La Grande Guerra da Caporetto a Vittorio Veneto

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2008-10-23-caporettoRiproponiamo il testo della conferenza del Generale di Brigata degli Alpini Tullio Vidulich

La Grande Guerra - da Caporetto a Vittorio Veneto
Novanta anni fa tra lutti e gioie fiorì la pace

L’attacco austro-tedesco sferrato il 24 ottobre 1917 sull’alto Isonzo in corrispondenza di Plezzo, Caporetto e Tolmino, nel giro di pochi giorni, aveva costretto l’esercito italiano a ripiegare rapidamente sulla sponda destra del Piave con il fine di arrestare la potente offensiva avversaria,
Gli austro-tedeschi, imbaldanziti dai brillanti risultati raggiunti e avendo una netta superiorità di forze e di armamento, 53 divisioni contro 35, decisero di proseguire l’offensiva con l’obiettivo di perseguire la completa  distruzione dell’esercito italiano.



Nel frattempo gli Alleati, a partire dal 30 ottobre, iniziarono ad inviare in aiuto dell’Esercito Italiano, sei divisioni francesi e cinque inglesi; il 4 dicembre le truppe francesi e inglesi entrarono in linea: due divisioni francesi sul Monte Tomba e sul Monfenera, due divisioni inglesi a difesa del Montello.
Mentre si organizzava la difesa sul Piave, il mattino del 9 novembre, il generale Luigi Cadorna veniva rimosso dalla carica di capo di stato maggiore dell’esercito e sostituito dal generale Armando Diaz, un giovane comandante di corpo d’armata di 56 anni, che aveva prestato servizio nello Stato Maggiore prima e durante la guerra e verso il quale il Re Vittorio Emanuele III nutriva la massima fiducia.

All’alba del 12 novembre iniziò la Battaglia di Arresto che si sviluppò con una serie di continui e violenti attacchi contro le esili trincee italiane non ancora consolidate sul Monte Grappa, sull’Altopiano di Asiago e sul basso Piave, dove il nemico, al prezzo di gravi perdite, riuscì a conseguire alcuni progressi, ma solo di limitata importanza strategica.

La linea del Piave, grazie alla sagacia dei comandanti e al valore dei nostri soldati, si dimostrò un baluardo insormontabile.

I combattimenti più sanguinosi si svolsero sul Monte Grappa e sull’Altopiano di Asiago. Sul massiccio del Grappa le truppe austro-tedesche del Gruppo Krauss tentarono invano di sfondare le linee difese dalla 4a Armata mentre sull’Altopiano di Asiago, le nostre truppe abbarbicandosi al terreno e contrattaccando senza tregua, resistettero ai tentativi di sfondamento dell’11a Armata del generale Conrad.
La durissima Battaglia di Arresto si esaurì alla fine del mese di dicembre con uno scacco delle truppe Austro-Tedesche che, non riuscendo a sfondare la linea del Piave, dovettero ancorarsi al terreno e mettersi sulla difensiva. Il periodo critico era ormai stato superato.
Al termine della Battaglia, il capo di stato maggiore della 14a Armata, generale Krafft von Dellmensingen, così si espresse: “Una offensiva così ricca di speranze dovette purtroppo arrestarsi a poca distanza dal suo obiettivo, e il Grappa diventò il ”Monte Sacro” degli italiani. D’averlo conservato contro gli eroici sforzi delle migliori truppe dell’esercito austro-ungarico, e dei loro camerati tedeschi, ora, con ragione, possono andarne superbi!”. A fine dicembre le truppe tedesche iniziarono a lasciare l’Italia per andare a combattere sul fronte occidentale. Ad esse subentrava la 6a Armata austro – ungarica.

Conclusasi la Battaglia di Arresto, l’esercito italiano non rimase inattivo, ma iniziò, con ritmo febbrile, a consolidare l’organizzazione difensiva ed a  porre in opera una profonda ricostituzione dell’apparato militare.
Il 28 e 29 gennaio 1918, con una brillante offensiva, passata alla storia come “Seconda Battaglia dei Tre Monti”, reparti italiani sull’Altopiano di Asiago riconquistarono il Monte Valbella, il Col del Rosso e Col d’Echele, posizioni di alto valore strategico. 
A tre mesi dalla catastrofe la situazione delle grandi unità italiane era molto cambiata: fra gennaio e maggio vennero rimpiazzati tutti i materiali perduti nella ritirata: armi, munizioni, mitragliatrici, mortai, cannoni, automezzi, aeroplani e materiali sanitari.
Le grandi unità vennero ringiovanite con la chiamata alla leva dei giovani del ’99, allora appena diciottenni. Le divisioni che dopo la rotta di Caporetto si erano ridotte a 35, al momento della Battaglia del Solstizio raggiunsero il numero di 56 di cui 5 alleate.
Furono migliorate le condizioni di vita dei soldati,  furono aumentate le razioni di viveri, furono concesse licenze e permessi agricoli più frequenti, nonché avvicendamenti con i reparti stanziati nelle retrovie.

Il generale Diaz curò, inoltre, la parte morale dei combattenti facendo istituire una polizza assicurativa  gratuita per i soldati allo scopo di assicurare alle famiglie dei caduti un primo sostentamento, organizzò, anche per loro numerosi spacci cooperativi, l’assistenza sanitaria mobile con unità della Croce Rossa e una serie di conferenze da tenersi nei periodi di riposo, nonché promosse la stampa di alcuni giornali di propaganda fra cui il famoso “La Tradotta”, per informarli di quanto avveniva al fronte e nel paese.
L’esercito non si sentì più solo perché anche con la popolazione si stabilirono rapporti di reciproca fiducia e rispetto. Fra i soldati al fronte iniziò a risollevarsi il morale e anche lo spirito di rivincita sembrò avere più solide basi e riscuotere la fiducia generale.

Nonostante il successo conseguito dall’Italia sul Piave nella Battaglia di Arresto, alla fine del 1917 e nei primi mesi del 1918 la situazione politico-militare era nel complesso più favorevole agli austro-tedeschi che alle potenze dell’Intesa: il 15 dicembre 1917 veniva firmato a Brest-Litovsk l’armistizio tra gli austro-tedeschi e il governo bolscevico e il 3 marzo la Russia firmava la pace con gli Imperi Centrali; anche la Romania, il 9 dicembre 1917, era costretta a firmare l’armistizio con gli austro-tedeschi e il 7 maggio 1918 concludeva la pace.

La fine delle ostilità sul fronte orientale dava la possibilità agli Imperi Centrali di recuperare una notevole massa di forze e mezzi da utilizzare sul fronte occidentale e contro l’Italia.
Tenendo presente che il tempo ormai giocava a favore degli eserciti dell’Intesa a causa dell’entrata in guerra degli Stati Uniti (il 6 aprile 1917 gli Stati Uniti entrarono in guerra a fianco delle Potenze dell’Intesa), la Germania concertò con l’alleato austriaco, una serie di offensive strategiche per risolvere definitivamente il conflitto vittoriosamente prima che l’intervento militare americano potesse diventare determinante.

Considerata la momentanea superiorità di forze e di mezzi, le offensive dovevano essere effettuate entro la primavera del 1918, altrimenti in futuro le possibilità di vincere la guerra si sarebbero di molto ridotte perché la produzione bellica, per gli Imperi Centrali, risultava ormai in netto calo.

Spinta da questa urgente necessità la Germania, dopo aver ricuperato tutte le forze dal fronte orientale, a partire dal marzo del 1918, scatenava quattro poderose offensive in Francia per infliggere un colpo decisivo alle truppe franco-inglesi, una delle quali, l’offensiva della Marna, iniziata il 15 luglio, portava l’esercito tedesco a minacciare Parigi senza, però, riuscire a operare lo sfondamento decisivo del fronte.
La poderosa Battaglia di Francia ebbe conseguenze notevoli anche in Italia. Fra il 23 marzo e l’11 aprile venivano richiamate sul fronte francese sei delle undici divisioni alleate ( 4 francesi e 2 inglesi) che erano giunte in Italia nell’autunno del 1917, inoltre, l’Italia inviava in aiuto della Francia il II Corpo d’Armata al comando del generale Albricci.
Il momento era veramente propizio anche per la Monarchia Asburgica per sferrare l’offensiva decisiva per annientare definitivamente l’esercito italiano.

La Battaglia del Piave o del Solstizio (15 - 23 giugno 1918)

Nella primavera del 1918 l’Austria – Ungheria, dopo aver concentrato tutte le sue forze sul fronte italiano, si preparò a lanciare una gigantesca offensiva, nel tratto fra la Val d’Astico e il mare, per infliggere all’Italia una completa disfatta militare.
Sul fronte italiano era schierato l’intero esercito austriaco.
“Come risultato di questa operazione, che ci deve portare sino all’Adige, mi riprometto lo sfacelo militare dell’Italia”. Così scriveva, nel marzo del 1918, il generale Arz von Straussenburg capo di stato maggiore dell’esercito austriaco, al maresciallo von Hindenburg, capo di stato maggiore dell’esercito germanico.
L’offensiva venne preparata con larghezza di mezzi e con ogni accorgimento in campo tecnico e morale, tanto da suscitare nei comandanti  e gregari la più assoluta fiducia nel successo. Il nostro avversario si dispose alla battaglia con l’animo di esercitare “l’ultimo sforzo” per costringere l’Italia alla resa.
Per l’importante evento erano state coniate le medaglie commemorative per la presa di Venezia e Milano e ai comandanti delle unità erano state fornite le carte topografiche militari della Lombardia.
Sullo scacchiere italiano, il Comando austriaco dispone di 60 divisioni (per un totale di 1.100.00 soldati), suddivise in due gruppi di armate: il Gruppo d’Armate del Tirolo al comando del feldmaresciallo Conrad (già capo di stato maggiore dell’esercito austriaco), con le armate 10a e 11a sul fronte dello Stelvio – Trentino – Monte Grappa (con limite di settore a Fener) e il Gruppo d’Armate del Piave, schierate dal Monte Monfenera al mare Adriatico, al comando del feldmaresciallo Boroevic con la 6a Armata e la 5a (o Isonzo Armée).

Il piano operativo del Comando austro – ungarico prevedeva una manovra a tenaglia con uno sforzo principale esercitato dal Gruppo Conrad a cavallo dell’Altopiano di Asiago - Monte Grappa, tendente a sfondare il fronte montano, raggiungere la pianura fra Vicenza e Castelfranco per prendere alle spalle le armate italiane schierate sul Piave, mentre la branca meridionale della tenaglia, costituita dal Gruppo di Armate del Piave, con un attacco coordinato e contemporaneo, aveva il compito di colpire Treviso e raggiungere Padova.
Con anticipo di due giorni, era stato previsto, inoltre, un attacco al Passo del Tonale (operazione Lawine), accompagnato da azioni diversive nelle Giudicarie e in Val Lagarina allo scopo di attirare le riserve italiane in quel settore. Ma il generale Diaz non abboccò.
L’ambizioso piano del Comando Supremo austro – ungarico, se condotto con unicità di comando, avrebbe forse potuto consentire all’esercito avversario di raggiungere la pianura, ma l’antagonismo esistente fra il Conrad e il Boroevic, due grandi comandanti, ciascuno dei quali voleva avere l’onore di decidere le sorti della battaglia, lo trasformò in due offensive condotte con forze pressoché equivalenti e quindi incapaci di raggiungere il successo sperato.
A causa del dualismo fra i due condottieri veniva ignorato un principio fondamentale quello cioè della gravitazione delle forze da concentrare sul  tratto più debole del dispositivo nemico, come avvenne nell’ottobre del 1917 a Plezzo e Tolmino.

In attesa dell’offensiva nemica le forze italiane contrapposte alle quattro armate austro-ungariche ammontavano a 56 Divisioni (per un totale di 950.000 soldati) ed erano cosi ripartite: la 7a Armata (ten. gen. Tassoni) schierata dallo Stelvio al Garda, la 1a Armata (ten. gen. Pecori Giraldi) dal Garda alla Val d’Astico, la 6a Armata (ten.gen. Montuori) dalla Val d’Astico alla Valle del Brenta e la 4a Armata (ten. gen. Gaetano Giardino) dalla Valle del Brenta a Pederobba sul Piave, con un totale di 35 divisioni.
Di fronte alle armate del generale Boroevic erano schierate l’8a Armata (tenente generale Giuseppe Pennella) da Pederobba a Palazzòn, forte di quattro divisioni ed infine la 3a Armata (S.A.R. Emanuele Filiberto di Savoia) da Palazzòn al mare con sette divisioni. Facevano parte della 6a Armata schierata sull’Altopiano di Asiago tre divisioni inglesi e due francesi.
La riserva del Comando Supremo era costituita dalla 9a Armata (ten.gen. Morrone) su dieci divisioni in riserva generale e nove divisioni in riserva d’Armata con “vincolo d’impiego”, per un totale di 19 divisioni.
Il Comando austriaco, dall’Astico al mare, su un fronte di 140 chilometri, disponeva di 50 divisioni contro 41 italiane, di 5470 pezzi di artiglieria contro 5100 italiani e di un maggior numero di mitragliatrici, specie di quelle leggere, in possesso di un maggiore volume di fuoco.
L’offensiva non arrivò inaspettata. I nostri comandi da tempo avevano compreso da molteplici segnali le intenzioni nemiche ed a queste uniformarono le contromisure da prendere.

15 giugno: inizia l’offensiva austro-ungarica.


Secondo il piano di manovra, il 12 giugno, gli austriaci iniziarono l’azione diversiva al Passo del Tonale che venne subito bloccata.
Alle ore tre di notte del 15 giugno iniziavano le due operazioni “Radetzky” sull’Altopiano di Asiago e sul M. Grappa e “Albrecht” contro il Montello e il Basso Piave con un violento bombardamento di artiglieria.
Questa volta l’artiglieria italiana, ricordando l’amara lezione di Caporetto non si fece sorprendere, ma aprì immediatamente il fuoco di contro preparazione, anticipando in alcuni settori del fronte il fuoco nemico, provocando gravi perdite nel dispositivo di attacco avversario, ai pontoni di barche montati sul Piave e sui centri di comando.
La reazione di fuoco anticipata e inaspettata scosse il morale delle fanterie avversarie in modo tangibile al punto da incidere in maniera determinante sullo sviluppo dell’intera offensiva.
Sull’ Altopiano dei Sette Comuni e sul Monte Grappa, dopo sanguinosi combattimenti e alcune locali cessioni di terreno, le truppe del generale Conrad vennero arrestate.
Epica fu la difesa del Monte Grappa da parte della 4a Armata che impedì al nemico di irrompere lungo la direttrice Treviso-Vicenza. 
In pianura, lungo il Piave, gli austro-ungarici riuscirono a costruire una robusta testa di ponte sul Montello. Facendo largo uso di artiglieria e di cortine nebbiogene tre divisioni d’assalto della 6a Armata, al comando del generale Ludwig Goiginger, superarono il Piave a Falzé e conquistarono un’ampia testa di ponte sul Montello, ma la pronta e decisa reazione delle nostre Divisioni 47a, 50a, 57a, 60a e 48a  dell’8a Armata, dopo violentissimi contrattacchi, il 22 giugno, costrinsero gli austriaci a ritirarsi dal Montello e ripassare il Piave sotto l’incessante fuoco delle nostre artiglierie.
Sul fronte della 3a Armata, nel basso Piave, nel tratto fra Candelù e Capo Sile, sulla riva destra del fiume, gli austriaci costituirono tre teste di ponte che, dopo furiosi combattimenti, riuscirono a congiungere e ad allargarsi su un fronte di trenta chilometri di sviluppo per una profondità di sette chilometri ma, nonostante reiterati sforzi e l’impiego di consistenti riserve, non riuscirono a sfondare la seconda linea italiana.

La notte del 23 giugno, dopo otto giorni di durissima lotta, per difficoltà incontrate nel proseguire lo sforzo a causa di una difesa aggressiva e ostinata, con i ponti ed i traghetti continuamente battuti dal tiro implacabile delle nostre artiglierie e dall’aviazione, l’Alto Comando austriaco ordinava la sospensione dell’offensiva e il ripiegamento sulla sponda  sinistra del fiume.
Per gli Austro-Ungarici l’obiettivo strategico era fallito. Da quel momento decadde, nei cuori dei combattenti avversari, la fiducia nella vittoria.
L’esercito austro-ungarico usciva dalla lotta profondamente scosso ed indebolito. Il gruppo di armate che presero parte all’offensiva accusò la perdita di 150.000 uomini fra morti, feriti, dispersi e prigionieri. Gli italiani ebbero 6110 caduti, 27.660 feriti, 51.860 dispersi, francesi e inglesi persero 410 soldati.
La Battaglia del Piave fu una grande vittoria italiana, la prima conseguita nel 1918 da un esercito dell’Intesa sugli eserciti degli Imperi Centrali.
Da quella sconfitta  il prestigioso esercito dell’Austria - Ungheria iniziò il suo declino e accelerò di fatto il processo di disgregazione della potente Monarchia Asburgica.
Le conseguenze della pesante sconfitta si ripercossero anche sull’alleato tedesco come ammise anche lo stesso capo di stato maggiore tedesco, generale Hindenburg: “L’offensiva austro – ungarica in Italia, dopo i successi iniziali molto promettenti, era fallita…. La sfortuna del nostro alleato sta diventando una disgrazia anche per noi”.

Il Comando Supremo italiano, nel citare all’ordine del giorno l’eroico comportamento dell’Armata del Grappa, affermò, nel bollettino di guerra del 18 giugno 1918: “ciascun soldato, difendendo il Grappa, sentì che ogni palmo del monte era sacro alla Patria!”. Le 640 medaglie al valore militare concesse per quella battaglia, di cui 486 a soldati semplici, ne sono la luminosa testimonianza.

In seguito alla disastrosa offensiva, il 14 agosto, l’Imperatore austriaco Carlo I col suo ministro degli esteri ed il capo di stato maggiore Arz si recò a Spa, dall’Imperatore Guglielmo II, per ottenere il consenso ad iniziare una trattativa di pace, ma l’iniziativa non fu accolta.

La Battaglia di Vittorio Veneto

Nel giugno del 1918, terminata con successo la Battaglia del Piave o del Solstizio, il generale Foch, comandante supremo degli eserciti alleati sul fronte occidentale, invitava il generale Diaz ad effettuare la prevista offensiva sugli Altipiani. Ma il Comando Supremo, tenendo conto delle gravi perdite subite, dell’ efficiente organizzazione difensiva avversaria e dell’asprezza del terreno montano, rimaneva nella convinzione che si doveva evitare di passare, almeno per il momento, ad una controffensiva per la quale non disponeva né di una adeguata superiorità di forze e di mezzi, né di favorevoli condizioni tattiche e strategiche (per attaccare era necessario ripianare le perdite, organizzare gli equipaggi da ponte, accatastare le munizioni per le artiglierie e per le armi automatiche).
Il generale Diaz, dopo aver resistito alle pressioni alleate, in previsione di un possibile nuovo sforzo avversario, dava ordini ai Comandi di Armata  di migliorare la consistenza dei settori più sensibili del fronte e di effettuare alcune rettifiche sull’Altopiano di Asiago, sul Monte Grappa e nel basso Piave nel settore della 3a Armata, intese a ristabilire la situazione precedente all’attacco austro-ungarico del 15 giugno. Combattimenti che si conclusero con successo sull’Altopiano di Asiago e sul basso Piave ma non sul Monte Grappa dove, le nostre unità, per l’accanita resistenza dell’avversario, non riuscirono a riconquistare le posizioni perdute in giugno.
Nel frattempo, dalla metà di luglio il Comando Supremo tedesco aveva perduto l’iniziativa sul teatro di guerra francese e le offensive delle armate alleate costringevano l’esercito tedesco ad effettuare continue ritirate. Anche nei Balcani, a metà settembre, l’ “Armata d’Oriente”, della quale faceva parte la 35a Divisione italiana, sconfiggeva l’esercito tedesco -  bulgaro e alla fine di settembre la Bulgaria chiedeva l’armistizio.

Vista la situazione favorevole scaturita in seguito agli insuccessi degli eserciti austro – tedeschi in Francia e nei Balcani, il Comando Supremo italiano, su sollecitazione del Presidente del Consiglio, onorevole Orlando e degli Alleati, decideva di preparare una grande offensiva per sconfiggere l’Austria sul campo di battaglia.

Il 26 settembre, ad Abano, il generale Diaz approvava il piano offensivo elaborato dal generale Badoglio e dal generale Caviglia, che in precedenza era stato preparato dal capo ufficio operazioni del Comando Supremo, colonnello Ugo Cavallero.

Il piano prevedeva di sfondare il fronte in corrispondenza del punto di sutura delle due armate austriache 5a e 6a Armata schierate sul Piave con l’intenzione di separare le forze del settore Trentino da quelle schierate sulla riva sinistra del Piave, agendo a cavaliere della direttrice Conegliano – Vittorio Veneto.

Effettuato lo sfondamento e separate le due Armate nemiche, le unità italiane, puntando su Feltre, dovevano aggirare le forze austriache schierate sul Grappa e quindi operare lungo la Valsugana in direzione di Trento e verso Belluno.

L’offensiva avrebbe dovuto iniziare il giorno 16 ottobre, ma la piena del Piave provocata dal maltempo, ne fece spostare la data al 24 ottobre, anniversario dell’offensiva austro-tedesca di Caporetto.
Della prossima offensiva italiana ne venne a conoscenza anche lo Stato Maggiore dell’Esercito austriaco che organizzò per tempo le prime linee e le retrovie per fermare l’imminente attacco dell’esercito italiano.

Le forze in campo

Per realizzare il disegno di manovra le forze italiane furono così articolate dallo Stelvio al mare:
- 7a Armata su quattro divisioni con compiti difensivi, ma pronta a sfruttare situazioni favorevoli; il settore dell’ Armata andava dallo Stelvio sino alla sponda occidentale del Garda;
- 1a Armata (del Trentino) dal Lago di Garda alla Val d’Astico su cinque divisioni rinforzate dal 4° Gruppo Alpini;  con compiti difensivi sino alla conquista di Vittorio Veneto;
- 6a Armata, schierata sull’Altopiano di Asiago, su otto divisioni di cui 1 britannica e 1 francese con il compito di concorrere all’azione della 4a Armata e, in un secondo tempo, ricacciare gli austriaci dall’Altopiano;
- 4a Armata (del Grappa), dalla Val Brenta al Monte Pallone, su nove divisioni con il compito di attaccare lungo il solco Val Cismón – Arten - Feltre determinando la separazione delle forze austriache del Trentino da quelle del Piave;
- 12a Armata, dal Monte Pallone al Ponte di Vidor, su quattro divisioni di cui una francese con obiettivo le alture a nord di Quero-Valdobbiadene;
- 8a Armata (del Montello), da Vidor al Ponte della Priula, su sedici divisioni, delle quali due di cavalleria, con il compito di spezzare il fronte fra le due Armate austriache 5a e 6a e puntare a nord verso Vittorio Veneto;
- 10a Armata, dal Ponte della Priula al Ponte di Piave, su due divisioni italiane e due inglesi agli ordini del generale lord Cavan, con il compito di costituire una testa di ponte nella zona delle Grave di Papadopoli e successivamente avanzare sino al fiume Livenza;
- 3a Armata, dal Ponte di Piave al mare, su cinque divisioni con il compito di forzare il Piave e proseguire il movimento fino al fiume Livenza assecondando con il fuoco l’azione della 10a Armata.
La riserva del Comando Supremo era costituita dalla 9a Armata su quattro divisioni di fanteria (di cui una cecoslovacca), un Corpo d’Armata di cavalleria e un Reggimento di fanteria americano.
Alla vigilia della battaglia l’aviazione, allora giovane specialità dell’esercito, era pronta ad intervenire con 650 aerei, 36 sezioni aerostatiche e 7 dirigibili, con possibilità di attaccare obiettivi tattici e strategici. Consistente fu il contributo di appoggio dato dagli aerei all’azione delle truppe.

L’esercito italiano disponeva in totale di 57 divisioni di cui 6 alleate (3 inglesi, 2 francesi e 1 cecoslovacca) per complessivi 704 battaglioni (dei quali 564 di fanteria, 61 di alpini, 59 di bersaglieri, 6 di granatieri, 14 battaglioni d’assalto). Gli italiani avevano una superiorità nell’artiglieria: 7.750 pezzi contro 6.800 e nell’aviazione 650 aerei contro 450 austriaci.
Il comando supremo italiano era dislocato ad Abano, nei pressi di Padova, quello austro – ungarico a Baden, vicino a Vienna, molto lontano dal teatro di operazioni.

Al momento della battaglia finale le forze contrapposte erano costituite da due gruppi di armate denominate “Gruppo Armate del Trentino” ( generale arciduca Giuseppe d’Asburgo) costituito dalla 10a Armata (8 divisioni) dallo Stelvio all’Astico e dalla 11a Armata (su 14 divisioni) dall’Astico al fiume Cismon e “Gruppo di Armate  del Veneto” (feldmaresciallo Boroevic) dal fiume Brenta al mare costituito dal “Raggruppamento Belluno” su 12 divisioni schierate dal Brenta a Fener, dalla 6a Armata, su 9 divisioni, da Fener alle Grave di Papadopoli incluse, dalla 5a Armata o “Armata dell’Isonzo”, su 15 divisioni, dalle Grave di Papadopoli escluse, al mare. La riserva del Comando Supremo austro-ungarico era costituita da  5 divisioni.

Complessivamente gli austriaci disponevano di 63 divisioni delle quali 57 di fanteria e 6 di cavalleria appiedate. La forza aerea poteva contare su 450 velivoli. La sistemazione difensiva nemica era molto robusta e in certi tratti del fronte formidabile, specie nella regione del Grappa, dove il terreno consentiva di esaltare la difesa attiva.
In particolare fra il Brenta e il Piave, su un fronte di circa 22 chilometri in linea d’aria, gli austriaci disponevano di 151 battaglioni, 3100 mitragliatrici e 1175 pezzi di artiglieria: uno schieramento difensivo di elevata resistenza e reattività.

Inizio della battaglia.

La battaglia ebbe inizio alle ore tre della notte del 24 ottobre con un violentissimo fuoco di preparazione contro tutte le posizioni austriache; nel contempo, nella notte fra il 23 e 24 ottobre, reparti della 7a  Divisione del generale inglese Lambert Conte di Cavan, nonostante la furia delle acque del Piave, utilizzando barconi del genio, con azione di sorpresa conquistarono l’isola della Grave di Papadopoli, una formazione ghiaiosa lunga circa otto chilometri e larga due chilometri.

Subito dopo la costituzione della testa di ponte, unità della 4a Armata del Grappa scattarono all’assalto contro le posizioni austriache dell’Asolone, Cima Pertica, Col della Berretta, Valderoa, Monte Solarolo, Monte Spinoncia dove, dopo numerosi aspri combattimenti, vennero raggiunti apprezzabili risultati nonostante la tenace resistenza ed i ripetuti contrassalti del valoroso avversario.

Il Monte Asolone, il Solarolo e il Monte Valderoa furono più volte conquistati e perduti. In tre giorni di accaniti combattimenti l’Armata del Grappa, sebbene non avesse conseguito il pieno successo, costrinse gli austriaci ad impiegare e logorare le loro riserve a tutto vantaggio del settore di pianura da dove doveva avvenire lo sfondamento decisivo.

Sull’Altopiano dei Sette Comuni, nel frattempo, unità della 6a Armata, per mascherare i preparativi della vera offensiva, lanciavano un attacco notturno verso il Monte Sisemol. 
Nel basso Piave, per effetto delle piogge intense cadute su tutto il settore del fronte orientale, fu necessario rinviare il passaggio del fiume alla sera del 26 ottobre.
A causa delle acque impetuose del Piave, che impedivano il gittamento dei ponti, l’Armata del Grappa dovette sostenere da sola tutto il peso dell’offensiva; essa costituì la chiave di volta per il conseguimento della manovra strategica finale.

Nella notte del 26 ottobre i reparti del genio della 12a, 8a e 10a Armata, nonostante l’impeto del fiume, che ostacolava gli ancoraggi delle barche, iniziarono il gittamento dei ponti per passare sulla sponda opposta nel tratto di fiume compreso fra Pederobba e Ponte di Piave. L’operazione, già di per sé difficoltosa a causa delle non buone condizioni del Piave, fu inoltre caparbiamente ostacolata dal fuoco violentissimo delle artiglierie nemiche, specie nel settore dell’8a Armata, dove i genieri riuscivano a costruire appena due ponti dei sette previsti: alcuni traghetti quasi ultimati vennero più volte colpiti e distrutti dalle granate dell’artiglieria austriaca.

Nonostante la furiosa reazione dell’avversario, nella notte del 27 ottobre furono costituite tre teste di ponte:
- la prima nel settore della 12a Armata in corrispondenza di Valdobbiadene con reparti della 52a Divisione Alpina e unità della 23a Divisione francese;
- la seconda nel settore dell’8a Armata nella piana di Sernaglia-Falzè di Piave con la 57a e la 1a Divisione d’Assalto e con la Brigata “Cuneo”;
- la terza nel settore della 10a Armata nella zona tra Tezze e Cimadolmo con unità del XIV Corpo d’Armata britannico e della 37a Divisione.

Vista la critica situazione creatasi sul basso Piave, il maresciallo Boroevic inviò due divisioni di riserva strategica alla 6a Armata al fine di eliminare le teste di ponte italiane realizzate sulla sinistra del fiume.
Le truppe dell’8a Armata che si erano spinte sino a Pieve di Soligo vennero a trovarsi, a seguito della distruzione dei ponti sul fiume, in una situazione di pericolo perché completamente isolate dal resto dell’armata.
Di fronte a quella minaccia il generale Caviglia, comandante dell’8a Armata, di sua iniziativa diede ordine al XVIII Corpo d’Armata di passare il fiume sui ponti di barche della 10a Armata a Palazzón (schierata alla sua destra) e subito dopo puntare su Conegliano. Fu la mossa vincente. L’attacco riprese slancio su tutto il fronte del Piave.
Superata la crisi dell’ attraversamento del fiume, nella notte del 29 le teste di ponte oltre il Piave si saldarono costituendo un unico ampio saliente da Alano di Piave sino a Cimadolmo.
Il 29 ottobre le unità dell’8a Armata avanzarono su tutto il fronte dell’Armata travolgendo tutte le resistenze nemiche raggiungendo l’obiettivo primario.

La 12a Armata con reparti della 52a Divisione Alpina (con i Battaglioni Alpini Verona, M. Baldo, Morbegno e Tirano) e della 23a Divisione francese iniziarono il movimento verso est conquistando, dopo aspri combattimenti, Monte Perlo - Monte Pianar, M. Cesen e Alano di Piave.

Fra i molti atti di eroismo vissuti dalle varie Armi dell’esercito italiano durante la Battaglia di Vittorio Veneto, merita particolare riconoscimento l’opera svolta dall’Arma del Genio, impegnata nel gittamento dei ponti sul Piave. Gli eroici genieri diedero un importante contributo per l’esito finale dell’offensiva. Violentemente battuti dal tiro delle artiglierie nemiche, gli infaticabili genieri, al prezzo di molti sacrifici, lottando di giorno e di notte contro la furia delle acque, gettarono numerosi ponti per il passaggio delle nostre unità sulla riva sinistra del Piave.

Mentre la battaglia era in pieno sviluppo, il giovane Imperatore Carlo I, in presenza di una situazione ormai insostenibile, il 26 ottobre, con un telegramma diretto al Kaiser, esprimeva chiaramente l’intenzione dell’Austria di richiedere una pace separata e un armistizio immediato con l’Italia alfine di evitare la distruzione dell’Esercito e, il 29 ottobre, con l’esercito in ritirata e l’impero in pieno disfacimento, Carlo I chiedeva all’Italia un armistizio.

All’alba del 29 si presentava ai nostri avamposti di Serravalle, in Val Lagarina, il capitano di Stato Maggiore Camillo Ruggera, con una lettera del generale Weber da consegnare al Comando Supremo italiano, con la richiesta di iniziare le trattative per un immediato armistizio.

Frattanto, il mattino del 30 ottobre, le divisioni dell’esercito italiano iniziarono una avanzata generale dallo Stelvio al mare per sfruttare il successo ottenuto, incalzando il nemico in rotta.

Sempre nella mattinata del 30 ottobre, avanguardie di cavalleggeri e bersaglieri ciclisti dell’8a Armata, occuparono Vittorio Veneto spezzando in due parti l’esercito nemico. Nello stessa giornata anche la 3a Armata del Duca d’Aosta, che comprendeva anche il 332° Reggimento americano, dopo aver forzato il Piave a San Donà, entrò in azione con obiettivo Motta di Livenza, facendo decine di migliaia di prigionieri.

Nel pomeriggio del 30 ottobre, la 6a Armata austro-ungarica, dissanguata e sfinita dai violenti combattimenti dei giorni precedenti, ripiegava sulla seconda posizione di difesa in corrispondenza del fiume Monticano, incalzata dall’avanguardia della 10a Armata.
Sotto la spinta offensiva delle tre armate (12a, 8a e 10a) anche la seconda posizione difensiva iniziò a sbriciolarsi. Iniziarono i primi ammutinamenti fra le truppe ungheresi desiderose di raggiungere la propria casa.

Iniziava anche per l’esercito imperiale austro-ungarico una disfatta di proporzioni molto superiori a quella di Caporetto, ma questa volta in modo irreversibile.
Il giorno 31 ottobre segnò il crollo delle armate austro-ungariche presenti in Italia; le truppe ungheresi, cecoslovacche e serbo-croate si rifiutarono di combattere ritirandosi di loro iniziativa verso la loro terra.

Nel pomeriggio del 1 novembre veniva liberata Belluno, il 2 cadevano in nostre mani Udine e Rovereto, il 3 novembre unità della 7a Armata raggiungevano Malé in Val di Sole, mentre nelle prime ore del pomeriggio, unità della 1a Armata (i cavalleggeri di Alessandria, gli alpini del IV Gruppo e il XXIX reparto d’assalto) entravano in Trento.

Quasi alla stessa ora i cacciatorpediniere “Audace”, “Fabrizi”, “Missori” e “La Masa”, sbarcavano a Trieste due battaglioni di bersaglieri e una compagnia della marina militare accolti dall’entusiasmo di migliaia di cittadini. Sul castello di San Giusto e sulla torre del Municipio venne issato il tricolore.
Il costo in vite umane per l’esercito italiano e per i nostri Alleati nell’ultima battaglia  fu consistente: in totale 36.498 militari tra morti feriti e dispersi.
Alle ore 18 dello stesso giorno a Villa Giusti, presso Padova, le Commissioni di armistizio di Italia e Austria - Ungheria firmarono l’armistizio che fissava la fine delle ostilità per le ore 15.00 del 4 novembre.
Il 4 novembre, alle ore 12.00, il generale Diaz diramava alle sue truppe e alla nazione il bollettino di guerra n. 1268 che annunciava la vittoria dell’esercito italiano e della fede e tenacia di tutto il popolo italiano:

La guerra contro l’Austria - Ungheria, che sotto l’alta guida di S.M. il Re, Duce Supremo, l’esercito italiano inferiore per numero e per mezzi  iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte 51 divisioni italiane, 3 britanniche, 2 francesi, 1 cecoslovacca ed 1 reggimento americano contro 63 divisioni austro-ungariche, è finita.
La fulminea arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della Settima Armata ed ad oriente da quelle della Prima, Sesta e Quarta, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre, l’irresistibile slancio della Dodicesima, dell’Ottava, della Decima Armata e delle Divisioni di Cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca D’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta Terza Armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute.
L’ esercito austro-ungarico è annientato; esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiali di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni.
I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”.

Armando Diaz                                                                                                                   
Considerazioni.
Il nostro mancato intervento nel 1914 a fianco degli Imperi Centrali che avevano scatenato una guerra di aggressione fu determinante per il successo finale della coalizione dell’Intesa
Le battaglie del Solstizio e di Vittorio Veneto crearono le premesse per la fine anticipata del lungo e sanguinoso conflitto mondiale evitando all’Italia e ai paesi dell’Intesa altri enormi sacrifici e la perdita di tante vite preziose.
Senza la vittoria italiana, gli Imperi Centrali avrebbero potuto resistere almeno sino alla primavera del 1919, come avevano previsto i Governi delle Potenze dell’Intesa.
Una settimana dopo l’ armistizio di Villa Giusti, l’11 novembre 1918, l’armistizio fra gli alleati dell’Intesa e la Germania pose fine al sanguinoso conflitto mondiale.
Le conseguenze della Prima Guerra Mondiale sulle nazioni belligeranti ebbero la portata di un terremoto e provocarono la distruzione dell’equilibrio fra le potenze europee, equilibrio che era stato costruito durante molti secoli: nel giro di quattro anni decaddero quattro monarchie, quella di Austria - Ungheria, di Russia, di Germania e di Turchia.
La vittoria conseguita al prezzo di grandissimi sacrifici ci permise di completare l’unificazione del suolo patrio e l’unità politica della Nazione, essa rappresentò il culmine di oltre un secolo di lotte risorgimentali perseguite tenacemente da una folta schiera di martiri, patrioti ed eroici soldati che credevano in un’Italia unita, indipendente e libera dalla secolare egemonia di molte potenze straniere.
Fra i molti patrioti che diedero il loro prezioso contributo di generosità, di valori umani e di sangue per l’unità d’Italia ricordo i 1047 volontari triestini, i 324 friulani, i 410 istriani, i 215 dalmati, i 111 fiumani ed i 1200 volontari della Legione Trentina che testimoniarono la loro fede per l’Italia affrontando spesso l’estremo sacrificio.

Ricordo e significato del 4 Novembre 1918

La rievocazione della Battaglia di Vittorio Veneto mi offre lo spunto per ricordare, soprattutto alle giovani generazioni, quale fu l’importanza storica, politica, militare e sociale della Grande Guerra e della sua vittoriosa conclusione il 4 novembre 1918.
Mi sembra doveroso che gli italiani ricordino con cerimonie la giornata del  4 novembre e attestino sincera gratitudine e riconoscenza verso quei valorosi Soldati della Prima Guerra Mondiale che, giustamente, possiamo considerare l’aristocrazia del valore, i quali risposero con slancio e grande generosità alla chiamata della Patria.
E’ giusto ricordare, custodire e far conoscere, soprattutto tra i giovani, quegli avvenimenti, quei sacrifici senza limiti, quelle sofferenze di quegli eroici Soldati con sentimenti di gratitudine, di grande rispetto e ammirazione.
Uomini di ogni credo politico, di ogni ceto e condizione sociale, accorsero da tutte le parti d’Italia e dall’estero, uniti in solidarietà per servire in armi la Patria.  Accomunati nel crogiuolo della trincea e della battaglia, con
soldati di altri dialetti, di altri costumi, impararono a conoscersi e socializzare insieme al punto di chiamarsi fratelli.

Fanti, alpini, bersaglieri, granatieri, artiglieri, cavalieri, genieri, trasmettitori, finanzieri, carabinieri, soldati dei servizi logistici, dai ghiacciai dell’Adamello alle arse trincee del Carso, dal Monte Nero al Monte Ortigara, dal Pasubio al Monte Grappa, scrissero pagine di eroismo e di grande umanità.
Non furono da meno i coraggiosi aviatori e marinai che, con le loro eroiche imprese, contribuirono in maniera determinante alla vittoria finale delle nostre armi.
Dopo la tragica Battaglia di Caporetto, che nel giro di poche ore travolse il destino di migliaia di soldati e di oltre un milione di civili, il Regio Esercito Italiano e il paese ritrovarono insieme la forza e la volontà di resistere e combattere sul Piave.
Sul Piave, fiume sacro alla Patria, i petti dei ragazzi del ’99 crearono un invalicabile baluardo per la salvezza e la resurrezione d’Italia. Il loro impegno fu fondamentale, da loro iniziò la riscossa dopo la disfatta di Caporetto per ridare slancio ed entusiasmo ai soldati disanimati radicati sulle infuocate trincee del Piave e del Grappa.
E, nell’ottobre del 1918, dal Monte Grappa iniziava quella offensiva vittoriosa che si concludeva con la definitiva sconfitta dell’Austria - Ungheria.
Pochi, all’inizio della guerra, erano consapevoli della tragedia che avrebbe colpito il nostro popolo oltre seicentocinquantamila caduti, un milione e mezzo di feriti, un’intera generazione di giovani falciata;  migliaia di lutti di tante madri, spose, figli, infiniti sacrifici, sofferenze, distruzioni di ogni genere.
Oggi possiamo misurare pienamente ciò che i quattro anni di quella guerra rappresentarono per il nostro popolo e per i popoli dell’Europa.
Milioni di uomini si ritrovarono a combattere nel fango delle trincee  sotto una pioggia di ferro e di fuoco che provocò paurose carneficine specie tra le unità di fanteria.
Dopo 41 mesi di guerra durissima il nostro popolo uscì da quella spaventosa tragedia certamente provato, ma vittorioso e, quel che più conta, finalmente unito e libero.
Una vittoria costruita da una massa di modesti contadini con il fucile in mano al posto della zappa, che lottò con fatica e in silenzio senza mai nulla chiedere, anche quando andavano a morire sulle alture del Carso, sui ghiacciai dell’Adamello, sul Pasubio, sull’Ortigara, sul Monte Grappa o sulle sponde del Piave in nome dell’Italia.
Sono trascorsi ormai novantaquattro anni dall’inizio di quella immane tragedia, un evento che coinvolse milioni di uomini in ogni parte del pianeta, e che cambiò in modo definitivo il volto dell’Europa.
Durante quegli anni ormai lontani, ma sempre vivi nella nostra memoria, molti Soldati si resero protagonisti di innumerevoli episodi, semplici od eroici, grandi o piccoli per contribuire all’unità e libertà della nostra Patria.
Ritengo, quindi, giusto e doveroso ricordare con gratitudine e onorare tutti quei valorosi Soldati, che senza odio ma con alto senso del dovere e sorretti dalla fede in Dio, spesero la loro giovane esistenza per l’Italia.
Con lo stesso spirito ricordiamo e rendiamo onore ai valorosi e cavallereschi nostri avversari di allora, appartenenti ad uno dei più potenti eserciti del mondo, che con alto senso del dovere e dell’onore, lottarono con grande coraggio, spirito di sacrificio e fedeltà per la loro Patria.

Oggi siamo sempre più convinti che le guerre, tutte le guerre, sono da condannare e da evitare perché sono fonte di odi, povertà, devastazioni morali e materiali inaudite. La pace va costruita, difesa e mantenuta quotidianamente al di là dei Trattati, soprattutto con il nostro comportamento che deve essere improntato ad iniziative di solidarietà, sincera collaborazione e al dialogo reciproco.

Oggi, gli uomini e le donne delle nostre Forze Armate, nel solco tracciato dagli eroici Soldati di Vittorio Veneto, rinnovano le tradizioni di amor di Patria, spirito di sacrificio e abnegazione, operando con altissima professionalità e assoluta correttezza di comportamenti, spesso rischiando la vita, nelle numerose e complesse missioni nel mondo, a sostegno della sicurezza, della legalità, della ricostruzione e per rafforzare la pace. In questo importante anniversario ricordiamoli con affetto e riconoscenza perché, con lo stesso spirito dei ragazzi del Piave e del Monte Grappa, ogni giorno con grande umiltà e generosità, onorano la nostra Patria e la nostra Bandiera.
Se la nostra coscienza di cittadini avrà saputo raccogliere il senso di quel enorme sacrificio, di quelle nobili virtù, di quelle tensioni ideali, di quei dolori sofferti in nome dell’Italia che Loro ci hanno lasciato, e ricorderemo con religioso rispetto quelle eroiche vicende, allora quei Soldati continueranno a vivere nel nostro animo, nell’animo dei nostri figli e nel cuore della nostra comune madre, la Patria.
Potremo dire allora che il sacrificio delle loro giovani vite non è stato vano ma ha prodotto fecondi e copiosi semi di pace.
Il retaggio di quel immenso patrimonio di valori ideali e di virtù civiche di quegli eroici soldati, costituisca non solo per noi ma per tutti i popoli dell’Europa motivo di riflessione ed esperienza e sia un valido aiuto per costruire un futuro migliore, di pace, di libertà, di giustizia, di progresso, rispettoso della dignità di ogni uomo e di ciascun popolo.
Che ogni nostra azione sia degna della loro memoria e del loro eroismo.
Generale di Brigata Tullio Vidulich


L’ultima lettera scritta ai genitori, la sera prima dell’assalto, del sottotenente Adolfo Ferrero, di venti anni, di Torino, del 3° Reggimento Alpini, battaglione Val Dora, medaglia d’argento al valor militare, alla memoria, caduto eroicamente il 19 giugno 1917 sul Monte Ortigara, le cui gloriose spoglie riposano nel Sacrario Militare  di Asiago. La lettera testamento, il cui originale è esposto nel Museo del Sacrario di Asiago, venne ritrovata nel luglio 1958, esattamente 41 anni dopo, accanto alle ossa di un caduto che si presume siano quelle dell’attendente, racchiusa in un portafoglio. Ancora oggi il prezioso testamento testimonia la grande carica umana e spirituale che animava quella generazione di uomini in grigioverde:
ore 24, 18 giugno 1917
“Cari genitori,

scrivo questo foglio nella speranza che non vi sia bisogno di farvelo pervenire. Non ne posso fare a meno. Il pericolo è grave, imminente.
Avrei un rimorso se non dedicassi a voi questi istanti di libertà per darvi un ultimo saluto. Voi sapete che io odio la retorica..... No, no, non è retorica quello che sto facendo. Sento in me la vita che reclama la sua parte di sole; sento le mie ore contate, presagisco una morte gloriosa ma orrenda.
Fra cinque ore vi sarà un inferno. Fremerà la terra, si oscurirà il cielo, una densa caligine coprirà ogni cosa, e rombi, tuoni e boati suoneranno fra questi monti, cupi come le esplosioni che in questo istante medesimo sento in lontananza. Il cielo si è fatto nuvoloso; piove.
Vorrei dirvi tante cose, .....tante.....ma voi ve l’immaginate. Vi amo. Vi amo tutti, tutti.....Darei un tesoro per potervi rivedere. Ma non posso.....il mio cieco destino non vuole. Penso, in queste ore di calma apparente, a te Papà, a te Mamma, che occupate il primo posto nel mio cuore; a te o Beppe, fanciullo innocente, a te, Adelina.....Che vi debbo dire? Mi manca la parola! Mi manca la parola: un cozzar d’idee, una ridda di lieti e tristi fantasmi, un presentimento atroce mi tolgono l’espressione...No, no, non è paura. Io non ho paura! Mi sento ora commosso, pensando a voi, a quanto lascio; ma so dimostrarmi forte dinanzi ai miei soldati, calmo e sorridente. Del resto anch’essi hanno un morale elevatissimo.
Quando riceverete questo scritto, fattovi recapitare da un’anima buona, non piangete. Siate forti come avrò saputo esserlo io. Un figlio morto in guerra non è mai morto. Il mio nome resta scolpito nell’animo dei miei fratelli; il mio abito militare, la mia fidata pistola (se vi verrà recapitata), gelosamente conservati, stiano a testimonianza della mia fine gloriosa. E se per ventura mi sarò guadagnata una medaglia, resti quella a Giuseppe.
O genitori, parlate, parlate, fra qualche anno, quando saranno in grado di capirvi, ai miei fratellini, di me, morto a vent’anni per la Patria. Parlate loro di me; sforzatevi di risvegliare in loro il ricordo di me ...Che è doloroso il pensiero di venir dimenticato da essi....Fra dieci, vent’anni forse non sapranno più d’avermi avuto fratello....A voi mi rivolgo. Perdono, perdono vi chiedo, se vi ho fatto soffrire, se v’ho dato dispiaceri. Credetelo non fu per malizia. La mia inesperta giovinezza vi ha fatto sopportare degli affanni: vi prego di volermi perdonare.....Spoglio di questa vita terrena andrò a godere di quel bene che credo di essermi meritato. A Voi Babbo e Mamma, un bacio, un bacio solo che dica tutto il mio affetto. A Beppe, a Nina un altro, ed un monito: ricordatevi di vostro fratello, sacra è la religione dei morti. Siate buoni. Il mio spirito sarà con voi sempre. A voi lascio ogni mia sostanza. E’ poca cosa. Voglio però che sia da Voi gelosamente conservata. A Mamma, a Papà lascio…. il mio affetto immenso. E’ il ricordo più stimabile che posso loro lasciare. Alla zia Eugenia, il Crocifisso d’argento; al mio zio Giulio, la mia Madonnina d’oro. La porterà certamente. La mia divisa a Beppe, come le armi e le robe mie. Il portafoglio (L. 100) lo lascio all’attendente.
Un bacio ardente d’affetto dal vostro affezionatissimo Adolfo”.



Bibliografia

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Ministero Difesa – Stato Maggiore dell’Esercito – Ufficio Storico: “L’esercito italiano nella Grande Guerra 1915-1918)” – Volume V: Le operazioni del 1918, Tomo 1: “Gli avvenimenti dal gennaio al giugno (narrazione)”;
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