Il tricolore sventola a San Giusto e fu la fine di un incubo

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Il Gazzettino 25.10.04

Fu un anno importante quel 1954 per l'Italia. Nacque la televisione, morì Alcide De Gasperi che era stato l'uomo più potente tra guerra e ricostruzione. Se ne andò chiedendo perdono alle figlie perché le lasciava povere. Gli "scoiattoli" di Cortina salirono sul K2 e Gaspare Pisciotta che aveva tradito il bandito Giuliano fu avvelenato in carcere a Palermo

Dopo nove anni la guerra era ancora nella memoria e nella coscienza degli italiani. Alla stazione di Udine rientrarono nella neve gli ultimi sopravvissuti dalle prigioni dell'Unione Sovietica: 14 in tutto, accolti da centinaia di donne che sventolavano le fotografie di mariti e figli scomparsi sul fronte russo. Quell'anno Trieste tornò completamente italiana

"Finalmente italiana", scrissero i giornali

Era il 26 ottobre 1954 quando i bersaglieri entrarono nella città e sul torrione del castello di San Giusto sventolò il tricolore. In porto gettarono l'ancora le navi della marina militare. Trieste diventò il simbolo dell'Unità del Paese. Del resto, l'Italia in nove anni non aveva trascurato niente per restare agganciata a Trieste Si servì di tutto: dallo sport al cinema, dal teatro alla canzone. Gli italiani cantavano convinti e commossi: "Vola colomba bianca vola Diglielo tu che tornerò". Non passava giorno senza che la radio facesse sentire almeno tre volte la voce pastosa e morbidamente emiliana di Nilla Pizzi

Trieste era in piena "cortina di ferro", era la posta in gioco tra l'Est e l'Ovest. Era la scheggia che poteva impazzire nel cuore della "guerra fredda" tra gli stati comunisti (la Jugoslavia di Tito) e l'Occidente capitalistico. Era semplicemente la "questione di Trieste", anche se un diplomatico americano la ridimensionò cinicamente a una "questione di giardinaggio": pochi metri quadrati quasi insignificanti in un mondo già spartito. Ma per l'Italia era più di un'aiuola da recuperare. Era il passato da riprendere, era l'eredità di una guerra da queste parti ancora più atroce. Trieste era la città delle vendette consumate, degli errori fatti scontare subito

L'Italia fascista in 29 mesi di occupazione aveva seminato in Jugoslavia una scia di sangue, alla fine soltanto nella zona di Lubiana si contarono 13 mila uccisi di ogni sesso ed età. Quando tra aprile e metà giugno 1945 le truppe di Tito occuparono Trieste, Gorizia e l'Istria la vendetta fu terribile. "Epurare subito" fu l'ordine e la carneficina non risparmiò fascisti e antifascisti, bastava essere italiani. Gli slavi fecero irruzione nelle case, devastarono, fucilarono, gettarono nelle foibe i corpi delle vittime delle esecuzioni sommarie. Le foibe sono la più paurosa delle morti, una morte oscura. Le foibe sono fatte per inghiottire ciò che alla gente non serve più, gettare un corpo nelle foibe è trattarlo come un rifiuto. Nel gesto c'è la volontà di cancellazione della memoria, la negazione persino di una traccia di pietà. Ci vorranno molti anni all'Italia per capire l'entità della tragedia, accertarla e darle una dimensione storica

A guerra finita, il territorio giuliano e la città furono divisi in "Zona A" e "Zona B". L'Italia strappò pezzo per pezzo qualche concessione, emise francobolli soprastampati come nelle colonie, minacciò di spostare truppe sul confine, protestò, rispose no a Tito che voleva terre e "corridoi". I negozianti furono costretti a scrivere le insegne in lingua slava, ci furono Natali in cui fu vietato persino esporre un albero in vetrina. Ci furono manifestazioni e morti, come nel novembre 1953 quando la polizia angloamericana sparò ad altezza d'uomo sugli insorti che volevano Trieste italiana. Anziché aprire gli idranti, aprirono il fuoco contro la folla inerme che cercava scampo nella chiesa di Sant'Antonio

Cinquant'anni fa Trieste è ritornata italiana. Il 4 Novembre per l'arrivo del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi si riempirono Piazza dell'Unità d'Italia, la folla non lasciò uno spazio libero sino al mare. Ma non era più la Trieste di Italo Svevo e nemmeno quella dei versi di Umberto Saba: "E' come un ragazzaccio aspro e vorace, / con gli occhi azzurri e mani troppo grandi/ per regalare un fiore"

Fu forse l'ultima volta in cui l'Italia si riempì di bandiere tricolore in nome dell'amore di patria. Per rivedere tante bandiere e tanto orgoglio di essere italiani bisognerà attendere il 1970, l'anno di Italia-Germania 4-3 ai mondiali di calcio in Messico e la vittoria ai mondiali di Spagna nel 1982. Per riascoltare tante volte l'Inno di Mameli si dovrà aspettare l'arrivo al Quirinale di Ciampi, un presidente legato alla tradizione risorgimentale e resistenziale dell'Italia

Certo oggi per i nuovi italiani è una storia difficile da spiegare e da capire. Termini come "guerra fredda" e "cortina di ferro" sono incomprensibili, spariti persino dalle pagine dei libri. Non c'è più nemmeno il Muro di Berlino crollato da 15 anni assieme all'Urss e al comunismo reale. Anche quel che rimaneva dell'ultimo muro del confine orientale, piccolo piccolo, è caduto pochi mesi fa. Da tempo non era altro che una linea immaginaria che divideva Gorizia, passava sulle case, la gente non ci pensava ma dormiva con la testa in Italia e i piedi in Slovenia. Anche i morti del cimitero erano divisi a metà. Da quale parte stava l'anima? Della Jugoslavia di Tito non è rimasto quasi niente, divisa, spazzata da guerre civili e da pulizie etniche

Trieste tornò italiana, non invece città italianissime come Pola, Zara, Fiume. Centinaia di migliaia di profughi si allontanarono per terra e per mare, dovevano lasciare tutto, potevano portarsi dietro soltanto una valigia di venti chili. Vecchie navi li trasferirono nei campi profughi, ce n'erano 109 in Italia, sparsi nel piede dello stivale, nelle isole più lontane. Come documenta una mostra fotografica sui rifugiati allestita a Padriciano (Trieste) dove c'era un campo per profughi. Esuli e trasferiti in una destinazione imposta spesso a caso, hanno dovuto combattere a lungo anche contro il tentativo di rimozione del loro tragico esodo. Molti di loro sono morti aspettando una giustizia che non è mai arrivata

"Un popolo non è che memoria", avvertiva Nicolò Tommaseo, consapevole che una nazione non può morire finché rimane nel ricordo con la sua lingua, la sua cultura

Trieste è oggi una città ancora più di frontiera, in una posizione resa più determinante dalla nuova Europa. Regge l'impatto dell'immigrazione regolare e clandestina, soffre la crisi economica che ne ha ridotto la spinta commerciale, ma conserva ambizioni e grandi sogni

Ha scritto Claudio Magris: "E' difficile dire se le cose si vedono meglio da vicino o da lontano, se i grandi eventi storici li comprende più a fondo chi li vive direttamente sulla propria pelle, appassionatamente coinvolto nel loro precipitare"

Magris esalta il distacco della ragione in una Trieste che ha mille culture e mille etnie e mille identità e deve e può farle convivere tutte. Non è più tempo di retaggi di oscuri nazionalismi per affermare l'identità. Al nazionalista povero e diseredato non rimane che l'esasperazione a vuoto dei propri sentimenti: "Non gli rimane che la nevrastenia", avverte Enzo Bettiza

Edoardo Pittalis