Trieste 1918 -2008: i temi premiati

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Riportiamo i 3 temi premiati al concorso bandito dall'Assoarma e alcune immagini della premiazione.

I PREMIO: Natalie SMREKAR, Classe III G – Scuola Secondaria di Primo Grado “Divisione Julia”

II PREMIO: Francesca RINALDI, Classe III C – Istituto Comprensivo “A. Bergamas”

III PREMIO: Aurelia SELIMI, Classe III C – Istituto Comprensivo “A. Bergamas”

Natalie SMREKAR
Classe III G – Scuola Secondaria di Primo Grado “Divisione Julia”

RICERCA NELLE MEMORIE DELLA TUA FAMIGLIA VICENDE LEGATE ALLA GRANDE GUERRA


Trieste, nonostante per noi sia normale pensarlo, non è sempre stata una città italiana: infatti, all’inizio della prima guerra mondiale apparteneva da tempo all’Impero Austro-Ungarico.
A quel tempo la mia bisnonna, originaria di Maniago, a sedici anni fu ospitata a Trieste da una sua zia che però non l’aveva notificata. Alcuni vicini accorgendosi che era italiana, la denunciarono, così finì in carcere che all’epoca si trovava in via Madonna del Mare (ora sede della Biblioteca Civica).
Lì resto per alcuni giorni finchè, il 15 settembre 1914, pochi giorni dopo che le forse francesi opposero un’ultima e disperata resistenza lungo la Marna, fu mandata in Austria in internamento, vale a dire in un campo in cui le persone svolgevano dei lavori forzati durante l’attesa di essere rimpatriate, anche se non molti tornavano a casa.
Durante la sua permanenza nel campo, alcune persone addirittura dissero di esserle parenti per portarla in Germania, ma per fortuna trascorsi due mesi, grazie alla Croce Rossa, passando per la Svizzera, che era neutrale, ritornò in patria e quindi dalla sua famiglia a Maniago, che però nel frattempo era stata occupata dagli Austriaci. Così la mia povera bisnonna dovette lavorare per loro fino alla fine della guerra, avvenuta nel 1918.
Il mio bisnonno, originario di Martinafranca in provincia di Lecce, chiamato alle armi, era stato mandato al fronte sul Carso; era giovane ed era un guastatore, in pratica aveva il compito di tagliare le reti delle trincee nemiche, che erano quelle Austriache.
Durante una di queste operazioni il mio bisnonno fu catturato e portato fuori dalla trincea in un campo lì vicino; siccome egli aveva un carattere allegro e sapeva suonare e cantare, attirò l’attenzione di alcune signore, mogli degli ufficiali, che favorirono lui e i suoi compagni. Potè così ricevere lettere e pacchi viveri e non fu trattato come un prigioniero, così fortunatamente quel periodo per lui non fu molto duro.
Nel 1918 a guerra finita, egli si recò a Trieste da suo cugino dove nel dicembre conobbe la mia bisnonna: entrambi avevano un passato di guerra da dimenticare, avendo vissuto in prima persona il conflitto e pur non essendo nati in questa città crearono qui la loro famiglia, da cui discendo anch’io.

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Francesca RINALDI
Classe III C – Istituto Comprensivo “A. Bergamas”

3 NOVEMBRE 1918 VISTO DA UN RAGAZZO DI OGGI
Cari amici, sono una ragazza di tredici anni, frequento la terza media e vivo a Trieste. La mia città, essendo città di confine, è sempre stata una città contesa e soggetta ad invasioni di stati vicini.
Quest’anno a scuola con l’insegnante di italiano abbiamo affrontato per storia, l’argomento della “Prima Guerra Mondiale”.
La professoressa ci ha spiegato i fatti che l’hanno scatenata e come la nostra città sia stata teatro di guerra.
Mentre spiegava la mia mente ha iniziato a vagare nel passato ed ho incominciato ad immaginare come poteva essere l’atmosfera in quel periodo “brutto” di guerra.
Con la mia fantasia camminavo per le strade della città e vedevo la gente impaurita e sentivo raccontare dalle persone, che si radunavano per le strade, le imprese dei nostri soldati sull’altopiano Carsico e Goriziano, che combattevano contro l’esercito austriaco. Il nostro nemico.
Continuavo a camminare e pensavo ai nostri soldati affamati e infreddoliti riparati nelle trincee e quelli meno fortunati andare all’attacco dei nemici austriaci con armi “preistoriche” , ma all’avanguardia per quei tempi. Infatti in questa guerra non esistevano i carri armati, usati nella seconda guerra mondiale.
Questa guerra, infatti, è stata chiamata guerra di posizione e di trincea, perché le battaglie venivano consumate da una trincea all’altra, cioè da un “fossato” all’altro.
Mentre camminavo per le vie giunsi in una grande piazza affacciata sul mare, la riconobbi subito era Piazza Unità, ma in quel tempo veniva chiamata “Piazza Grande”. Non ebbi nemmeno il tempo di capire ciò che stesse accadendo che una moltitudine di persone andò verso il Molo Audace, che nel 1918 si chiamava Molo San Carlo. Anch’io mi diressi verso il Molo e una nave ci venne incontro, con una grande bandiera Tricolore a poppa. Gli uomini sopra la nave iniziarono a salutare, poi sbarcarono, erano i Bersaglieri al comando del Generale Carlo Petitti di Roreto. L’uomo aveva un braccio al collo perché era stato ferito in una precedente battaglia in Albania. L’arrivo della nave era il segnale che i nostri fanti avevano fatto arretrare l’esercito austriaco liberando Trieste e il Carso dalla loro dominazione.
Il Generale venne salutato con entusiasmo e visto come un eroe.
Nel frattempo i triestini scendevano a gruppi per le strade e si riversavano in piazza e in breve tempo le strade, le finestre, le rive erano gremite di gente.
Una commozione invase gli animi di tutti e anche il mio: per un istante ero protagonista di un simile evento.
Tutti gridavano “VIVA L’ITALIA! BENVENUTI! FINALMENTE!
Avevano vinto. Era il 3 novembre 1918. Il giorno di San Giusto patrono della città.
La mia mente estasiata per questa esperienza, un po’ alla volta, mi riportò indietro e mi ritrovai di nuovo seduta in classe, con la prof che mi guardava.
Avrà pensato : “Francesca, Francesca perché non mi ascolti?”, ma lei non poteva sapere che io avevo vissuto con la mia fantasia un viaggio fantastico nella storia della mia città.


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Aurelia SELIMI
Classe III C – Istituto Comprensivo “A. Bergamas”


TRIESTE VISTA DA UN RAGAZZO DI OGGI

Io sono albanese ma ho vissuto 11 anni in Italia. Sono arrivata a Trieste da circa un anno, ma non mi sono mai chiesta quale fosse l’origine di questa città finchè a scuola non abbiamo affrontato l’argomento e mi è venuta voglia di approfondire la questione del 3 novembre 1918.
Infatti quel giorno avvenne la liberazione di Trieste dall’Austria e la sua unione al Regno d’Italia.
Mi immagino tutta l’allegria del popolo che finalmente dopo tanti anni di guerra era finalmente ridiventato italiano.
Qualche giorno prima era arrivato a bordo di un aereo un semplice marinaio, Giuseppe Pagliacci. Fu portato con trionfo nel Palazzo del Governo. Là lesse il messaggio che annunciava la liberazione di Trieste per il giorno seguente.
Il 3 novembre 1918, infatti al Molo San Carlo attraccò il cacciatorpediniere “Audace” da cui prese nome il Molo.
Dall’imbarcazione uscì il generale Carlo Petitti di Roreto il quale venne portato dalla folla impazzita nel Palazzo Municipale.
Il mattino del 4 novembre, il Generale salì davanti alla facciata della Cattedrale di San Giusto e offrì le armi alla Chiesa, come gli antichi romani facevano sul Campidoglio, mentre la folla sventolava il Tricolore, che le donne triestine avevano segretamente cucito e poi nascosto nel giardino di casa Slataper.
Ma come mai i Triestini erano così contenti di ridiventare italiani? Dopo che Tergeste (l’antico nome di Trieste) venne fondata nel II secolo a.C. dai romani, che grazie a loro ebbe un lungo periodo di prosperità, incominciarono lunghe battaglie: prima cadde sotto i Goti, che poi vennero cacciati dall’Impero Bizantino, in seguito venne distrutta dai Longobardi che saranno in seguito sconfitti dai Franchi.
Intanto cresceva la potenza veneziana, infatti nel 1202, il doge conquistò la città, ma Trieste si ribellò originando una lunga serie di guerre contro Venezia.
Così nel 1382, Trieste si pone sotto la protezione dell’Austria dove rimase per altri cinque secoli.
Così quando nel 1915 l’Italia entrò in guerra, gli irredentisti pensarono che avessero qualche possibilità di ridiventare italiani e così in molti combatterono a fianco dei soldati italiani.
Quindi, secondo me i Triestini erano finalmente felici di appartenere all’unico stato che gli aveva dato prosperità, inoltre avevano la stessa lingua e gli stessi costumi che i Triestini avevano conservato, nella speranza di ridiventare italiani.