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da "Il Corriere della Sera" online del 7/2/04

La cassaforte della vecchia Dc? In una baracca


Da 508 palazzi a una baracca di campagna Caccia alla cassaforte scomparsa della Dc
L' INCHIESTA: IL TESORO DELLA DC. Da Roma al Lago di Garda fino alla Croazia sulle tracce del patrimonio del partito, finito intestato a un inconsapevole italo-croato senza lavoro stabile Finanziarie fantasma, prestanome e notai compiacenti all' origine di un «buco nero» di miliardi di vecchie lire su cui indaga la magistratura e si moltiplicano i ricorsi
Rizzo Sergio, Stella Gian Antonio


BUJE (Croazia) - Una carriola senza ruota, una sedia con tre gambe, un po' di legna e matasse di ragnatele: ciò che restava dell' immenso tesoro della Democrazia cristiana è finito qui, in un ripostiglio diroccato nelle campagne di Babici, tra Buje e Umago, in Istria. Finito sulla carta, si capisce. In realtà è sparito nel nulla. Un giochetto di prestigio e, puff!, si è volatilizzato nelle mani di un uomo con doppio passaporto italo-croato. Il solito finanziere d' assalto diventato enormemente ricco con i business postcomunisti? Macché: un poveraccio che, incapace di trovare lavoro, guadagna qualcosa scaricando cassette a Trieste. «Firma qui», gli hanno detto. Ha firmato.

E si è così ritrovato, lui che vive in uno sgangherato monolocale da incubo balcanico, alla testa d' un impero immobiliare. Il tutto per il tempo strettamente necessario a costruire, da parte degli «amici» ai quali aveva fatto il piacerino, una rete di società regolarmente registrate ma destinate a sparire dietro bilanci secretati, muri di silenzio e indirizzi fantasma. Buchi neri come nerissimo è il buco lasciato dalle casseforti del partito che per mezzo secolo ebbe in mano l' Italia. Casseforti dai nomi leggendari come Affidavit, Ser (Società edilizia romana), Sfae, Immobiliare. Proprietarie grazie a migliaia di offerte di povera gente, a decine di sontuose donazioni e magari a qualche inghippo, di edifici come palazzo Sturzo all' Eur, la villa liberty della Camilluccia (che apparteneva alla Sari) o la casa di Alcide De Gasperi in Trentino per un totale, dal magazzino al grattacielo, di 508 immobili. Un patrimonio sconfinato. Che nel giro di pochi anni, nel caos infernale di scissioni, battaglie giudiziarie, rivendicazioni, compromessi e vendite per tappare le voragini di debiti della vecchia Dc o consentire una ripartizione della cassa comune tra questo o quel partito gemmato dal collasso della Balena Bianca, si è via via impoverito. E ha perso, lungo il tormentatissimo percorso di smantellamento, questo o quel pezzo di pregio svenduto a cifre talvolta irrisorie.

Per non parlare di qualche fetta di torta (e che fetta!) sparita nel nulla. Al punto che, su denuncia di Pierluigi Castagnetti, ultimo segretario del Ppi, sono partite un' inchiesta e una catena di azioni giudiziarie che rischiano di dar soddisfazione ai ricorrenti quando dei 205 immobili rimasti in ballo resteranno solo le pietre. Intestate a chissà chi e chissà dove. Come è potuto succedere? E' quello che proveremo a raccontare, ricostruendo i vari passaggi tra finanziarie domiciliate in baracche di lamiera e depositi bancari fasulli e notai di bocca buona e teste di legno improvvisamente comparse sulla scena ed improvvisamente sparite nel nulla. Una storia pazzesca, cialtrona, infame e ridicola, che val la pena di ricomporre andando a ritroso. E cominciando quindi dall' ultima volta in cui le quattro società che custodivano ciò che restava dell' impero democristiano vengono avvistate in Italia. E' il 27 marzo 2003. Nello studio del notaio Claudio Avitabile di Bardolino, sulla sponda veronese del Lago di Garda, un certo Paolo Borgo, un immobiliarista ignoto ai più che il 10 dicembre 2002 è comparso come amministratore unico delle quattro società, si dimette e cede la carica a Silvano Mitrovic, un italo-croato dal doppio passaporto residente a Buje, in Istria, in via Garibaldi 7.

Contestualmente le sedi dell' Affidavit, della Sfae, dell' Immobiliare e della Ser, che già erano state trasferite da Roma a Bergamo subendo alcune metamorfosi di cui diremo, vengono smistate a Babici, in via Zakinji 113. Il posto, in realtà, è a una mezz' oretta di macchina da Trieste appena al di là di Rabuiese. Ma è come se fosse nel Kamchatka: mentre proseguono le cause giudiziarie, in Istria non va a buttarci un occhio nessuno. Peccato. Perché le sorprese sono davvero divertenti. Stando all' efficiente sito Internet e alle ricerche degli impiegati del Tribunale Commerciale di Fiume e della Fina, la società di controllo sulle imprese registrate in Croazia, pare che le storiche casseforti ancora gonfie di immobili siano forse partite dal Lago di Garda ma non siano mai arrivate al di là della frontiera. Sparite. Senza lasciare una traccia neppure nella interminabile lista delle oltre settecento società in liquidazione che occupa decine di pagine. Dove sono finite? Boh... E i beni che avevano nel portafoglio? Boh... Non basta: la sede scelta per la nuova attività oltreconfine delle immobiliari miliardarie traslocate è una catapecchia della contrada Zakinji, che i nostri continuano a chiamare con nome antico di Zacchigna, un borgo vicino a Materada, il minuscolo paesello che Fulvio Tomizza scelse per raccontare nel libro omonimo come nacque l' odio tra italiani e croati che avrebbe portato alla guerra fratricida, alle foibe, all' esodo forzato e tragico della nostra comunità. Un cespuglio di case, covoni di fieno, qualche filare di vite, un po' di galline e conigli. «Immobiliar de cossa?», chiede stupefatto Enrico Zacchigna, che abita una porta più in là. E' vecchio, acciaccato e piegato dal mal di schiena ma non perde un colpo con la testa. E giura: «Mai savudo de immobiliari. Mai visto nisùn. Mai vista ' na machina. Niente de niente». Racconta anzi che un paio di anni fa erano venuti quelli del Comune: «Un caos. El numero 111 xè diventà 116, il 113 xè diventà 112, il 115 xè diventà 114 o non so cossa, fatto sta che a un certo punto non ci si capisce più niente. Il 113? E chi lo sa? Era quella baracca ma adesso...». Quanto a Silvano Mitrovic, per lui è un fantasma come le società di cui figura essere il titolare: «Qua conosco tutti, dalla valle del Quieto a Salvore, ma giuro che questo nome non l' ho mai sentito. Mai. Sicuro che esiste?». Esiste. Lui sì, esiste. Solo che non è in grado neanche di cambiare la vecchia auto ansimante con una nuova. Ha 44 anni, è figlio di imbianchino e di una casalinga che arrotonda la pensione facendo la domestica a Trieste e fatica da sempre a mettere insieme il pranzo e la cena. Guadagnata la licenza dell' ottava elementare, musicista nel gruppo «Azur» in giro per balere, ha fatto per un po' il garzone di macelleria, poi si è arrangiato in mille lavori senza mai trovare il suo: un mese qua, un mese là, una settimana da un' altra parte. Fallito il matrimonio, per non tornare a vivere coi genitori all' indirizzo che ha dato al notaio, si è sistemato in uno sgarrupato monolocale al primo piano di una oscena palazzina annerita e scrostata alla periferia del paese. Quando ha saputo di avere posseduto, sulla carta, decine di miliardi, poco poco sveniva al telefono: «Ma no, non è possibile, ho messo solo due firme...". In cambio di soldi? "Neanche una kuna! E' stato un favore. Mi hanno detto che era tutto regolare. Che non avrei avuto grane. E adesso? Posso spiegare tutto. Io sono a posto. Ci vediamo alle sette. Vi racconto tutto». All'appuntamento, però, non arriverà mai. Alle cinque del pomeriggio, dopo aver sentito qualche misterioso «amico», cambia versione: «E allora? Sì, ho comprato io». Con che soldi? «Che vi frega?». Con che soldi? «E devo spiegarlo a voi? Cosa volete da me? Ma fatevi gli affari vostri!». Clic.

Sergio Rizzo Gian Antonio Stella

Origine e fine della Dc

NEL 1942 La nascita clandestina Alcuni dirigenti del disciolto Partito popolare di Don Sturzo fondano clandestinamente, nel 1942, la Democrazia cristiana, che guida il Paese, con varie coalizioni, dal ' 45 al ' 93 ANNI ' 50-' 70 Da De Gasperi a Moro Alle elezioni del 1948 la Dc di De Gasperi ottiene il 48,5% di voti. Nel ' 54 è segretario Fanfani: nel ' 59 viene sostituito da Moro, che dà voce ai dorotei. Negli anni ' 70 torna alla guida Fanfani ANNI ' 80-' 90 Il Caf e Martinazzoli Negli anni ' 80 alla guida c' è De Mita, poi Forlani che si allea con Craxi a sostegno del governo Andreotti (il «Caf»). Mani Pulite si abbatte sulla Dc, che viene sciolta da Martinazzoli nel ' 94 Patrimonio svanito IMMOBILI L' enorme patrimonio della Democrazia cristiana, costituito da 508 immobili (edifici di pregio ma anche semplici magazzini) era gestito in origine da quattro società: Affidavit, Ser (Società edilizia romana), Sfae, Immobiliare LA CESSIONE Con la fine della Dc nel 1994, la storia del patrimonio si complica. Nel 2002 risulta amministratore unico Paolo Borgo: l' anno dopo cede la carica a Silvano Mitrovic, un italo-croato residente in Istria VIA ZAKINJI La sede della nuova società immobiliare è una casa fatiscente in via Zakinji 113 a Babici, in Istria. La persona che risulta titolare, Mitrovic, abita in un monolocale ed è sempre vissuto facendo piccoli lavori

da "Il Piccolo" su [Kataweb]

Il tesoro della Dc: è giallo

di Silvio Maranzana

Sembra un «giallo» senza fine la vicenda del patrimonio immobiliare dell’ex Democrazia cristiana finito in Istria: 205 tra palazzi, appartamenti e sedi di circoli. Dopo la scoperta fatta dal Corriere della sera del passaggio delle finanziarie a una società amministrata da Silvano Mitrovic, croato di 44 anni di Buie, che ha sede in una casa che risulta di proprietà di Roberto Giurissevich, 60 anni, in località Zacchigni, lo stesso papà di Mitrovic, Spasoje, ha ammesso che il figlio avrebbe «messo alcune firme sperando di poter aprire un ufficio in Istria». Adesso salta fuori un ulteriore atto di compravendita firmato sempre nello studio del notaio Claudio Avitabile di Bardolino, sponda veronese del lago di Garda che, nell’agosto scorso, registra il passaggio di 152 dei 205 immobili in questione, a un altro istriano, Silvano Brajkovic, 41 anni, domiciliato, a Crasizza nei pressi di Buie. Tra questi ultimi non risulta Palazzo Diana a Trieste che però, anche sulla scorta delle dichiarazioni rilasciate dai dirigenti locali, sembrerebbe aver preso comunque la strada istriana.

TRIESTE - C’è un altro colpo di scena nella vicenda dei 205 palazzi, parte dell’immenso tesoro immobiliare dell’ex Democrazia Cristiana, finiti non si sa come nelle mani di alcune società fantasma in Istria. Ed è un colpo di scena recentissimo.

Dopo la scoperta da parte del «Corriere della Sera» che alcune di queste società, intestate a un certo Silvano Mitrovic, avevano sede nel paesino di Zacchigni, vicino Umago, ora viene fuori che appena il 2 agosto 2003, ben 152 fra sedi e circoli della Democrazia cristiana passano a un altro istriano. Si tratta di Silvano Brajkovic, nato a Pisino il 28 marzo 1963, domiciliato nei pressi di Buie, in località Crasizza al numero 44. Che è anche la sede della «Severo srl.» di cui Brajkovic è amministratore unico e alla quale sono intestati ora gli immobili. Tra questi, uno è a Ronchi dei Legionari, due nel comune di Udine e uno, di ben sedici vani, a Talmassons. Altri sono sparsi in tutta Italia: da Ferrara a Macerata, da Ancona a Perugia.

Ma non è tutto: ci sono pochi dubbi infatti che sia finito, almeno formalmente, in mani croate, anche Palazzo Diana, sede della Democrazia cristiana di Trieste, per mezzo secolo il vero centro del potere politico e economico cittadino, oltre che stabile di particolare pregio e valore.

Dietro alla vicenda dei 205 immobili della Dc si nasconde una delle più ingarbugliate e complesse operazioni di cessione di patrimonio immobiliare mai avvenute in Italia. Quello che sembra essere l’atto finale - ma non è detto che non salti fuori un’ulteriore scatola cinese - risale come detto al 2 agosto 2003. Nello studio del notaio Claudio Avitabile, a Bardolino, sul Garda sponda veronese, il patrimonio immobiliare della «Universo srl.» del trentino Paolo Borgo - titolare dei 205 beni - passa alla «Severo srl.» del buiese Silvano Brajkovic.

La giornalista Fabiana Marcolini de «L’Arena» di Verona ha ricostruito ieri alcuni passaggi. Gli immobili, sedi del partito e palazzi storici ereditati da Ppi e Cdu dopo lo scioglimento della «Balena bianca» vengono affidati a due società, la «Ser spa» e l’«Immobiliare spa» (a quest’ultima apparteneva anche Palazzo Diana, ndr.) le cui quote vengono acquistate da altre due finanziarie, la «Affidavit» e la «Sfae» a propria volta acquistate da un uomo d’affari di Verona, Angiolino Zandomeneghi, 45 anni di Colognola ai Colli. Il passaggio avviene il 26 febbraio 2002, dieci giorni prima del congresso del Ppi.

Pare che Zandomeneghi, socio di una decina di società importanti, un patteggiamento a una pena di un anno e dieci mesi per la truffa del foraggio disidratato ai danni della Cee, riesca a concludere l’affare per la miseria di 3 milioni di euro. Si trova però poi a fronteggiare Ppi e Cdu, ovvero i «diseredati» intenzionati a riprendersi i beni sulla base della non validità del contratto di cessione perché siglato dai vecchi tesorieri. A loro però il giudice dà torto.

Un’altra svolta avviene nell’agosto 2002 allorché viene chiesto il fallimento dell’immobiliare «Europa», srl con sede a San Bonifacio che aveva acquistato le quote delle due finanziarie, il cui amministratore unico, almeno fino al gennaio 2003, è appunto l’immobiliarista trentino Paolo Borgo. Seguono una serie di querele e controquerele tra Zandomeneghi e alcuni giudici fallimentari romani. Nel frattempo 205 palazzi o appartamenti italiani «scivolano» in Istria, come un sorta di «beni abbandonati» alla rovescia dalla Balena bianca

Una delle tante pagine non scritte della nostra storia recente è l'Esodo di 350 mila fiumani, istriani e dalmati che, dal 1945, si riversarono in Italia con tutti i mezzi possibili: vecchi piroscafi, macchine sgangherate, treni di fortuna, carri agricoli, barche, a nuoto e a piedi. Una fuga per restare italiani, un vero Esodo biblico, affrontato con determinazione, verso un'Italia sconfitta e semidistrutta, quale reazione al violento tentativo di naturalizzazione voluta nella primavera del 1945, dalla ferocia dei partigiani slavi.


Trieste - E' stata deposta ieri, sotto il portico del Palazzo Comunale di Trieste, una corona d'alloro nell'anniversario dell'assassinio di Giovanni Nini e del sottotenente del Regio Esercito Luigi Casciana. Presente lo stendardo dell'antico Regno di Dalmazia, scortato dai dirigenti della Fondazione Rustia Traine nei tradizionali manti purpurei del Patriziato Dalmatico, è stato reso omaggio a due figure eroiche, cadute vittime degli jugoslavi, nella guerra di Spalato.

Due dalmati italiani nel mondo, vittime dei fatti del 1920 quando furono uccisi il Comandante Tommaso Gulli ed il motorista Aldo Rossi, Nini venne accoltellato a morte in piazza Unità di Trieste da un ufficiale jugoslavo e il tenente Casciana morì in seguito ad una bomba lanciata dal Balkan che stava proteggendo con i suoi soldati.

Nel 1920 Inghilterra e Francia avevano ormai fatto capire che non intendevano rispettare i Patti di Londra, firmati il 26 aprile 1915, che assegnavano all'Italia oltre a Zara anche una parte rilevante della costa e delle isole della Dalmazia centrale. L'Italia, accanto a navi francesi e inglesi, inviò a Spalato la regia nave Puglia e la sua missione divenne umanitaria. La nave forniva alla popolazione spalatina, stremata da anni di guerra e di fame, centinaia di pasti giornalieri ed era attrezzata con un ambulatorio in grado di fornire cure ospedaliere di tutto rispetto.

Non si distingueva nell'assistenza tra italiani, croati o serbi di Spalato.

In questo clima, prendendo a pretesto delle manifestazioni di protesta per una bandiera serba sequestrata da un marinaio della "Puglia" e restituita furono uccisi il Comandante della "Puglia" Tommaso Gulli ed il motorista Aldo Rossi.

Immediata la reazione a Trieste dove hanno luogo grandi manifestazioni per l'italianità della Dalmazia. In Piazza dell'Unità il 14 luglio un jugoslavo, che riesce a dileguarsi protetto dai suoi, uccide a coltellate uno dei dimostranti, Giovanni Nini di origine dalmata. In questo clima di uccisioni e pestaggi di italiani di Dalmazia, che lasceranno le città e le case che i loro avi avevano costruito e abitato per millenni (il secondo grande esodo del 1920 degli italiani dalla Dalmazia dopo quello strisciante dovuto alle vessazioni austro-ungariche che iniziano nel 1866) si prepara una manifestazione di protesta.

Una colonna di manifestanti si diresse verso l'Hotel Balkan. Il sottotenente Luigi Casciana del Regio esercito italiano schierò una fila di soldati della vicina caserma a difesa dell'Hotel Balkan; cadde vittima.


News ITALIA PRESS

La vicenda dei cosiddetti "beni abbandonati" (più esattamente "beni rapinati") sottratti dalla Jugoslavia agli italiani d'Istria, di Fiume e della Dalmazia e rapinati una seconda volta da Croazia e da Slovenia, ritorna periodicamente agli onori della cronaca. Il tutto senza alcun risultato concreto, almeno fino ad oggi, se non quello di creare progressiva confusione negli interessati. Proprio come contributo a ricordare l'iter di tale vicenda e a fare il punto sulla situazione, proponiamo un intervento su tale argomento del Presidente della Lega Nazionale e che verrà, prossimamente, pubblicato su un periodico nazionale.

Alla fine della seconda guerra mondiale decine e decine di migliaia di cittadini italiani dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia furono vittime di una tipica operazione di "pulizia etnica". Il neocostituito regime comunista Jugoslavo, guidato dal Maresciallo Tito, mise in atto il terrore e la violenza per costringerli a lasciare le proprie attività, le proprie terre, i propri morti e cercare rifugio in Italia. Fu l'inizio dell'Esodo di trecento e cinquanta mila italiani i quali, in qualche modo, si trovarono a pagare la sconfitta dell'Italia più degli altrti loro compatrioti.

L'abbandono delle loro città - Capodistria, Pola, Fiume, Zara e le tante altre - fu accompagnato, da parte dello Stato jugoslavo - con una serie di atti di esproprio dei loro beni che si trovarono quindi ad essere nazionalizzati o comunque trasferiti in proprietà pubblica. Il tutto in piena coerenza con la natura di stato comunista del regime di Tito che, in quanto tale, nazionalizzava non solo le proprietà degli esuli italiani, ma anche quelle dei propri cittadini: la proprietà privata era un furto, per l'ideologia del Comunismo, era diritto-dovere della Stato sottrarla dalle mani dei privati.

La proprietà degli Italiani, finite dunque nelle mani dello stato jugoslavo, avevano formato oggetto di vari atti internazionali (Trattato di Pace del '47, Trattato di Osimo del '75, Trattato di Roma del'83) il cui risultato era stato uno solo: i beni "rapinati"ai cittadini italiani erano rimasti nelle mani dei rapinatori jugoslavi.

Poi si arriva al 1989. Il Comunismo internazionale sprofonda nel più colossale fallimento che la Storia ricordi. Con esso finisce anche il Comunismo jugoslavo e la stessa Repubblica Federativa jugoslava scompare (in mezzo a sangue e massacri) dallo scenario della storia. Sui territori già abitati dai profughi italiani nascono due nuove realtà statuali, Slovenia e Croazia, che si proclamano non più comuniste, ma ispirate ai principi della liberal democrazia e che, in quanto tali, si mpegnano a rimuovere le tracce del comunismo anche restituendo ai privati quelle proprietà immobiliari che lo stato aveva loro nazionalizzate.

Lo fanno, sia Slovenia che Croazia, con le cosiddette "leggi di de-nazionalizzazione", che prevedono meccanismi similari per restituire i beni espropriati ai cittadini ex jugoslavi, ma che hanno la comune caratteristica di escludere da tale diritto i cittadini italiani.

Gli Italiani di Capodistria, di Pola, di Fiume o di Zara, vittime della pulizia etnica a fine guerra, vittime degli espropri comunisti del maresciallo Tito, si sono così trovati - all'inizio degli anni '90 - ad essere vittime di una ulteriore ingiustizia: discriminati dai governi di Lubiana e di Zagabria nel loro diritto alla restituzione dei beni rapinati.

Ed il loro naturale tutore, il Governo di Roma? Ha alternato qualche sprazzo di tutela (almeno in linea di principio), con lunghe fasi di disattenzione, con alcuni momenti di vergognoso cedimento.

La prima fase di tutela la si ebbe nel '92, al momento del riconoscimento dei due nuovi stati di Slovenia e di Croazia, quando l'Italia, per opera del Ministro degli esteri Gianni de Michelis, subordinò tale riconoscimento all'apertura di negoziati proprio sulla questione "restituzione dei beni". Poi il ministro cambiò e la politica italiana fu vittima di altre distrazioni (era l'epoca in cui imperversarono i signori di "mani pulite"), dei diritti degli esuli da tutelare, dei negoziato con Croazia e Slovenia da aprire nessuno se ne ricordò. Bisognerà arrivare al momento nel quale i due nuovi stati iniziarono a bussare alle porte d'Europa perché qualcuno si accorgesse che discriminare il diritto di proprietà in nome di quello di cittadinanza era un qualcosa che gridava vendetta ai più elementari principi del diritto comunitario. Croazia e Slovenia avevano escluso i cittadini stranieri dal diritto di essere proprietari di immobili ed avevano discriminato i cittadini italiani nel diritto alla restituzione dei beni nazionalizzati: con tali comportamenti erano fuori dalla logica giuridica degli stati europei.

In tale spirito il governo italiano (si era nel '94, con il primo Ministero Berlusconi) pretese dall'Unione Europea che Lubiana e di Zagabria, prima di negoziare il loro ingresso in Europa, regolassero in modo conforme al diritto europeo la questione dei beni degli esuli italiani. Il governo successivo sembrò perseverare in questa linea (alla Farnesina c'era Susanna Agnelli) ottenendo anzi che la richiesta italiana fosse fatta propria della stessa unione europea. Poi però - e siamo nel maggio del'96 - il governo cambiò ancora; arrivo quello di Romano Prodi con, sottosegretario agli esteri, Piero Frassino. Fu lui che, non appena nominato, si precipitò a Lubiana per dichiarare ufficialmente che non c'era nessuna, nessunissima pretesa dell'Italia in tema di restituzione dei beni e che - per quanto riguardava il governo di Roma - l'ingresso della Slovenia in Europa non aveva ostacoli di sorta. Un atto, questo di Fassino, che nei confronti degli esuli italiani (ma forse dell'Italia tutta) aveva il sapore amaro del tradimento più vergognoso. A posteriori, nel suo libro autobiografico, cerca di giustificarsi raccontando che era stato Prodi ad ordinarglielo e che Prodi, a sua volta, aveva ricevuto un ordine in tale senso da parte del presidente Clinton.

Il fatto è che dopo quelle dichiarazioni le porte per Bruxelles si spalancarono, per la Slovenia, e la questione dei diritti degli italiani sparì dalle agende diplomatiche.

Sarà con il secondo governo Berlusconi - e siamo al 2001 - che si ritornò a parlarne, in riferimento all'inizio di negoziati tra Croazia ed Europa. Alla Farnesina si trovava il Ministro Ruggero il quale aprì un tavolo negoziale con la Croazia, ma accetto il principio che si ritenesse la materia già regolata dai trattati precedenti e che si verificasse unicamente se c'erano delle situazioni marginali, non regolamentate da trattati, che dessero spazi a qualche soluzione. Il tutto si concretizzo nella formula, usata dal ministro, del "pacta sunt servanda". Tale impostazione venne energicamente contestata dalle associazioni degli esuli sia in termini di giustizia sostanziale che di diritto formale: quei trattati che si voleva consacrare erano stati stipulati dall'Italia con un soggetto che non esisteva più (la Jugoslavia), avevano un contenuto profondamente diverso (riguardavano beni immobili in una società comunista, non in un libero mercato) e soprattutto avevano per oggetto la nazionalizzazione indiscriminata, non la de-nazionalizzazione discriminata. Sempre per restare al latinorumu, si disse che la formula completa doveva essere "pacta sunt serranda, rebus sic stantibus" e che pertanto, essendo mutate le condizioni oggettive, tutto poteva e doveva essere oggetto di nuovo negoziato. Si ricordò anzi che nel '92 de Michelis aveva ottenuto da Croazia e Slovenia l'intesa di aprire negoziati su tale argomento e che, conseguentemente, anche le nostre controparti avevano riconosciuto allora che la materia non era da considerarsi preclusa dai trattati precedenti.

Non è dato sapere se tale questione dei "beni" abbia avuto un qualche ruolo, certo è che poco dopo tali prese di posizione il ministro Ruggero venne licenziato da Berlusconi, il quale prima assunse lui stesso l'interim degli Esteri e poi affidò tale ministero all'attuale titolare Frattini.

Al momento esiste comunque, sulla carta, una commissione mista italo-croata, costituita all'epoca di Ruggero e composta di diplomatici e di giuristi; le sue riunioni sono decisamente saltuarie ed appaiono decisamente prive di qualsivoglia prospettiva risolutiva della questione (pare ci si stia ancora baloccando con il "pacta sunt servanda").

C'è però, forse, un fatto nuovo foriero di qualche speranza. Nelle ultime elezioni croate ha prevalso uno schieramento di centro destra, politicamente in piena omogeneità con quello al governo a Roma (il leader croato Sanader aveva fatto campagna elettorale invocando proprio l'appoggio del centro destra italiano).

In tale contesto appare oggi possibile un percorso che fino a ieri non era praticabile: affrontare cioè la "questioni"beni" non più come un annoso problema da risolvere, bensì come una risorsa da valorizzare. E ciò puntando a restituite agli Italiani tutto quanto sarà realisticamente possibile, senza creare contraccolpi nel contesto croato, vale a dire tutte quelle proprietà (e non sono certo poche) che risultino tutt'ora in mano pubblica, vincolando tale restituzioni ad interventi a sostegno del ripristino, del restauro di tali immobili . In tale modo si otterrebbe il duplice risultato di soddisfare, almeno parzialmente, la domanda di giustizia degli esuli italiani, ma anche quello di realizzare in Croazia una serie di interventi economici a tutto beneficio delle economie locali. In prospettiva sarebbe soprattutto l'investimento più efficace per i futuro rapporti italo-croati, improntati ad uno spirito di cooperazione che di sicuro conviene ad entrambi gli Stati.

Saprà la politica italiana essere abbastanza attenta ed accorta per cogliere tale opportunità oppure, come troppe volte in passato, saranno i mille altri problemi, grandi o piccoli, della nostra politica romana a far prevalere la disattenzione ed il silenzio sulla storia infinita dei beni rapinati? Staremo a vedere.

Paolo Sardos Albertini

settembre 2004

Ho letto con molta attenzione l'intervista rilasciata al Piccolo, il 24 agosto u.s., da Fabio Forti, Presidente dell'Associazione Volontari della Libertà, che stimo ed apprezzo per quanto fatto in passato ed in tempi recenti; un apprezzamento dimostrato intervenendo personalmente a diverse importanti manifestazioni organizzate dalla sua Associazione, in nome di una fortemente sentita e condivisa "italianità". Tuttavia il suo dire mi ha procurato qualche perplessità e fatto sì che mi ponessi taluni interrogativi ai quali ho avuto difficoltà a darmi delle convincenti risposte e che, pertanto, ripropongo a Lui ed a quanti mi leggeranno.


COME POTEVANO INTERESSARSI ALLA RESTITUZIONE DEI NOSTRI BENI SE STAVANO OCCULTANDO I LORO?

Seguo con molto interesse gli articoli de "Il Piccolo" sulla "cassaforte istriana" nella quale avrebbero trovato rifugio diverse società titolari del patrimonio immobiliare della Democrazia Cristiana. In attesa della completa ricostruzione dei fatti, mi sembra comunque di poter già cogliere nella vicenda un significativo contributo simbolico: in terra d'Istria noi esuli siamo stati espropriati , ad opera del comunismo jugoslavo, dalle nostre case e dalle nostre terre; in terra d'Istria, Croazia e Slovenia ci hanno di fatto espropriati una seconda volta escludendoci dalla restituzione degli immobili; sempre in terra d'Istria - lo scopriamo ora - una fetta importante della politica italiana (la Democrazia Cristiana) andava a nascondere le proprie case, i propri palazzi, il proprio patrimonio immobiliare.

C'è sicuramente un qualcosa di simbolico, di tristemente simbolico in tale accostamento tra immobili rubati e immobili nascosti. Al di là di ciò, mi ciedo se tutto questo non aiuti forse a spiegare l'atteggiamento di fastidio e sufficienza con cui certa parte della politica italiana prestava disattento orecchio alle nostre richieste di giustizia.

Come potevano preoccuparsi della restituzione dei nostri immobili quando dovevano pensare a nascondere i propri?

Un'ultima osservazione: non so cosa emergerà dall'inchiesta de "Il Piccolo", ma se dovesse risultare che i vari prestanomi locali hanno fatto man bassa di beni a loro affidati, e dovesse risultare che la cosidetta "cassaforte istriana" della Democrazia Cristiana è stata debitamente svuotata, confesso che (con spirito forse poco cristiano) il mio pensiero sarebbe "ben ghe stà!". - Paolo Sardos Albertini

Lettera inviata al quotidiano "Il Piccolo" e pubblicata il giorno 11 febbraio 2004, dall'avv. Paolo Sardos Albertini, Presidente della Lega Nazionale

23 Agosto 1797 - Nonostante la caduta della Città e della Repubblica di Venezia, alcuni capo-saldi continuarono a resistere per alcuni mesi cercando inutilmente di mantenere in vita la fiamma della Serenissima.

Nell'agosto del 1797, l'ultimo baluardo di Venezia, a Perasto, è costretto a cedere: il comandante del dominio, nell'ammainare la bandiera della Serenissima, pronunciò un celebre discorso rimasto come una sorta di testamento per le future generazioni rappresentate dal giovane nipote Annibale.

 

 

In sto amaro momento, in sto ultimo sfogo de amor, de fede al Veneto Serenissimo Dominio el Gonfalon della Serenissima Repubblica ne sta de conforto, o cittadini, che la nostra condotta passada che quela de sti ultimi tempi rende più giusto sto atto fatal ma virtuoso, ma doveroso per mi.

Savarà da mi i vostri fìoi e la storia del zorno farà saver a tutta l'Europa che Perasto ha degnamente sostenudo fino all'ultimo l'onor del Veneto Gonfalon onorandolo co sto atto solenne e deponendolo bagnà del nostro universal amarissimo pianto.

Sfoghemose, cittadini, sfoghemose! Ma in sti nostri ultimi sentimenti coi quali sigilemo la nostra gloriosa carriera corsa soto al Serenissimo Veneto Governo rivolgemose verso sta insegna che lo rappresenta e su esso sfoghemo el nostro dolor.

Per 377 anni la nostra fede, el nostro valor t’ha sempre custodio per mar dove n'ha ciamà i to nemici.

Per 377 anni le nostre sostanze, el nostro sangue, le nostre vite xe stae sempre per ti e felicissimi savemo reputa:

TI CON NU - NU CON TI

Semo stai sempre vittoriosi - sempre illustri e virtuosi.

Nessun con Ti n'ha visto scampar

Nissun con Ti n'ha visto vinti e paurosi

Se i tempi infelicissimi, par imprevidenza, par dissension, par arbitri illegali,  par vizi offendenti la natura e el gius de le genti non avesse ti tolto dall'Italia, par Ti in perpetuo sarave stae le nostre sostanze, el sangue, la nostra vita e piuttosto che vederte vinta e desonorà dai toi se avarave sepelio soto de Ti.

Ma za che altro non ne resta da far de Ti, el nostro cor sia l'onorarissima to tomba e el più grande To elogio, le nostre lacrime.

 

INSENOCITE ANCA TI, ANNIBALE,

E TIENTELA A MENTE PER TUTTA LA VITA

 

Conte Giuseppe Viscovich

Capitano di Perasto

Spett.le Lega Nazionale,
sono una studentessa dell'Università di Venezia "Ca' Foscari", e sono figlia di un'esule istriana. Sto svolgendo una ricerca universitaria sul ruolo del canto dei cori verdiani del "Va' pensiero" e "O Signor che dal tetto natio" nella cultura degli esuli istriani, fiumani e dalmati.

Ho preparato un questionario rivolto alle persone che abbiano sperimentato la drammatica esperienza dell'esilio.

Vi chiederei, per cortesia, di divulgare la notizia tra i vostri iscritti: è fondamentale, per me, raccogliere un materiale copioso per poter ampliare la mia ricerca.

Il questionario si può facilmente scaricare dal sito internet www.istria.tk ; se necessario, può essere richiesto ai miei recapiti, che vi autorizzo a divulgare.

Può essermi restituito, una volta compilato, nei seguenti modi:
- via email, a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. , come allegato;
- via fax, allo 011 33 27 75
- per posta, a Chiara Bertoglio, corso Monte Cucco 125, 10141 Torino
- chi preferisse un'intervista telefonica può richiederla allo 011 33 48 46.

In ogni caso, il termine ultimo ed improrogabile per la consegna dei questionari è il 30 settembre 2005.

Vi ringrazio di cuore se vorrete cortesemente aiutarmi.
Tanti cordiali saluti,
Chiara Bertoglio

articolo tratto da News ITALIA PRESS

Torino – AAA istriani nel mondo cercasi. Perchè Chiara Bertoglio, 22 anni, figlia di un'esule istriana, sta redigendo una ricerca universitaria con l'obiettivo di capire il ruolo svolto dal canto del "Va', pensiero" nei raduni delle comunità di istriani all'estero.

Facendo appello agli esponenti della diaspora succeduta alla fine della seconda guerra mondiale e agli accordi per l'attribuzione dei territori della Venezia Giulia e dell'Istria, Bertoglio, musicista nella vita e studentessa di musicologia all'Università Ca' Foscari di Venezia, cercherà di raccogliere il maggior numero di risposte sul tema. La ricerca si baserà su interviste, rilevando dati sia quantitativi che qualitativi che possano dare un'idea dei sentimenti che il canto verdiano suscita e quanto esso formi parte del patrimonio della storia di una regione.

Il questionario è infatti impostato in due parti: la prima rileva la provenienza, le date di partenza, i legami con un contesto musicale generale, un eventuale amore per l'opera; la seconda parte invece riguarda gli aspetti psicologici e musicologici, con la richiesta di una propria autodefinizione, tra esule, profugo, immigrato, emigrato, rifugiato politico.

L'analisi verterà poi anche su parti del brano, come parte della storia d'Italia, ma anche come canto che individua situazioni particolari. Il lavoro coinvolgerà persone che abbiano vissuto direttamente l'esperienza dell'esilio dall'Istria, in seguito ai drammatici avvenimenti seguenti la seconda guerra mondiale, tra foibe titine, divisioni territoriali ed emigrazioni dalle regioni passate sotto territorio jugoslavo.


News ITALIA PRESS

L’annoso tema dei beni abbandonati (meglio “espropriati”) è stato abbinato in questi ultimi tempi a quello delle Commissioni di giuristi che lo starebbero sviscerando. Commissioni sulle quali la pubblica opinione rischia di avere idee un po’ confuse: quanti e quali sono queste Commissioni? Quali sono i loro compiti? Sono dei doppioni o magari sono in contrasto tra di loro?

Alcune considerazioni in ordine alla annunciata ripresa dei negoziati tra Italia e Croazia sulla restituzione dei beni immobili agli Esuli

COORDINAMENTO ISTRIA FIUME DALMAZIA
DELLA LEGA NAZIONALE


(A)

Secondo le anticipazioni giornalistiche sembrerebbe che il negoziato debba seguire la “impostazione Ruggiero”, vale a dire:

- in forza del principio “pacta sunt servanda”, affermazione della permanente vigenza dei trattati dell’83 che , in attuazione del Trattato di Osimo, avevano definito la questione “beni”

- conseguentemente ipotizzare la restituzione esclusivamente per quei casi che non rientrino nella materia coperta da tali trattati

- in pratica risulterebbero restituibili quelle proprietà immobiliari che sono state nazionalizzate dalla Jugoslavia, pur non risultando intestate a cosiddetti “optanti”

(B) Tale “impostazione Ruggiero“ è da ritenersi assolutamente:

- infondata giuridicamente posto che nel gennaio 1992 Croazia e Slovenia , al momento del loro riconoscimento internazionale, hanno accettato di rinegoziare la questione beni e quindi – per atto consensuale – la materia non può più ritenersi regolamentata dai precedenti trattati ma richiede una nuova originale regolamentazione (i negoziati aperti nel ‘92 avevano tra l’altro già portato, nel ‘94, al cosidetto “accordo di Aquileia” ,sottoscritto dal Ministro degli Esteri sloveno, anche se poi sconfessato dal suo Governo);

- scandalosa ed inaccettabile politicamente perché avrebbe l’effetto di penalizzare con la non restituzione proprio coloro che hanno fatto la scelta per l’Italia (effettuando l’opzione prevista dal Trattato di Pace) e di premiare con la restituzione quanti hanno viceversa rifiutato tale scelta pro Italia.

(C) Risulta quindi confermata la necessità di procedere , come preannunciato dal Presidente Berlusconi, ad un negoziato con le controparti il cui obbiettivo ottimale e auspicabile di tale negoziato dovrebbe essere quello di indurre Croazia e Slovenia a rimuovere ogni discriminazione, nel processo di denazionalizzazione, a danno degli Italiani, applicando così, sic et simpliciter, anche nei loro confronti, quanto previsto dalle legislazione in atto per i Croati e rispettivamente per gli Sloveni, e cioè (a) restituzione del bene espropriato (b) in subordine, ove ciò non sia possibile, assegnazione di un bene alternativo (c) in ulteriore subordine, corresponsione di un indennizzo.

(D) Nel preannunciato negoziato con la Croazia una ipotesi alternativa ed in qualche modo mediana tra le due precedenti potrebbe essere quella di prevedere la restituzione dei beni agli Italiani limitatamente a quegli che sono tuttora in mano pubblica (stato o enti locali); per gli altri casi si dovrebbe ipotizzare l’indennizzo (a carico dello Stato Italiano o di quello Croato).

(E) Tale soluzione avrebbe una serie di vantaggi e cioè:

- riguarderebbe un numero necessariamente limitato di entità immobiliari (quella parte di immobili che non ha cambiato destinazione e, tra questi, quelli i cui ex proprietari italiani preferiscano la restituzione all’indennizzo) e quindi potrebbe essere più accettabile per la Croazia

- tali immobili, tuttora pubblici e da restituire, sono in larga parte immobili attualmente abbandonati, con conseguente assenza di impatto sociale per lo stato croato nel momento in cui venissero restituiti agli ex proprietari italiani

- proprio perché abbandonati, i prevedibili lavori di ripristino che il neo proprietario andrebbe su essi a realizzare (magari con un qualche mutuo agevolato da parte italiana) costituirebbe sicuramente una occasione di vantaggio e di volano economico per la realtà istriano – fiumana – dalmata

- dal punto di vista italiano (e degli Esuli) vi sarebbe il vantaggio politico di veder riconosciuto il principio della non discriminazione in base alla cittadinanza e, in qualche modo, ciò costituirebbe un riconoscimento morale dell’ingiustizia perpetrata cinquant’anni orsono dal regime comunista

- tale rimozione (sia pure parziale) dei criteri discriminatori rappresenterebbe una soluzione pienamente in linea con i principi base della civiltà giuridica europea e. come tale, finirebbe con il costituire un precedente, quasi vincolante, anche per i futuri negoziati con la Slovenia.


Trieste, 26 settembre 2002

IL PRESIDENTE
(avv. Paolo Sardos Albertini)

Illustre Presidente, al Vittoriano, alla mostra su “I simboli dell’appartenenza” manca l’Alabarda, cioè Trieste, manca il profilo degli italiani del confine orientale.

Manca, insomma, ancora – e non mi riferisco in particolare alla mostra, dove probabilmente si poteva fare solo poco di più – una riflessione complessiva, dal punto di vista della Repubblica, sulle vicende degli italiani della costa nord orientale dell’Adriatico.


da "Il Piccolo" 29/6/05

Nasce il Coordinamento delle associazioni degli esuli

Si è costituito ieri, nella sede dell'Unione degli istriani, il Comitato di Coordinamento delle associazioni istriane, così come sancito unanimemente dall'assemblea pubblica dello scorso 28 maggio, organizzata al teatro Silvio Pellico dalla stessa Unione degli istriani. Dopo un mese esatto dunque, si concretizza la volontà degli esuli istriani di portare avanti «con determinazione e prioritariamente» il nodo degli indennizzi e quello delle restituzioni che - si legge in un comunicato - dopo sessant'anni ancora non ha trovato una adeguata e giusta soluzione».

Il Comitato vuole dare «un contributo unitario di pensiero alla proposta per una fase costituente di rifondazione della federazione degli esuli, cogliendo gli intendimenti espressi in tal senso anche dalla stessa federazione e da altre realtà associative, tra cui l'Anvgd». In particolare il Comitato di coordinamento è «fermamente deciso a battersi in maniera concreta per la risoluzione dei problemi di interesse generale degli esuli, fra cui l' equo e definitivo risarcimento per i beni affidati all'atto dell'esodo allo stato italiano; restituzione dei beni ancora liberi; piena disponibilità delle tombe, se in uso, con trattamento paritario a quello dei residenti in Istria e salvaguardia perpetua di quelle aventi valore storico e monumentale; applicazione univoca su tutto il territorio nazionale, comprese le Regioni a statuto speciale, della legge sui diritti di prelazione sugli immobili a suo tempo realizzati per gli esuli.

Alla luce di quanto sopra, si legge ancora nel comunicato, il Comitato di coordinamento auspica «che la Federazione convochi quanto prima una sessione straordinaria dell'esecutivo federale». In quanto alle dichiarazioni del presidente dell'Anvgd, Lucio Toth apparse sul giornale, e che hanno provocato critiche da parte del presidente dell'uniuone degli istriani Massimiliano Lacota, lo stesso Toth precisa di «non aver mai affermato che nel corso della recente assemblea le due associazioni menzionate abbiano minacciato di uscire dalla federazione; ho rilevato piuttosto che il tono della polemica contro il verrtice della federazione è tale da far pensare a una volontà di spaccatura».

di Lino Sardos Albertini

Dal dicembre 1954 al 1963

Sono stato presidente della Giunta esecutiva dell'Unione degli Istriani dalla fondazione al 1963 quando ho dovuto lasciare tale incarico per gli assorbenti impegni che allora avevo quale presidente dell'Azione cattolica. Secondo lo statuto di allora la suddetta carica comprendeva poteri prevalenti in confronto al presidente dell'Unione che aveva compiti solo rappresentativi.
Per quel periodo ricordo in sintesi quanto segue:

1) ho promosso la costituzione dell'Unione degli Istriani in quanto ero reduce da un'interessante esperienza. Rendendomi cioè conto dell'opportunità che il Memorandum di Londra del ottobre 1954 non fosse ratificato perché ciò avrebbe potuto dargli valore di un trattato idoneo alla cessione della sovranità italiana sulla Zona B, avevo proposto all'allora Comitato di Liberazione dell'Istria di dar corso ad un'azione di opposizione a tale ratifica. Il presidente di detto Comitato pur condividendo tale idea mi aveva dichiarato di non poterlo fare perché il Comitato era un organo dei partiti e quindi non poteva agire contro le loro direttive. Andai perciò solo a Roma e con delega (in verità nemmeno poi usata) del col. Piero Almerigogna autodichiaratosi presidente di fantomatici gruppi istriani della Lega nazionale. Riuscii in pochi giorni ad avvicinare i rappresentanti di tutti i partiti di Governo con il risultato che questi aderirono che fosse proposta alla Camera dei Deputati anziché la ratifica del Memorandum una mozione di approvazione della politica di Governo. Dopo la votazione alla Camera in tale senso, sono riuscito ad avvicinare anche il partito monarchico (allora forte) e quello del MSI, persuadendo i responsabili del Partito Monarchico ad astenersi al Senato nella votazione di detta mozione anziché votare in favore come avevano fatto alla Camera dei Deputati, e il Movimento Sociale a votare contro la mozione stessa anziché astenersi come avevano fatto in detta sede. A seguito di tale esperienza mi sono persuaso della necessità che esistesse un organismo veramente rappresentativo della collettività istriana in grado di intervenire ogni qualvolta necessario a difesa degli interessi istriani con competenza e senza subordinazione ai partiti. Perciò, essendo stato al rientro a Trieste invitato a partecipare ad una riunione promossa dal farmacista Rainis per costituire una Cooperativa di solidarietà istriana, proposi ed ottenni che fosse invece costituita l'Unione degli Istriani con le suddette finalità.

2) Alla costituzione ho accettato di essere nominato presidente della Giunta esecutiva in quanto intendevo fare ogni sforzo affinché l'Unione sorgesse in armonia con gli organismi esistenti e dall'altra parte i rappresentanti del Comitato di Liberazione dell'Istria, con cui mi tenevo in contatto, mi dichiaravano che avrebbero accordato fiducia e collaborazione solo se a suo maggior esponente fossi stato io, temendo elette persone di orientamento ad esse ostile. Riuscii a far eleggere nella Giunta persone gradite al Comitato.

3) Nel periodo della mia presidenza i fatti salienti sono stati:


a) una impostazione organizzativa ed economica, dando vita a sedi sempre ampliate da via S. Lazzaro a via Coroneo, poi in via Ginnastica, infine in via Vecellio. Ho provveduto a promuovere la costituzione di Comunità cittadine (con il nome di Famiglie) aderenti all'Unione ed ottenere l'adesione di quelle già esistenti (Parentina, Montonese) e di altre associazioni.

b) Ho promosso un'azione impegnativa per ottenere, in sede giurisprudenziale e politica, il riconoscimento che nella Zona B era rimasta la sovranità italiana. Edita anche una buona pubblicazione distribuita a tutti gli organi competenti, accompagnando l'azione con interventi pubblici. Risultato positivo per cui abbiamo potuto disporre di decisioni giurisprudenziali favorevoli che abbiamo distribuito in tutte le sedi politiche e giudiziarie possibili.


4) erano state avviate trattative tra l'Italia e la Jugoslavia per ottenere che questa acquistasse tutti i beni immobili lasciati dai residenti in Zona B, profughi in Italia. Nel corso di una riunione indetta al ministero degli Esteri a Roma, presenti tutte le associazioni istriane, mi sono opposto a tale impostazione dato che con tale azione l'Italia si sarebbe resa complice e consenziente di una cessione della Zona B. Ho proposto che fosse l'Italia ad acquistare dai profughi i loro beni se questi intendevano venderli. La proposta è stata considerata fondata, sono state sospese le suddette trattative e l'Unione è stata incaricata di predisporre una bozza di legge nei sensi da me suggeriti. Ciò è stato fatto. Sono poi subentrate altre proposte peggiorative fatte da altri enti. In conclusione però, la proposta dell'Unione degli Istriani, dopo numerosi interventi, è stata accettata nella sua impostazione.

Il secondo periodo dal 1967 al 1976

Sono stato rieletto presidente dell'Unione degli Istriani nel 1967 quando ho cessato dalla presidenza dell'Azione cattolica. Ho ricoperto tale carica fino al 1976 dopo la firma e la ratifica del Trattato di Osimo.

Per tale periodo ricordo i seguenti fatti principali: ero da poco eletto presidente quando ho potuto accertare che erano pendenti trattative tra Italia e Jugoslavia per trasformare in confine di Stato la esistente linea di demarcazione fra la Zona A e la Zona B già destinata a far parte del Territorio Libero di Trieste. Ciò avrebbe segnato la cessione della sovranità italiana della Zona B alla Jugoslavia.

Era perciò evidente che l'Unione degli Istriani doveva, in coerenza con le finalità per cui era sorta, fare ogni sforzo per cercare di impedire un tanto o quanto meno dimostrare di fronte alla Storia che la collettività istriana aveva fatto tutto il possibile per opporsi a tale risultato in coerenza con la propria millenaria nazionalità romana-veneto-italiana.

A tale scopo ho ispirato tutta la mia azione in tale periodo molto intenso di attività.

Era le principali attività svolte ricordo le seguenti:

1) Ho cercato innanzitutto di rafforzare l'impostazione organizzativa e rappresentativa dell'Unione. A tale fine ho creato una delegazione dell'Unione degli Istriani in tutte le città italiane ed estere dove esistevano nuclei di istriani in una certa consistenza, mentre a Trieste ho sistemato in posizione centralissima quella sede di prestigio chiamata ora "Casa Madre degli istriani, fiumani, dalmati in esilio".

2) Ho cercato di stringere rapporti - dando vita anche ad enti di coordinamento - fra il maggior numero possibile di associazioni non solo istriane ma anche fiumane e dalmate. Ricordo in tale ordine di idee l'adesione data all'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e la costituzione del Comitato di coordinamento fra detta Associazione, l'Unione degli Istriani, il Libero Comune di Zara in Esilio ed il Libero Comune di Fiume in Esilio.

3) Per dare all'Unione maggiore incisività e rilevanza politica ho ottenuto di aggiungere al suo nome la qualifica e denominazione di Libera Provincia dell'Istria in Esilio, mentre le Famiglie aderenti hanno assunto quello di Libero Comune in Esilio per le rispettive città di origine.

4) Ho preso contatto e creato collegamenti continuativi con tutte le Associazioni Nazionali d'Arma, combattentistiche, patriottiche e culturali sensibili al nostro problema della Zona B chiedendo ed ottenendo la continua collaborazione e solidarietà.

5) Ho cercato ed ottenuto collegamenti con numerosi parlamentari di tutti i partiti che si sono impegnati per iscritto ad appoggiare la causa della Zona B, come in gran parte hanno fatto almeno fino a che è stato possibile.

6) Ho creato un Centro internazionale di coordinamento per la difesa della Zona B ed ho costituito numerosi Comitati per la Difesa della Zona B. In numerose città italiane - comunque nelle più importanti ed in molte città estere dove si trovavano consistenti nuclei di italiani. A tali Comitati venivano chiamate a far parte tutte le associazioni d'arma, combattentistiche e patriottiche risultanti nelle varie città. La loro azione, specie quelle dei Comitati all'Estero, grazie ai continui contatti con essi tenuti, è stata molto rilevante.

7) Ho cercato di svolgere un'azione di sensibilizzazione sul nostro problema tenendo numerose conferenze nelle maggiori città italiane, specie in ambienti qualificati (come Rotary e Lions) o in pubblici teatri.

8) Ho fatto numerosi viaggi all'estero come ad esempio in Stati Uniti, Canada, Messico, Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Cile, Perù, Australia, Sud Africa (si intende e ci tengo a precisare sempre a mie spese) per tenere contatti con quegli esponenti ed autorità italiane, tenendo anche in quelle sedi varie conferenze illustrative del problema.

9) Ho cercato di attirare l'opinione pubblica nazionale sul nostro problema dando vita a molti legami con i più svariati organi di stampa nazionale e organizzando dei grossi raduni delle collettività istriane prima a Trieste, poi a Venezia e poi a Roma, quest'ultimo particolarmente importante ed efficace, per dare la dimostrazione esteriore della nostra vitalità, consistenza e volontà politica.

10) Ho dato vita anche a notevoli e stretti rapporti con importanti giornali esteri che, in verità, si sono prestati a sollevare il nostro problema al momento opportuno con notevole efficacia.


I risultati?
Devo dire che essi hanno superato di molto le mie più rosee previsioni in quanto è ovvio che non mi ero illuso che la nostra piccola associazione potesse avere una forza tale da modificare la politica internazionale.



I risultati sono i seguenti:
1) siamo riusciti ad ottenere che il problema della Zona B e la opposizione degli istriani alla cessione della stessa alla Jugoslavia non solo assumesse un rilievo di primo piano sulla stampa nazionale dove era assai frequentemente trattato, ma anche sul piano internazionale. Ciò si è verificato in numerose occasioni. Ricordo però in particolare l'episodio clamoroso del dicembre 1970 quando a seguito di un mio incontro in extremis presso gli esponenti qualificati a Roma ho ottenuto di far pubblicare un comunicato con cui l'Italia dichiarava che non avrebbe ceduto la Zona B alla Jugoslavia. A seguito di ciò il Maresciallo Tito ha sospeso la sua venuta in Italia dall'ultimo momento in quanto gli era stato dato affidamento di poter in tale occasione avere il consenso a tale cessione. Ciò ha portato ad una vasta risonanza internazionale evidenziando di fronte al mondo il nostro problema. Ricordo pure un solenne discorso tenuto da Tito il 29 dicembre 1972 a Titograd di fronte agli attivisti del partito in cui ha attribuito alla strenua opposizione delle nostre associazioni (con diramazioni anche all'estero) "di cui sono membri oltre 300.000 istriani che hanno lasciato l'Istria" la causa per cui il problema della Zona B non era ancora risolto con la cessione alla Jugoslavia, dando con ciò atto di fronte all'opinione pubblica di tutto il mondo che gli istriani si opponevano con tutte le loro forze a tale cessione; riconoscimento che costituiva obiettivo fondamentale della nostra azione dal punto di vista politico e di fronte alla Storia.

2) siamo riusciti ad ottenere che ad un certo momento il Governo italiano chiudesse le trattative per la trasformazione in confine della linea di demarcazione iniziata molti anni prima e non portata a termine per la nostra opposizione. Ciò ha portato alla clamorosa protesta della Jugoslavia che giunse al punto di mobilitare le truppe e promuovere preparativi bellici, quando il Governo italiano ha conseguentemente protestato, perché il Governo jugoslavo aveva installato nei posti di blocco lungo la linea di demarcazione tabelle di "confine di Stato" con la scritta "Slovenija", "Jugoslavija", mentre fino allora esistevano solamente cippi con l'indicazione "Memorandum d'Intesa 1954". Per tale fatto avevamo protestato. Anche in questa occasione è stata chiamata l'attenzione pubblica mondiale sul nostro problema e sulla resistenza degli Istriani contro l'annessione della Zona B alla Jugoslavia.

3) Purtroppo, però, le vicende della politica nazionale ed internazionale ad un certo momento sono state più forti di noi: il grosso progresso ottenuto dal Pci nell'elettorato italiano negli anni 1974 e 1975 in modo da condizionare il Governo italiano, gli accordi Berlinguer-Tito a Brioni nella Pasqua del 1975, la nota visita del presidente degli Usa Ford in Jugoslavia con i conseguenti accordi, hanno provocato vari mutamenti nella politica internazionale a nostro danno.

Per concludere devo fare testimonianza che nella suddetta lotta, abbiamo avuto grande aiuto di molti esponenti politici italiani sia in Patria che all'estero, mentre ci è mancato l'appoggio di certe associazioni e dei partiti locali che con il loro atteggiamento hanno approvato detta cessione quando addirittura non ne hanno preso l'iniziativa, facendo con ciò venir meno anche le premesse della solidarietà di tanti fratelli italiani che intendevano aiutarci.



tratto da:

Unione degli Istriani periodico della Libera provincia d'Istria in esilio - dicembre 2004

 

da News Italia Press 15 giugno 2005

Trieste - Un incontro in ricordo dell'avvocato Lino Sardos Albertini, promotore e fondatore dell'Unione Istriani . E' in programma venerdì 17 giugno prossimo alle ore 17.30 presso la Sala Chersi dell'Unione degli Istriani, di Trieste.

Nominato Presidente della Giunta Esecutiva, Albertini ha mantenuto la carica dal 1954 sino al 1963 cioè negli anni cruciali da un lato per il consolidamento e lo sviluppo dell'associazione e dall'altro per tutte le questioni politiche e giuridiche che investivano la questione istriana. Dopo aver rinunciato all'incarico per concomitanti impegni nel mondo cattolico, Lino Sardos Albertini è stato rieletto presidente dell'Unione nel 1967 ed ha cessato solo nel 1976 cioè dopo la firma del Trattato di Osimo .

L'importanza del suo operato emerge chiaramente dall'opera di Rino Baroni "Gli istriani in difesa dell'Istria italiana" che l'Unione degli Istriani ha pubblicato proprio in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione. Si tratta della storia dell'Unione e delle vicende degli esuli lungo cinquant'anni . Di particolare importanza è la parte che ricorda le prese di posizione ufficiali di Sardos Albertini in cui - nel 1955 - faceva la previsione che la Jugoslavia crollasse come Stato e quindi si presentasse la possibilità per l'Italia del diritto di riottenere i territori occupati dalla Jugoslavia e su cui come nella Zona B permaneva la sovranità italiana.

L'avvocato morì il 21 aprile 2005 . Solenni funerali sono stati celebrati a Trieste con vastissima partecipazione della cittadinanza e con la presenza dei labari dell'Unione degli Istriani, della Lega Nazionale, della Fameia Capodistriana, della Comunità di Capodistria, delle altre Fameie dell'Unione e di numero delle associazioni patriottiche.

Il presidente dell'Unione degli Istriani spiega il concetto di "genocidio" "E' GIA' STATO RICONOSCIUTO AGLI ESULI TEDESCHI ED AI FINNICI DELLA CARELIA"

"Spiace constatare che qualcuno che da decenni si occupa dei problemi del nostro esodo, non sappia ancora il significato giuridico del termine genocidio".

Con questa frase (con un preciso riferimento a Renzo Codarin, presidente dell'Anvgd di Trieste, che aveva contestato il riconoscimento di genocidio riferito agli esuli istriani chiesto dal presidente dell'Unione degli Istriani) si apre la nota informativa diffusa dalla sede di via Silvio Pellico per spiegare il termine genocidio e la sua perfetta associazione alla vicenda dell'esodo dall'Istria, Fiume e Dalmazia.

"Il concetto di genocidio, realizzabile anche in tempi di pace, non va obbligatoriamente associato a manifestazioni di forza violente e liquidatorie, ma si determina anche attraverso azioni in grado di minare comunque la libertà e la sicurezza personale dei membri di ciascun popolo oppure gruppo etnico" spiega Lacota. "Secondo la Dichiarazione Onu sui diritti dell'uomo e le Convenzioni internazionali vigenti, è infatti previsto un novero di azioni molto vasto e sono sufficienti, quali obiettivi per annientare un popolo, la "disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui che appartengono a tali gruppi".

Vi sono infatti diverse tipologie di genocidio, tra le quali il danneggiamento del patrimonio socioculturale (oltre che fisico) di ciascun popolo o gruppo etnico.

"I tedeschi dell'Europa orientale ed i finnici della Carelia" si legge nella nota "hanno già chiesto ed ottenuto il riconoscimento di genocidio, e non per l'eliminazione fisica ma proprio a causa della espulsione di massa dai loro territori nei quali la cultura, i dialetti e le tradizioni che da secoli li caratterizzavano, è scomparsa dalla faccia della terra" conclude la nota.

"Anche noi esuli abbiamo pieno diritto al riconoscimento internazionale dei soprusi e dalle violazioni che abbiamo subito e che, purtroppo, ancora subiamo" ha concluso Lacota.

UNIONE DEGLI ISTRIANI





(LEMKIN, cit. in TERNON, 1997, pag. 13).

Partendo da questa definizione Lemkin cerca, in uno studio pionieristico, di individuare una sorta di possibile tipologia degli atti di genocidio.

In uno schema tracciato secondo un'ottica evoluzionistica vengono così individuati tre diversi tipi di genocidio.

Lo scopo dei primi, equiparabili agli eccidi perpetrati durante la storia antica ed altomedioevale, era la totale o parziale distruzione di determinati gruppi nazionali.

Stilare un elenco di simili avvenimenti sembra piuttosto difficile in quanto questa fase storica ricopre un arco temporale decisamente vasto. Appare tuttavia immediata l'associazione con le sanguinose guerre puniche tra Roma e Cartagine durante il III secolo a.C. e le molteplici battaglie che hanno successivamente accompagnato prima l'ascesa e poi il declino dello stesso Impero Romano.

Ben più immediata è la contestualizzazione storica della seconda caratterizzazione, emersa nell'epoca moderna, riconducibile alla volontà da parte di un gruppo dominante di cancellare culture e soggiogare etnie. Un processo che, in molti casi, avviene attraverso strumenti di coercizione morale, senza particolari spargimenti di sangue. Il pensiero volge rapidamente alle persecuzioni religiose successive alla riforma luterana, ma soprattutto alla "civilizzazione" del nuovo mondo imposta dai conquistadores post-colombiani del XVI secolo. Un processo che, in molti casi, supererà gli strumenti di coercizione morale, per raggiungere quelli ben più infami della vera e propria tortura fisica.

Il padre domenicano Bartolomè de Las Casas nella sua "Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie Occidentali", fornirà il primo esempio di denuncia nei confronti di un deliberato atto di genocidio.

La relazione presentata all'Imperatore e re di Spagna Carlo V nel 1542, descrive con dovizia di particolari, tutte le terribili violenze cui avventurieri spagnoli in cerca di fortuna, sottoponevano le indifese popolazioni indigene.

Per giungere al terzo tipo di genocidio occorre effettuare un salto temporale lungo esattamente quattro secoli.

L'ultimo elemento della tripartizione è il genocidio perpetrato secondo quello che lo stesso Lemkin definisce lo "stile nazista" (LEMKIN, cit. in CHALK - JONASSOHN, 1990, pag. 9). Un'esplosione criminale senza precedenti, capace di racchiudere in sé tutte le caratteristiche dei modelli precedenti e fonderle a nuove variabili di violenza, creando un tipo di genocidio assolutamente inedito.

Ciò che colpisce maggiormente nella pionieristica definizione di genocidio di Raphael Lemkin è l'inedito riferimento al possibile danneggiamento del patrimonio socioculturale (oltre che fisico) di ciascun gruppo etnico.

Ed è proprio attraverso quest'offensiva culturale che il genocidio si propone come una sorta di espansione di un altro concetto, di matrice francese, individuabile nell'etnocidio. Introdotto da Condominas nel 1965 in "L'exotique est quotidien" (cfr. MARTA, 1995, pag. 190) per designare la strategia americana nei confronti delle etnie delle montagne del Vietnam, l'etnocidio, può essere inteso come una sorta di "diretto prolungamento dell'etnocentrismo" (WILHELM, 1995, pag. 155). Di quel fenomeno storico-culturale, cioè, incentrato sulla credenza che la propria cultura sia essenzialmente superiore alle altre. Una convinzione spesso accompagnata da fastidiose comparizioni. In sostanza, l'etnocentrismo può rappresentare "la tendenza ad identificare le altre culture attraverso il filtro della propria unica presupposizione culturale" (Barfield, 1997, pag. 155).

E', chiaramente, una prospettiva marcatamente arrogante che si propone l'obiettivo di uniformare ad un unico schema culturale di riferimento tutti i diversi tratti culturali esistenti, negandone automaticamente il valore.

Nel 1947 nel suo "Statement on human rights", Melville J. Herskovits, uno dei più accesi sostenitori del relativismo culturale, nemesi per antonomasia dell'etnocentrismo, mette chiaramente in evidenza le connessioni tra il pregiudizio etnocentrico e le politiche governative attuate per giustificare o legittimare atti di ostilità o di discriminazione nei confronti di particolari gruppi, minoranze o etnie.

Riprendendo un pensiero che fu già di Franz Boas, Herskovits riconosce una sorta di "complicità antropologica" nell'elevare le conclusioni etnocentriche al rango di pura ideologia scientifica. Attraverso questa traslazione l'etnocentrismo dispiega tutte le sue potenzialità negative, combinando, in una miscela esplosiva, razzismo, scienza antropologica e politica.

Emblematica, in tal senso fu, nel 1965, la pubblicizzazione del cosiddetto "Progetto Camelot" elaborato dal Dipartimento della difesa degli Stati Uniti in collaborazione con diverse équipe antropologiche, per individuare e reprimere i focolai di guerriglia nell'America Latina.

Le responsabilità antropologiche nella diffusione di pratiche etnocide ed, in casi più estremi, genocide, andarono via via estinguendosi.

Oggi "l'antropologia può fornire un valido contributo all'analisi di un fenomeno come il genocidio a patto che, pur in un ottica che privilegi l'analisi di realtà locali e marginali, sappia non rinunciare ad interpretare la complessità del mondo in cui queste realtà sono date e di cui, in definitiva, sono un prodotto" (MARTA, 1995, pp. 190 - 191).

Sociologi, antropologi e filosofi si sono trovati così a discutere di totalitarismo, servitù volontaria, ideologia, liberalismo ma soprattutto di capitalismo, nel tentativo di documentare passo dopo passo i paradossi e le ambiguità originarie di questa "sottovalutazione dell'Altro" (WILHELM, 1995, pag. 152) espressa dall'etnocentrismo, ideale viatico all'etnocidio/genocidio.

Prodotto della cultura occidentale, il capitalismo si rivela il risultato di specifiche scelte culturali che elevano il profitto e l'accumulazione al rango di obiettivi primari dell'intero sistema e che portano, di conseguenza, a considerare la differenza culturale come una sorta di negazione del modello dominante nonché come una sostanziale resistenza all'integrazione nel sistema. Tutto ciò si manifesta chiaramente nel quadro degli sforzi di modernizzazione nei quali certe culture sono presentate come "autentici ostacoli alla realizzazione dello sviluppo economico" (WILHELM, 1995, pag. 152). Partendo da questi presupposti il caso del genocidio è stato sistematicamente trattato nell'ambito di problematiche legate ai fenomeni di colonizzazione e decolonizzazione, nonché a conflittualità etnico-razziali con relativi riferimenti alle politiche espresse nei confronti delle minoranze.

Il primo a superare questa rigida impostazione è stato Leo Kuper, probabilmente uno dei più profondi conoscitori della tematica genocidio.

Con Kuper il concetto di genocidio subisce un ulteriore approfondimento in grado di colmare le già citate lacune presenti all'interno della convenzione delle Nazioni Unite.

Per primo, infatti, ha elaborato una teoria organica del genocidio; una teoria, cioè, in grado di superare la classificazione precostituita riconducibile esclusivamente agli eccidi coloniali e nazisti. In tal modo si cerca di valutare con attenzione tutte le altre, svariate, forme di genocidio non menzionate nella convenzione.

Pensare senza classificare, dunque, superando l'originaria impostazione di Lemkin e di numerosi altri sostenitori dell'imprescindibilità di una tipizzazione di genocidio.

Un approccio mirante a sottolinearne la gravità e l'unicità nel panorama storico, del crimine di genocidio, ma che non fornisce una visione ampia del problema, ricco di sfaccettature sociali, politiche e persino psicologiche. Kuper, invece, allontanando ogni volgarizzazione o banalizzazione del concetto di genocidio, cerca di fornire una teoria onnicomprensiva, incentrata, sì, su di una ripartizione, ma ampia e ricca di connotazioni socio-politiche.

La nuova tipologia "sui generis" di Kuper si rapporta sostanzialmente a due filoni principali: "i genocidi domestici sviluppatisi sulla base di divisioni interne senza una società, e genocidi sorti in conseguenza di conflitti internazionali." (KUEPER, cit. in CHALK - JONASSOHN, 1990, pag. 17). Ad interessare maggiormente Kuper saranno proprio i cosiddetti genocidi domestici o interni.

Teatro principale di simili tragedie risultano le cosiddette "plural societies" ovvero "società la cui popolazione è composta da gruppi razziali, etnici e/o religiosi differenti con un passato di conflitti violenti e un presente di profonde divisioni" (KUPER 1985, pag. 127).

Secondo Kuper, i genocidi interni vanno suddivisi in quattro differenti categorie comprendenti: genocidi contro gruppi indigeni, genocidi conseguenti politiche di decolonizzazione, originati da lotte per la conquista del potere oppure perpetrati ai danni di gruppi "ostaggio" in grado di fungere da "capro espiatorio". Ed è proprio in quest'ultima categoria che può collocarsi l'orribile tragedia dell'olocausto.

Una drammatica esperienza che, se non altro, ha il triste merito di aver smosso le acque nel torbido abisso dell'indifferenza. Proprio in conseguenza dello sterminio nazista, infatti, venne promossa, in seno alle Nazioni Unite, la già citata convenzione del 1948. Un documento che oggi non può assolutamente essere preso in considerazione in un'ottica di "repressione e prevenzione del genocidio" così come recita l'intestazione del documento stesso. Il testo, esplicitamente prodotto da quel "terribile ricatto emotivo" (CORTESI, 1995, pag. 94) provocato dall'olocausto, necessita oggi di una maggior estensione su scala globale. Quelle che occorrono sono nuove proposte normative che considerino tutte le mille varianti del problema. Varianti terminologiche, ma anche concettuali.

Genocidio, oggi non può voler dire solo olocausto. Genocidio è Rwanda, Amazzonia, Bosnia, Kossovo. Genocidio è violazione di diritti umani. E' "Ecocidio", ovvero criminalità ambientale regolata da strategie capitaliste. Nessuna di queste eventualità deve essere trascurata.

Sulla base di queste considerazioni, diverse iniziative si sono ripetute per accelerare i tempi verso la creazione di un valido corpus preventivo e repressivo nei confronti dei crimini di genocidio. Iniziando un lungo e tortuoso percorso, comitati politici, antropologi ed organizzazioni non governative (le cosiddette O.N.G.) sono riusciti a scardinare l'insopportabile muro di gomma eretto da numerose realtà occidentali, Stati Uniti in testa. Dai due protocolli aggiuntivi alla convenzione per la repressione del delitto di genocidio del 1948 si è così finalmente giunti all'istituzione di un Tribunale internazionale dei popoli a carattere permanente. Un tribunale sempre vigile che non venga istituito soltanto innanzi al fatto compiuto come nel tragico caso di Norimberga o in conseguenza degli eccidi nella ex-Jugoslavia. Un tribunale d'opinione, privo di effettiva valida efficacia, ma che conserva come obiettivo principale, "non solo i crimini contro l'umanità, ma anche la loro impunità" (FERRAJOLI, 1995, pag. 7).

Il responsabile della delegazione milanese della Lega Nazionale e Vicepresidente del Comitato di Milano dell'ANVGD, Gianantonio Godeas, ha commemorato nella Chiesa di S. Fedele a nome di tutti gli Istriani, Fiumani e Dalmati, residenti in Italia o sparsi per il mondo, ove li ha spinti la diaspora coatta dalla loro terra invasa, il Cav: Fulvio Bracco, grande patriota istriano.

Gli italiani, d'Istria di Fiume e della Dalmazia sono orgogliosi di ricordare un figlio della loro terra, il Cav. FULVIO BRACCO. Siamo affettuosamente vicini alla famiglia del grande italiano scomparso e ricordiamo la sua figura di patriota istriano che seppe prodigarsi,oltre ogni aspettativa, nell'aiutare i profughi che dalla sua terra invasa, si rifugiavano nella madre Patria attonita da tanta disperazione, trovando un affettuoso abbraccio ed un aiuto sicuro.

FULVIO BRACCO, nato nel 1909 in Istria a Neresine, nell'isola di Lussino, fu internato in Austria con la famiglia poiché sostenitrice dell'italianità dell'Istria. Dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale i Bracco si rifugiarono a raggiunsero Milano, dove fondarono nel 1927 l'omonima azienda. Nel 1963 fu nominato cavaliere del lavoro e nel 1988 ha ricevuto la Medaglia d'oro dal Comune di Milano. Fulvio Bracco è stato inoltre Presidente Fondatore del CIRCOLO GIULIANO DALMATA DI MILANO, ove grazie a lui gli esuli trovarono un punto di ritrovo per ricordare la loro terra perduta.

Il presidente del Comitato di Milano della Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Piero Tarticchio, istriano e figlio di infoibati, porge alla figlia Dott.ssa Diana Bracco e a tutta la famiglia Bracco, le più sentite condoglianze per la scomparsa del compatriota ed infaticabile imprenditore neresinotto, cav. del lavoro Fulvio Bracco, che purtroppo sul sito della Presidenza della Repubblica risulta croato poiché nato a NERESINE, Croazia ! Ancora molti non conoscono purtroppo la nostra storia.

Premessa

Piccola cronistoria sulla vicenda dei “beni rapinati” e la Slovenia:

- dal ’45 decine e decine di migliaia di Italiani lasciano Capodistria, Isola, Pirano e le altre località dell’Istria oggi parte della Repubblica di Slovenia;

- le loro case vengono nazionalizzate dalla Jugoslavia comunista e, dopo il ’91, la neonata Repubblica di Slovenia si rifiuta di restituirle;

- nel ’94 il primo Governo Berlusconi chiede l’intervento dell’Europa;

- nel ’95 il Ministro Susanna Agnelli, del Governo Ciampi, ottiene che l’Unione Europea subordini i negoziati con la Slovenia alla avvenuta risoluzione del contenzioso con l’Italia per le restituzione dei “beni rapinati”;

- nel maggio ’96 Piero Fassino, neo sottosegretario agli esteri del Governo Prodi, si precipita a Lubiana per dichiarare che non esiste alcun contenzioso con l’Italia, sicchè le case degli esuli italiani la Slovenia può ben tenersele;

- 2003 lo stesso Piero Fassino, nella sua autobiografia “Per passione”, dichiara che il viaggio a Lubiana gli era stato ordinato da Prodi, il quale a sua volta aveva ricevuto l’ordine da Clinton (non sappiamo se a Clinton lo avesse chiesto Monica Levinsky);

- 1 maggio 2004 la Slovenia entra in Europa senza aver restituito un solo mattone agli Italiani “rapinati”

- 2 marzo 2005 Prodi è a Lubiana per ricevere la massima onorificenza dallo Stato sloveno e, interrogato dal giornalista de Il Piccolo, rievoca i problemi del ’96, la questione dei beni degli esuli, il viaggio di Fassino a Lubiana; proclama trionfante “i problemi tra Italia e Slovenia erano davvero seri, ma li abbiamo risolti”

Conclusione

I cittadini italiani esuli da Capodistria, Isola, Pirano e dalle altre località istriane oggi appartenenti alla Repubblica di Slovenia

conferiscono

al prof. Prodi Romano il “PREMIO TRENTA DENARI” (o trenta dinari?) per aver egli tradito i suoi doveri istituzionali che lo impegnavano a difendere i diritti dei cittadini italiani, anziché svenderli alla Slovenia, per spirito di sudditanza nei confronti di Clinton e/o per ossequio verso gli ex comunisti di Lubiana e/o per qualsivoglia altra indicibile motivazione.

Il "PREMIO TRENTA DENARI” (o dinari?) viene assegnato parimenti al dr. Fassino Piero, quale esecutore materiale della svendita-tradimento.

Piero Fassino, nel suo recente libro autobiografico, rievoca le vicende del suo viaggio a Lubiana quando rinunciò ad ogni pretesa di restituzione dei beni agli esuli da parte della Slovenia.

Un viaggio estremamente precipitoso (eravamo nella primavera del 1996 e il Governo Prodi non era entrato ancora pienamente in carica) che oggi nella rievocazione-confessione di Piero Fassino trova la sua spiegazione: Romano Prodi, neo Presidente del Consiglio, al rientro da Washington, gli aveva comunicato che Clinton aveva dato ordine che venisse immediatamente chiuso il conflitto con la Slovenia. Prodi aveva girato l’ordine a Fassino, il quale si era precipitato a Lubiana con il risultato – a tutti ben noto – di dichiarare ufficialmente che l’Italia niente aveva da pretendere dalla Slovenia (e quindi nessuna restituzione di case agli esuli) e che la Slovenia, per quanto riguardava Roma , aveva il tappeto rosso per entrare in Europa.

Ci saremmo aspettati che la dichiarazione-confessione di Fassino provocasse un turbinio di commenti e di reazioni da parte delle associazioni, da parte della Federazione degli Esuli, da parte soprattutto di politici e di partiti. In realtà c’è stato solo un assordante silenzio. Cerchiamo almeno, come Lega Nazionale, e con lo strumento modesto di questo periodico, di proporre alcune considerazioni e di formulare qualche domanda.

La prima domanda: che gli Stati Uniti ed il loro presidente dell’epoca , Bill Clinton, vedessero con favore l’entrata della Slovenia in Europa, può essere ben comprensibile. Che il contenzioso con l’Italia fosse visto come un intralcio da rimuovere può anche essere logico. Ciò che resta inspiegabile è per quali ragioni gli Stati Uniti non abbiano rimosso l’ostacolo premendo su Lubiana (in teoria il soggetto più debole) affinché restituisse quattro bicocche agli esuli italiani e abbiano invece preferito pretendere dal Governo di Roma che rinunciasse ai diritti dei suoi cittadini.

La seconda domanda: Prodi e Fassino erano stati eletti per rappresentare i cittadini italiani, avevano avuto l’incarico di formare il Governo per servire l’interesse nazionale. Non c’è meraviglia nel fatto che abbiano esaudito i desideri di Washington (anche se più tardi, anni dopo, sulla questione guerra all’Iraq sosterranno posizioni molto diverse). Fa specie la loro obbedienza “cieca, pronta e assoluta” (per dirla con Giovannino Guareschi) che si è concretizzata nel precipitarsi a Lubiana senza neppure il minimo tentativo di ottenere che fosse Washington (o l’Europa) a premere sulla Slovenia per un ammorbidimento della sua posizione (ad esempio riesumando il vecchio accordo di Aquileia). In realtà Fassino non lo dice, ma maliziosamente si può pensarlo, la precipitosità della svendita dei nostri diritti andava anche bene perché dava una mano ai compagni post-comunisti di Lubiana nelle elezioni slovene che erano ormai incombenti.

La terza e ultima domanda: alla fine della guerra e con il Diktat del 1947 il prezzo della sconfitta di tutti gli italiani è stato in larga misura pagato dagli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia. Nel 1975, quando si trattava di dare ossigeno all’ansimante regime di Tito, c’è stato il Trattato di Osimo e quindi il prezzo relativo è stato nuovamente sostenuto dalle genti giuliane.

Nel 1996, nuove esigenze internazionali (la Slovenia in Europa), vecchie pessime abitudini nazionali (alleati che sanno solo dire “signorsì”), tutto ciò ha comportato, una volta di più, che il costo relativo gravasse sugli esuli di Fiume, Pola e Dalmazia e che i loro sacrosanti diritti, a riavere quanto era stato loro rubato, venissero vergognosamente sacrificati. In definitiva la domanda vera è una sola: c’è una qualche ragione per la quale tocchi sempre a noi pagare il prezzo delle cosiddette “ragioni più alte” ?

* * *

Il libro di Fassino merita ancora due osservazioni, forse più marginali ma non del tutto irrilevanti.

Innanzitutto una sua affermazione quantomeno inesatta. Egli scrive, riferendosi al compromesso Solana, che sarebbe stato riconosciuto un “diritto di prelazione” agli esuli. In realtà questo termine “prelazione” ha un senso tecnico ben preciso: se tizio intende vendere la mia proprietà, deve in primo luogo offrirla a me stesso. Di tutto ciò , invece, non c’è traccia nel compromesso Solana, il quale prevede unicamente che la Slovenia avrebbe autorizzato anticipatamente (rispetto ad altri cittadini europei) l’accesso degli esuli al mercato immobiliare. E, per inciso, neppure questo è stato fatto da Lubiana (ma Fassino sembra ignorarlo) e di certo nel libro non ne parla.

L’altra osservazione riguarda una omissione (al limite della menzogna) ed è relativa all’incontro del Sottosegretario Piero Fassino con noi esuli ala Stazione Marittima di Trieste, subito dopo il famigerato viaggio a Lubiana. Egli ricorda un’assemblea “affollata e tesa”, ed elenca una serie di iniziative da lui prospettate agli esuli ed alle loro associazioni (emissione di un francobollo, conio di una medaglia, programma RAI, interventi sui programmi scolastici e interventi sui periodi previdenziali).

Nel suo ricordo, o almeno nel suo libro, non c’è però traccia di quello che è stato il più impegnativo tra gli impegni da lui assunti di fronte all’assemblea, affollata e tesa, alla Stazione Marittima. Il Governo italiano – egli dichiarò – corrisponderà un indennizzo “equo e definitivo”come corrispettivo della rinuncia alla richiesta di restituzione. Di fronte a qualcuno – l’on. Marucci Vascon – che gli ricordava che il Ministero del Tesoro aveva quantificato in 4/5000 miliardi questo genere di intervento , egli solennemente affermava “se si vuole i soldi si trovano”.

I soldi, poi, non si sono trovati perché , evidentemente, la volontà non c’è stata e, al posto degli indennizzi equi e definitivi, è arrivata solo l’usuale leggina preelettorale, con la solita vergognosa elemosina.

Fassino quindi ha fatto molto, molto bene a non ricordare questo suo pubblico impegno: così solenne nella sua formulazione, così solennemente disatteso sia dal Governo Prodi, di cui egli era Sottosegretario, sia dal Governo D’Alema, di cui era Ministro.

* * *

Eravamo nel 1996 e i protagonisti di allora erano Bill Clinton, Romano Prodi e Piero Fassino.

Oggi siamo nel 2003 e sulla scena si muovono altri personaggi: George Bush, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.

La Slovenia deve ancora entrare in Europa, la Croazia è all’inizio del suo percorso verso Bruxelles, gli esuli fiumano-dalmati continuano a reclamare il rispetto dei loro diritti di vedersi restituire ciò che il comunismo di Tito ha loro rubato.

Cambiati i protagonisti, sulle scene nazionali e internazionali ci ostiniamo a voler credere che cambierà anche il copione della recita e che non ci toccherà assistere nuovamente alla farsa-tragedia del Diktat del 1947, di Osimo del 1975 e di Lubiana del 1996.

Gli italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia sono stanchi di essere loro, sempre loro a dover pagare per le alte ragioni della real-politik.

Paolo Sardos Albertini

18 settembre 2003

Il 5 febbraio 1950 un gruppo vigliacco di teppisti filo titini hanno compiuto un raid distruttivo a Capodistria. La ricerca dei pezzi perduti.

Distruzione del Proclama di Pio Riego Gambini
Targa marmorea posta nell'atrio del Ginnasio Liceo CARLO COMBI



Dall'opuscolo di Aldo Cherini, DIECI ANNI DI POTERE SLAVO E FINE DELLA CITTA' DI CAPODISTRIA 1945 - 1955, troviamo questo paragrafo che fa la cronaca di quanto accadde a Capodistria, domenica 5 febbraio 1950.

Nel gennaio 1950, gli slavi abolivano la barriera doganale tra la Zona B del costituendo T.L.T. e i territori passati sotto sovranità jugoslava, un altro passo avanti per il possesso di un territorio loro affidato solo in via fiduciaria civile.

Si veniva a sapere, inoltre, che erano stati slavizzati d'ufficio i cognomi di alcune famiglie.

Il 5 febbraio, un gruppo di attivisti inscenava, verso le ore 10, una manifestazione che ben presto trascendeva con la frantumazione della lapide commemorativa dei caduti della guerra 1915 - 18, posta sulla facciata del municipio nel 1921. Erano Edoardo Filippi, Vittorio Steffè detto Ciacio, Vittorio Martinoli e Vittorio Pogorevaz. Non contenti, costoro penetravano poi nell'atrio e nel cortile del ginnasio - liceo "Combi" infrangendo le 5 lapidi ivi esistenti (Bollettino della Vittoria, Proclama di Pio Riego Gambini, lapide degli studenti caduti, lapidi dedicate a Carlo Combi e al prof. Leonardo d'Andri) e prendendosela con la torretta del sommergibile "Pullino", troppo massiccia per essere danneggiata, e mandando in pezzi lungo la strada, anche la lapide dell'ex trattoria "San Marco" in Via Crispi (Orti Grandi) posta a ricordo di un episodio irredentistico del 1914. Il fatto sollevava vivo scalpore e prese di posizione a Trieste, tanto che le autorità si vedevano costrette ad aprire un'inchiesta e a condannare il fatto.
Io in quell'anno frequentavo la seconda media del nostro glorioso istituto e va notato che i ragazzi capodistriani erano in minoranza: erano quelli di Isola d'Istria i più numerosi. Miei concittadini erano Edda Porro, Graziella Vattovani, Nello Salvador, Ferruccio Zucca, Tullio Potocar e Pino Burlini. La professoressa capo classe era Lidia Steffè.

Il giorno 6 febbraio, alla ripresa delle lezioni, devo dire onestamente che non trovammo traccia di quanto accaduto il giorno precedente. Unico danno visibile riguardava la torretta del PULLINO, dove sul bocchettone di accesso, una martellata aveva spezzato un piccolo pezzo di fusione. E' vero che mancavano le lapidi nell'atrio, ma visto che tutto era stato ripulito, pochi ci fecero caso.

Era stata adottata la tecnica già collaudata di operare in un giorno festivo, il che presumeva la quasi sicura assenza di testimoni. Gli unici, terrorizzati, erano stati i custodi Zetto che nulla avevano potuto fare per impedire lo scempio.

In una recente visita alla sede delle Comunità Istriane di via Belpoggio a Trieste, percorrendo un corridoio, il mio sguardo viene attirato da una fotografia a colori incorniciata e appesa al muro. E' un lavoro del noto fotografo triestino Ceretti che per molti anni aveva avuto lo studio in Corso Italia. Aveva immortalato l'immagine di un elegante pannello di legno pregiato, sul quale era stato incollato un frammento di marmo contenente circa quattro lettere scolpite. Su una targa di ottone satinato, era stato inciso il seguente testo:

GIA' LAPIDE

NEL LICEO "COMBI" DI CAPODISTRIA RICORDAVA SUOI FIGLI CADUTI
NELLA GUERRA 1915 - 1918
PER LA REDENZIONE DEI POPOLI DI QUA E DI LA DELLA GIULIA
LA INFRANSE il 5 - 2 - 1950
LO STESSO MARTELLO CHE PRIMA AVEVA DISTRUTTI I VENETI LEONI DI DALMAZIA
ED E' UNA DELLE TANTE DOLOROSE IMPRONTE LUNGO IL CALVARIO DEGLI ISTRIANI OGGI

QUESTO FRAMMENTO

Rimane un mistero l'identità del possessore del cimelio, quasi sicuramente un capodistriano, che mi auguro continui a custodirlo gelosamente. Dell'indegna azione di oltre mezzo secolo fa, rimaneva quindi solo questa piccola reliquia.

Non era vero. Si viene così a sapere che anche Paolo Grio, allora bambino, era in possesso di un altro pezzo (leggermente più piccolo) della lapide distrutta e che un suo fratello maggiore era riuscito a recuperare poco prima che il materiale venisse buttato. Grazie alla sua disponibilità abbiamo fotografato anche questa scheggia, della quale, come per la precedente, si è riusciti a conoscere anche la posizione nel testo.

Il collage non è riuscito perfettamente perché, non essendo in possesso di una fotografia originale della lapide, si è utilizzata la ricostruzione grafica del dott. Aldo Cherini, tratta da un suo libro.
Ci rimane comunque questa unica importante memoria del proclama di Pio Riego Gambini, caduto sul Podgora e il cui corpo non venne mai ritrovato.

Quello che resta della sua erma che faceva bella mostra di se in Belvedere, giace da più di cinquanta anni nei magazzini di Palazzo Tacco, ora sede del Museo Regionale. La sua testa, staccata di netto il 16 agosto 1946, da un gruppo di scalmanati guidati dallo studente capodistriano Emilio Cralli - Kralj, per fortuna venne recuperata. Ora è appoggiata al busto e si nota ancora l'impronta del taglio. La polvere che lo ricopre fa una strano effetto: la statua sembra piangere.

Piero Valente

Corriere della Sera 19/06/05

Un avvocato Usa ai profughi istriani: vi farò risarcire

TRIESTE - Giovanni De Pierro, un avvocato americano del New Jersey di origine beneventana, ha deciso di fare causa all’Italia perché ai profughi espulsi dall’Istria nel dopoguerra venga pagato un giusto risarcimento, questione ancora aperta dopo 60 anni. Con lui 200 famiglie espropriate da Tito. «Entro la prossima settimana partiranno un centinaio di cause civili», dice De Pierro, che aggiunge: «Faccio tutto questo per amore di giustizia, non chiedo un soldo se non per le carte bollate, finora tutto ciò mi è costato non meno di 50 mila euro. Mi ha colpito la vicenda di questi italiani traditi dalla patria e dai governi di ogni colore». Il valore dei risarcimenti richiesti è sui 20 milioni di euro.

«Mi ha colpito la vicenda di questo popolo tradito dalla sua patria e dai governi di ogni colore»

TRIESTE - Ci voleva un americano, si capisce: ma uno dalle origini lampanti fin dal nome, Giovanni De Pierro. Ci voleva un avvocato del New Jersey per immaginare qualcosa di simile a una «class action», l’azione legale collettiva tipica degli Usa, da parte degli eredi degli esuli istriani e dei morti nelle foibe, e contro lo Stato italiano. Obiettivo: un risarcimento pieno «e ai valori attuali di mercato», secondo il codice civile e la Convenzione europea sui diritti umani, per le proprietà abbandonate ed espropriate dal maresciallo Tito, quando 350 mila istriani e dalmati furono scacciati dalle loro terre, divenute Jugoslavia dopo la guerra.

Da più di un anno De Pierro fa la spola fra New York e l’Italia: ha aperto uno studio a Trieste, ha creato un pool di cinque colleghi in varie città del Nord, e fa un punto d’onore del non chiedere un euro ai suoi assistiti («se non il costo delle carte bollate: non un soldo per me»), legando il compenso al raggiungimento del risultato.

Un’attività che, spiega, «finora mi è costata non meno di 50 mila euro», tra viaggi, riunioni e conferenze, «senza contare il lavoro mancato». Chi glielo fa fare? Lui risponde con un italiano perfetto, che tradisce solo le origini familiari beneventane: «Negli Usa diciamo: I love the law , amo la legge.

Aggiungo: I love justice even more , amo ancor più la giustizia.

Mi ha colpito la vicenda di questi italiani traditi dalla loro patria e dai governi di ogni colore, e lavoro per un atto di giustizia fino a oggi mancato». Così, «entro la prossima settimana», partiranno un centinaio di cause civili per il risarcimento del danno da parte degli eredi degli espropriati (oggi scomparsi o molto anziani), e altrettante saranno avviate entro giugno. «Tecnicamente non è una class action, perché ogni caso è diverso dagli altri, ma in principio e simbolicamente lo è», nota De Pierro.

Gli atti, per ora, saranno depositati a Trieste, Milano, Verona, Brescia, Como, Torino, Cuneo e Genova. Citati a giudizio: Berlusconi Silvio e Siniscalco Domenico, premier e ministro dell’Economia, responsabili per lo Stato, nelle rispettive funzioni, degli indennizzi insufficienti o mancati.

Il valore complessivo dei risarcimenti richiesti è stimabile attorno ai 20 milioni di euro.

Un curioso destino ha riportato in Italia un americanissimo avvocato che i genitori educarono ad amare la patria di origine. «Chiarisco - nota De Pierro -: io non sono un "falco", sono un moderato e detesto gli estremisti, politici e professionali. Ma detesto ancor più le ingiustizie. Ho studiato Luther King e Malcolm X, spesso riascolto i loro discorsi anziché la musica».

Madre e padre emigrati da Benevento in cerca di fortuna, Alberico e Cristina, fidanzati fin da bambini, De Pierro ascolta la storia della Venezia Giulia dal padre, operaio a New York.

E se ne appassiona: «Ho studiato il caso, la legislazione italiana, lo sfruttamento politico di cui gli esuli sono stati oggetto per decenni».

Oggi è un avvocato con uno studio a Montclear (New Jersey, praticamente New York) con tre collaboratori, è esperto in diritto internazionale societario e in contrattualistica («con questo mangio, ma il mio interesse sono i diritti umani»), insegna Diritto internazionale e costituzionale alla facoltà di Scienze politiche del New Jersey. La storia degli esuli non l’ha mai dimenticata e ha deciso di occuparsene.

Metterà le mani in un ginepraio: lo Stato italiano regolò gli indennizzi degli esuli con legge, ma il ritardo nei pagamenti, ancor oggi incompiuti a 60 anni di distanza, ne ha reso del tutto iniqui i valori prestabiliti, nonostante varie rivalutazioni dei parametri. Negli anni, c’è stato chi è ricorso al giudice per sollecitare i versamenti. Ma nessuno, prima d’ora, aveva promosso un’azione collettiva per chiedere risarcimenti ai valori di mercato.

Tra gli esuli, scottati da decenni di promesse non mantenute, l’azione di De Pierro ha suscitato prima diffidenza e poi curiosità. Varie associazioni ospitano le sue conferenze, anche se per ora non hanno dato sostegno ufficiale all’iniziativa. «Nel merito dell’atto, che non ho ancora visto, non posso esprimermi - nota Paolo Sardos Albertini, avvocato, presidente della Lega nazionale ed esponente di vertice degli esuli -. Ho sempre ritenuto che la strada della restituzione dei beni, dove possibile, fosse quella giusta. Ma se l’azione di De Pierro potrà portare a risarcimenti reali e non risibili ben venga».

Roberto Morelli

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