute. In questa Foiba, sul cui fondo scorre dell'acqua, gli assassinati dopo essere stati torturati, finirono precipitati con una pietra legata con un filo di ferro alle mani. Furono poi lanciate delle bombe a mano nell'interno. Unico superstite, Giovanni Radeticchio, ha raccontato il fatto.
Cava di Bauxite di Gallignana - Recuperate dal 31 novembre 1943 all'8 dicembre 1943 ventitré salme di cui sei riconosciute. Don Angelo Tarticchio nato nel 1907 a Gallesano d’Istria, parroco di Villa di Rovigno. Il 16 settembre 1943 - aveva trentasei anni - fu arrestato dai partigiani comunisti, malmenato ed ingiuriato insieme ad altri trenta dei suoi parrocchiani, e, dopo orribili sevizie, fu buttato nella foiba di Gallignana. Quando fu riesumato lo trovarono completamente nudo, con una corona di spine conficcata sulla testa, i genitali tagliati e messi in bocca.
Foiba di Terli - Recuperate nel novembre del 1943 ventiquattro salme, riconosciute.
Foiba di Treghelizza - Recuperate nel novembre del 1943 due salme, riconosciute.
Foiba di Pucicchi - Recuperate nel novembre del 1943 undici salme di cui quattro riconosciute.
Foiba di Surani
- Recuperate nel novembre del 1943 ventisei salme di cui ventuno riconosciute.
Foiba di Cregli - Recuperate nel dicembre del 1943 otto salme, riconosciute.
Foiba di Cernizza - Recuperate nel dicembre del 1943 due salme, riconosciute.
Foiba di Vescovado - Scoperte sei salme di cui una identificata.

Altre foibe da cui non fu possibile eseguire recupero nel periodo 1943 - 1945: Semi - Jurani - Gimino - Barbana - Abisso Bertarelli - Rozzo - Iadruichi.
Foiba di Cocevie a 70 chilometri a sud-ovest da Lubiana
Foiba di San Salvaro.
Foiba Bertarelli (Pinguente) - Qui gli abitanti vedevano ogni sera passare colonne di prigionieri ma non ne vedevano mai il ritorno.
Foiba di Gropada.
Foiba di San Lorenzo di Basovizza.
Foiba di Odolina - Vicino Bacia, stilla strada per Matteria, nel fondo dei Marenzi.
Foiba di Beca - Nei pressi di Cosina.
Foibe di Castelnuovo d'Istria – "Sono state poi riadoperate - continua il rapporto del Cln - le foibe istriane, già usate nell'ottobre del 1943".
Cava di bauxite di Lindaro
Foiba di Sepec (Rozzo)

La cosiddetta "Foiba di Basovizza" è in verità un pozzo minerario, scavato all'inizio del XX secolo per intercettare una vena di carbone e presto abbandonato per la sua improduttività: esso divenne però nel maggio del 1945 un luogo di esecuzioni sommarie per prigionieri, militari, poliziotti e civili, da parte dei partigiani comunisti di Tito, dapprima destinati ai campi d'internamento allestiti in Slovenia e successivamente processati e giustiziati a Basovizza.

Un documento allegato a un dossier sul comportamento delle truppe jugoslave nella Venezia Giulia durante l'invasione, dossier presentato dalla delegazione italiana alla conferenza di Parigi nel 1941, descrive la tremenda via crucis delle vittime destinate ad essere precipitate nella voragine di Basovizza, dopo essere state prelevate nelle case di Trieste, durante alcuni giorni di un rigido coprifuoco. Lassù arrivavano gli autocarri della morte con il loro carico di disgraziati. Questi, con le mani straziate dal filo di ferro e spesso avvinti fra loro a catena, venivano sospinti a gruppi verso l'orlo dell'abisso. Una scarica di mitra ai primi faceva precipitare tutti nel baratro. Sul fondo chi non trovava morte istantanea dopo un volo di 200 metri, continuava ad agonizzare tra gli spasmi delle ferite e le lacerazioni riportate nella caduta tra gli spuntoni di roccia. Molte vittime erano prima spogliate e seviziate.

Ma chi erano le vittime delle foibe?
Italiani di ogni estrazione: civili, militari, carabinieri, finanzieri, agenti di polizia e di custodia carceraria, fascisti e antifascisti, membri del Comitato di liberazione nazionale. Contro questi ultimi ci fu una caccia mirata, perché in quel momento rappresentavano gli oppositori più temuti delle mire annessionistiche di Tito. Furono infoibati anche tedeschi vivi e morti, e sloveni anticomunisti. Quante furono le vittime delle foibe? Nessuno lo saprà mai. Di certo non lo sanno neanche gli esecutori delle stragi. Questi non hanno parlato e non parlano. D'altra parte è pensabile che in quel clima di furore omicida e di caos ben poco ci si curasse di tenere la contabilità delle esecuzioni.

Sulla base di vari elementi si calcola che gli infoibati furono alcune migliaia. Più precisamente, secondo lo studioso triestino Raoul Pupo, "il numero degli infoibati può essere calcolato tra i 4 mila e i 5 mila, prendendo come attendibili i libri del sindaco Gianni Bartoli e i dati degli anglo-americani".

Alle vittime delle foibe vanno aggiunti i deportati, anche questi a migliaia, nei lager jugoslavi, dai quali una gran parte non conobbero ritorno. Complessivamente le vittime di quegli anni tragici, soppresse in vario modo da mano slavo-comunista, vengono indicati in 10 mila anche più. Belgrado non ha mai fatto o contestato cifre. Lo stesso Tito però ammise la grande mattanza.

Per quanto riguarda specificamente le persone fatte precipitare nella foiba di Basovizza, è stato fatto un calcolo inusuale e impressionante. Tenendo presente la profondità del pozzo prima e dopo la strage, fu rilevata la differenza di una trentina di metri. Lo spazio volumetrico - indicato sulla stele al Sacrario di Basovizza in 500 metri cubi (poi ridotti a 300) - conterrebbe le salme degli infoibati: oltre duemila vittime. Una cifra agghiacciante. Ma anche se fossero la metà, questa rappresenterebbe pur sempre una strage immane... e a guerra finita!

E i carnefici? Individui rimasti senza volto. Comunque è ritenuto certo che agirono su direttive dell' OZNA, la famigerata polizia segreta del regime titino, i cui agenti calarono a Trieste con le liste di proscrizione e si servirono di manovalanza locale. Nell'invasione jugoslava di Trieste e di ciò che ne seguì i comunisti locali hanno responsabilità gravissime. In quei giorni le loro squadre con la stella rossa giravano per la città a pestare ad arrestare. Loro elementi formavano il nerbo della "difesa popolare".

Il monumento
Il monumento della foiba di Basovizza è molto semplice: consiste in una lastra in pietra grigia, segnata da una grande croce; sullo zoccolo frontale è riportato un passo della "preghiera dell'infoibato" dettata dall'arcivescovo Antonio Santin. A sinistra è posto un cippo, opera di Tristano Alberti, rappresentante la sezione della cavità con alcune quote delle probabili stratificazioni, al cui centro è appesa una lampada votiva in bronzo collocata dall'Opera mondiale lampade della fraternità. All'interno del recinto, sono stati collocati in tempi successivi altri cippi, il pilo porta-bandiera donati dalle associazioni d'arma e dalle organizzazioni degli esuli giulianodalmati e due targhe: una individua il punto dove è custodito un elenco degli scomparsi in seguito alle deportazioni, l'altra ricorda le visite dei presidenti della Repubblica italiana.

Nel 1980, in seguito all'intervento delle associazioni combattentistiche, patriottiche e dei profughi istriani-fiumani-dalmati, il pozzo di Basovizza e la foiba n.149 vennero riconosciute quali monumenti d'interesse nazionale. Il sito di Basovizza, sistemato dal comune di Trieste, divenne il memoriale per tutte le vittime degli eccidi del 1943 e 1945, ma anche il fulcro di polemiche per il prolungato silenzio e il mancato omaggio delle più alte cariche dello stato. Tale omaggio giunse nel 1991, anno cruciale per la dissoluzione jugoslava e dell'Unione Sovietica, quando a Basovizza si recò l'allora presidente della repubblica Francesco Cossiga, seguito due anni più tardi dal successore Oscar Luigi Scalfaro, che nel 1992 aveva dichiarato il pozzo della miniera "monumento nazionale".

Foiba di Basovizza: alcune foto liberamente scaricabili i riproducibili

(tratto in parte da Foibe: 60 anni di silenzi)

LE ORRIDE VORAGINI DEL CARSO

Primavera 1945. Trieste nuovamente «sottoposta a durissima occupazione straniera, subiva con fierezza il martirio delle stragi e delle foibe, non rinunciando a manifestare attivamente il suo attaccamento alla Patria». Lo proclama un solenne documento dello Stato, firmato da due Presidenti della Repubblica, Luigi Einaudi e Giovanni Gronchi, con il quale è stato concesso alla Città I'oro della massima ricompensa al valor militare.

Il passo citato è indiscutibilmente il più importante e incisivo della motivazione, che pur ne contiene altri di molta rilevanza per il riferimento alle lotte irredentistiche, all'eroismo dei volontari triestini nella Grande Guerra, alla resistenza contro I'«artiglio nazista».

«Le foibe». Un tempo la parola «foiba» apparteneva quasi esclusivamente al linguaggio degli abitanti del Carso, ai geologi, agli speleologi. Oggi è più conosciuta - ma non tanto - a seguito del lugubre significato di orrore e di morte. L'altipiano roccioso del Carso, che si estende su notevole parte della Venezia Giulia, è da paragonarsi ad una immensa groviera. Il suolo è costellato di numerose voragini - ne sono state contate 1700 - che sprofondano per centinaia di metri nelle viscere della terra, spesso percorse dalle acque. Appunto, le foibe, misteriose, impressionanti, impenetrabili. E accanto ad esse cavità di ogni genere, cunicoli, grotte, acque che scorrono fra tortuosi, profondi meandri.

I due fenomeni più spettacolari di questo mondo sotterraneo le celebri Grotte di Postumia e il fiume Timavo. Questo, dopo un percorso in superficie di circa 40 chilometri, si getta negli abissi e prosegue per altrettanti chilometri fino alla profondità di 300 metri, per ricomparire immediatamente in faccia al mare e finire nel golfo di Trieste. Lo ricorda anche il poeta latino Virgilio nell'«Eneide». In complesso, una natura unica, forte di massimo rispetto, ma buona, che purtroppo gli uomini hanno più volte profanata e violentata. E così le foibe sono diventate strumento di martirio e orrida tomba per migliaia di infelici. Ed ecco i fatti.

I PARTIGIANI DI TITO INVADONO TRIESTE

Alla fine dell'aprile 1945 le armate tedesche si arrendono e l'Italia, stremata e straziata, esce dal «tunnel» di una guerra disastrosa, ed esulta per la fine di tante sofferenze e per le prospettive di pace. Non così Trieste, l'Istria, le terre del confine orientale. Su di esse si avventano contro i patti, vide di conquista e di vendetta, le truppe partigiane del maresciallo jugoslavo Tito all'insegna della stella rossa. I neozelandesi, con insipiente imprevidenza degli alti comandi anglo-americani, arriveranno in ritardo e poi staranno a guardare. Trieste, l'Istria, Gorizia precipitano così dalla feroce oppressione nazista nell'altrettanto feroce oppressione slavo-comunista. Ai forni crematori e ai "lagher" della Germania subentrano le foibe e i «lagher» balcanici.

A Trieste, le due invasioni, le due oppressioni, tedesca e jugoslava, nazista e comunista, hanno lasciato segni tremendi: la Risiera e le Foibe, in particolare quelle di Basovizza e di Opicina. Sono le due fosse comuni più grandi e più tragiche esistenti in Italia. Per la Risiera di San Sabba - un antico impianto industriale per la lavorazione del riso, alla periferia della città - passarono migliaia di ebrei e di partigiani di Tito o ritenuti tali, rastrellati dai tedeschi nella regione ed avviati ai campi di sterminio in Germania; molti però furono eliminati fra quelle squallide mura. Oggi la Risiera è classificata «monumento nazionale».

Come detto, alla Risiera, senza soluzione di continuità, si succedettero le foibe, che ingoiarono soprattutto migliaia di italiani. La tecnica di eliminazione nelle foibe era già stata collaudata e praticata dalle bande partigiane di Tito nella prima invasione dell'Istria, dopo l'8 settembre 1943. Le vittime ammontarono a centinaia. Molte salme furono recuperate allorché i tedeschi ricacciarono i partigiani. Quei cadaveri misero in agghiacciante evidenza la crudeltà, la ferocia degli infoibatori: corpi denudati e martoriati, mani legate con il filo di ferro fino a straziare le carni, colpi alla nuca, sevizie orrende di ogni genere.

QUARANTA GIORNI DI TERRORE

Questa tecnica di tortura e di morte venne applicata su più vasta scala anche nell'invasione jugoslava della primavera 1945 a Trieste e altrove. Accanto alle foibe istriane, altre foibe del Carso inghiottirono italiani, tedeschi ed anche sloveni antititini. E alle foibe si aggiunsero le deportazioni per altre migliaia di disgraziati, molti dei quali non conobbero ritorno. Ecco quanto ha scritto sui tragici 40 giorni dell'occupazione, jugoslava Diego De Castro, che fu rappresentante italiano presso il Governo militare alleato a Trieste:

" (...) forse non è inutile ricordare agli altri italiani quali furono gli orrori dell'occupazione jugoslava di Trieste e dell'Istria: gli spari del maggio 1945 contro un corteo di italiani inermi con cinque morti e innumerevoli feriti, le razzie di miliardi di allora nelle banche. nelle società, negli enti pubblici. A tutti i nostri connazionali è ormai nota la lugubre parola foiba e tutti sanno che cosa sono i campi di concentramento."

Sul ciglione carsico, a 9 chilometri da Trieste, sorge la borgata di Basovizza. Nei pressi si apriva il "Pozzo della miniera", oggi meglio conosciuto come "Foiba di Basovizza", divenuta simbolo di tutte le foibe del Carso e dell'Istria, e di tutti i luoghi che videro il martirio e la morte atroce di italiani, sia per il numero delle vittime che ha inghiottito, sia tragicità delle vicende connesse alla strage colà perpetrata.

LA CARNEFICINA AL POZZO DELLA MINIERA

Occorre precisare che questa tristemente famosa voragine non è una foiba naturale, ma, appunto come si accennato sopra, il pozzo di una miniera scavato all'inizio del secolo fino alla profondità di 256 metri, nella speranza di trovarvi il carbone. La speranza andò delusa e l'impresa venne abbandonata. Nessuno allora si curò di coprire l'imboccatura e così, nel 1945, il pozzo si trasformò in una grande, orrida tomba. 

Un documento allegato a un dossier sul comportamento delle truppe jugoslave nella Venezia Giulia durante l'invasione, dossier presentato dalla delegazione italiana alla conferenza di Parigi nel 1941, descrive la tremenda via-crucis delle vittime destinate ad essere precipitate nella voragine di Basovizza, dopo essere state prelevate nelle case di Trieste, durante alcuni giorni di un rigido coprifuoco.

Lassù arrivavano gli autocarri della morte con il loro carico di disgraziati. Questi, con le mani straziate dal filo di ferro e spesso avvinti fra loro a catena, venivano sospinti a gruppi verso l'orlo dell'abisso. Una scarica di mitra ai primi faceva precipitare tutti nel baratro. Sul fondo chi non trovava morte istantanea dopo un volo di 200 metri, continuava ad agonizzare tra gli spasmi delle ferite e le lacerazioni riportate nella caduta tra gli spuntoni di roccia. Molte vittime erano prima spogliate e seviziate.

LE VITTIME E I CARNEFICI

Ma chi erano le vittime? Italiani di ogni estrazione: civili, militari, carabinieri, finanzieri, agenti di polizia e di custodia carceraria, fascisti e antifascisti, membri del Comitato di liberazione nazionale. Contro questi ultimi ci fu una caccia mirata, perchè in quel momento rappresentavano gli oppositori più temuti delle mire annessionistiche di Tito.

Furono infoibati anche tedeschi vivi e morti, e sloveni anticomunisti.

Quante furono le vittime delle foibe? Nessuno lo saprà mai! Di certo non lo sanno neanche gli esecutori delle stragi. Questi non hanno parlato e non parlano. Finora qui non si è alzato alcun Otello Montanari come a Reggio Emilia, ad ammonire i compagni comunisti. D'altra parte è, pensabile che in quel clima di furore omicida e di caos ben poco ci si curasse di tenere la contabilità delle esecuzioni.

Sulla base di vari elementi si calcola che gli infoibati furono alcune migliaia. Più precisamente, secondo lo studioso triestino Raoul Pupo, "il numero degli infoibati può essere calcolato tra i 4 mila e i 5 mila, prendendo come attendibili i libri del sindaco Gianni Bartoli e i dati degli anglo-americani".

Alle vittime delle foibe vanno aggiunti i deportati, anche questi a migliaia, nei lagher jugoslavi, dai quali una gran parte non conobbero ritorno. Complessivamente le vittime di quegli anni tragici, soppresse in vario modo da mano slavo-comunista, vengono indicati in 10 mila anche più. Belgrado non ha mai fatto o contestato cifre. Lo stesso Tito però ammise la grande mattanza.

Per quanto riguarda specificamente le persone fatte precipitare nella Foiba di Basovizza, è stato fatto un calcolo inusuale e impressionante.

Tenendo presente la profondità del pozzo prima e dopo la strage, fu rilevata la differenza di una trentina di metri. Lo spazio volumetrico - indicato sulla stele al Sacrario di Basovizza in 300 metri cubi - conterrebbe le salme degli infoibati: oltre duemila vittime! Una cifra agghiacciante. Ma anche se fossero la metà, questa rappresenterebbe pur sempre una strage immane. A guerra finita!

E i carnefici? lndividui rimasti senza volto. Comunque è ritenuto certo che agirono su direttive deII'OZNA, la famigerata polizia segreta del regime titino, i cui agenti calarono a Trieste con le liste di proscrizione e si servirono di manovalanza locale. Nell'invasione jugoslava di Trieste e di ciò che ne seguì i comunisti locali hanno responsabilità gravissime. In quei giorni le loro squadre con la stella rossa giravano per la città a pestare e ad arrestare. Loro elementi formavano il nerbo della "difesa popolare".

pagine tratte da "Le stragi delle Foibe - due presidenti a Basovizza", Marcello Lorenzini, Trieste 1994, Comitato per le Onoranze ai Caduti delle Foibe.

Alcuni filmati relativi all'esplorazione di alcune foibe e al recupero delle salme 

> Recupero delle salme (da Campane a morto in Istria)

{flv}Campane a morto in Istria - Recupero di salme da una foiba-1{/flv}

> Metodo d'infoibamento

{flv}Metodica di infoibamento{/flv}

Le immagini - 3
Alcune immagini relative all'esplorazione di alcune foibe e al recupero delle salme

 

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