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La testimonianza che segue è tratta dalla relazione di un ufficiale di Marina Italiano detenuto a lungo nell'ex manicomio di Lubiana.

(da: "Storia e Dossier", n. 116, maggio 1997).

Il 26 giugno fummo messi tutti assieme in una cella misurante 7 metri per 14. Eravamo in 126[…]

A capriccio dei secondini di servizio venivamo chiamati fuori dalla cella, a turno, alcuni di noi, e senza alcuna ragione plausibile, venivano fatti segno a colpi di mitra , pugni e schiaffi […] L'acqua, eravamo in luglio, veniva misurata; cinque o sei sorsi a testa al giorno.Divieto assoluto per usare acqua per lavarsi. IL cibo costituito da verdura secca bollita produsse ben presto tra di noi l'insorgere di diarrea. Negata ogni assistenza sanitaria […].

Il 23 dicembre 1945, a sera, una trentina di noi vennero stralciati dal gruppo in base ad in elenco prestabilito, legati con le mani dietro la schiena a mezzo di filo di ferro e trasportati ad ignota destinazione con dei camions. L'indomani mattina gli automezzi fecero ritorno recando indumenti che noi riconoscemmo come già appartenenti ai nostri compagni partiti la sera innanzi. Ai nostri occhi tale fatto assunse l'aspetto di un macabro indizio. Il 30 dicembre un'altra trentina di noi subiva la stessa sorte, seguiti il 6gennaio 1946 da un terzo ed ultimo scaglione di 36 persone[…]

Nel frattempo erano morti Z. e B. Successivamente anche i tre della cella vicino alla nostra cessarono di vivere uno alla volta. Ricordo con particolare raccapriccio il povero B ( un ragazzo triestino di 18 anni facente parte della brigata"Venezia Giulia" del corpo Volontari della Libertà) ridotto ad un pietoso relitto umano da un infezione che non gli era mai stata curata. Negli ultimi giorni della sua vita rassomigliava di più ad un vecchio decadente che ad un ragazzo della sua età. La notte in cui morì udimmo gridare a lungo invocando la mamma. Quando si fece silenzio arguimmo la sua morte perché si sentì battere violentemente alla porta della cella vicina per chiamare la guardia di servizio. Poco dopo, dal tramestio che ci era perfettamente intelleggibile in tutti i suoi particolari, sapemmo che il povero B era stato tratto fuori dalla cella e temporaneamente situato nel cesso posto di fronte ad essa.

Quei carabinieri dilaniati dall'odio partigiano
tra i bersagli della lotta partigiana vi furono anche numerosi esponenti dell'Arma, che l'8 settembre 1943 ricevettero dal loro comandante, il generale Angelo Cerica, l'ordine di "restare al proprio posto continuando a svolgere il servizio".


di Pier Luigi Pellegrin - La Padania 27/12/05

Prosegue l'opera dello storico Marco Pirina, che in questi giorni ha pubblicato "1943-1946 Storie di Carabinieri Scomparsi dalla Storia", quattordicesimo volume dedicato alle vicende dell'immediato dopoguerra.

Stando alle ricerche dello studioso pordenonese, quindi, tra i bersagli della lotta partigiana vi furono anche numerosi esponenti dell'Arma, che l'8 settembre 1943 ricevettero dal loro comandante, il generale Angelo Cerica, l'ordine di "restare al proprio posto continuando a svolgere il servizio".

In pratica fu come lasciare in preda ai lupi un gregge di agnelli indifesi, come dimostrano i tragici episodi riportati nel libro di Pirina. Uno dei quali si verificò il 23 marzo del 1944, a Bretto di Sotto, nell'Isontino, dove gli esponenti dell'Arma assolvevano il compito di sorvegliare una centrale elettrica. Nella serata di quel tragico giorno i partigiani titini catturarono e imprigionarono 12 carabinieri ai quali, dapprima, venne fatto mangiare un pastone a base di sale e soda caustica. Di seguito i partigiani appesero al soffitto il comandante (il vice brigadiere Dino Perpignano) con un gancio conficcato nei piedi e poi, dopo aver legato i prigionieri con il filo spinato, li uccisero tutti a colpi di piccone.

Abbandonati da un regime tragico e imbelle, assaliti ferocemente dai partigiani, tra i carabinieri in quell'epoca regnava non poco sconforto, come scriveva (in un promemoria per il Duce), il generale Archimede Mischi: «. dai miei contatti ho avuto la sensazione precisa che l'attaccamento dinastico sia decaduto dall'animo della generalità di essi, sia per spontanea avversione spirituale provocata dal tradimento del re; vuoi per l'accorta considerazione che comunque la guerra si concluda, nessun ritorno del re sarà mai più possibile». Nel suo libro, Pirina riporta una testimonianza da lui raccolta e a suo tempo resa nota molti anni fa, quando parlare di foibe era storicamente proibito e politicamente scorretto.

L'agghiacciante episodio, ricostruito dalle parole del partigiano titino Antonio Winkler, accadde nel maggio del 1945, quando Gorizia cadde nelle mani dei cetnici. Una notte i partigiani prelevarono 19 carabinieri dal carcere di via Barzellini e, dopo "averli intontiti sbattendogli la testa alle mura delle celle e legati con il fil di ferro", li portarono fuori città per poi gettarli in un orrido profondo oltre 100 metri, alcuni dopo aver ricevuto un colpo alla nuca, altri "un calcione e giù vivi.".

Nel volume di Marco Pirina sono riportati ed elencati altri massacri, che le forze partigiane compirono ai danni di carabinieri anche in Veneto, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Toscana. Sempre per l'editore Silentes Loquimur è uscito anche "Borovnica", un libro nel quale l'autore, Franco Giuseppe Gobbato, ricostruisce in base a ricche e inoppugnabili documentazioni le vicende del campo di prigionia gestito dalle forze comuniste a Borovnica, nell'attuale Slovenia. Il libro di Pirina sta conoscendo un'importante "appendice" giudiziaria: le informazioni contenute nel volume, infatti, sono al vaglio delle procure militari di Padova e La Spezia. Un vero e proprio colpo di scena provocato da ricostruzioni che gettano una nuova luce sulla Resistenza. Innanzitutto, secondo lo storico pordenonese, le varie amnistie comminate al termine della guerra civile sarebbero "fuorilegge". «Il 14 aprile 1945, Umberto II (luogotenente d'Italia dopo la fuga di Vittorio Emanuele) - spiega Pirina - emanò un decreto luogotenenziale del Regio Esercito, nel quale i partigiani venivano dichiarati "cobelligeranti", vale a dire militari a tutti gli effetti. In pratica, tutto questo significa che i partigiani macchiatisi dei crimini più efferati non dovevano essere amnistiati, ma sottoposti alla convenzione di Ginevra. Pertanto, quando Palmiro Togliatti, nel 1946, coprì con l'amnistia gli eccidi partigiani commessi fino al 15 maggio 1945, commise un errore di valutazione perchè, essendo ancora in vigore il regno d'Italia, il decreto luogotenenziale non poteva in alcun modo essere annullato». Pirina mette poi in discussione anche gli atti di clemenza del 1952 e del 1953. «In questo caso - commenta lo storico pordenonese - i partigiani amnistiati dichiararono a propria discolpa di aver agito contro fascisti e tedeschi in azioni di carattere bellico. Vale a dire che ammisero di aver agito da partigiani, ovvero da "cobelligeranti del Regio Esercito", quindi colpevoli di crimini di guerra né più né meno di qualsiasi altra figura militare.

Paradossalmente, l'amnistia avrebbe avuto effettivo valore se i colpevoli avessero ammesso di aver compiuto i loro crimini nelle vesti di "civili" coinvolti in atti bellici». Nonostante siano passati oltre sessant'anni dagli eventi, le persone che potrebbero, oggi, venir coinvolte dagli inquirenti delle procure militari di Padova e La Spezia sono più di 800.

«Certo - prosegue Pirina - si tratta di persone che allo stato attuale hanno pluriottuagenarie e che, sicuramente, non finirebbero in carcere. Ma nessuno vuole andare a caccia di vendette, queste ricerche vogliono solamente ristabilire la verità dei fatti storici legati alla Resistenza».

Chi volesse ricevere ulteriori informazioni, oppure ordinare direttamente i libri, può farlo scrivendo o telefonando a Centro Studi e Ricerche "Silentes Loquimur" CAP 33170 piazza Ottoboni nr.4 Pordenone - Tel: 0434 209008 e 0434 554230 fax: 0434 253056 e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Don Francesco Bonifacio : quel sacerdote martire istriano della libertà
Il Piccolo 16/09/05


«Largo don Francesco Bonifacio sacerdote istriano e martire per la fede». È così che si chiama dal 10 settembre lo spazio che unisce il viale XX Settembre alla via Muratti. Molti saranno coloro che si chiederanno cosa abbia fatto di straordinario questo sacerdote, per essere martirizzato e oggi ricordato e onorato sia dalla chiesa sia dal mondo laico. Io stesso, che ho vissuto per sette anni al suo fianco, provo fatica a trovare in don Bonifacio qualcosa di diverso di quello che si trova in un bravo sacerdote.

Gardossi, Crassizza, Baredine, Barazzia, Punta, Lozzari e tante altre case sparse nella campagna formavano il territorio della sua missione.

Don Francesco, con la sua bicicletta o a piedi e con ogni tempo, era sempre pronto a intervenire in ognuna di quelle case dentro le quali, dalla nascita alla morte, tutto si compiva. Ero un bambino, ma lo vedo ancora, curvo sul letto, a scandire le ultime preghiere all'orecchio dei morenti. D'inverno, con le scarpe infangate, lo s'incontrava che ritornava a casa spingendo stancamente la bicicletta. Lo ricordo quando, dopo uno scontro notturno tra fascisti e partigiani, mi chiese di aiutarlo alla ricerca dei morti per dar loro una sepoltura.

Erano quasi tutti anni di guerra e la strada che attraversava il villaggio ci faceva vivere in diretta quelle tragedie. Quando nel buio della notte sentivamo bussare alla porta di casa, non era facile capire chi fosse a bussare. Per fortuna accadde in un solo caso l'incontro contemporaneo di due fazioni contrapposte, nel quale ci furono dei morti. Eravamo tanto abituati a questo trafficare che noi bambini andavamo a scuola o in chiesa e i carri Tigre ci passavano con i cingoli a pochi centimetri dalla spalla. Quando, dopo tutto questo, arrivarono in pace gli angloamericani, con il lancio di cioccolate e sigarette, imparammo presto che il solo salutarli poteva essere per noi compromettente, perché stava già nascendo una nuova dittatura.

In tutto questo sconquasso, l'unico luogo dove ancora non ci si sentiva degli estranei era la chiesa con il suo sacerdote, e più questa la sentivamo minacciata, più ci stringevamo intorno a essa. Ecco perché don Bonifacio fu fatto sparire, perché era l'unico depositario dei valori nei quali potevamo riconoscerci. Ricordo bene la sera nella quale fu fermato dalle guardie popolari a poche centinaia di metri da casa mia, come pure ricordo le iniziative che furono prese il giorno successivo, nella speranza di vederlo tornare a casa, ma don Francesco non ritornò più e la comunità si disintegrò.

Dei circa mille e trecento abitanti, mille scelsero la strada dell'esilio.

Nell'opera di un grande pensatore e filosofo sta scritto che il male d'ogni dittatore sta nella presunzione di saper interpretare i bisogni d'ogni individuo. Don Bonifacio fu vittima di questa presunzione, infatti, appena la dittatura allentò la sua presa, nel ripristino di quella chiesa saccheggiata la comunità si ritrovò unita e solidale come nel passato, se pur nella vastità dei continenti e non più nei limiti di quel triangolo che unisce Buie, Grisignana e Verteneglio.

Ecco perché vorrei non fosse vera la frase secondo la quale «la storia c'insegna che la storia non insegna». La storia dovrebbe insegnarci a trarre dalle inutili tragedie del passato un monito per il futuro, perché gli aspiranti dittatori, con le loro presunzioni e utopie, non mancheranno mai.

Romano Gardossi

12 carabinieri torturati e trucidati da partigiani comunisti titini.

Malga Bala: l’atroce eccidio.

La carrozzabile Tarvisio - Cave del Predil - Passo Predil - Plezzo - Gorizia costituiva un’importantissima arteria utilizzata dalle forze di occupazione tedesche per lo smistamento nei due sensi di marcia di uomini, armi, viveri, munizioni destinati dalla Germania alla zona del Litorale Adriatico. La resistenza slava, dal canto suo, prendeva di mira le autocolonne tedesche, provocando sovente pesanti perdite ed intaccando il prestigio militare germanico.

In risposta all’ultimo di una serie di agguati, in cui rimase ucciso un soldato tedesco che stava percorrendo con una motocarrozzetta la strada che conduce da Passo Predil verso la Valle Coritenza, l’11 ottobre 1943 due autocarri di SS tedesche raggiunsero Bretto di sopra dove, con largo uso di lanciafiamme, incendiarono tutte le abitazioni dove erano state rinvenute armi e vestiario militare (una donna 80enne venne arsa viva), fucilando tutti gli uomini rastrellati (15 in tutto, mentre un sedicesimo venne ucciso a colpi di calcio di fucile).
Essendosi generata una situazione di pericolo concreto, il commissario germanico sulla miniera di Raibl, tale Hempel, ottenne dal comando militare tedesco di Tarvisio la costituzione di un Distaccamento fisso di carabinieri a protezione della centrale idroelettrica a valle di Bretto di sotto.

La sera del 23 marzo 1944, il V. Brig. PERPIGNANO, comandante del distaccamento ed il Car. FRANZAN si erano recati in paese e, sulla strada del ritorno, vennero aggrediti da due partigiani, SOCIAN e ZVONKO, mentre la caserma era già circondata da altri partigiani, rimasti nascosti.
Il commando, successivamente:
- catturò i due carabinieri di guardia alla centrale;
- entrò all’interno della caserma, verosimilmente costringendo con minacce il comandante a pronunciare la parola d’ordine.

I carabinieri vennero fatti vestire velocemente, mentre i partigiani si impossessavano delle armi e di quant’altro di utile avessero potuto trovare nella caserma, poi minata con esplosivo, così come era stato fatto per la centrale idroelettrica.

Il commando partigiano e gli ostaggi, costretti a portare a spalla tutto il materiale trafugato dalla caserma, si incamminarono lungo un percorso tutto in salita, nel bosco per raggiungere a tappe forzate Malga Bala, passando per il Monte Izgora (1.000 m circa s.l.m.), la Val Bausiza (di nuovo a valle) e risalendo verso l’altipiano di Bala.

Il lungo tragitto venne intervallato da poche soste, di cui l’ultima, la sera del 24 marzo, in una stalla sita sull’altipiano di Logje (853 m s.l.m.). Qui venne loro somministrato minestrone a cui erano stati proditoriamente aggiunti soda caustica e sale nero, usato per il bestiame perché ad elevato potere purgante.

La mattina successiva (25 marzo) venne fatto percorrere ai prigionieri l’ultimo tratto di strada che li separava dal luogo della mattanza, un casolare sito su un pianoro, malga Bala appunto, dove:
- il Vicebrigadiere PERPIGNANO venne arpionato ad un calcagno con un uncino, appeso a testa in giù e costretto a vedere la fine dei propri dipendenti; verrà finito a pedate in testa;
- gli altri militari vennero sterminati barbaramente, dopo essere stati incaprettati con filo di ferro, legato anche ai testicoli, così che i movimenti parossistici sotto i colpi di piccone amplificassero il dolore; ad alcuni furono tagliati i genitali e conficcati loro in bocca; ad altri vennero sbriciolati gli occhi; ad altri ancora venne poi sventrato il cuore a picconate; in particolare, al Car. AMENICI venne infilata nel petto la foto dei figli.

Al termine dell’eccidio, i corpi vennero trascinati a qualche decina di metri dal casolare ed ammucchiati sotto un grosso sasso, parzialmente ricoperti dalla neve.

I cadaveri dei militari vennero rinvenuti casualmente da una pattuglia di militari tedeschi e recuperati per essere ricomposti presso la chiesa di Tarvisio tra il 31 marzo ed il 2 aprile 1944. I funerali si svolsero presso la stessa chiesa il 4 aprile 1944. Al termine di solenne cerimonia funebre, i resti dei dodici carabinieri furono seppelliti in località Manolz di Tarvisio.

Dal settembre 1957, grazie all'opera del "Comitato Onoranze ai Caduti nel Comune di Tarvisio", che ha ultimato la costruzione del tempio ossario all'interno della torre medievale, attigua a questa parrocchia, riposano in pace unitamente a 14 combattenti del XVII Settore delle Guardie alla Frontiera ed a 5 militari tarvisiani, Caduti in guerra nove dei dodici carabinieri trucidati.

Di seguito i nomi dei 12 CC trucidati:

- V.Brigadiere PERPIGNANO Dino, nato a Sommacampagna (Verona) 17 agosto 1921;
- Car. DAL VECCHIO Domenico, n. a Refronto (Treviso) il 18 ottobre 1924;
- Car. FERRO Antonio, Rosolina (Rovigo) il 16 febbraio 1923;
- Car. AMENICI Primo, n. a Crespino (Rovigo) il 5 settembre 1905;
- Car. BERTOGLI Lindo, n. a Casola Montefiorino (Modena) il 19 marzo 1921;
- Car. COLSI Rodolfo, n. a Signa (Firenze) il 3 febbraio 1920;
- Car. FERRETTI Fernando, n. San Martino in Rio (Reggio Emilia) il 4 luglio 1920;
- Car. FRANZAN Attilio, n. a Prola Vicentina (Vicenza) il 9 ottobre 1913;
- Car. RUGGERO Pasquale, n. a Airola (Benevento) l’11 febbraio 1924;
- Car. ZILIO Adelmino, n. a Prozolo di Camponogara (Venezia) il 15 giungo 1921;
- Car. Aus. CASTELLANO Michele, n. a Rochetta S’Antonio (Foggia) l’11 novembre 1910;
- Car. Aus. TOGNAZZO Pietro, n. a Pontevigodarzere (Padova) il 30 giugno 1912.

da www.carabinieri.it

L'esodo fu pulizia etnica perpetrata ai danni del popolo istriano anche attraverso lo strumento della persecuzione religiosa e don Bonifacio ne è un esempio emblematico.

La storia del giovane curato di Villa Gardossi, in Istria, che i titini massacrarono di botte e poi fecero sparire in una foiba.

Don Francesco, la sera dell’11 settembre 1946, tornava verso casa percorrendo un sentiero in salita. Nel pomeriggio, in una frazione della zona, aveva ordinato la legna per scaldare il focolare domestico durante i rigori dell’inverno. Più tardi era salito a Grisignana per trovare conforto nell’amicizia che lo legava a un confratello, monsignor Luigi Rocco, e per ricevere l’assoluzione. Sulla via del ritorno il sacerdote venne fermato da due uomini della guardia popolare. Un contadino che era nei campi si avvicinò ai sicari e chiese loro di lasciar andare il suo prete, ma fu allontanato brutalmente e minacciato perché non dicesse nulla di ciò che aveva visto. Poco dopo le guardie sparirono nel bosco. Il sacerdote fu spogliato e deriso, ma egli, a bassa voce, cominciò a pregare. Si rivolse al Signore e chiese perdono anche per i suoi aggressori. Accecati dalla rabbia, i due cominciarono a colpirlo con pugni e calci: don Francesco si accasciò tenendo il viso tra le mani, ma non smise di mormorare le sue invocazioni. I suoi carnefici tentarono di zittirlo scagliandogli una grossa pietra in volto, ma il curato, con un filo di voce, pregava ancora. Altre pietre lo finirono. Da allora non si seppe più nulla di lui. Il suo corpo, dopo l’atroce esecuzione, scomparve. Quasi certamente fu gettato in una foiba.

Don Francesco Bonifacio fu ucciso a trentaquattro anni, ma rimase nel cuore e nella memoria di chi ebbe la fortuna di incontrarlo.

(tratto da "Foibe: 60 anni di silenzi")

La figura di don Francesco Bonifacio, il suo martirio ad opera del Comunismo, costituiscono un simbolo importante di tutta la tragica vicenda di Foibe e di Esodo e stanno a confermare come lo strumento della persecuzione religiosa abbia svolto un ruolo rilevante nella "politica del terrore" realizzata dal regime jugoslavo.

La prima notizia della uccisione di don Francesco risale al 21 settembre 1946 ed è vergata dal Vescovo Mons. Antonio Santin: "Fino ad oggi nulla si sa di lui. Le autorità (quelle degli occupanti jugoslavi) fingono di ignorare ogni cosa. La popolazione dice che è stato ucciso". Secondo alcune testimonianze il suo corpo, mai ritrovato, sarebbe stato gettato nella foiba di Grisignana.

Era stato mons. Santin ad iniziare, ancora nel 1957, il processo di beatificazione di don Bonifacio, come martire della Fede. Sembra che finalmente, nonostante le diverse resistenze politiche, l'iter della causa stia concludendosi. Sarà un segno importante, per tutto il mondo giuliano dalmata, il riconoscimento del martirio di questo giovane sacerdote (era nato a Pirano nel 1912) che aveva dedicato tutto il suo fervore apostolico alla sua missione sacerdotale e, specialmente, al lavoro con i giovani. E che proprio per queste ragioni venne martirizzato dal comunisti jugoslavi del maresciallo Tito.

Ben venga se anche sui muri di altre città italiane comparirà il nome di "don Francesco Bonifacio, sacerdote istriano e martire per la fede". Ben venga se da qualsiasi muro di qualsiasi città italiana scomparirà il nome del responsabile del suo martirio, il maresciallo Tito, detto l'Infoibatore.

(da: Arrigo Petacco, L'esodo. La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, A. Mondatori, Milano 1999).

Mi fecero marciare sulle sterpaglie a piedi nudi, legato col filo di ferro ad un amico che dopo pochi passi svenne e così io, camminando, me lo trascinavo dietro. Poi una voce in slavo gridò: "Alt!". Abbassai lo sguardo e la vidi: una fessura profonda nel terreno, come un enorme inghiottitoio. Ero sull'orlo di una foiba. Allora tutto fu chiaro: ara arrivato il momento di morire.

Tutto è incominciato il 5 maggio 1945. La guerra è finita, depongo le armi e mo consegno prigioniero al comando slavo. Vengo deportato in un campo di concentramento vicino Pola. Prima della tragedia c'è l'umiliazione: i partigiani di Tito si divertono a farmi mangiare pezzi di carta ed ingoiare dei sassi. Poi mi sparano qualche colpo all'orecchio. Io sobbalzo impaurito, loro sghignazzano.
Insieme ad altri compagni finisco a Pozzo Vittoria, nell'ex palestra della scuola. Alcuni di noi sono costretti a lanciarsi di corsa contro il muro. Cadono a terra con la testa sanguinante. I croati li fanno rialzare a suon di calci. A me tocca in sorte un castigo diverso: una bastonata terrificante sull'orecchio sinistro. E da quel giorno non ci sento quasi più.

Eccoci a Fianona. Notte alta. Questa volta ci hanno rinchiuso in un ex caserma. Venti persone in una stanza di tre metri per quattro. Per picchiarci ci trasferiscono in una stanza più grande dove un uomo gigantesco comincia a pestarmi. "Maledetti in piedi! " strilla l'Ercole slavo. Vedo entrare due divise e in una delle due c'è una donna. Poi giro lo sguardo sui i miei compagni: hanno la schiena che sembra dipinta di rosso e invece è sangue che sgorga. "Avanti il più alto", grida il gigante e mo prende per i capelli trascinandomi davanti alla donna. Lei estrae con calma la pistola e col calcio dell'arma mi spacca la mascella. Poi prende il filo di ferro e lo stringe attorno ai nostri polsi legandoci a due a due. Ci fanno uscire. Comincia la marcia verso la foiba.

Il destino era segnato ed avevo solo un modo per sfuggirgli: gettarmi nella voragine prima di essere colpito da un proiettile. Una voce urla in slavo "Morte al fascismo, libertà ai popoli!", uno slogano che ripetono ad ogni piè sospinto. Io, appena sento l crepitio dei mitra mi tuffo dentro la foiba.

Ero precipitato sopra un alberello sporgente. Non vedevo nulla, i cadaveri mi cascavano addosso. Riuscii a liberare le mani dal filo di ferro e cominciai a risalire. Non respiravo più. All'improvviso le mie dita afferrano una zolla d'erba. Guardo meglio: sono capelli! Li afferro e così riesco a trascinare in superficie anche un altro uomo. L'unico italiano, ad essere sopravvissuto alle foibe. Si chiamava Giovanni, "Ninni" per gli amici. È morto in Australia qualche anno fa.

Le missioni oltre la linea di confine coordinate da carabinieri e militari italiani
da "Il Piccolo" 22 luglio 2005
di Pietro Spirito


Nell'ottobre del 1957, carabinieri e militari dell'esercito italiano in assetto da combattimento entrarono in missione segreta, a più riprese, in territorio jugoslavo per visitare alcune foibe dove erano state compiute esecuzioni sommarie. Nel corso delle operazioni vennero esplorate quattro cavità con vari resti umani, furono scattate fotografie e redatti rapporti.

La missione, organizzata con ogni probabilità dal Sifar, il servizio segreto antenato dell'attuale Sismi, era stata preceduta da un'operazione di copertura a Trieste, con l'esplorazione delle foibe di Monrupino e Basovizza.

A rievocare questi fatti oggi è Mario Maffi, 72 anni, di Cuneo, allora giovane sottotenente di complemento del Genio pionieri alpini inquadrato nella Compagnia «Orobica» di Merano. Fu proprio Maffi, agente segreto per caso, l'ufficiale che materialmente si calò nelle foibe nel corso degli sconfinamenti in Jugoslavia per raccogliere la documentazione richiesta.

Mario Maffi venne arruolato nella missione in virtù della sua esperienza di speleologo e di esperto di esplosivi, e oggi la sua testimonianza aggiunge un tassello nuovo a uno dei capitoli più drammatici della storia delle nostre terre.

La vicenda comincia all'inizio dell'ottobre 1957. Allora presidente del Consiglio è Adone Zolli, vicepresidente Giuseppe Pella, ministro della Difesa Paolo Emilio Taviani, il governo è retto dalla Dc. Mario Maffi ha 24 anni, la sua famiglia vanta solide tradizioni militari e antifasciste: il nonno era stato ufficiale del battaglione Monviso nella prima guerra mondiale, il padre è ufficiale all'Istituto geografico militare, sua madre era stata partigiana, e lo stesso Maffi da bambino aveva operato come staffetta nella Resistenza. Quando viene chiamato a svolgere il servizio militare Maffi sceglie di fare l'ufficiale di complemento. Il giovane è anche uno speleologo esperto: è stato tra i fondatori del Gruppo Speleo Alpi Marittime del Cai di Cuneo, all'interno del quale svolge ancora oggi attività speleologica e didattica. Dopo il servizio militare Mario Maffi entrerà alla Fiat, dove rimarrà fino al 1988. Andrà in pensione con un anno di anticipo perché il periodo passato a Trieste verrà considerato come «missione di guerra».

All'inizio di ottobre del 1957, al termine delle esercitazioni estive, Mario Maffi viene convocato al Comando di Brigata. «Il generale - racconta oggi - mi disse che per una certa missione serviva un ufficiale esperto di grotte e di mine; mi disse anche la missione era coperta dal più assoluto segreto militare, e che era volontaria; non ero obbligato ad accettare, e inoltre l'operazione comportava anche un certo rischio».

Maffi accetta l'incarico. Scrive due lettere per i suoi cari che affida al cappellano («se non dovessi tornare per favore le spedisca», gli dice) e pochi giorni dopo parte. Nessuno gli spiega dove sta andando, e lui non deve fare domande. Si ritrova nella caserma dei carabinieri di Monfalcone, e qui finalmente viene a sapere quale sarà il suo incarico: dovrà scendere, assistito dgli speleologi del Gruppo grotte di Monfalcone, nella foiba di Monrupino «per constatare o meno la presenza di spoglie umane, stimarne la quantità e documentarle con fotografie». Successivamente dovrà fare lo stesso nelle foiba di Basovizza.

Il giovane tenente non ha mai sentito parlare di foibe, anzi quella parola, «foiba» la sente per la prima volta all'imbocco del cavità di Monrupino, prima di calarsi giù. Maffi non sa nemmeno che l'esplorazione delle due cavità triestine non è altro che un'operazione di facciata, e che la vera missione, ben più pericolosa, deve ancora cominciare. Del resto sia il pozzo della miniera che la foiba 149 sono già state esplorate in precedenza, e a più riprese. Ma a queste cose l' ufficiale non pensa mentre scende nei 126 metri della foiba di Monrupino. Assieme a lui c'è un noto speleologo monfalconese, Giovanni Spangher. «Fui calato con una specie di seggiolino - ricorda - e quando arrivai in fondo mi sentii accapponare la pelle: tra il pietrisco su cui camminavo spuntavano ossa umane, una mandibola, alcune costole, l'intero braccio di un bambino che avrà avuto non più di otto anni viste le dimensioni delle ossa». Maffi scatta fotografie e prende appunti.

Accerta che le pareti della grotta sono state fatte saltare con esplosivo, e ipotizza altri resti umani sotto i detriti, probabilente quelli «dei soldati tedeschi degenti all'ospedale di Trieste, che si diceva fossero stati gettati nella grotta prima di farla saltare».

Il giorno dopo è la volta della foiba di Basovizza. La missione dovrebbe essere segreta, in realtà si volge alla luce del sole e in seguito i giornali ne parleranno anche ampiamente, con tanto di nomi e cognomi. La discesa nel pozzo della miniera avviene con l'ausilio degli speleologi della Commissione grotte «E. Boegan» dell'Alpina delle Giulie. Stavolta per scendere e salire vengono utilizzate le scalette, e Maffi impiega quasi un'ora solo per scendere i 130 metri di pozzo artificiale. «Sul fondo - racconta oggi - non c'era niente, solo immondizia; là dentro avevano scaricato di tutto, anche materiali bituminosi che avevano lasciato una specie di bava saponosa sulle pareti del pozzo; il fondo era melmoso e maleodorante; mi dissero che i resti umani erano più sotto, coperti dal materiale di scarico; dov'ero io però non c'era nulla, a parte una ruota di bicicletta e altre porcherie». Maffi esegue il suo lavoro e torna su. La missione si conclude con una lauta cena offerta dall'esercito a tutti gli speleologi, con brindisi e foto di rito.

Il giorno dopo la musica cambia. A Maffi viene illustrato il nuovo piano operativo. Gli ordinano di non avere rapporti con nessuno, di diffidare di chiunque, di vestire abiti borghesi. I carabinieri gli consegnano documenti con falsa identità, gli dicono di restare nella camera d'albergo e di non muoversi. «Rimasi segregato un paio di giorni - racconta -, uscivo a passeggiare la mattina ma il pomeriggio stavo chiuso in camera in attesa di ordini; poi mi fecero cambiare albergo». Comincia la vera missione: «Ogni pomeriggio mi veniva recapitata una lettera normalissima con l'indirizzo scritto a mano; all'interno c'era una seconda busta sigillata con scritto "Da aprire solo dopo le ore x", e dentro questa c'erano le istruzioni alle quali dovevo attenermi».

Per quattro notti consecutive tutto si svolge nello stesso modo. All'ora convenuta il tenente Maffi apre la busta, verso del 23 esce dell'albergo e seguendo le istruzioni raggiunge un'auto civile con persone in borghese.

Nessuno parla, nessuno chiede niente. L'auto raggiunge una zona poco frequentata, sempre diversa, dove c'è una «Matta», la camionetta dei carabinieri. Maffi si avvicina e pronuncia la parola d'ordine («erano frasi del tipo: avete un sigaretta?»), gli viene risposto con la contro-parola (tipo: «di che marca?»), e quindi l'ufficiale salta sul mezzo. «Mentre la camionetta camminava - ricorda Maffi - mi cambiavo indossando tuta, elmetto, scarponi, cinturone con pistola e due caricatori, uno innestato e uno in fondina; a fine corsa scendevo, e scortato da due carabinieri armati ma senza mostrine e gradi proseguivo per un lungo tratto fra le sterpaglie; a un certo punto i miei accompagnatori si fermavano e piazzavano il mitragliatore pesante in postazione mascherandolo con alcuni rami; messi i colpi in canna un solo milite, strisciando con me, mi indicava il percorso fino a quando potevo individuare nel buio la dolina prescelata; da lì proseguivo da solo fin sull'orlo della foiba». Il giovane tenente ha con sè due spezzoni arrotolati di scala da dieci metri l'uno, senza fare il minimo rumore per non essere scoperto dalle pattuglie jugoslave fissa la scala a un appiglio sicuro, poi scende nella foiba senza sicura. Arrivato in fondo documenta quanto vede, poi torna su con la massima cautela. Recupera le scale, le arrotola e strisciando raggiunge il compagno non prima di aver lanciato il segnale convenuto, «un fischio a imitazione del verso del gufo».

«Questa storia - dice ancora Maffi - si ripetè per quattro notti durante le quali visitai quattro foibe diverse tutte oltre la linea del confine; mi avevano detto che le imboccature potevano essere minate, ma solo una volta mi imbattei in un oggetto che poteva essere una mina e girai al largo».

Sul fondo di quelle foibe Maffi riscontrò «diversi resti umani, non in quantità esorbitanti ma, purtroppo, in condizioni atroci: alcuni teschi con lo sfondamento della nuca, mani o piedi avvolti da filo spinato, la stessa cosa su una cassa toracica; trovai uno scheletro rannicchiato in un anfratto: quel poveraccio doveva essere ancora vivo quando lo gettarono giù; alcuni avevano lembi di divise militari o vestiti civili, per altri non c'era traccia di indumenti; ricordo un cranio con i capelli lunghi, probabilmente una donna; in tutte e quattro le foibe era stato usato l'esplosivo».

La mattina dopo la quarta sortita Maffi viene svegliato dal portiere dell'albergo: «Mi disse che il signor tal dei tali mi aspettava nella hall; era un segnale convenuto, significava che dovevo lasciare l'albergo in tutta fretta, il controspionaggio era venuto a sapere qualcosa». Due giorni dopo il tenente Maffi è di nuovo a Merano. In caserma stampa le fotografie, di nascosto fa una copia per sé («ma solo di quelle delle foibe di Monrupino e Basovizza, purtroppo») e scrive il suo rapporto, notando che almeno per le foibe triestine «a mio avviso non era possibile organizzare un recupero di salme».

La storia della missione segreta del tenente Maffi termina qui. Ancora oggi l'anziano speleologo cuneese non saprebbe indicare quali furono esattamente le cavità da lui visitate in Jugoslavia, né perché il nostro governo decise quella missione, e neppure dove si trovano i documenti relativi l'intera operazione. Questa, casomai, è materia da storici. Mario Maffi sa solo che dopo il congedo e una vita dedicata al lavoro nelle officine della Fiat, adesso che è un pensionato come tanti il ricordo di quella missione da 007 gli è rimasto impresso nel fondo dell'animo, e che quando sente pronunciare la parola «foiba» viene preso da un nodo alla gola.

I RACCONTI DEI LETTORI

Le foibe del Monte Maggiore

Durante l'occupazione del litorale istriano da parte delle bande slavo-titine, nel settembre del 1943, vissi a Laurana giorni terribili.

Eravamo in preda alla disperazione, poichè, accanto all'angoscia per la nostra sorte che ci torturava ora dopo ora, ci giungevano da ogni parte le notizie più orripilanti. A Laurana (ove vissi dal febbraio del 1936 al dicembre 1943) come ad Abbazia, ad Icici, ad Ica, a Medea, continuava la sequela dei "ricercati", dei "prelevati", dei "torturati" e degli "infoibati". Papà era stato condannato da un "tribunale del popolo" al martirio delle "foibe" perchè "italiano" e direttore dell'Ufficio Postale, e per questo tutta la mia famiglia trovò un rifugio sicuro in una villa vicina alla nostra, presso la professoressa Vescovich che salvò la nostra vita, mettendo a rischio la propria. Non c'era giorno che non prelevassero da Laurana o da altre frazioni vicine qualche italiano. Dopo averli sottoposti ad un doloroso e lungo tragitto a piedi nudi, essi venivano torturati, uccisi e, poi, gettati negli anfratti del Monte Maggiore.

Il Monte Maggiore (oggi ribattezzato Ucka) è il più alto monte dell'Istria; il terzo o il quarto in ordine di altezza di qulli che segnano il confine della Liburnia, che partendo dalla valle di Fianona, ridiscende al mare nella Forra di Polvilje. Dall'ex Rifugio Duchessa d'Aosta (a 922 metri) potei più volte ammirare l'intero "Golfo del Quarnaro". "Villa Carlotta" - la mia abitazione - si adagiava sulle colline che fanno da cuscinetto alla montagna istriana sulla quale vivevano, secondo un'antica leggenda raccontata dai pescatori del luogo, alcune famiglie di stregoni. Essi accendevano grandi falò sulle pendici e nelle caverne; così la terra, dolorante e indispettita per le scottature, cominciava ad agitarsi e muoveva venti violentissimi che provocavano forti tempeste e uragani. Ben altri stregoni albergavano sul Monte Maggiore nel settembre del 1943! Ben altri fuochi! L'uragano dell'odio etnico si scatenò sugli italiani inermi e innocenti con inaudita efferatezza.

Nei giorni successivi all'8 settembre, perdurando l'occupazione e le persecuzioni dei partigiani slavi, erano assai rari i contadini che scendevano dalle loro piccole borgate di collina per allestire il consueto "mercatino". Era fame! Mi sentivo rabbrividire quando essi mi raccontavano quello che avevano visto lungo i pendii del Monte Maggiore. Un mio compagno di scuola - un certo Bernecich che abitava in un casolare sperduto e che amava passeggiare con me nei fitti boschi - mi raggiunse nel giardino di "Villa Carlotta" e mi disse: "Carlo, questa mattina ho visto salire in alto tre uomini, legati tra loro da una fune, costretti a camminare a piedi nudi, di continuo bastonati. Poi, d'improvviso, li vidi scomparire uno ad uno, gettati in un burrone profondo moltissimi metri". Solo dopo la guerra imparai a chiamare col nome di foibe quegli enormi baratri, fattisi oggi nella nostra memoria altrettanti simulacri.

Un giorno volli spingermi al di là delle "terre rosse" (un terreno scarlatto, estremamente friabile e morbido, simile alla sabbia). Due boscaioli mi invitarono a fare ritorno in paese; e, indicandomi la vetta del Monte Maggiore, mi dissero: "Vedi, lassù... In questi busi ne buttano giù ogni giorno; se ci sentono parlare italiano, i ne butta dentro anche noi senza discuter". Un altro contadino, intento a zappare la terra, mi disse: "Qui passano i partigiani spingendo verso l'alto della montagna alcune persone prelevate nelle zone vicine, a Laurana, ad Abbazia e a Fiume".

"Avanti fogne italiane; quando saremo di sopra, vi faremo un bel regalo".

Erano i primi martiri di un olocausto che continuerà: Amministratori pubblici, dirigenti, insegnanti, podestà, avvocati, postini, farmacisti, commercianti ecc. e non solo i responsabili del P.N.F.

Quando mi recavo nell'orto di casa, a ridosso delle colline, pensavo all'ultima frase di un partigiano titino che era venuto con un folto gruppo di "compagni" a prelevare papà (salvato per l'intervento del suo fattorino, Rudi, un buon croato, amico dell'Italia e affezionato a noi): "Torneremo, si prepari...". In quegli attimi di disperazione, maledivo quella montagna divenuta nella mia immaginazione un vasto cratere infernale. Pregavo intensamente Iddio che preservasse papà da chissà quali pene.

Mio padre potè fuggire a Fiume a bordo di un bragozzo, travestito da pescatore, con l'aiuto di due portalettere croati che vollero testimoniargli tutto il loro affetto. Noi lo seguiremo tre mesi dopo, esuli disperati.

Fummo salvi per grazia di Dio! Arrivarono i tedeschi, una lunga colonna di carri armati, cannoni, autoblinde con mitragliere, cavalli bellissimi sui quali troneggiavano elegantissimi ufficiali in alta uniforme. Erano i nuovi padroni di casa che portavano a termine una complessa operazione militare denominata "Wolkenbruh". Anche se ciò stride con la nostra coscienza, essi di fatto furono i nostri attesi "liberatori".

Poi venne l'ora dolorosa della "sradicazione", stranieri in patria ed esuli da quella terra tanto amata, per il Veneto, tra l'indifferenza e il rifiuto di tanti concittadini.

Fui profugo a Venezia, e partecipai alle manifestazioni per Trieste italiana negli anni '46 e '47 in Piazza San Marco, quando i partigiani comunisti impedivano con la violenza che noi gridassimo "W Trieste Italiana!" All'indirizzo del Patriarca Cardinale Piazza - che parlava dal pulpito di Piazzetta S. Marco - urlavano "Scendi giù, hai le mani sporche di sangue!".

Questa era il clima. Ed io, insieme ai miei compagni della Lega Nazionale di Trieste e del Comitato Giuliano Dalmata - che aveva già la sua sede sopra la Biblioteca "Marciana" dove ci incontravamo - gridavamo in faccia ai partigiani comunisti: "Foibe! foibe!". Essi negavano tutto, e reagivano con spranghe di ferro e bulloni. Mi ruppero le spalle, mi sputarono in faccia e mi rubarono il cappotto. "Balle! Balle!" - ci dicevano gli "arsenalotti" comunisti -, "Viva Tito! Viva Stalin!".

Nello stesso giorno della mia partenza da Laurana, mi avviai verso i viottoli alti sotto la vetta del Monte Maggiore.

Ma quel giorno anche il vento del Monte Maggiore piangeva! Scavai una manciata di terra tra i sassi e l'erbe di montagna e la misi con devozione tra le pieghe di una bandiera tricolore che nelle ricorrenze nazionali issavamo dalla balaustra di fronte al Quarnaro: Terra del Monte Maggiore! Terra Istriana! Terra d'Italia!

Carlo Toniolo

Caldogno - Vicenza

Dal 1943 al 1945, durante l'occupazione di Trieste e dell'Istria da parte del 9° Corpus jugoslavo e delle forze partigiane titoiste, furono barbaramente uccisi e gettati nelle Foibe di Basovizza circa 12 mila cittadini residenti a Trieste, nell'Istria e provenienti da varie parti d'Italia di cui circa 350 finanzieri, e un numero imprecisato di Carabinieri, Agenti di Polizia e civili di altre amministrazioni dello Stato.

All'oppressione tedesca a Trieste ne era subentrata un'altra, di segno opposto, ma altrettanto feroce. Alla Gestapo aveva dato il cambio l'Ozna. E fu l'ora degli odi scatenati, delle vendette, delle rappresaglie e delle stragi. Una realtà storica tremenda che ora, anche dalla parte su cui grava la responsabilità degli eccidi, si comincia ad ammettere, sia pure sottovoce.

Dopo l'olocausto degli ebrei nei campi di sterminio nazisti, quello delle Foibe di Basovizza è stato certamente una delle più grandi tragedie che hanno colpito l'umanità. Per le Foibe di Basovizza si è trattato di un preordinato massacro di “pulizia etnica” che mirava alla distruzione di tutto ciò che era “Italia” e “italiano” e ciò anche per favorire l'annessione alla Jugoslavia dei territori di Trieste, del Goriziano e dell'Istria.

Da allora sono trascorsi quasi 60 anni e questa terribile pagina della nostra storia è passata sotto silenzio, perchè venissero dimenticati i fatti e le gravissime colpe di uomini e di partiti politici, impedendo alla nostra collettività nazionale di prenderne coscienza e conoscenza.

Nel corso della Seconda guerra mondiale 1940- 1945 in Italia sono state commesse altre stragi che hanno colpito i nostri soldati, combattenti per la difesa della Patria e durante la guerra di liberazione, nei Balcani e sul territorio italiano, come ad esempio i gloriosi fatti d'arme di Cafalonia-Corfù (www.cefalonia.it), i dolorosi eccidi commessi alle Fosse Ardeatine e a Marzabotto, ma trattasi di episodi che sono stati portati a conoscenza della collettività italiana che ha potuto così commemorarli, erigendo monumenti e celebrando cerimonie a carattere nazionale e locale.

Ma per i martiri delle Foibe nulla è stato fatto perchè il tutto è stato ammantato da un pietoso velo di silenzio.

Lo storico Gianni Oliva nel suo libro “Le stragi degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria” afferma che da parte sua il PCI non ha nessun interesse a tornare sulla questione che evidenzia la contraddizione tra la sua nuova collocazione come partito nazionale, la vocazione internazionalistica e gli stretti legami con Mosca: parlare di Foibe significherebbe rivisitare le indicazioni operative inviate al PCI triestino a partire dall'autunno 1944, riproporre il tema del passaggio della Divisione Garibaldina “Natisone” alle dipendenze dell'Esercito di liberazione sloveno. Il risultato complessivo è che i fatti di settembre-ottobre 1943 e del maggio 1945 non entrano a far parte della consapevolezza storica del Paese, ma rimangono confinati nella coscienza locale giuliana.

Pertanto solo a livello locale, a Trieste, a Gorizia e nelle altre città dove vivono migliaia di famiglie che non sanno darsi pace per l'orrenda fine dei loro cari, massacrati senza alcuna colpa se non per quella di essere italiani, si sono svolte cerimonie commemorative col timore di essere boicottate da alcune forze politiche.

In questa ottica, il giorno 21 settembre 1995, ricorrendo il cinquantennale dell'eccidio nelle Foibe dei 97 finanzieri della brigata di Campo Marzio di Trieste, il Gen. D. Luciano Luciani, Ispettore per l'Italia Nord-Orientale scopriva una Lapide commemorativa, affissa al muro della nuova Caserma della Guardia di Finanza di Basovizza, recante i nomi dei 97 finanzieri.

Subito dopo il Presidente Nazionale, Gen. C.A. Pietro Di Marco, provvedeva allo scoprimento di una stele, voluta dallo stesso, con la collaborazione dell'allora Consigliere Nazionale ANFI per il Friuli Venezia Giulia, Gen. D. Emilio Giosio, e dal Presidente della Sezione di Trieste, Comm. Sergio Fachin, formata da un monoblocco di pietra carsica, eretta presso la Foiba di Basovizza, vicino alla grande Pietra Tombale che chiude la Foiba principale.

Nel corso della cerimonia prendeva la parola il Comandante della Legione di Trieste, Col. Umberto Picciafuochi, per significare alle Fiamme Gialle in congedo che il Gen. Di Marco rappresentava più degnamente la Legione di Trieste, avendo egli fatto parte, nel 1945, della Brigata di Campo Marzio di Trieste, e che attualmente, nella carica di Presidente Nazionale, meglio di lui nessuno avrebbe potuto revocare quelle tragiche giornate del maggio 1945.

Pubblichiamo il seguente discorso pronunciato dal Gen. Di Marco per l'inaugurazione della grande Stele eretta a ricordo dei Caduti delle Foibe:

<< Siamo al cospetto di questo sacro luogo, ove cinquant'anni fa si consumò la tragedia di migliaia di cittadini triestini, di soldati e di appartenenti alle forze di Polizia, fra i quali circa 350 Finanzieri che prestavano servizio a Trieste e nell'Istria, compresi i 97 Finanzieri prelevati dalla Caserma di Via Campo Marzio, il 2 maggio 1945, tutti impietosamente trucidati nelle foibe per il solo motivo, come a suo tempo precisò il Presidente della Repubblica On. Scalfaro, “che molte delle persone eliminate erano colpevoli soltanto di essere italiane”.

Oggi noi vogliamo ricordare con particolare commozione e con amore profondo questi nostri commilitoni, questi soldati in fiamme gialle che qui fecero dono della loro giovane vita per assolvere al dovere di rimanere al proprio posto di servizio, senza cercare scampo fuggendo di fronte ad una minaccia tanto grave quanto imprevedibile, che eventi drammatici, del tutto estranei ai modi di guerra lealmente combattuta, condannarono a sofferenze ed a morte atroce proprio nelle viscere di questa terra carsica che vide rifulgere l'eroismo di tanti soldati italiani nel primo conflitto mondiale.

Ed è con sentimento di intima, commossa partecipazione che avverto l'impulso irresistibile a rievocare loro e il sacrificio che ne eterna la memoria di fronte agli eventi e ai destini della Patria, in quelle circostanze ferita a morte nell'intimo della sua gente fiera di cuore e di fede nazionale.

A Trieste, in particolare, appena dopo la cacciata dei tedeschi con l'insurrezione del 27 aprile 1945, alla quale avevano partecipato efficacemente anche i finanzieri del Comitato di Liberazione Nazionale, assieme alle avanguardie dell'esercito jugoslavo che si accingevano ad occupare la città, ci fu un momento di sbandamento generale quando la maggior parte dei finanzieri rimase a presidiare gli impianti e i depositi più importanti, con l'incarico di mantenere anche l'ordine pubblico, in quanto la Guardia di Finanza era l'unico Corpo armato organicamente inquadrato rimasto a presidio della città.

Nel contempo ci furono momenti di eroismo e di grande solidarietà, come quando un pugno di finanzieri rischiò la vita per salvare i loro commilitoni rimasti isolati in alcuni reparti dell'Istria, alla mercè delle truppe jugoslave che stavano completando l'occupazione della zona.

Nel momento di quei tragici fatti mi trovavo a Trieste, reduce dalla guerra di Balcania, dove prestavo servizio d'Istituto e nel contempo avevo partecipato con il locale Comitato di liberazione per la cacciata dei tedeschi dalla città.

Successivamente, mentre le forze jugoslave del Maresciallo Tito stavano completando l'occupazione di Trieste e dell'Istria, a capo di un nucleo di finanzieri volontari mi portai con un autocarro nelle varie località dell'Istria per salvare alcuni nostri commilitoni dalla prigionia o dalla morte.

Quindi rivivo oggi i terribili momenti del calvario con l'angoscioso tormento di allora, chiedendomi come sia stato possibile che la coscienza di tanti uomini politici italiani abbia consentito che un velo di oblìo, pur supportato da contingenze del tutto particolari per mentalità opportunistiche e accomodanti, potesse far dimenticare l'eccidio di circa 12 mila infoibati nella sola zona di Basovizza.

A conclusione dell'intensa commemorazione odierna desidero, all'unisono con tutti voi e con tanti altri presenti in spirito, esprimere il pensiero e la volontà di pace e di accordo tra le genti e anche per i vicini popoli slavi, duramente provati da una lunga e sanguinosa guerra, perchè tale esigenza è oggi più che mai avvertibile nel mondo intero come irrinunciabile motivo di vita, come speranza sublime di quella più umana e civile esistenza della presente generazione e di quelle venture.

Perciò oggi, nel cinquantennale del martirio delle foibe di Basovizza, siamo qui riuniti per lo scoprimento di una Stele eretta alla cara memoria dei nostri Caduti, a poche ore di distanza dalla inaugurazione di una Lapide commemorativa nella caserma del Corpo, a Basovizza, che porta incisi i nomi dei 97 Finanzieri della caserma di Via Campo Marzio.

Sono emblemi marmorei che resteranno a perenne memoria dei nostri Caduti e quali simboli di ammonimento per tutti i popoli, affinchè nella pace ritrovata, nella comprensione e nel rispetto reciproco possa essere ripreso il cammino verso quelle mete di libertà, di giustizia e di democrazia tanto auspicate>>.

Terminato il discorso, il Gen. Di Marco, con il volto visibilmente segnato dalla grande commozione, accompagnato dal Comandante della Legione di Trieste, Col. Picciafuochi, scopriva il Cippo commemorativo, coperto da un panno tricolore, Cippo costituito da un gran masso di pietra carsica.

dal sito dell'Associazione Finanzieri

Foiba di Vines - Recuperate dal Maresciallo Harzarich dal 16.10.1943 al 25.10.1943 cinquantuno salme riconosciute. In questa Foiba, sul cui fondo scorre dell'acqua, gli assassinati dopo essere stati torturati, finirono precipitati con una pietra legata con un filo di ferro alle mani. Furono poi lanciate delle bombe a mano nell'interno. Unico superstite, Giovanni Radeticchio, ha raccontato il fatto.

Riuscì a sopravvivere Giovanni Radeticchio di Sisano.
Ecco il suo racconto: "Addì 2 maggio 1945, Giulio Premate accompagnato da altri quattro armati venne a prelevarmi a casa mia con un camioncino sul quale erano già i tre fratelli Alessandro, Francesco e Giuseppe Frezza nonché Giuseppe Benci. Giungemmo stanchi ed affamati a Pozzo Littorio dove ci aspettava una mostruosa accoglienza; piegati e con la testa all’ingiù fecero correre contro il muro Borsi, Cossi e Ferrarin. Caduti a terra dallo stordimento vennero presi a calci in tutte le parti del corpo finché rinvennero e poi ripetevano il macabro spettacolo. Chiamati dalla prigionia al comando, venivano picchiati da ragazzi armati di pezzi di legno.

Alla sera, prima di proseguire per Fianona, dopo trenta ore di digiuno, ci diedero un piatto di minestra con pasta nera non condita. Anche questo tratto di strada a piedi e per giunta legati col filo di ferro ai polsi due a due, così stretti da farci gonfiare le mani ed urlare dai dolori. Non ci picchiavano perché era buio.

Ad un certo momento della notte vennero a prelevarci uno ad uno per portarci nella camera della torture. Ero l'ultimo ad essere martoriato: udivo i colpi che davano ai miei compagni di sventura e le urla di strazio di questi ultimi. Venne il mio turno: mi spogliarono, rinforzarono la legatura ai polsi e poi, giù botte da orbi. Cinque manigoldi contro di me, inerme e legato, fra questi una femmina. Uno mi dava pedate, un secondo mi picchiava col filo di ferro attorcigliato, un terzo con un pezzo di legno, un quarto con pugni, la femmina mi picchiava con una cinghia di cuoio.

Prima dell'alba mi legarono con le mani dietro la schiena ed in fila indiana, assieme a Carlo Radolovich di Marzana, Natale Mazzucca da Pinesi (Marzana), Felice Cossi da Sisano, Graziano Udovisi da Pola, Giuseppe Sabatti da Visinada, mi condussero fino all'imboccatura della Foiba. Per strada ci picchiavano col calcio e colla canna del moschetto. Arrivati al posto del supplizio ci levarono quanto loro sembrava ancora utile. A me levarono le calze (le scarpe me le avevano già prese un paio di giorni prima), il fazzoletto da naso e la cinghia dei pantaloni. Mi appesero un grosso sasso, del peso di circa dieci chilogrammi, per mezzo di filo di ferro ai polsi già legati con altro filo di ferro e mi costrinsero ad andare da solo dietro Lidovisi, già sceso nella Foiba. Dopo qualche istante mi spararono qualche colpo di moschetto. Dio volle che colpissero il filo di ferro che fece cadere il sasso. Così caddi illeso nell'acqua della Foiba. Nuotando, con le mani legate dietro la schiena, ho potuto arenarmi. Intanto continuavano a cadere gli altri miei compagni e dietro ad ognuno sparavano colpi di mitra. Dopo l'ultima vittima, gettarono una bomba a mano per finirci tutti. Costernato dal dolore non reggevo più.

Sono riuscito a rompere il filo di ferro che mi serrava i polsi, straziando contemporaneamente le mie carni,poiché i polsi cedettero prima del filo di ferro. Rimasi così nella Foiba per un paio di ore. Poi, col favore della notte, uscii da quella che doveva essere la mia tomba"

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