• 040365343
  • Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Alla fine della seconda guerra mondiale 350.000 italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia hanno dovuto abbandonare tutto, la casa, i beni, il lavoro - tutto - per fuggire dalla furia dell'occupazione slavo-comunista.

C.R.P. - Centro Raccolta Profughi
Per una storia dei Campi Profughi per giuliano-dalmati
in Italia (1945-1970)

1945 - 1947: con la fine della seconda guerra mondiale gran parte della popolazione dell'Istria e del Quarnero, come già quella della Dalmazia, sottoposta ad intimidazioni e vessazioni da parte delle autorità jugoslave, abbandona la propria terra per cercare rifugio in Italia.

Lo stillicidio culmina con l'abbandono massiccio della città di Pola che si svuota quasi completamente in seguito al Trattato di Pace, che assegna i due terzi della Venezia Giulia alla Jugoslavia. E' il primo esodo massiccio.

Sulla parte residua è imposta la costituzione del Territorio Libero di Trieste, diviso in due zone, amministrate rispettivamente dagli angloamericani e jugoslavi.

1953 - 1954: la ridefinizione dei confini tra Italia e Jugoslavia con il passaggio della Zona B sotto definitiva amministrazione jugoslava (Accordo di Londra) scioglie ogni più flebile speranza. Con il ritorno di Trieste alla Madrepatria e la rinuncia alla Zona B inizia il secondo grande esodo.

Nel dopoguerra, complessivamente, circa 350.000 persone abbandonano la Venezia Giulia non più italiana, alla ricerca di una nuova terra, dove ricostruire un'esistenza dopo aver perduto tutto.

I profughi passano per Trieste, Ancona, Bari dove vengono allestiti i principali centri di assistenza e smistamento ad opera dello Stato e della Croce Rossa.

Vengono allestiti in pochi anni 120 tra Centri di Raccolta Profughi (C.R.P.) e Campi Profughi che, in tutta la penisola, accolgono la massa di compatrioti che si trovano, ora, senza casa, senza lavoro, senza assistenza.

Quella che poteva essere una soluzione temporanea, diventa per molti un lungo calvario che dura anche per parecchi anni. La vita del profugo, in ogni tempo, è caratterizzata da gravi ristrettezze economiche e sanitarie, ghettizzazione e totale mancanza di intimità nella vita familiare, discriminazione e assoluto precariato in ambito lavorativo, privazione di elementari diritti sociali ed umani.

I profughi giuliano-dalmati, sparsi nell'Italia del dopoguerra, intraprendono faticosamente ma con infaticabile perseveranza due strade : il reinserimento nella vita economica e sociale della Nazione, partecipandone alla rinascita, o il secondo esilio dell'emigrazione verso le Americhe, l'Oceania e l'Africa.

Molti dei Campi restano attivi fino agli anni '60 inoltrati ed alcuni sino oltre il 1970, quando l'Opera Assistenza Profughi riesce ad agevolare il reinserimento lavorativo e sociale della maggioranza dei profughi.


Nasce per volontà del Gruppo Giovani dell'Unione degli Istriani di Trieste e con il supporto tecnico e scientifico dell'Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata (I.R.C.I.) di Trieste un'esposizione che vuole ripercorrere la storia dei Campi Profughi in Italia e degli esuli che vi transitarono, vissero, soffrirono e morirono.

La mostra, partendo da un inquadramento storico-didattico introduttivo, guida il visitatore attraverso le fasi della vita all'interno di un C.R.P. : accoglienza, alloggiamento, assistenza sanitaria, vitto e alloggio, attività scolastica ed educativa, immissione nel mondo lavorativo e dimissioni dal campo.

Le fonti principali per i pannelli didattici sono state reperite a seguito di ricerche archivistiche nei fondi dell'Archivio Centrale dello Stato, negli Archivi di Stato di Trieste, Udine, Gorizia, Pordenone, Padova, Torino, Modena, Ferrara, Firenze, Livorno, La Spezia e Mantova e negli Archivi Comunali di Trieste, Udine, Gorizia, Torino, Alessandria, Tortona, Modena, Carpi, Ferrara, Livorno e Mantova.

Inoltre, è stato possibile realizzare una ricostruzione del modulo abitativo standard (il 'box') con materiali originali d'epoca, tratti dalle masserizie degli esuli che l'I.R.C.I. conserva nel Porto Vecchio di Trieste.

In sede espositiva sarà inoltre visibile un'ampia campionatura dei colli di masserizie che costituiscono il nucleo forte della raccolta etnografica del costituendo Museo della Civiltà Istriana Fiumana e Dalmata.

Nel corso della ricerca preliminare all'allestimento, sono stati reperiti inoltre numerosi materiali originali quali stoviglie in latta, brocche, indumenti e coperte che vennero distribuiti all'interno di alcuni campi e sono state raccolte numerose testimonianze fotografiche, molte delle quali inedite, che testimoniano la vita nei C.R.P.

Infine sono state raccolte molte testimonianze dirette di esuli che furono ospiti dei Campi sparsi nella Penisola.

L'I.R.C.I. ha predisposto il volume C.R.P. che, oltre che fungere da supporto alla mostra quale catalogo scientifico, illustra il progetto di ricerca pluriennale sui campi che l'Istituto ha avviato in concomitanza con l'inizio delle ricerche per la mostra.

 

Continua la crisi della Federazione degli Esuli: un documento della Consulta Piemontese dell'ANVGD

LA CLASSE DIRIGENTE LONTANA DAI VERI PROBLEMI DEGLI ESULI

Domenica 12 giugno nella ricorrenza dei SS. Vito e Modesto l'ANVGD di Tortona - Alessandria ha organizzato un incontro a cui hanno partecipato anche i rappresentanti dell'ANVGD di Torino e di Novara. Erano presenti circa 230 Esuli da Fiume dall'Istria e dalla Dalmazia e sarà così anche domenica 19 , organizzato dall'ANVGD di Novara.

Anche a Torino qualsiasi avvenimento organizzato dall'ANVGD raccoglie centinaia di Esuli.

Per noi essere Fiumani , Dalmati o Istriani non fa alcuna differenza. Abbiamo radici ,storia e cultura comuni pur nella diversità di ciascuno , ma quello che più ci unisce sono le persecuzioni , le foibe , l'esodo , i campi profughi.
A questi incontri partecipano molti Esuli che pur non essendo iscritti alle Associazioni sentono il desiderio di appartenenza e si incontrano per non dimenticare , il tutto coordinato dalla Consulta Regionale ANVGD.

Recentemente in un incontro tenutosi a Mestre alcune delle Associazioni che fanno parte della Federazione degli Esuli hanno dibattuto sul tema "Rapporti tra Esuli e Rimasti in un contesto Europeo" , la settimana scorsa le restanti Associazioni si sono riunite a Trieste con la propria base per discutere sull'immobilismo della federazione per gli indennizzi e le restituzioni.
In quanti erano? Usiamo per risposta una frase del caro Generale , "lasciamo perdere per amor di patria" .

Questi tre avvenimenti sono il segno evidente di una profonda divisione tra le Associazioni , ed all'interno delle medesime tra le varie anime che le compongono.

Crediamo sia giunto il momento per una rifondazione della Federazione che tenga conto della rappresentatività delle Associazioni stesse nel mondo degli Esuli sull'intero territorio nazionale.

In Federazione , lo andiamo ripetendo da anni , serve aria nuova, nuove idee, servono ESULI non intossicati dai partiti e dagli uomini politici , un nuovo Statuto e l'aggregazione di nuove forze che oggi sono esterne.

Le modifiche dello Statuto non giustificano il silenzio della Federazione , crediamo che in attesa che si trovino soluzioni appropriate sia necessario iniziare con la nomina di una costituente del mondo della diaspora a cui dovranno partecipare i rappresentanti di tutte le associazioni mediante la programmazione di una serie di incontri in tempi brevissimi tra le attuali associazioni per la ricerca proprio di quella unità che ci consenta sin da ora di poterci rivolgere alle autorità e alle forze politiche con progetti e programmi unitari , e la creazione di gruppi di lavoro riferiti ad ogni singolo obiettivo o progetto che verrà individuato come di primaria importanza.

E' indispensabile sentire e seguire le richieste della base degli Esuli anche sulle diverse forme con cui si può essere indennizzati.
Gli attuali dirigenti della Federazione anziché accapigliarsi per ricoprirsi di meriti , si accusano vicendevolmente gli uni di non volere nella Federazione le Comunità Istriane , gli altri i rappresentanti degli Esuli presenti nelle regioni e comunità più significative della penisola : se hanno a cuore gli interessi degli Esuli si pongano la domanda se questa Federazione è idonea a rappresentare tutti gli Esuli.

Se il medico non è in grado di curarla se ne deve andare , ma se ne devono andare , caro Generale , anche tutti quelli come lei che al medico stanno intorno e che in un modo o nell'altro hanno contribuito ad usare una medicina ed una terapia inefficace.
Altri risolveranno quella che è una inaccettabile discriminazione , lavorando in gruppo senza egemonie.

Al medico ed allo staff che lo attornia resteranno comunque i giornalini su cui scrivere , giudicare e sputare sentenze , attività in cui eccelle chi ha firmato l'articolo "Un malato non immaginario"
(vedi Arena di Pola del 31Maggio 2005 - Voce Giuliana del 1 giugno 2005 ) .

Torino , 14 Giugno 2005

E' USCITO IL NUOVO NUMERO DEL PERIODICO DELL' UNIONE DEGLI ISTRIANI: PESANTI CRITICHE ALLA POLITICA DELLA FEDERAZIONE

E' in distribuzione il nuovo numero del periodico dell'Unione degli Istriani. Segnaliamo un importante intervento del Presidente Lacota intitolato "Noi esuli, vittime dei trattati, della politica e dei nostri rappresentanti politici". Il Presidente dell'Unione, in questo scritto, esprime dei giudizi estremamente pesanti , ma assolutamente rigorosi, sull'operato della Federazione ed in generale su una lunga tradizione di subordinazione dell'associazionismo giuliano-dalmato a logiche politiche o addirittura partitiche. Nello stesso numero si parla dell'intesa tra gli esuli istriani e gli esuli tedeschi dei Sudeti, della mostra della Lega Nazionale dedicata ai quaranta giorni dell'occupazione titina di Trieste, nonchè dell'avvenuta costituzione del "Coordinamento delle Associazioni degli Esuli istriani" ad opera dell'Unione degli Istriani, dell'Associazione delle Comunità Istriane e del Libero Comune di Pola in Esilio. A tale coordinamento ha dato la propria adesione anche la Lega Nazionale. Chi fosse interessato a ricevere il bollettino può farne richiesta all'Unione degli Istriani (via Silvio Pellico 2) o, alternativamente, alla Lega Nazionale che provvederà ad inoltrarla alla redazione stessa.

di Massimiliano Lacota, Presidente dell'Unione degli Istriani

In tutti i Paesi dell'Unione Europea si sono da poco concluse importanti manifestazioni, celebrazioni, e talvolta grandi feste di piazza per commemorare il 60° anniversario della fine della seconda guerra mondiale, e più precisamente la sconfitta del nazismo e del fascismo e la vittoria degli eserciti alleati e quelli di liberazione. Una "liberazione" che per milioni di persone, dal Baltico all'Adriatico, ha però significato violenze, massacri, deportazioni, infoibamenti, espulsioni di massa ed esodi. Anche gli esuli istriani, fiumani e dalmati, costretti ad andarsene dalle proprie città e dalle proprie campagne, rientrano nel "club" di questi sfortunati che meno di altri hanno sentito la necessità di partecipare alle iniziative rievocative di una lacerante ferita, ancora sanguinante, e che difficilmente si potrà rimarginare con semplici parole di conforto.

Sessant'anni sono dunque trascorsi da quando la nostra gente, abbandonando tutto per amor di Patria e per continuare a rimanere innanzitutto italiani, pur avendo riconosciuto il diritto alla conservazione della proprietà nei territori ceduti dallo stesso Trattato di pace del 1947, si vide costretta, per effetto di una serie di accordi bilaterali sottoscritti con la Jugoslavia e delle successive leggi emanate dall'Italia, ad affidare a quest'ultima i propri beni. Infatti, a soli due anni dal Trattato di Parigi, contravvenendo alle clausole stabilite dallo stesso, nel 1949 l'Italia sottoscrisse l'Accordo di Belgrado - il primo di una lunga serie - e conseguentemente accettò di barattare le proprietà degli esuli optanti, compensandone il valore (incredibilmente svalutato) con il pesante debito derivante dai danni di riparazione per l'aggressione subita dalla Jugoslavia e contemporaneamente facendosi carico di risarcire gli aventi diritto in un non meglio definito periodo di tempo. Nel giro di pochi mesi, dunque, gli esuli vennero declassati, trasformandosi da proprietari in creditori. E, vergognosamente, chi di loro ancora vive, lo è ancora.

Anche gli esuli provenienti dalla Zona B hanno avuto la loro bella fregatura. Dopo che il Memorandum di Londra aveva assegnato nel 1954 alla Jugoslavia in amministrazione civile e militare provvisoria l'ultima parte dell'Istria, l'Italia sottoscrisse il Trattato di Osimo, rinunciando definitivamente alla Zona B senza riserva alcuna: il più grande tradimento di una nazione verso il proprio popolo, consumato con la complicità del partito dell'allora governo, la Democrazia cristiana, tanto osannata da alcuni quanto odiata da altri.

Il Governo italiano cedette infatti con l'art.4 del "Trattato di Osimo" del 1975 tutti i beni italiani della Zona B, abusivamente espropriati in 30 anni dalla Jugoslavia, in cambio di "un indennizzo equo ed accettabile dalle due parti". Fino al 1974 il Ministero degli Esteri aveva sistematicamente contestato sempre tali disposizioni, che erano arbitrarie, particolarmente fino al 1954, quando la Zona, sotto occupazione militare, doveva essere amministrata senza sovvertire l'ordine preesistente, rispettato anche dagli occupatori nazisti (1943-45).

Dopo il Memorandum del 1954 detti espropri violavano esplicitamente l'impegno jugoslavo di amministrare la Zona B secondo i Diritti Umani (Dichiarazione ONU, 10.12.1948), assunto con lo "Statuto Speciale" per le minoranze.

Con l'Accordo di Roma del 1983, l'Italia ha invece svenduto i beni degli esuli, verso l'impegno di un indennizzo veramente iniquo ed inaccettabile pari a 21 centesimi di dollaro al mq. (110 milioni di dollari per 527 kmq - edifici in pianta). L'Accordo prevedeva inoltre, molto benevolmente, che i pagamenti fossero ripartiti su 13 rate annuali uguali ritardate, dal gennaio 1990 al gennaio 2002. Per capire le attuali offerte slovena e croata di compensazione dei beni espropriati facciamo alcuni conti.

Secondo l'Accordo di Roma 1983 la Jugoslavia si era impegnata a pagare 110.000.000 dollari in 13 rate annuali uguali.

La Jugoslavia si è disintegrata nel 1991, dopo aver pagato due rate (1990 e 91) pari ai 2/13.

Valore del debito saldato: 110 x 2 / 13 = 16.923.076 dollari.

L'interruzione del pagamento costituisce una indubbia violazione dell'Accordo di Roma, ma anche dell'art. 4 del Trattato di Osimo, che condiziona al pagamento l'avallo degli espropri! Lo scoperto del debito ammonta dal lontano 1991 a: 110 x 11 / 13 = 93.076.923 dollari, arrotondabili a 93.000.000 dollari.

Negli anni 1989-91 sono caduti il Muro di Berlino, l'URSS, la RSFJ e le vicine Repubbliche secessioniste hanno riconosciuto la proprietà privata, la Croazia limitatamente agli ex-jugoslavi. In tale nuova situazione geopolitica anche l'art. 62 della "Convenzione di Vienna sul Diritto dei Trattati" del 23 maggio 1969 autorizza l'Italia a chiedere la revisione degli Accordi capestro, azione già proponibile a motivo della sospensione dei pagamenti: "violazione" prevista dall'art. 60 della stessa Convenzione. Lo confermano le conclusioni della "Commissione Maresca di esperti di Diritto Internazionale", che indica al Governo anche le procedure da seguire.

La stessa Slovenia ha tardivamente preso atto che il mancato pagamento metteva in forse il suo possesso dei beni rapinati e che le conveniva assicurarsi la proprietà di tutti i beni della sua parte della Zona B a 0,21 dollari al mq ed ha chiesto a Roma un numero di conto corrente di una banca italiana per continuare i versamenti delle rate mancanti. Roma non ha mai comunicato il numero di conto, rifiutando implicitamente così di avallare l'iniziativa slovena.

Allora Lubiana ha concordato con Zagabria (senza accordarsi con Roma) di dividersi il residuo debito nel rapporto di 6 a 4. Analiticamente, a carico di: - Lubiana 93.076.923 x 6 / 10 = 55.846.153 $ arrotondabili a 56 milioni di dollari; - Zagabria 93.076.923 x 4 / 10 = 37,230,769 $ arrotondabili a 37 milioni di dollari; che, sommati, danno i 93 milioni di dollari.

Conseguentemente la Slovenia ha versato a rate su un suo conto aperto presso la filiale del Lussemburgo della Dresdner Bank, salvo errori, detti 56 milioni di dollari. Ed ha terminato tale versamento entro il 31 gennaio 2002, data limite fissata con l'Accordo di Roma del 1983, benevolmente stabilito quando erano previsti pagamenti regolari lungo i 13 anni. Non risulta che sia stato contabilizzato alcun interesse per il ritardo nei pagamenti, omissione sistematica nel mancato rispetto internazionale dei "beni, diritti ed interessi degli esuli", termini beffardi sempre presenti in ogni Accordo stipulato a loro danno.

In successivi incontri bi o trilaterali, la Slovenia ha ripetutamente proposto a dei diplomatici italiani ed allo stesso on. Berlusconi di ritirare i 56 milioni di dollari dalla Dresdner Bank.

Da parte sua la Croazia propone all'Italia di pagare, ben oltre il termine 2002, fissato nel 1983, con ulteriore imprecisata dilazione e senza offrire interessi, i suoi 37 milioni di dollari.

L'Italia finora non ha toccato i "dollari lussemburghesi" di Lubiana e non ha ufficialmente accettato la proposta di Zagabria, probabilmente per merito di qualche esperto della Farnesina. Infatti atti così palesemente autolesionisti costituirebbero, in una situazione geopolitica fondamentalmente mutata ed in relazioni con Paesi che ora riconoscono la proprietà privata, la rinegoziazione surrettizia del Trattato di Osimo e dell'Accordo di Roma del 1983.

Siamo di fronte alla solita perseveranza slovena e croata ed all'inefficienza italiana, che lascia ai primi di pilotare il contenzioso, informando del suo punto di vista l'opinione pubblica mondiale. Paradossalmente si tenta di suggerire ai Governi italiani che con i 93 milioni di dollari avrebbero potuto pagare agli esuli il loro indennizzo. Il 19 ottobre 2001 alcuni esuli hanno diffidato personalmente, per via giudiziaria, il Presidente Berlusconi, il Vicepresidente Fini, l'ex Ministro degli Esteri Ruggiero e l'ex Ministro del Tesoro Tremonti a non rendersi responsabili di tale danno economico contro gli esuli. Ora l'on. Fini risulta doppiamente diffidato, come Ministro degli Esteri e come Vicepresidente del Consiglio.

Va anche ricordato che i 93 milioni di dollari, di cui 56 stanziati da Lubiana e 37 solo promessi da Zagabria, aiuterebbero in misura molto ridotta il pagamento del debito italiano verso gli esuli che è stato contabilmente valutato in cinquemila miliardi di Lire (proposta di legge per un "indennizzo equo e definitivo" dei Senatori Camerini e Bratina del 1996).

Facciamo ancora un conto per valutare quale frazione del credito degli esuli si salderebbe con i dollari accantonati da Lubiana e promessi da Zagabria.

Per stabilire il rapporto lira/dollaro partiamo dall'attuale cambio Dollaro/Euro che ruota intorno al valore 1,30 e ricordiamo il valore 1936,27 fissato come rapporto Lira/Euro.

Allora: Lira/Dollaro = (Lira/Euro) /(Dollaro/Euro). In cifre: Lira/Dollaro = 1936,27 / 1,3 = 1489,44.

Al cambio attuale il credito degli esuli sarebbe 5000 miliardi di lire / 1489,44, cioè: 5 x 1012 / 1,490 x 103 = 3,357 x 109 = 3,357 miliardi di dollari.

Pertanto i dollari offerti salderebbero solo la frazione (in dollari): 93.000.000 / 3.335.700.000 = 1/36 del doveroso indennizzo degli esuli.

Ma giustizia contabile implicherebbe pure la valutazione degli interessi maturati dopo il 1996 (anno della valutazione Camerini-Bratina) e dell'inflazione.

Di fronte a questa situazione, puntualmente redatta da Italo Gabrielli, è doveroso analizzare quali risultati siano stati raggiunti in questi ultimi anni dalla nostra Federazione, attraverso i vari personaggi che si sono susseguiti alla presidenza. Molto pochi, francamente, rispetto alle aspettative degli esuli che la compongono e che le hanno affidato il compito, l'unico compito, di tutelare senza vincolo politico alcuno i propri sacrosanti diritti ed interessi.

Da pochi mesi sono stato chiamato a guidare l'Unione degli Istriani, ed ho avuto modo non solo di partecipare alle riunioni della Federazione quale membro del massimo organo sociale, l'Esecutivo, ma anche di leggere e documentarmi sulla attività finora svolta della stessa attraverso l'analisi dei documenti e dei verbali delle varie riunioni.

E'una cosa da mal di stomaco, ve lo assicuro. Proposte, controproposte, contraddizioni, rinunce, allineamento su posizioni spesso sfavorevoli, comunicati emanati e dopo due giorni ritirati perché troppo fastidiosi per qualcuno.

Tutto questo è a disposizione, per chi volesse averne copia, nel mio ufficio. Ho preso infatti la decisione di rendere pubblici i verbali approvati delle riunioni del Consiglio esecutivo e del Consiglio federale perché chi vuole sapere possa essere messo in condizione di farlo, rendendosi conto, di persona, di come la Federazione abbia operato e trattato le nostre questioni.

Mi sono anche reso conto della grande influenza politica che ruota attorno al nostro mondo ed ho capito che è necessario mantenere, seppur con fatica a volte, l'assoluta indipendenza dai partiti politici. Non farlo, significa invischiarsi in una situazione di impotenza tale da non consentire la libertà di opinione e di decisione, e di conseguenza la capacità di azione secondo le finalità statutarie.

Dopo sessant'anni dalla guerra perduta, i nostri esuli hanno diritto che si finisca di utilizzarli come involontarie, ma sempre disponibili "vittime sacrificali della Patria", serbatoio elettorale per venditori di fumo e svalutata merce di scambio negli affari internazionali.

Ogni popolazione possiede una riserva limitata di risorse morali e materiali. E l'evidente astensione elettorale dei giuliani, che ha portato le sinistre alla Regione FVG ed a Gorizia conferma il monito espresso prima del 1954 dal triestino Resta (citato dal Duroselle nel suo Trattato sul Memorandum di Londra) secondo cui l'Italia non può pretendere l'eterna fedeltà dei giuliani: deve meritarsela. Da anni i Governi italiani di tutti i colori sembrano essersi accordati per perderla.

Infine le polemiche che hanno investito in queste ultime settimane la Federazione, divisa in due "schieramenti" proprio tra conservatori "politici" e "della politica" e chi invece come il sottoscritto, unitamente ai rappresentanti del Libero Comune di Pola e dell'Associazione delle Comunità Istriane e centinaia di soci e dirigenti dell'Anvgd, che evidentemente non condividono le strategie superate del proprio Presidente, reclamano l'autonomia della Federazione dai partiti e la mobilitazione degli esuli per pretendere di non essere più illusi da nessuno e di difendere la propria dignità ed il proprio orgoglio, quello dei nostri padri, dei nostri nonni, e dei nostri bisnonni, che non avrebbero certamente permesso che tutto questo accadesse.

Ma nonostante l'evidente fallimento di una linea che ha escluso ed esclude volutamente le vere questioni centrali, lo stesso Lucio Toth, presidente dell'Anvgd, protagonista da qualche decennio sulla scena, parla di risultati importanti, considerando in vari suoi interventi come traguardi straordinari quello che abbiamo ottenuto.

Traguardi straordinari? Bisognerebbe allora che egli ci spiegasse molto bene quali siano stati finora i "traguardi ordinari". La verità, purtroppo, è che non c'è nulla di straordinario, a meno che non vogliamo prenderci in giro tra di noi.

C'è invece un ringraziamento da fare. E va reso all'on. Roberto Menia che ha voluto fermamente la legge per una Giornata del Ricordo. E vanno ringraziati, con altrettanto calore, coloro che nel parlamento italiano l'hanno sostenuta, sia a destra che a sinistra, italiani e sloveni della minoranza, permettendo finalmente a tutti i nostri connazionali di conoscere l'ultimo pezzo di storia d'Italia mancante.

Ma il giusto ricordo di torti immeritatamente subiti, senza la promessa di operare per porre rimedio alla conseguente persecuzione che, più o meno palesemente, prosegue, continua ad essere inaccettabile in una elementare logica politica, prima ancora che nel sentimento degli esuli.

Mi sono posto migliaia di volte, in questi quattro mesi alla guida dell'Unione degli Istriani, la seguente domanda: dopo sessant'anni di promesse disattese, che cosa abbiamo da perdere? La Federazione di fatto non denuncia quello che sta accadendo palesemente: il disinteresse più completo dello Stato nei nostri riguardi, l'ambiguità nella trattazione delle nostre problematiche, il rifiuto di sostenere la possibilità del ritorno degli esuli dopo sessant'anni di esilio forzato, indipendentemente dal numero di chi vorrebbe tornare.

Vi è una strana passività da parte della Federazione, desumibile, come ho detto, dalle centinaia di documenti e carteggi che conservo presso gli archivi dell'Unione degli Istriani, e che con grande amarezza ho imparato a conoscere.

Una cosa è certa, cari esuli: lo sbaglio più grande del nostro passato è stato quello di eleggere i nostri rappresentanti in seno alle associazioni e poi candidarli ed appoggiarli nella scalata in politica, perché spingessero sulle nostre questioni. E' stato veramente un grande errore, con il risultato che oggi è sotto gli occhi di tutti: una Federazione al servizio della politica. Una Federazione che si è ritagliata la nicchia di conformismo e quieto vivere, trasformando il proprio dovere istituzionale di portare avanti le prioritarie istanze della "base", nell'odioso compito di cinghia di trasmissione agli Esuli delle più illogiche direttive dei Governi, trascurando spesso la difesa del prestigio e della dignità nazionale di fronte alle vicine Slovenia e Croazia, ancora incredibilmente forti del carisma di Tito.

Spero che tutti, finalmente, abbiano capito l'importanza della neutralità delle nostre strutture, come ha sempre sostenuto uno dei nostri fondatori, l'avvocato Lino Sardos Albertini.

Ora il gioco del nascondino deve finire e dobbiamo avere il coraggio di dire BASTA! Basta con le illusioni! Basta con le elemosine! Basta con le promesse non mantenute! Perché siamo già stati vittime una volta. Esserlo una seconda volta, e per giunta con il concorso dei nostri stessi rappresentanti "politici", proprio no!



Massimiliano Lacota

Spettabile REDAZIONE de IL CORRIERE DELLA SERA
Alla cortese ed urgente attenzione del Dott. Paolo Mieli

Egregio Direttore,
con la presente mi trovo costretto ad intervenire, anche in seguito alle centinaia di segnalazioni di esuli istriani pervenute in mattinata alla Segreteria Generale della Giunta dell'Unione degli Istriani, in merito alle affermazioni contenute nell'articolo apparso oggi sul Suo pregiatissimo quotidiano a firma di Carlo Bertelli, dal titolo "I capolavori veneti vanno restituiti all'Istria" (pag. 27).

Senza entrare nel merito delle opinioni espresse e delle tesi proposte, certamente non condivise ed anzi inaccettabili, proprio sulla base di norme e principi internazionali prima ancora che nel sentimento di ogni esule istriano, voglio evidenziare come gran parte delle informazioni risultino errate o, nella migliore delle ipotesi, estremamente imprecise.

Nel citare gli artisti veneti, l'autore dell'articolo parla di Matteo Ponzoni (mentre il nome corretto è Matteo Ponzone o Matteo di Verona) e nel designare la probabile sede museale di destinazione delle opere, egli indica "un' ala del castello di Miramare" (mentre la sede proposta è quella delle Scuderie di Miramare, recentemente restaurate, distanti oltre un chilometro dal Castello stesso, che non verrebbe certamente svuotato di arredi originali per ospitare i capolavori istriani).

Proseguendo nella lettura dell'articolo, l'errore più grave (ed inamissibile per chiunque ha "l' onore" di scrivere su un quotidiano come Il Corriere!) l'autore lo commette scrivendo che "Le opere d'arte dell'Istria.........furono ricoverate prima nella villa Passariano a Pirano, nel Friuli;"

E' semplicemente vergognoso il pressappochismo con cui l'autore ha pubblicato queste informazioni. Pirano è una cittadina della costa istriana, non del Friuli (dove non esiste alcuna Pirano omonima), mentre Passariano è una localita (non la villa!), nei pressi di Codroipo dove si trova la residenza dell'ultimo doge di Venezia Manin. Dunque, ricapitolando, per corretta informazione ai lettori, gran parte dei capolavori istriani restaurati proveniva da chiese e palazzi di Pirano (Istria) e vennero in un primo momento ricoverati in Villa Manin a Passariano (UD).

Evitando ancora di entrare nel merito del brevissimo excursus storico sui Trattati, citato dall'autore omettendo però il Memorandum di Londra del 1954, che assegnò Trieste all'Italia e cedette in amministrazione provvisoria l'ex Zona B alla Jugoslavia (e quindi anche Pirano e Capodistria), non posso invece non respingere l'affermazione " .... . Da Capodistria emigrarono per l'Italia quasi 8.000 cittadini....". Non si trattò di alcuna emigrazione, poiché nessun italiano abbandonò l'Istria alla ricerca di un lavoro, ma fu costretto ad andarsene a colpi di intimidazioni, vessazioni, violazioni, infoibamenti ed uccisioni.

Non è possibile in poche righe ricostruire le disgrazie delle genti istriane ed i tradimenti perpetrati dall'Italia, quella Patria per la quale essi abbandonarono tutto, pagando con i loro beni, morali e materiali, il prezzo di una catastrofica sconfitta, finendo una volta arrivati nei campi profughi, al limite dell'emarginazione sociale.

E proprio per questo non può essere sufficiente intervenire con stringate precisazioni e correzioni alle affermazioni rese dall'autore con incredibile faciloneria.

Ritengo opportuno, invece, far sapere all'autore ed ai lettori che innumerevoli altri capolavori scomparvero durante la repressione jugoslava in Istria. Si tratta di quadri, manufatti, argenteria, ma soprattutto intere biblioteche sottratte a conventi e chiese.
Dirò di più. Centinaia di quadri e migliaia di libri antichi (come del resto arredi sacri. Disgustoso!) si possono ancora ammirare nei saloni delle ville degli ex ufficiali combattenti jugoslavi, sulla collina di Dedinje, in uno dei quartieri più esclusivi di Belgrado, a pochi isolati dal Palazzo Reale dei Karagjorgevic.

Sarebbe bene, caro Bertelli, che quelle opere trafugate venissero restituite alle chiese ed ai palazzi dell'Istria, dai quali furono rubate, molto spesso dagli stessi attuali proprietari.

I capolavori istriani invece, sottratti anch'essi da chiese e palazzi, ma solo per essere salvati dalle razzie partigiane, è bene che rimangano nel nostro Paese, nello spirito di chi allora operò affinché oggi, dopo decenni, possano essere ammirate e godute da tutti.

Potrebbero forse anche tornare in Istria, ma non prima di essere tornati noi esuli. Noi nelle nostre case, quelle ancora vuote che la democratica Slovenia non intende restituire, lasciandole piuttosto cadere a pezzi, ed i nostri quadri nelle nostre Chiese a Pirano e Capodistria, dove l'italiano non esiste più, salvo, naturalmente, sulle cassette all'entrata, dove troviamo evidente la scritta: "OFFERTE".

Trieste, 29 agosto 2005


Massimiliano Lacota
Presidente dell' Unione degli Istriani
Libera Provincia dell' Istria in Esilio

Corriere della Sera 29/08/05 Trieste : La mostra Histria,aperta in questi giorni al Museo Revoltella

La mostra Histria, aperta in questi giorni al Museo Revoltella di Trieste, presenta una ben strana primizia: 21 opere di arte veneta (ma anche un Alessandro Algardi, che veneto non fu) che per mezzo secolo furono nascoste, benché fossero tutte note e classificate. Restauratori che le hanno analizzate e restituite alle migliori condizioni possibili e funzionari delle soprintendenze troppo giovani per averle conosciute prima hanno potuto reinserire questo tesoro d'arte dentro il percorso di mezzo secolo di studi

In questo senso davvero i Paolo Veneziano, Vittore e Benedetto Carpaccio, Alvise Vivarini, Giambattista Tiepolo e le meno note figure del Seicento veneziano, Francesco Trilli e Matteo Ponzoni, costituiscono delle novità. Le opere in mostra sono destinate, apprendiamo, a formare un'ala del museo del Castello di Miramare, la bianca reggia dello sfortunato arciduca Massimiliano

La mostra e il futuro delle opere costituiscono così un avvenimento che tocca direttamente le politiche culturali dell'ultimo mezzo secolo, mentre pongono delicati interrogativi sul futuro, aprendo spazio a una riflessione di carattere generale

Alla vigilia della seconda guerra mondiale, fu varata in Italia una legge intitolata Protezione delle cose d'interesse artistico, storico, bibliografico e culturale dalla distruzione in caso di guerra. Fu grazie a questa legge che i funzionari delle soprintendenze, come Emilio Lavagnino, Carlo Alberto Dell'Acqua, Pietro Zampetti, Pasquale Rotondi percorsero l'Italia per nascondere le opere d'arte nei luoghi che sembravano più lontani da offese di guerra

Le opere d'arte dell'Istria, che allora era parte integrante del Regno d'Italia, furono ricoverate prima nella villa Passariano a Pirano, in Friuli; poi, quando la guerra le mise in pericolo, furono in parte ricondotte ai luoghi d'origine, mentre altre furono rifugiate in altri siti sicuri

Dei dipinti esposti nella mostra di Trieste, alcuni provengono dal deposito di Palazzo Venezia a Roma; altri dal deposito del Palazzo Ducale di Mantova

Nei rifugi attesero il trascorrere degli anni, e così passò il 10 febbraio del 1947, quando fu firmato il trattato di pace tra l'Italia e la Jugoslavia, e passò il trattato di Osimo, fino allo smembramento della Repubblica Jugoslava nel 1991

A richiamare in vita i dipinti sottratti alla guerra è stata ancora una legge, la n. 72 del 2001 con l'intestazione Tutela del patrimonio storico e culturale delle comunità degli esuli istriani

La realizzazione della rassegna, preceduta, ovviamente, dalla riapertura delle casse in cui le opere erano custodite e dal loro restauro, è dovuta al dinamismo dell'allora sottosegretario Vittorio Sgarbi, al lavoro delle soprintendenze e alla promozione dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia

Rispondendo a giornalisti sloveni, il giorno dell'inaugurazione della mostra, Sgarbi ha dichiarato: «Queste opere sono italiane e appartengono alla cultura italiana. Le opere resteranno in Istria se ci sarà un accordo, ma non per diritto; il diritto è dalla parte nostra»

A mio modesto avviso, è proprio perché quelle opere sono italiane che andrebbero restituite (sic!) a Capodistria. In quella bellissima città veneziana, che ha una piazza intitolata a Vittore Carpaccio, si troverebbero accanto Vincenzo Catena e Benedetto Carpaccio, Bernardo Strozzi e Palma il Giovane, Gerolamo da Santacroce e Cima da Conegliano

Lo dico con l'appoggio della celebre lettera del 1815 di Antoine Quatremère de Quency a Miranda, che proprio in questi giorni viene pubblicata e annotata dall'Accademia Clementina, un testo che con tanta forza condanna lo sradicamento napoleonico delle opere d'arte dal loro contesto storico

Ma oserei sostenerlo, se mi è lecito, anche da un punto di vista di convenienza politica. Da Capodistria emigrarono per l'Italia quasi 8000 cittadini. Eppure vi sussiste ancora una comunità italofona; vi ha avuto successo per anni la radio Capodistria in lingua, anche, italiana; vi si stampano poesie dialettali e in italiano

È opportuno privare questa città di una parte rilevante della sua storia? Sono opportune, queste recriminazioni, dopo che, dal primo maggio 2004, la Slovenia è entrata nella Comunità europea? C'è un interesse italiano a slavizzare ulteriormente l'Istria o si agisce, anche in questo caso, non già nell'interesse nazionale, ma unicamente per avere più voti in patria?

La mostra «Histria: opere d'arte restaurate da Paolo Veneziano a Tiepolo», al Museo Revoltella di Trieste, resterà aperta fino al 6 gennaio 2006

inattese implicazioni di politica interna croata in occasione della Mostra itinerante degli artisti dalmati italiana contemporanei nelle esposizioni di Zara e Spalato

Conferenza stampa di Renzo de'Vidovich e Renzo Codarin
15 dicembre 2005


Tema: inattese implicazioni di politica interna croata in occasione della Mostra itinerante degli artisti dalmati italiana contemporanei nelle esposizioni di Zara e Spalato

Dopo le esposizioni di Roma e Trieste, la Mostra itinerante che si concluderà a Parigi la prossima primavera, ha toccato le sedi di Zara e Spalato ottenendo un lusinghiero successo per le opere esposte e per la notorietà degli artisti, quali l'areofuturista Tullio Crali (nato a Igalo nella Dalmazia Montenegrina), Ottavio Missoni di Ragusa (oggi Dubrovnik) con i suoi arazzi, Secondo Raggi Karuz di Zara, apprezzato soprattutto alla Corte del Crisantemo di Tokyo, l'astrattista Franco Ziliotto di Zara, il ritrattista Giuseppe Lallich di Spalato e lo scultore spalatino Waldes Coen.

A Mostra ultimata, alcuni giornali croati hanno scatenato una pretestuosa polemica che nascondeva la preoccupazione in Dalmazia e in Istria dei movimenti autonomisti che contestano il centralismo di Zagabria e che assomigliano a quelli che hanno dato luogo al federalismo italiano.

La modifica del titolo V della Costituzione italiana, che ha trasformato lo Stato unitario italiano in uno Stato federale, con particolare rilievo assegnato alle Regioni, ha avuto riflessi immediati sulla politica croata. Alcuni partiti croati centralisti, per lo più critici verso l'europeismo del Governo Sanader, hanno ritenuto che i grandi mutamenti costituzionali italiani potessero essere contagiosi e costituire un passo verso l'Europa delle Regioni che inizia a delinearsi. In questo senso va letta la reazione di giornali come il Vecernji List di Zagabria ed in parte della Slobodna Dalmacija di Spalato e del deputato al Sabor on. Tonci Tadic che hanno trovato da ridire perfino sulla parola "Dalmazia" (che oggi si preferisce chiamare "Croazia del Sud ") ed hanno sottolineato con accenti critici inusitati un semplice accenno contenuto nel Catalogo della Mostra al concetto di "Nazione Dalmata" così come delineata da Niccolò Tommaseo.

Nella conferenza stampa-caffè tenutasi a Spalato, l'on. de'Vidovich aveva precisato che il concetto di "Nazione Dalmata! rientrava in quello delle "Piccole Patrie" che non negano né le più grandi "Patrie nazionali" né la costituenda "Patria europea" e sono elementi che, lungi dall'essere disgreganti costituiscono e rafforzano le identità nazionali che saranno inevitabilmente oggetto di confronto se non proprio di contrapposizione culturale, all'interno dell'Europa unita, similmente a quanto avvenne nel Sacro Romano Impero

È stata vista anche con sospetto e travisata l'appartenenza della Dalmazia (ma anche di Fiume e dell'Istria) alla Civiltà mediterranea dell'olio e del vino che classifica l'appartenenza degli uomini secondo criteri culturali, artistici e sentimentali, legati al modo di vivere, mentre la Civiltà danubiana del sego e della birra privilegia l'elemento genetico e l'origine razziale.
Nella sua lettera l'on. Tadic ha addirittura rovesciato le impostazioni di queste due civiltà preistoriche.

È stato fatto anche presente che la Croazia, ed ancor più la Slovenia, sono giustamente preoccupate per la conservazione della loro lingua, identità e cultura (la Croazia ha 4.700.000 abitanti, la Slovenia 2.000.000) per cui si ritiene che se non si appoggeranno su una più grande cultura nazionale, quale può essere quella italiana o tedesca, la loro sopravvivenza sarà messa in forse.

23/12/05

Il Consiglio dei Ministri ha varato ieri il progetto di legge che si propone di riordinare la disciplina in materia di indenizzi ai cittadini italiani che hanno perduto i loro beni nei territori ceduti alla Jugoslavia. Questa la normativa:

art. 1 - L'Istituzione di una Commissione per il riordino della disciplina sulla materia degli indenizzi, costituita da funzionari dello Stato ad alto livello, con la collaborazione dei competenti Uffici tecnico del Ministero dell'Economia e delle Finanze, cui partecipano anche le associazioni interessate.

art. 2 - La Commissione individuerà dei coefficienti equi per la definitiva determinazione degli indenizzi. E' prevista inoltre la riapertura dei termini di presentazione delle domande, da parte degli aventi diritto individuati dalle legge 29 marzo 2001 n. 137. Tale termine è previsto in 180 giorni dalla data di entrata in vigore del provvedimento.

art. 3 - La Commissione svolgerà attività ricognitiva degli indenizzi corrisposti, attraverso l'aggiornamento degli importi sulla base degli indici ISTAT.

art. 4 - Il termine dei lavori della Commissione è previsto entro un anno dal suo insediamento. Il competente Ministero dell'Economia riferirà in Parlamento sulle conclusioni della Commissione.

L’annoso tema dei beni abbandonati (meglio “espropriati”) è stato abbinato in questi ultimi tempi a quello delle Commissioni di giuristi che lo starebbero sviscerando. Commissioni sulle quali la pubblica opinione rischia di avere idee un po’ confuse: quanti e quali sono queste Commissioni? Quali sono i loro compiti? Sono dei doppioni o magari sono in contrasto tra di loro?

Se possibile, vorrei, al riguardo, offrire un contributo di chiarezza; riepilogando natura, componenti e compiti di tali Commissioni che stanno discutendo sulla restituzione dei nostri beni.

C’è innanzitutto quella istituita dal Ministero degli Esteri (gestione Ruggiero) che è composta da due rappresentanti del Ministero stesso, due rappresentanti della Federazione degli Esuli, ai quali si sono ora aggiunti due giuristi sloveni e due croati.

Tale “Commissione romana” ha un compito ben preciso, definito all’epoca dallo stesso Ruggiero: ipotizzando che la questione restituzione sia già risolta dai trattati (“pacta sunt serranda”), verificare se e quali situazioni residuali permetterebbero comunque la restituzione di beni immobili. In buona sostanza: se la regola fosse quella della non restituzione la “Commissione romana” deve cercare le eventuali eccezioni a tali regole e, possibilmente, giungere a una quantificazione di tali eccezioni.

Natura del tutto diversa ha l’altra Commissione. E’ stata istituita dagli enti locali (Regione Friuli Venezia Giulia, Provincia e Comune di Trieste), viene presieduto dal prof. Maresca e conta su una serie di esperti, nazionali ed internazionali, qualificati nel campo del diritto internazionale e in particolare quello attinente alla tematica delle nazionalizzazioni e denazionalizzazioni.

Il compito della “Commissione Maresca” è quello di verificare se gli accordi internazionali che hanno affrontato la “questione beni” (Trattato di Pace, Trattato di Osimo e accordi conseguenti) debbano considerarsi esaustivi e definitivi su tale questione o se viceversa si debba ritenere che tali accordi e trattati siano decaduti o superati per le mutate condizioni (“pacta sunt serranda rebus sic stantibus”). O magari si possa addirittura affermare che già c’è stato un qualche atto bilaterale (italo-sloveno e italo-croato) in forza del quale tali accordi risultino decaduti, con la conseguente necessità di rinegoziare tutta la materia “restituzione beni”. O addirittura - ed è ciò che personalmente sono convinto - ritenere che tali nuovi negoziati, conseguenti alla decadenza dei trattati, siano già iniziati, risultino tuttora in atto e richiedano solo di trovare una conclusione adeguata alle mutate condizioni e coerente con le esigenze europee.

Se le cose stanno così è evidente che le due Commissioni si trovano ad avere compiti totalmente diversi, non c’è alcuna sovrapposizione nel loro operare e, meno che mai, massima delegittimazione di alcun genere.

La “Commissione romana” indaga infatti il settore circoscritto delle possibili situazioni non regolamentate dai trattati; la “Commissione Maresca” affronta invece il quadro generale della possibile decadenza dei trattati stessi o del loro sopravvenuto superamento per manifesta volontà delle parti.

L’esito del lavoro delle due Commissioni - va bene chiarirlo - sarà comunque solo uno strumento tecnico-giuridico messo a disposizione del Governo italiano, al quale comunque compete e competerà, con gli strumenti politici nazionali e internazionali che gli sono propri, di rispondere alla richiesta di giustizia che da decenni viene formulata dagli esuli Istriani, Fiumani e Dalmati.

E’ su questa auspicabile sensibilità politica del Governo che aldilà di qualsivoglia Commissione gli Esuli si aspettano finalmente una risposta positiva e soddisfacente. Ma non si tratta solo di un atto di giustizia ma anche di lungimiranza politica: al Governo, alla politica compete infatti creare anche su tale tema le premesse per quella “normalizzazione” dei rapporti e delle situazioni politico-giuridiche in Istria, a Fiume e in Dalmazia che renderà possibile ritessere nella concordia quel tessuto di relazioni e di vincoli che ha legato per secoli le terre giuliane e che è stato tragicamente lacerato nel secolo delle ideologie e negli orrori legati a quel conflitto mondiale che delle ideologie ha costituito l’apoteosi.

IL PRESIDENTE (avv. Paolo Sardos Albertini)

Il Comitato si impegna ad operare, in ogni sede e con ogni mezzo, affinché venga rispettato l’irrinunciabile diritto alla restituzione da parte di Croazia e Slovenia dei beni immobili che sono stati espropriati dal regime comunista jugoslavo e che gli attuali stati vorrebbero escludere dal processo di denazionalizzazione.

Per iniziativa delle seguenti associazioni :

- A.D.E.S. - Associazione Amici e Discendenti Esuli , in persona di Pietro Luigi CRASTI
- A.I.I.F.D. – Alleanza Italiana Istria Fiume Dalmazia, in persona di Giovanni DE PIERRO- A.N.V.G.D. - Comitato Provinciale di Verona, in persona di Gian Paolo SARDOS ALBERTINI
- C.C.E.E. , in persona di Antonietta (Marucci) VASCON
- Lega Nazionale, in persona di Paolo SARDOS ALBERTINI

è stato costituito il


COMITATO PER LA RESTITUZIONE DEI BENI AGLI ESULI



Il Comitato rileva:

che la linea politica seguita dalla Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani Dalmati è sempre stata indirizzata a richiedere la restituzione, da parte di Slovenia e Croazia, dei beni nazionalizzati dal comunismo jugoslavo e la rimozione delle discriminazioni legislative, a danno degli esuli, contenute nelle legislazioni di tali due stati in tema di denazionalizzazione

che tale linea politica risulta condivisa da tutte le associazioni che attualmente costituiscono la Federazione

che la richiesta di restituzione è diffusamente ritenuta inderogabile anche da molteplici realtà associative non rappresentate dalla Federazione, nonché da larghissima parte della diaspora giuliano-dalmata.


Tutto ciò premesso il Comitato

si impegna

ad operare , in ogni sede e con ogni mezzo, affinché venga rispettato l’irrinunciabile diritto alla restituzione da parte di Croazia e Slovenia dei beni immobili che sono stati espropriati dal regime comunista jugoslavo e che gli attuali stati vorrebbero escludere dal processo di denazionalizzazione

invita

tutti coloro – enti, associazioni, privati – che condividono le finalità del Comitato ad appoggiare la sua azione
impegna

Il Governo italiano sia in sede negoziale bilaterale che a livello europeo, a perseguire l’obbiettivo della restituzione dei beni quale doveroso atto di giustizia nei confronti degli esuli e lungimirante investimento per un futuro corretto rapporto con Croazia e Slovenia capace di cancellare i retaggi del comunismo.

Trieste, 23 ottobre 2002

A migliaia di italiani non è stato concesso, al termine della guerra, di mantenere la cittadinanza italiana nè tantomeno di scegliere l'esilio: deportati o rinchiusi nei lager comunisti di Tito, chiedono oggi un riconoscimento dalla loro Patria.

Nella sede della Lega Nazionale, lunedì 10 ottobre 2005, si è tenuta, una conferenza stampa sull’iter della legge che prevede il riconoscimento della cittadinanza italiana .

Il Presidente della Lega Nazionale avv. Paolo Sardos Albertini ha presentato i due relatori. L’on. Roberto Menia, presentatore di una delle proposte di legge, inglobata nel testo unificato, ha sottolineato le ragioni di tale iniziativa che alla Camera è già stata approvata direttamente in sede legislativa in ambito di Commissione. Viceversa al Senato è stata bloccata , per iniziativa dei Democratici di Sinistra, la proposta di seguire un iter analogo che avrebbe permesso l’approvazione finale di tale provvedimento. L’iniziativa dei DS alla Camera risulta tra l’altro motivata da argomentazioni decisamente assurde e infondate e cioè si ipotizza che siano milioni i possibili beneficiari di questa legge, si parla di fantomatici oneri per le finanze dello Stato italiano.

Ha preso quindi la parola il dott. Fulvio Varljen , esponente della Comunità degli Italiani di Fiume ed attualmente responsabile di una delegazione della Lega Nazionale a Rovigo. Il dott. Varljen ha evidenziato le ragioni di forte valenza morale che giustificano l’aspettativa di recupero della cittadinanza italiana per coloro che (loro e i loro discendenti) avevano già la cittadinanza italiana e ne sono stati privati dalle ingiustizie della storia.

L’avv. Sardos ha ricordato la vicenda clamorosa delle oltre cinquemila famiglie solo a Fiume alle quali, dopo il Trattato di Pace, venne rifiutata l’opzione a favore della cittadinanza italiana. Costoro per oltre mezzo secolo sono rimasti prigionieri di uno Stato che era non solo negatore della libertà ma anche oppressore della loro identità nazionale italiana. Questi nostri connazionali ed i loro discendenti hanno il sacrosanto diritto di reclamare, come riconoscimento della cittadinanza, un atto parzialmente riparatore da parte della Repubblica Italiana. E’ vergognoso che piccole ragioni di bassa politica vadano ad intralciare o anche solo a ritardare tale atto.

da ToscanaTV

''Attribuire l' Atleta di Lussino alla Croazia e' ignorare i piu' elementari rudimenti di storia''. Lo sostiene Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, in rappresentanza degli esuli giuliano-dalmati in Italia, che a tal proposito ha organizzato un volantinaggio di protesta, sabato prossimo, davanti all' ingresso della mostra in via Cavour. ''

L'amministrazione provinciale - spiega una nota - ha inteso titolare la mostra 'L' Atleta della Croazia', mentre la denominazione 'della Croazia' e' storicamente e completamente fuori luogo''. ''Il bronzo - prosegue - attribuito al greco Lisippo, risale al quarto secolo a.C.; la statua fu perduta dai romani nel secondo secolo a.C., il ritrovamento del 1997 nelle acque di Lussino e' merito di un belga e il restauro e' italiano. La Croazia, paese nato nel 1991, ha il solo 'merito' di essere la nazione cui oggi Lussino appartiene, pur con tutta la sua caratterizzazione istro-veneta''.

Secondo l'Associazione, la geopolitica contemporanea non dovrebbe avere spazio, in quanto ''ogni evento storico e' saldamente ancorato ai fatti, agli eventi e alle situazioni nelle quali si e' verificato''.


lettera al Corriere della Sera

Egregio Dott. Mieli,
ricordo che tempo addietro, a firma di un suo giornalista, Bertelli credo, un articolo sul Corriere parlava dei quadri istrini "portati dalla Jugoslavia in Italia" nell'ultima guerra e deposti a Passiriano, Pirano, in Friuli".

In tale occasione il quotidiano SECOLO DITALIA del 7 Settembre 2005, pubblicò un articolo "Dilaga la Sindrome di Axum"a firma Annamaria Gravina, a pag.8 del quotidiano. A parte lo svarione geografico che indicava essere Pirano, cittadina dell'Istria, vicino a Passiriano in Friuli, tale riprovevole articolo chiedeva che i quadri salvati dalla furia conquistatrice Slava da Capodistria, Isola e Pirano, ed esposti a Trieste al Museo Rivoltella e voluti dai cittadini delle città italiane della area nord occidentale dell' Istria, ex Zona B, gentilmente regalate da omuncoli quali Moro e Rumor, con il trattato di Osimo, venissero "restituiti" alla Yugoslavia che non esiste più. Suggerisco un corso urgente di geografia politica da tenersi in redazione.

Aggiungo che il CORRIERE
Proprio non sa resistere dal scrivere banalità che denotano una scarsa conoscenza degli argomenti trattati , come ad esempio quanto ieri pubblicato sulla statua greca ripescata davanti a Lussino. Infatti l'Isola di Lussino assieme a Cherso e Veglia erano in epoca romana parte della X REGIO HISTRIA ed erano chiamate ABSIRTIDI, divennero poi durante la Serenissima territorio metropolitano di quella Repubblica e fecero parte poi del territorio dell'Istria, ad esclusione di Veglia, fino alla fine della seconda guerra mondiale.
Lussino ha dato i natali al grande campione mondiale della classe velica Star, ammiraglio della marina da guerra italiana, Straulino, e di numerosissimi comandanti di navi della marina militare e mercantile italiana.

Ora parlare della statua greca restaurata a Firenze, e dell'Isola di Lussino, come fosse da sempre croata senza alcun altro cenno alla geografia e alla storia di quella bellissima isola italiana e riduttivo di una realtà
Ben diversa da quella descritta ed offensiva dei veri Lussignani. L'isola è attualmente sotto la Repubblica Croata ma nulla ha a che vedere con la storia e la cultura croata, e dello stato di Croazia che mai ha avuto nulla da spartire con Lussino e la sua gente.

Sarebbe stato preferibile che l'autore si informasse meglio prima di parlare di cose che non conosce.

Distinti saluti

Godeas Gianantonio, esule istriano


informazioni sulla mostra: www.palazzo-medici.it

Proponiamo il documento, approvato il giorno 12 ottobre 2005, dalla Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati:

1. Restituzioni:

Unico criterio valido di trattativa è l’eliminazione delle discriminazioni nell’applicazione della normativa croata nei confronti dei cittadini italiani. Rimane inaccettabile sia la distinzione tra optanti e casi non previsti dai trattati, sia la restituzione simbolica di un compendio immobiliare (rudere storico, castello, borgo, etc.).

3. Preso atto della invalidità sul piano giuridico del Trattato di Roma sottoscritto nel 1983 tra Italia e Jugoslavia per la liquidazione concordata del valore dei beni italiani della ex Zona B del Territorio Libero di Trieste, corrispondente peraltro ad appena 1/15 del loro valore reale, la Federazione sollecita il Governo Italiano alla denuncia ovvero alla risoluzione dell’Accordo stesso per inadempienza e all’avvio con la Slovenia e la Croazia, riconosciute legalmente quali Stati successori della controparte firmataria e beneficiari dei beni ceduti dall’Italia con il Trattato di Osimo, al fine di esaminare attraverso una nuova trattativa trilaterale tutte le possibilità di restituzione dei beni ancora liberi, secondo le legittime aspettative degli aventi diritto, e la congrua rivalutazione al valore reale di mercato per quelli non liberi.

4. Indennizzi

La Federazione è in grado di formulare più ipotesi contabili e normative sulla base della graduazione di criteri differenziati.

a. Adozione del criterio di valutazione per i danni di guerra, con un coefficiente notoriamente molto più elevato e più equo che porti a quantificare il fabbisogno complessivo.

b. Eventuale eliminazione o attenuazione della distinzione per scaglioni di valore delle proprietà da indennizzare.

c. Previsione di una proroga del termine limitatamente agli interessati che in precedenza non abbiano fatto richiesta di indennizzo.

d. Dilazione decennale o ventennale dei pagamenti con modalità cartolari per le somme più elevate, da spalmar sulle leggi finanziarie successive.

Occorre inoltre respingere fermamente insinuazioni minimalistiche da parte dell’Amministazione dell’ Economia circa l’ammontare effettivo degli accordi già versati agli Esuli con la legislazione precedente. Il calcolo di alcuni Uffici dell’amministrazione non tengono conto:

1.che i coefficienti furono estremamente bassi fin dall’inizio, inferiori a quelli previsti per i Danni di Guerra. E non si capisce perché chi ha perduto un immobile andato distrutto ad Ancona o a La Spezia, abbia un diritto più pieno di chi abbia perduto un bene perché regalato all’ex Jugoslavia dallo Stato Italiano! 2. Che i pagamenti furono effettuati non alla data di entrata in vigore delle varie leggi, ma con erogazioni differite nel tempo, a distanza di molti anni, anche 10 o 15.

Ci sono diversi modi per contrastare una scomodo verità. Quello più facile ed immediato utilizza lo strumento del silenzio: per cancellare il ricordo di ciò che non deve essere ricordato, per impedire che i diretti testimoni parlino di ciò che sanno, per ottenere che gli altri, specie le giovani generazioni, vengano a conoscere quanto accaduto.
Il peso di questa condanna, del "silenzio storico", ha gravato per quasi mezzo secolo su una fetta di storia d'Italia. Il dramma di centinaio di migliaia di nostri connazionali (trecentocinquantamila, per chi ama queste tristi contabilità) costretti ad abbandonare case e beni, attività e cimiteri, costretti ad affrontare la via crucìs dell'esilio; la tragedia di decine di migliaia di italiani brutalmente assassinati nelle Foibe carsiche; l'angoscia e la disperazione dei tanti loro cari cui è stato negato finanche il poter accogliere nella pietà le salme dei propri genitori, dei propri fratelli, dei propri figli. Tutto ciò, avvenuto al confine orientale d'Italia, in quelle terre che portano il nome di Istria, Fiume e Dalmazia, è stato per quasi mezzo secolo rimosso dalla conoscenza dell'Italia ufficiale; i libri di scuola hanno ignorato tali vicende; le celebrazioni ufficiali, così copiose e solenni su altri temi, hanno rigorosamente cancellato ogni ricordo di esodo e foibe. E le nuove generazioni (tranne casi isolati, di chi aveva fonti familiari di testimonianza) hanno subito, rigorosamente, la violenza di essere tenute nell'ignoranza di un qualcosa che rappresenta pur sempre un tassello, non irrilevante, della storia nazionale.

Poi, dopo quasi mezzo secolo da quelle vicende, è successo un fatto nuovo, clamoroso e non previsto da molti: il fallimento dichiarato del Comunismo ed il crollo, per implosione, del suo impero mondiale.

Solo dopo il fatale 1989, solo quando la Jugoslavia (edificata dal comunista Tito) si è decomposta in un panorama di balcanica barbarie, solo allora il mondo dei mass media, la pubblica opinione, il cittadino comune, la solennità dei ministri nelle cerimonie ufficiali hanno scoperto che le foibe non erano solamente un curioso fenomeno geologico e che la "pulizia etnica", che oggi tutto il mondo condanna quando applicata tra i belligeranti della ex Jugoslavia, aveva avuto un suo preciso antecedente ad opera del comunista Maresciallo Tito e a danno di centinaio di migliaia di italiani. Qualcuno, tra gli spiriti più attenti e curiosi, si sarà chiesto perfino quale fine avessero fatto quelle terre d'Italia Orientale, quelle città che portavano i nomi di Capodistria, di Pola, di Fiume, di Zara, di Ragusa. Terre e città che per millenni erano state parte integrante della storia, della cultura, della civiltà di Roma e di Venezia, ma che sugli atlanti geografici (anche del Touring italiano, anche di illustri e rigorose case editrici nazionali) apparivano cancellate, perché al loro posto erano comparsi nomi nuovi ed esotici, quelli di Koper, di Pula, di Rijeka, di Zadar, di Dubrovnik.

Il silenzio di mezzo secolo, sull'esodo e sulle foibe, ha cominciato dunque molto timidamente ad essere incrinato, ma le resistenze continuano a farsi sentire ed il mare di ignoranza da colmare è tuttora, a dir poco, immenso. Negli anziani, negli adulti si tratta forse di far emergere un qualcosa di cancellato e di rimosso, ma ai giovani occorre fornire un'informazione totale: quella informazione che ancor oggi (nonostante le promesse dei mendaci Ministri della Pubblica Istruzione) latita totalmente dai libri di testo che i ragazzi si trovano tra le mani.

Una adeguata conoscenza di quanto accaduto sarà lo premessa migliore per il passaggio ulteriore. Capire il perché ditali vicende, individuare anche i responsabili di tali crimini, condannare - con gli strumenti delta giustizia storica - gli autori dei misfatti.

Il tutto per impedire che la vicenda delle foibe e dell'esodo, dopo la condanna a cinquant'anni di oblio, debba ora subire l'iniquità delta manipolazione e del travisamento storico. Un generico ricordo dei fatti, senza colpe e colpevoli di sorta, significherebbe aggiungere le beffe al danno. Perché il crimine delle foibe e la tragedia dell'esodo hanno avuto un regista ben preciso. Noi vogliamo capire chi sia stato a gestire sia gli anni di sangue che i decenni di oblio e chi a tutt'oggi continui ad ostacolare il percorso della verità e della giustizia.

Paolo Sardos Albertini

dalla prefazione a
"Il Rumore del silenzio" - 2001

E' stato pubblicato - a cura della Lega Nazionale e della Provincia di Trieste - una interessante testimonianza sulla Jugoslavia del Maresciallo Tito. Il lavoro è accompagnato da una prefazione del prof. Giuseppe Parlato.

Pubblichiamo le note introduttive del Presidente della Lega nazionale:

 

Josip Broz, detto Tito, anzi “il Maresciallo Tito”. Perché lui, vecchio terrorista rivoluzionario, feroce sicario del comunismo internazionale (al pari del triestino Vittorio Vidali) scelse per se un titolo (quello appunto militaresco di Maresciallo) ed una immagine (perennemente in divisa su cui sfavillavano medaglie a iosa) che erano confacenti ad un qualche dittatorello del centro – america, piuttosto che ad un ortodosso seguace di Marx, Lenin, Engels, Stalin.

L’abito, se non fa sempre il monaco, certo sovente può rivelare la natura di chi lo indossa. La natura di Tito fu certamente quella di saper giocare, contemporaneamente, ruoli diversi e contrastanti: la sua Jugoslavia riuscì ad essere al contempo comunista nella politica interna, neutralista in quella estera ed occidentale (nel senso di NATO) i quella militare. Un vero capolavoro di doppiezza, di triplezza tutta balcanica.

Inaugurò (proprio a Trieste) la terza guerra mondiale. Poi la sfruttò, come nessun altro, con il suo oscillare ondulatorio, a cavallo della linea di confine del conflitto, che gli permise di lucrare, fondamentalmente a danno di noi Giuliani, da entrambi gli schieramenti in guerra (una sorta di Clemente Mastella internazionale).

Ciò premesso, ha senso proporre, oggi, nel 2004, una testimonianza su Tito e la sua Yugoslavia? La risposta ci è sembrato possa essere positiva, perché senz’altro il Maresciallo Tito, con le sue medaglie, con la sua corte belgradese, con i suoi riconoscimenti internazionali (per noi, comunque, resta sempre “l’infoibatore”) ha occupato non marginalmente lo scenario storico-politico di parte della seconda metà del XX secolo e la sua vicenda può ben costituire materia di approfondimenti e di analisi.

Per Napoleone Bonaparte il Manzoni si chiese “Fu vera gloria?”. Possiamo chiedercelo anche per Josip Broz e la risposta non può che essere negativa. Le sue due creazioni, la Jugoslavia ed il comunismo jugoslavo, sono entrambe finite sotto le macerie del muro di Berlino, travolte dalla stessa bancarotta fraudolente che ha travolto il resto dell’Impero Comunista Lo Stato che Tito aveva creato e tenuto insieme nei Balcani si è frantumato in mezzo a massacri e carneficine; gli ultimi epigoni del titoismo (adeguatamente riverniciati e imbellettati) hanno perso il potere perfino nella Lubiana dell’ultimo uomo di Tito, il signor Kucan. Di lui niente è rimasto.

Del Maresciallo resta, nella mia Capodistria, la tabella murale che individua la piazza centrale, quel gioiello architettonica veneto italiano, come “piazza Tito”. La cosa mi dava non poco fastidio, lo confesso. Poi ho però pensato che tra non molto l’ignaro turista che arriverà in quel posto e scoprirà il Palazzo Pretorio ed il Duomo ed il caffè della Loggia, penserà icuramente – nel leggere “piazza Tito” – all’Imperatore di Roma, non certo al Maresciallo di Belgrado.

E, nel mio cuore, ho detto grazie alla Storia: perché i conti con l’Infoibatore saranno stati regolati dall'oblio.

Paolo Sardos Albertini

da Il Piccolo 15 marzo 2005

Esuli: «Ricomponiamo l'unità»

Toth: «Serve una rappresentanza forte verso governo e parlamento»

Un unico organismo che rappresenti gli esuli giuliani e dalmati. La proposta di rifondare in maniera unitaria la federazione degli esuli, attualmente presieduta da Guido Brazzoduro, giunge dal consiglio dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, che sabato scorso a Mestre ha approvato all'unanimità una mozione in questo senso, alla luce delle divisioni emerse in occasione della Giornata del ricordo, il 10 febbraio scorso.

«Le dure battaglie da sostenere per la restituzione e gli indennizzi dei beni degli esuli - si legge in una nota - richiedono un'unità ancora maggiore» di quella che ha permesso finora di ottenere diversi importanti risultati.

«L'Anvgd - prosegue il comunicato - propone a tutte le associazioni della Diaspora istriana, fiumana e dalmata di ritrovare l'unità perduta, procedendo in tempi brevi, e con il comune consenso, a una rifondazione unitaria della federazione in modo da farla diventare un unico organismo rappresentativo, direttamente eletto da un'assembla generale di tutti gli iscritti alle singole associazioni».

Il presidente dell'Anvgd, e vicepresidente della federazione, Lucio Toth, spiega le ragioni che hanno indotto l'associazione a lanciare la proposta. «Serve una rappresentanza unica - afferma - nei confronti del Governo e del Parlamento. E la federzione è già un interlocutore autorevole dello Stato».

Toth sottolinea poi che l'Anvgd è «l'unica associazione degli esuli radicata in tutta Italia, e che ha una forte presenza a Roma. Questo radicamento - sostiene - deve avere un peso».

Il vicepresidente della federazione ricorda inoltre che qualche mese fa l'Associazione delle comunità istriane ha chiesto di rientrare nella federazione stessa, dalla quale è uscita tre anni fa. «Ne stiamo discutendo da tempo - spiega - ma l'attuale statuto richiede l'unanimità nelle decisioni. Va quindi modificato profondamente, pur lasciando alle singole associazioni la loro autonomia».

In questi giorni Lucio Toth sta inviando una lettera a tutti i presidenti delle associazioni, ai sindaci dei liberi comuni in esilio e all'Associazione delle comunità istriane, per informarli della decisione di rifondare la federazione. «E' un percorso graduale ma rapido - precisa - in cui nessuno vuol schiacciare nessuno. Nel giro di due, tre anni si deve comunque arrivare a una federazione unitaria».

Tempi rapidi, dunque. Per questo sabato prossimo l'esecutivo nazionale dell'associazione si riunirà a Trieste. «Voglio tranquillizzare tutti - conclude Toth - sulla gradualità del percorso, e invitarli a mettere in cantiere qualche organo consultivo per l'elaborazione di un nuovo statuto. Più siamo forti e meno siamo condizionabili».



da Il Piccolo 15 marzo 2005

Nota critica nei confronti dell'Associazione Venezia Giulia e Dalmazia

Esuli, l'Unione degli istriani contro la rivoluzione di Toth


Le dichiarazioni di Lucio Toth, presidente dell'Associazione nazionale Venezia Giulia Dalmazia (Anvgd) che nei giorni scorsi annunciavano la volontà di rifondare una nuova Federazione degli Esuli (l'organismo attualmente presieduto da Guido Brazzoduro) più unitaria e con nuovi connotati, lasciano perplessa l'Unione degli istriani.

Il presidente dell'Unione degli istriani Massimiliano Lacota non condivide nemmeno la forma ed il metodo usati. «Abbiamo appreso dell'iniziativa dai media prima ancora che l'Anvgd ci informasse via fax».

«Apprezzo l'iniziativa di Toth che in qualche maniera si è reso conto della situazione piuttosto stagnante in cui la Federazione è stata trascinata in questi ultimi anni - spiega Lacota - ma non riesco a capire perchè prima di diffondere questa sua intenzione al mondo intero non abbia avuto la pazienza di attendere fino a sabato prossimo, data fissata per la riunione dell'Esecutivo. Se questo voleva essere un inizio, siamo partiti purtroppo con il piede sbagliato.»

In particolare il presidente dell'Unione degli istriani non ha gradito certe affermazioni sulla maggiore importanza che l'Anvgd deve avere rispetto le altre associazioni aderenti alla Federazione, ribadendo invece che per il bene comune «è necessario più che mai che ogni organismo sia rappresentato pariteticamente e le decisioni assunte debbano necessariamente avvenire con l'unanimità, a costo di discutere ad oltranza per ore ed ore».

Per quanto riguarda la revisione dello statuto, Lacota si dice perfettamente d'accordo, sottolinenado la necessità di far aderire l'Associazione delle Comunità Istriane prima di ogni modifica. «Non dobbiamo dimenticare che si tratta della prima associazione degli esuli e farla rientrare nella Federazione, soprattutto in un momento delicato come questo, deve essere l'obiettivo primario di tutti».

Sulla questione delle divisioni emerse in occasione della recente Giornata del Ricordo, Lacota afferma che più di divisioni si può parlare di posizioni e strategie diverse, in quanto ogni associazione si distingue per storia, cultura e tradizione.



La Lega Nazionale solidale con l'Unione degli Istriani

Abbiamo ricevuto alcune email con le quali i nostri lettori ci hanno chiesto aiuto per ritrovare parenti o amici persi nei tragici mesi dell'esodo. Le riportiamo nella speranza che qualcuno ci possa aiutare.

Chi avesse notizie di queste persone è pregato di scriverci: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Bossi Rina Vittoria da Zara

Sto cercando, ormai da anni di trovare delle informazioni su una persona, mia bisnonna, di cui dopo la seconda guerra mondiale non siamo più riusciti ad avere notizie.
Lei si chiamava Bossi Rina Vittoria ed era nata nel 1906 il 22 dicembre.
Lei risiedeva a Fiume dove ha avuto un figlio Evilio Wild (mio nonno) e si è poi trasferita a Zara.
Dopo di questo non sappiamo più nulla tranne che si era sposata con un certo Corrado Leuzzi o Leuzi che probabilemnte faceva il carabiniere e dovrebbe aver avuto dal marito due figlie.
Da quel che sappiamo poi sono scappati in italia ma di loro non si trova traccia.
Potete aiutarmi in qualche modo, segnalandomi magari a chi devo rivolgermi.
Infinitamente grazie Valentina Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Luigi Agapito e Caterina Agapito a Pinguente

Il mio nome é Victor Hugo Ponce Agapito abito ne la Argentina citta di Mendoza e con referenza al articolo: " LeFoibe d'Istria...... " o trovato con pesare il nome dei miei zii Luigi Agapito e Caterina Agapito vitimi di quest'orrore a Pinguente.
Io avevo notizie di loro per antiche lettere che ancora conservo.
Loro figli ( 4 fratelli e 2 sorelle)) scriverono a mia famiglia raccontando i sucessi. Dopo loro furono a Trieste e non avevamo avuto piú notizie di loro.
Voglio conoscere qualcosa di quei fligli e di miei zii Luigi e Caterina. Vi domando qualche informazione di loro
Grazie Tante pronta ripostta
Arq. Victor Hugo Ponce Agapito

Vittoria Bossi nata a Fiume

Sto cercando di avere notizie su mia bisnonna.
Si chiamava Vittoria Bossi (figlia di Lea) e nata il 22.12.1906 a Fiume.
ha emigrato a Zara il 12.4.1932 come cittadina italiana e nel 1936 si è sposata con il signor Leuzi Corrado (forse un carabiniere) con il quale probabilmente è immigrata in Italia.
Chi ha notizie su di lei vi prego di comunicarmele.

Giuseppe Anzelmo a Trieste

Sto cercando un mio parente scomparso nel 45 a Trieste.
Faceva il carabiniere si chiamava Anzelmo Giuseppe, forse è stato deportato, come potrei fare per avere notizie più dettagliate? Ringrazio anticipatamente.  

Diego

Egidio Loi a Pola

Cerco notizie di Egidio Loi, 23 anni, proveniente dalla Sardegna, nel 1945 faceva il carabiniere ausiliario a Pola.
Nell'aprile 1945 la famiglia ebbe sue notizie.
Poi la famiglia seppe che fu fatto prigioniero e deportato in campo di concentramento in Iugoslavia ma vicino all'Italia.
Dopo i prigionieri del campo furono trasferiti per ignota destinazione.

Si sa che Egidio in quel periodo si sposò con una ragazza del posto, certa Giulia Giovannini dalla quale ebbe un figlio Giancarlo che perì tragicamente a Venezia nel 1968 nell'incendio della nave sulla quale prestava servizio.
Qualsiasi informazione sarà gradita.
Grazie di tutto.
Cordiali saluti
Giampaolo.

Antonio Cacciola a Pola

Buongiorno,
mio nonno Antonino CACCIOLA faceva il Carabiniere e poi il Milite repubblichino a Pola. Nel giugno del 45 è partito insieme a numerosi altri suoi commilitoni, tra i quali Michele PULCINELLA e Domenico FRACELLA., per ignota destinazione. Da allora non se ne è saputo più nulla.
Ricerchiamo notizie.
Nino B.

Severino Scarabello a Zirona Piccola

Mio nonno, Severino Scarabello era a Zirona Piccola nel 1943, era un semplice maestro e non ha fatto piu' ritorno in Italia.
Un suo collega disse di aver assistito alla sua fucilazione per mano dei partigiani comunisti di Tito.
Vorrei sapere di piu' sulla storia di quell'isola nel 1943 e se proprio li' ci sono fosse comuni o sono stati ritrovati corpi di italiani.
Il mio desiderio e' ovviamente quello di ritrovare almeno la salma di mio nonno.
Aveva circa 32 anni, era alto, moro, un uomo conosciuto e amato da tutta la popolazione di Zirona, come lui stesso scriveva nelle lettere.
So che forse non potete dirmi nulla di preciso, ma qualunque informazione mi sara' graditissima.,
grazie.

Eleonora

Giuseppe De Felice a Fiume

Gent.ma associazione, vorrei avere notizie di un mio parente:De Felice Giuseppe ( nato nel 1918 ) a Conca della Campania (Caserta )
Nel 1945 era in servizio nella Polizia Italiana a Fiume.
Grazie

De Felice P.

Il prossimo 29 novembre sarà una data storica per quelli che hanno studiato nel Liceo "Carlo Combi" di Capodistria, fatto chiudere dalle autorità jugoslave negli anni cinquanta.

La loro scuola discende infatti da quel Collegio dei Nobili istituito 330 anni or sono dal Doge.

Con la caduta della Repubblica Veneta divenne Ginnasio in lingua italiana sotto la dominazione austriaca e dopo il 1918 con l'avvento dell'Italia assunse il nome di "Carlo Combi". Tra gli allievi degni di nota: il violinista compositore Giuseppe Tartini e lo storico triestino Pietro Kandler. Anche il rovignese Antonio Santin, futuro vescovo di Trieste e Capodistria prese il diploma di maturità in questo istituto.

Questa allegata è la prima pagina del decreto ducale emesso dal Doge Nicolò Sagredo.

Il Piccolo 15/08/05 - Dati anagrafici errati degli esuli, Unione degli Istriani : parte un appello al ministero

Centinaia di proteste

Dati anagrafici errati degli esuli Parte un appello al ministero

«Non possiamo accettare una simile situazione». L’Unione degli istriani, a firma del presidente Massimiliano Lacota, protesta vivacemente contro ciò che sta accadendo in questi giorni agli esuli quando chiedono una duplicazione della carta di circolazione o quando acquistano una macchina nuova: trovano accanto alla città di nascita (ad esempio Pola) anche l’indicazione dello Stato (per giunta sbagliato, poiché la stessa Pola viene situata in «Serbia-Montenegro»).

Sono oltre un centinaio, afferma Lacota, le segnalazioni pervenute in pochi giorni all’Unione degli istriani da tutta Italia, «con tanto di documentazione e note di protesta per la mancata applicazione della legge del 15 febbraio 1989, n. 54». La quale impone che tutte le amministrazioni dello Stato e del parastato, gli enti e in genere ogni ufficio o ente «nel rilasciare attestazioni, dichiarazioni, documenti ai cittadini italiani nati in comuni già sotto la sovranità italiana e oggi compresi in territorio ceduti ad altri Stati hanno l’obbligo di riportare, come luogo di nascita, solo il nome italiano del Comune, senza alcun riferimento allo Stato cui attualmente appartiene».

Il problema, secondo Lacota, sta «nei programmi dei terminali della Motorizzazione civile e del Pubblico registro automobilistico, gestito dall’Aci». I quali pare non siano in possesso di una circolare per l’inserimento dei dati corretti. Né è aggiornato il «cervellone» di Roma. E’ stato interessato il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, che ha promesso di occuparsene dopo le ferie estive. A ottobre partirà una verifica. Simile problema esiste per le tesserine del codice fiscale, dove accanto al nome italiano del Comune di nascita viene ancora aggiunto: «Jugoslavia».

Il Piccolo 15/08/05

Ringrazio molto affettuosamente tutti i presenti, che hanno voluto partecipare oggi al ricordo dell’avv. Lino Sardos Albertini, padre fondatore dell’Unione degli Istriani. E’ grazie a lui, alla sua insistenza e tenacia, ed alla sua volontà di non accettare supinamente assurde ed illogiche imposizioni, che l’Unione degli Istriani venne costituita, il 28 novembre 1954, subito dopo la sottoscrizione del Memorandum di Londra che aveva assegnato la Zona B all’amministrazione provvisoria, civile e militare, della Jugoslavia.

L’Unione degli Istriani dunque nacque come risposta alla gravissima situazione che si era venuta a creare con tale Accordo, per il quale altri cinquantamila istriani scelsero la libertà di espressione e di sentimenti, abbandonando città e campagne di quell’ultimo lembo di terra, che fino all’ultimo istante si sperava potesse rimanere sotto la sovranità italiana.

Allora, la nostra Associazione nasceva, secondo la giusta ed ancora oggi più che mai attuale intuizione di Lino Sardos Albertini, con un presupposto ben preciso: doveva necessariamente essere una associazione indipendente e svincolata da qualsiasi legame con i partiti politici, e proprio per questo in grado di tutelare gli interessi di tutti gli esuli istriani.

Un organismo nuovo, rispetto le altre realtà già esistenti ed operanti, veramente rappresentativo dell’intera compagine e talmente forte da poter intervenire in ogni momento a difesa delle giuste rivendicazioni e delle istanze degli istriani, e non solo.

E la grande, straordinaria capacità di Lino Sardos Albertini fu proprio quella di aver saputo creare questa nostra Unione in armonia con le associazioni consorelle, dando prova di rara capacità organizzativa e di persuasione.

Non posso dire di aver conosciuto l’avv. Lino, anche se l’ho visto alcune volte, e l’ultima, cinque anni fa, ad una riunione del Consiglio Direttivo, la prima a cui partecipavo. Posso affermare, invece, che egli è stato un uomo straordinario. Ho capito in questi pochi mesi, da quando sono stato chiamato a presiedere l’Unione degli Istriani, quanto egli abbia fatto per affermare in ogni sede e con ogni mezzo civile e democratico l’italianità della Zona B dell’Istria, denunciando già nei primi anni Settanta i primi cedimenti dell’Italia nei confronti del maresciallo Tito e, molto probabilmente, intuendo (poiché una delle sue doti era veramente l’intuizione) prematuramente ciò che poi si sarebbe verificato.

E l’ho capito rileggendo in queste ultime settimane tutti gli atti di quel periodo conservati nell’archivio del mio ufficio, nella stanza vicino a questa: lettere, appunti manoscritti, centinaia di telegrammi inviati anche quotidianamente, centinaia di verbali, frutto di riunioni fino a notte inoltrata nel suo studio di via del Coroneo, dove era solito convocare le riunioni di Giunta, con l’appoggio incondizionato, non verbale ma attivo e dinamico, dei suoi più stretti collaboratori, tra i quali cito a dovere il prof. Italo Gabrielli, che conosco personalmente, e l’avv. Libero Coslovich, presenti stasera in sala.

E poi le migliaia di fotografie, scattate durante le occasioni importanti, bellissime quelle del raduno del 1964, ad esempio. In tutte le immagini c’è questa figura onnipresente, la sua, che dava energia e trasmetteva grande sicurezza, forse anche per la sua mole. E sui i volti delle persone immortalate mentre lo ascoltano, si leggono chiaramente espressioni di profonda ammirazione e di naturale approvazione.

Questo è stato l’avv. Lino, per tutti noi. Sacrificando una parte importante della sua vita, probabilmente trascurando la sua attività professionale e sottraendo parte del suo tempo anche all’affetto della sua famiglia, egli ha dedicato strenuamente quanto poteva alla causa istriana, mobilitando in tutta Italia, tutte le associazioni, gli enti e le singole persone che osavano manifestavare la propria contrarietà alla ratifica del Trattato di Osimo.

Ebbe anche l’idea di intraprendere un viaggio in America, proprio per sensibilizzare sul problema, molto sentito anche oltreoceano, non solo le nostre comunità di esuli, ma tutti gli italiani colà residenti. Ricevette l’appoggio incondizionato da tutti e centinaia furono gli appelli scritti inviati dai nostri connazionali emigrati ai vari Rumor, Fanfani, Medici, Andreotti e Moro. Ho persino trovato, proprio l’altro giorno, cinque articoli (maggio ’73) che egli aveva fatto pubblicare su quotidiani inglesi e tedeschi per richiamare anche l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale.

Ma la storia ha avuto un altro corso, e la grande battaglia contro l’ingiustizia che ha condannato anche chi poteva ritornare da italiano in Istria, nella Zona B, venne persa. Non possiamo, questo è certo, dire che Lino non ce l’abbia messa tutta, assieme alla sua “squadra”, ed alle migliaia di triestini che si riconoscevano in lui e nelle sue giuste istanze. Anche tra la nostra gente, allora, senza fare in questa occasione nomi di personaggi a noi noti, avevamo chi si è spogliato della propria dignità e della propria storia, votando a favore della cessione alla Jugoslavia della casa in cui era nato solo qualche decennio prima, del mare dove aveva trascorso i pomeriggi d’estate, della campagna che la propria famiglia aveva coltivato per secoli.

Non ne avremo altri come lui, di profonda fede cristiana, di ammirevole correttezza ed onestà intellettuale. Non ci sarà più un altro Lino, ma vivrà in noi il suo ricordo attraverso gli insegnamenti e l’eredità morale che ci ha lasciato.

Non mi resta che ringraziare dal profondo del cuore l’avv. Lino, che sono convinto stasera possa sentirci, per ciò che ha saputo fare con grande coraggio e dignità.

Siamo forse noi oggi, che oramai delusi e rassegnati facciamo troppo poco, lasciando, per giunta consapevolmente, che i nostri diritti vengano calpestati e che qualcuno si permetta ancora di prendersi gioco di noi.

Lino, questo, non l’avrebbe certamente permesso, ed io oggi, state pure tranquilli, nemmeno.


Massimiliano Lacota - Presidente dell'Unione degli Istriani , Trieste - 17 giugno 2005

Libri, DVD e gadget

Se volete avere libri, DVD e gadget della Lega Nazionale

cliccate QUI 

Ultima novità:

Per un grande amore 

I Giovani della Lega nazionale

 

 

Vuoi partecipare alle nostre attività? Vuoi collaborare con la Lega nazionale? Ha i voglia di portarci le tue idee, di mettere a frutto le tue capacità?

 

carto3pic

 

Il gruppo Giovani (18 ai 35 anni) si incontra

presso la sede di Via Donota 2

scrivici o chiamaci!