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Da venerdì 14 a domenica 16 maggio Trieste ospiterà per la sesta volta l'Adunata dell'Associazione Nazionale Alpini.
La prima volta che gli Alpini si radunarono a Trieste fu il 13 aprile 1930. L'A.N.A., che allora si chiamava "10' Reggimento Alpini", è sorta da pochi anni, ma è già in grado di riempire la nostra città con un'immane invasione di penne nere. Scrive "Il Piccolo": "La sera in Piazza Unità vi sono quattro fanfare e si canta e si balla. Tutta Trieste per due giorni è per le vie, nelle piazze, sulle rive, nei locali pubblici dove si trovano gli Alpini. Ma il segno più caratteristico della fraternità dei Triestini con gli Alpini è costituito dagli inviti che i cittadini, e particolarmente i popolani, con slancio generoso e commovente, vogliono fare agii ospiti. Si può dire che non c'è casa dei rioni popolari che non abbia alla sua mensa modesta il suo bravo Alpino o, addirittura, il suo gruppetto di "scarponi"".
Gli Alpini tornano a Trieste nove anni dopo: i giorni 15, 16 e 17 aprile 1939. E' un'Adunata un po' in sordina. Da poco è giunta la notizia dell'eroica morte dei nostro concittadino Mario Granbassi nella guerra di Spagna. Fosche nubi di guerra si addensano su tutta l'Europa, l'Italia ha appena occupato l'Albania e molti Alpini sono già stati richiamati alle armi.
Gli eventi bellici, particolarmente tragici nella nostra Regione, nell'ottobre dei 1943 portano allo scioglimento della Sezione triestina dell'A.N.A., che risorge solo nel 1947. Ma la guerra ha privato Trieste di tanti suoi Alpini che sono rimasti per sempre nel fango dell'Albania, sulla steppa della Russia, nei boschi della Iugoslavia e tra i sassi dell'Istria e Venezia Giulia. La Sezione ha perso per sempre i Gruppi di Fiume, Pola, Zara, Postumia, Aurisina, Monfalcone, Ronchi dei Legionari e la sotto?sezione di Gorizia.
La Sezione ora si ritrova arricchita solo delle Medaglie al Valor Militari, la maggior parte delle quali "alla memoria". Trieste, sotto dominazione militare anglo-americana, non è ancora ricongiunta con la Madrepatria. Bisognerà attendere ancora altri anni, ed altro sangue sarà versato prima della nuova redenzione. Il 26 ottobre 1954 finalmente il tricolore sventola sui pili in Piazza Unità d'Italia.
Nell'aprile dei 1955 Trieste accoglie l'Adunata Nazionale degli Alpini in un tripudio di folla, e dieci anni dopo (1965) nuovamente gli Alpini sì radunano nella nostra città. Ma è nel 1984 che Trieste supera se stessa con un'Adunata veramente oceanica, un'Adunata indimenticabile, un'Adunata di cui gli Alpini di tutta Italia ancora parlano con ammirazione.
Ora la Sezione di Trieste ha voluto riproporre questa città per ospitare gli Alpini nel 2004, ritenendo così di onorare degnamente il cinquantesimo anniversario dei ritorno di queste terre all'Italia. Varie altre città si erano proposte alla Presidenza Nazionale per il 2004, ma tutte immancabilmente hanno immediatamente ritirato la propria candidatura non appena sono venute a conoscenza della nostra motivazione.
Il cinquantesimo anniversario della Seconda Redenzione di Trieste è un avvenimento enormemente sentito, non solo dai Triestini, ma da tutti gli Alpini, come attestano i messaggi di solidarietà che in questi giorni ci giungono da tutta Italia.
1954 - 2004: sono trascorsi cinquant'anni; ma ancora vivo è il ricordo di quei giorni in chi ebbe la fortuna dì esservi presente, di chi, dopo aver vissuto i dolorosi momenti dei novembre 1953, vide i colori della Patria ritornare un anno dopo nell'italianissima Trieste, Ma anche vivo è il sentimento di chi, più giovane, rivisse quei momenti nel ricordo degli anziani.
14, 15 e 16 maggio 2004: tre giorni per onorare i nostri Caduti per Italianità di Trieste, ma anche per ritornare, in un tripudio tricolore, alla gioia di quegli indimenticabili momenti di cinquant'anni fa e per farne partecipi gli Alpini che, da ogni parte d'Italia, accorreranno nella nostra città.

Dario Burresi

Vi segnaliamo alcuni articoli sul Cinquantenario apparsi su internet:

Cinquant'anni di Trieste italiana da News Italia Press 4/11
 Si sono svolti oggi, alla presenza del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, i festeggiamenti per l'anniversario del ritorno della città giuliana all'Italia. Un'occasione per approfondire la peculiarità delle aree di confine. 

IL PRESIDENTE CIAMPI A TRIESTE, 50 ANNI DOPO LUIGI EINAUDI da ANSA 4/11
TRIESTE - Cinquant' anni dopo l' arrivo, per la prima volta, a Trieste, di un Presidente della Repubblica Italiana, il Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, visita oggi il capoluogo giuliano per le cerimonie che giovedi', nella storica piazza dell'Unita' d'Italia, concluderanno le celebrazioni per il ritorno della citta' all'Italia. 

A TRIESTE PER I 50 ANNI DELLA RIUNIFICAZIONE ALL'ITALIA da Bazaretrusco
Il comune di Piombino partecipa il 4 novembre alle celebrazioni del 50° anniversario del ritorno ufficiale di Trieste all’Italia, che si tengono nella città giuliana alla presenza del Presidente della Repubblica C.A. Ciampi. Sarà presente il vicesindaco Carlo Barsi, accompagnato dal gonfalone della città.

Ritorno all'Italia, domani arriva Ciampi per festeggiare cinquantenario da Il Piccolo online 2/11
Il capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, sarà da domani nel capoluogo giuliano per le cerimonie che giovedì, nella storica piazza dell'unità d'Italia, concluderanno le celebrazioni per il ritorno di Trieste all'Italia.
Per le celebrazione è arrivata anche la splendida nave scuola 'Amerigo Vespucci', da stamani attraccata al molo 'Audace', a Trieste, per la parata militare con la quale giovedì mattina, si concluderanno le celebrazioni per il cinquantesimo anniversario del ritorno della città all'Italia.
Ad accogliere il presidente Ciampi sono già pronte, accanto alla 'Vespucci', da alcuni giorni la portaelicotteri 'Garibaldi', il cacciatorpediniere 'Audace' e la nave d'assalto 'San Giusto'.
Per salutare il presidente Ciampi e il ritorno di Trieste all'Italia, giovedì mattina si alzeranno in volo 27 aerei ed elicotteri, compresa la pattuglia acrobatica nazionale che con le sue Frecce Tricolori trascinerà il più grande tricolore del mondo.

Terra! il settimanale del TG5 diretto da Toni Capuozzo ha messo online i servizi trasmessi sabato 24 ottobre
 
CASINI, TRAMUTARE VECCHI CONFLITTI IN CONVIVENZA (AGI) - Roma, 26 ott.
"Un esempio straordinario, quello di Trieste, che ci impone oggi di adempiere con serenità e senza pregiudizi ideologici al dovere di tramutare i conflitti di ieri in una convivenza pacifica, solida e duratura tra tutti i popoli e tutte le nazioni". Lo ha detto il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, ricordando in aula a Montecitorio che oggi ricorre il cinquantesimo anniversario del ritorno di Trieste all'Italia. Parole che sono state accolte da un applauso di tutta l'Assemblea.
"In questa solenne circostanza - ha affermato Casini - cosi' carica di significato per la storia del nostro paese, e' doveroso rivolgere il nostro pensiero e la nostra gratitudine a tutti coloro che hanno segnato con il sacrificio della propria vita, il lungo e doloroso cammino che ha fatto dell'Italia un paese unito, libero e democratico. All'oltraggio di due diverse e sanguinose occupazioni straniere inflitte in occasione dell'ultima guerra mondiale -ha osservato - Trieste seppe opporre l'adesione incondizionata ai valori fondamentali, che oggi legano gli italiani, nel patto della Costituzione repubblicana".

26 OTTOBRE: 50 ANNI FA IL RITORNO ALL' ITALIA DI TRIESTE (ANSA) 24 ottobre
Era una giornata grigia, il 26 ottobre 1954, a Trieste, con pioggia battente e raffiche di bora, ma quello che la citta' e l' Italia ricordano di quel giorno e' solo la grande festa e l' enorme entusiasmo di migliaia di persone per le strade all' arrivo delle truppe italiane: era il ritorno di Trieste all'Italia e dell' Italia a Trieste. (continua)

TRIESTE: UN TESTIMONE RACCONTA, UNA GIOIA IMPRESSA NEL CUORE (ANSA) 24 ottobre
TRIESTE - ''Il momento piu' esaltante, quello che nessun triestino cancellera' dalla sua testa e dal suo cuore? L' arrivo, a mezzogiorno, in piazza Unita', del generale De Renzi, alla testa dei bersaglieri, tra due ali di folla in delirio'': e' il racconto di quel 26 ottobre di 50 anni fa attraverso le parole di Galliano Fogar. (continua)

TRIESTE: GASPARRI, QUELLE MEDAGLIE MESSAGGIO PACIFICAZIONE (AGI) - Roma, 23 ott.
"Il conferimento delle medaglie d'oro al merito, da parte del Presidente della Repubblica, alla memoria degli italiani caduti a Trieste nel novembre del 1953, e' un messaggio di pacificazione nazionale lanciato dal Capo dello Stato". Lo dice il ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri, che aggiunge: "Martedi', in occasione del Cinquantesimo anniversario dell'ingresso dei nostri soldati a Trieste, l'Italia celebra una pagina importante della sua storia. Quell'evento coincide con il compimento del nostro Risorgimento. Il conferimento delle medaglie in memoria dei sei caduti di Trieste, voluto dal Presidente Ciampi, ribadisce il forte sentimento di unita' e di patria che accomuna le singole parti della nazione".
Gasparri conclude: "Martedi' rappresentero' il Governo a Trieste. Sara' un momento di grande intensita' emotiva e di forte partecipazione popolare. In quell'occasione, sara' reso omaggio alla memoria di quanti hanno dato la vita per un 'ideale che oggi si rinnova nelle coscienze di tutti gli Italiani".

MODENA AI FESTEGGIAMENTI DI TRIESTE ITALIANA (da Sassuolo2000)
Approvato lunedì in Consiglio comunale un Ordine del Giorno in cui si invita il Sindaco a partecipare con una delegazione ed il gonfalone...

Il primo, l'unico album di musica esistente in Italia dedicato a Trieste, all'esodo degli esuli istriani, alle foibe del Carso: un compendio di una vicenda che si sta celebrando in questo periodo a Trieste: i 50 anni di ritorno di Trieste all'Italia. L'album "Trieste, ieri un secolo fa" del musicista e compositore triestino Mario Fragiacomo edito dalla Splasc(h) Records di Arcisate (VA), premiato dalla critica italiana nel referendum di Musica Jazz (nel Top Ten del migliore album dell'anno), presentato dallo scrittore Fulvio Tomizza, ora anche su Internet, per una diffusione internazionale sul sito JAZZOS.COM.
LP - Trieste, ieri un secolo fa - Edizioni Splasch Records - HP 08
 
Firenze, 20 ott. - (Adnkronos) - Una mozione che invita l'amministrazione comunale di Firenze ''a partecipare con il proprio Gonfalone alle manifestazioni di festeggiamento per Trieste italiana'' e' stata approvata a larga maggioranza dal consiglio comunale nella seduta di ieri sera. La mozione, presentata dal consigliere di Alleanza Nazionale Giovanni Donzelli, e' stata fatta propria dalla commissione cultura, presieduta da Dario Nardella, che l'ha emendata.
(Bea/Gs/Adnkronos) 20-OTT-0416:45

di Mario Cervi
L'Unione che divise

Il Giornale 05/10/04


Dopo l'entusiasmo dei primi giorni il Paese dimenticò presto i problemi irrisolti dei confini orientali Tra il memorandum di Londra e l'entrata dei bersaglieri in città si consumò un dramma nazionale. Il compromesso uccideva infatti le speranze degli istriani della zona B di rimanere italiani Tra il 5 ottobre del 1954 - quando fu firmato a Londra l'accordo per il ritomo di Trieste all'Italia - e il 26 successivo - quando le truppe italiane entrarono nella città - si svolse ['ultimo atto d'un angoscioso dramma nazionale. Dramma senza lieto fine, anche se il ritomo dei soldati con il tricolore fu festeggiato da una folla in delirio. Il compromesso, sancito dal "Memorandum d'intesa", cui allora si arrivò - le zone A e B del cosiddetto territorio libero di Trieste rimanevano rispettivamente in mani italiane e in mani jugoslave, senza che formalmente ne fosse pregiudicata la sorte - sanciva lo stato di fatto. In realtà il "Memorandum" suonava a morto per le speranze degli italiani residenti nella zona B, ultimo brandello dell 'Istria perduta, di poter restare nelle loro case restando italiani.

Ventuno anni dopo il trattato di Osimo, da tanti giuliani ripudiato, passò lo spolverino diplomatico su una situazione già consolidata. La zona B passava in piena sovranità alla Jugoslavia: dissolta la quale è passata alla Slovenia.

Città di confine bellissima, appartata, malinconica, città gonfia di nostalgie, di rimpianti per un passato irrecuperabile, e di rimproveri per un Paese dal quale si sente dimenticata, Trieste figura oggi abbastanza raramente nelle cronache. Ma negli ultimi anni Quaranta o nei primi anni Cinquanta per noi giornalisti era una meta frequente. Le manifestazioni contro il comando angloamericano accusato - non sempre a torto -di tollerare con eccessiva benevolenza le assumere connotazioni violente: gli scontri divenivano sanguinosi. Trieste ribolliva di passioni e di emozioni, chi si immergeva in quell'atmosfera ne era contagiato. C'era nel- l'aria una vibrazione di entusiasmo e di ribellione insieme, si faticava a tenersene distaccati. Ricordo i saggi ammonimenti che da Milano l'onnipotente redattore capo del Corriere della Sera Michele Mottola mi rivolgeva al telefono: "Pacato, pacato...".

Fra Trieste e il Paese, soprattutto fra Trieste e la Roma politica, s'era creata una frattura non tanto di idee quanto di sentimenti. Intendiamoci, dalla capitale si riversavano sulla Venezia Giulia espressioni di solidarietà e di incondizionato appoggio. Ma apparivano poco convinte.

Avendo vissuto l'incubo dell'occupazione dei miliziani di Tito -dopo la sconfitta tedesca, e prima che il generale neozelandese Freyberg sostituisse le sue forze a quelle del maresciallo - Trieste era in apprensione per se stessa e ancor più l'usurpata e oltraggiata zona B. Un cruccio s'era aggiunto agli altri della città giuliana dopo la rottura tra Tito e Stalin: agli occhi dei democratici europei - e purtroppo anche della diplomazia italiana - il maresciallo non era più il portatore d'una ideologia e d'un regime tirannico: era l'eretico che aveva litigato con il despota di Mosca nel nome dell'autonomia jugoslava. S'era dunque redento.

Il calvario giuliano era stato percorso quasi per intero mentre l'Italia era governata da Alcide De Gasperi: un indimenticabile, onesto statista che non aveva potuto ottenere ciò che era impossibile ottenere - ossia che l'Italia fosse considerata vìncitrice e non sconfitta - ma che parecchi triestini ritenevano troppo cauto, troppo preoccupato di salvaguardare l'Alto Adige negoziando con un interlocutore - il ministro degli Esteri austriaco Gruber - di sicuro meno irsuto di Tito: al quale era andato, prima che si scontrasse con Mosca, l'appoggio del partito comunista di Trieste, animato - pur tra perplessità individuali - da un palese patriottismo jugoslavo.

Nei riguardi degli angloamericani i nazionalisti triestini - il che significa, nella prospettiva dell'epoca, la maggioranza dei triestini - avevano un atteggiamento contrad-dittorio. Sapevano che la presenza di quelle truppe era stata provvidenziale per bloccare l'avanzata d'una soldataglia con la stella rossa che con le foibe aveva dato dimostrazione della sua ferocia; ma non sopportavano più gli stranieri. Perché volevano le truppe italiane, e perché imputavano a debolezze e cedimenti alleati la perdita di città giuliane la cui italianità non poteva essere messa in discussione. Gli estremisti di questa tesi accomunavano nella loro deplorazione gli alleati e De Gasperi, i primi per avere imposto il diktat delle frontiere, il secondo per averlo accettato (il curatore d'un fallimento da imputare al fascismo ne diventava cosi il responsabile).

La fosca eroina di questa ribellione alla perdita della Venezia Giulia per effetto del trattato di pace fu Maria Pasquinelli, una maestra ventiquattrenne di fanatica fede fascista che il 10 febbraio 1947 uccise il generale inglese Robin De Wilton, comandante della piazza di Pola. Aveva con sé, quando fu arrestata, questa dichiarazione che motivava il suo gesto: "Mi ribello, con il proposito fermo di colpire chi ha la sventura di rappresentarli, ai Quattro Grandi i quali alla Conferenza di Parigi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare ancora una volta dal grembo materno le terre più sacre d'Italia". Dopo una lunga detenzione Maria Pasquinelli è tornata nella sua città, Bergamo.

Nel momento in cui Trieste fu restituita all'Italia le passioni rimanevano, ma un po' attenuate. L'Italia stava vivendo il "miracolo economico", la gente aveva una gran voglia di considerare chiusa la questione giuliana e di pensare ad altro. Scomparso Alcide De Gasperi due mesi prima che Trieste ridiventasse italiana, l'onore di celebrare l'avvenimento toccò, oltre che al presidente della Repubblica Einaudi, a chi di De Gasperi era stato il più stretto collaboratore, Mario Scelba, presidente del Consiglio.

Ministro degli Esteri era Gaetano Martino, ministro della Difesa Paolo Emilio Taviani. La commozione per una terribile frana che nel Salernitano aveva fatto molti morti sloggiò dalle prime pagine dei quotidiani, tra fine ottobre e i primi di novembre del '54, la questione triestina.

Trieste e l'Italia, una storia da ricordare "CINQUANTA anni di Trieste italiana". È il titolo di un convegno che si terrà oggi a Roma nella sala dell'ex hotel Bologna in via di Santa Chiara 5.

Di seguito pubblichiamo l'intervento del senatore Pedrizzi su questo anniversario.

Il Tempo 19/10/04


Se l'Italia non fosse un paese di paradossi, ci sarebbe da stupirsi del fatto che per mezzo secolo sia stata praticamente cancellata dalla memoria collettiva della nazione la tragedia di quella che fu una vera e propria insurrezione per Trieste italiana. E questo mentre intorno a episodi secondari del nostro recente passato, come i fatti di Valle Giulia (dove studenti diedero il via al movimento del '68, giocando per qualche ora alla rivoluzione contro poliziotti proletari) è stata addirittura costruita una leggenda da tramandare alle generazioni future.

Per anni sui fatti di Trieste, di cui ancora oggi poco si sa e si parla, è calato il silenzio più omertoso. A troppi creava imbarazzo, infatti, ricordare la dura e lunga lotta di un'intera città che rischiò, per l'ignavia di alcuni e il cinismo di altri, di finire inghiottita dall'universo staliniano. A Trieste il problema dei confini italiani, che si trascinava dalla fine della Seconda guerra mondiale, diventò acutissimo nell'estate del 1953 quando Tito arrivò a chiedere l'annessione alla Jugoslavia del territorio libero di Trieste, dicendosi disposto a concedere in cambio la sola internazionalizzazione della città di Trieste. Da quel momento, come disse anche il presidente del Consiglio Pella in un discorso in Campidoglio, la causa dei fratelli triestini divenne la causa di tutti gli italiani. Il 3 novembre 1953, festa di San Giusto, a seguito della Dichiarazione Bipartita dell'8 ottobre, la bandiera italiana viene issata sul municipio di Trieste. È il 35° anniversario dell'ingresso degli italiani nella città e la scintilla della rivolta si accende quando i soldati americani tolgono quella bandiera. Tutti pensano che Tito abbia già avuto troppo, che in pratica gli è stata regalata tutta la zona sudorientale.

Inoltre 250 mila italiani sono stati costretti a lasciare le terre che il maresciallo si è annesso. Dopo lo strappo con il Cominform, gli angloamericani, condizionati dalla logica di Yalta, per dimostrare le loro buone intenzioni verso Tito, hanno preso a reprimere duramente la lotta dell'irredentismo triestino. È troppo: Trieste si gonfia di rabbia e esplode. Cominciano gli scontri ed i disordini, che durano mesi e che vedono le autorità angloamericane distinguersi per brutalità e ferocia. Trieste paga il suo tributo di sangue: cadono ragazzi come Pierino Addobbati, come Nardino Manzi, uomini come Antonio Zavadil, Erminio Bassa e Saverio Montano, giovani universitari come Francesco Paglia. Decine i feriti, i fermati, gli italiani sono trattati come ribelli. È così che il 5 ottobre del 1954 si arrivò al patto di Londra che fissava la cessazione del territorio libero di Trieste e il passaggio della zona A all'amministrazione civile italiana. Ed il 26 ottobre fu possibile il pieno passaggio di poteri dall'amministrazione alleata della città a quella italiana.

Non è difficile capire oggi quale fosse allora la posta della partita che si giocò al confine orientale del nostro Paese in quei primissimi anni Cinquanta: non solo la libertà e l'indipendenza di Trieste, ma la tenuta anticomunista e occidentale dell'Europa intera. Fa sorridere pensare che per così tanti anni si siano reputati più significativi gli scontri con la polizia a Valle Giulia, piuttosto che l'epopea di quei giovani che contribuirono a riportare Trieste all'Italia.

Trieste e la voglia di patria

Corriere della Sera 03/10/04

di Claudio Magris


È difficile dire se le cose si vedono meglio da vicino o da lontano, se i grandi eventi storici li comprende più a fondo chi li vive direttamente sulla propria pelle, appassionatamente coinvolto nel loro precipitare, oppure chi li guarda da un'angolazione più distante e più ampia, che permette di non lasciarsi sopraffare dalla loro immediatezza e di inquadrarli nel contesto generale.

La prospettiva giusta, come anni fa dicevano in due eccellenti libri Alberto Cavallari e Tito Perlini, è quella duplice, vicina e lontana, che continuamente si sposta dalla bruciante assolutezza del vissuto al quadro complessivo della situazione storica e viceversa, dal particolare all' universale, che possono essere compresi solo in questa relazione reciproca.

Quel 26 ottobre 1954, in cui Trieste ritornava all'Italia dopo una lunga drammatica odissea, è una data storica che fa parte della mia biografia, che ho vissuto - ragazzo di 15 anni - in quel giorno e in quella notte di festa per le strade. Un anno prima, in uno dei momenti di maggiore tensione alle frontiere orientali d'Italia, era caduto sotto il piombo della polizia al comando degli inglesi - che insieme agli americani governavano la Zona A del Territorio libero di Trieste - il mio compagno di classe Piero Addobbati, 14 anni, insieme ad altre cinque persone, durante la repressione delle manifestazioni per l'italianità della città. In quel 26 ottobre ho provato quel sentimento cantato da Manzoni: "Oh giornate del nostro riscatto! / Oh dolente per sempre colui / che da lunge, dal labbro d'altrui / come un uomo straniero, le udrà! / Che a' suoi figli narrandole un giorno / dovrà dir sospirando: io non c'era".

In quel giorno si chiudeva, per Trieste, il lungo periodo d'incertezza in cui la città di frontiera, divenuta essa stessa una specie di terra di nessuno tra due sbarre di confine, era, come diceva Salvatore Satta, una "sventuratissima posta" del gioco fra le grandi potenze, dal quale dipendeva la sua futura appartenenza non solo all'Italia o alla Jugoslavia, ma - specie nei primi anni - all'Occidente o all'universo staliniano. Quel 26 ottobre era pure, in qualche modo, la conclusione di una lunga passione risorgimentale della città, cui le odierne celebrazioni organizzate dal Comitato Tricolore insediato dal Comune non rendono giustizia, perché tendono a mettere in ombra la fondamentale componente mazziniana, democratica e ispirata a ideali di fraternità con tutte le altre nazioni, sottolineando invece la componente nazionalista.

La gioia di quel 26 ottobre copriva la tristezza per la perdita dell'Istria e di Fiume, ingiustizia che aveva spinto un grande antifascista come il fiumano Leo Valiani - incarcerato dal fascismo, difensore dei diritti degli slavi, combattente in Spagna e leader della Resistenza, oltre che eminente storico - a votare contro il Trattato di Pace. Per molti anni il dramma di Trieste - e dell'esodo istriano - è stato ignorato; molti italiani non sapevano nemmeno dov'era l'Istria o se Trieste fosse in Italia o in Jugoslavia; purtroppo anche nella "Nota sulla storia di Trieste" contenuta nel kit distribuito dal Comitato Tricolore ci sono errori geografici e cronologici, lacune e omissioni.

Per molti anni, del dramma della Venezia Giulia - che ha pagato per tutta l' Italia i disastri della politica fascista - non si parlava quasi mai: per ignoranza, disinteresse oppure - da parte democratica - per vile timore di passare per nazionalisti. Da parte della destra se ne parlava invece per riattizzare quegli odi sciovinisti e quei sentimenti antislavi, che erano stati all'origine del dramma giuliano e della mutilazione di quelle nostre terre. Quella strumentalizzazione della sofferenza era empia e quella rimozione era stolta e fautrice a sua volta di regressione, destinata anch' essa a intorbidare i rapporti tra le diverse comunità. Quando, parecchi anni fa, scrivevo sul Corriere delle foibe, non se ne interessava quasi nessuno, perché l'argomento non poteva essere utilizzato a fini politici; ora se ne parla, anche a vanvera, perché si pensa possa servire alla lotta politica attuale.

La patria è un valore, nasce come idea progressiva e rivoluzionaria di affrancamento dei popoli, all'epoca della Rivoluzione francese, quando i cittadini patrioti sconfiggono, combattendo per essa, i soldati che combattono solo per il loro sovrano-padrone e per la casa regnante. La patria così intesa non si oppone al sentimento di appartenenza all' universale umanità: Dante diceva di aver appreso ad amare Firenze a furia di bere l'acqua dell'Arno, ma aggiungeva che la nostra Patria è il mondo, come per i pesci il mare.

È giusto e doveroso che il 26 ottobre sia vissuto come una festa patriottica, purché la patria sia intesa quale amore per la propria identità in armonia con le altre, di pari dignità. Inoltre Trieste ha un' inconfondibile peculiarità, che le celebrazioni attuali mettono in sordina, perché incarna e comprende in se stessa questa pluralità. Città italiana di grande passione italiana, essa è stata, in passato, un crogiuolo di genti diverse arrivate dai più diversi Paesi, che si sono italianizzate, divenendo spesso - con i loro cognomi tedeschi, slavi, greci, armeni e così via - i più ferventi patrioti. Trieste comprende varie comunità, che vi sono di casa a pari titolo. Anzitutto la comunità slovena, presente da secoli. Quella ebraica, che ha avuto un grande ruolo nell'irredentismo, ma ha anche conosciuto l'unico campo di sterminio nazista esistente in Italia, la Risiera. Quella tedesca o austro-tedesca, numericamente modesta ma di vaste tradizioni. Quella greca, quella armena anch'essa esperta di tragedie, quella serba, la presenza croata, altri cittadini di altre nazionalità.

Queste comunità hanno storie diverse e memorie diverse, spesso contrapposte, lacerazioni che non si possono ignorare ma che occorre sanare.

Geografia e storia hanno fatto di Trieste un caso particolare. Pure il 25 aprile a Trieste è stato diverso, perché simboleggia sì come ovunque la liberazione dal nazifascismo, ma è stato immediatamente seguito dall' occupazione titoista con le sue violenze anti-italiane e i suoi crimini. L' insurrezione contro i tedeschi del 30 aprile '45 - guidata da mons. Marzari, Ercole Miani (torturati dai nazisti) e Antonio Fonda Savio - fu doppiamente tragica perché, come ricorda uno dei suoi più intrepidi protagonisti, Vasco Guardiani, gli antifascisti italiani si trovarono tra due fronti, aggrediti pure da quei partigiani che, per motivi nazionali o politici, miravano all' annessione di Trieste alla Jugoslavia comunista.

Allo stesso modo, il novembre 1918, con l'arrivo dell'Italia a Trieste, è stato una festa per la grande maggioranza italiana, ma non per quei triestini che, legittimamente, si erano sentiti appartenenti al plurinazionale impero absburgico e avevano combattuto per esso e tantomeno per gli sloveni e i croati della Venezia Giulia e dell'Istria divenuti cittadini italiani, per i quali purtroppo l'Italia - anche quella prefascista, per non parlare di quella mussoliniana - è stata non madre bensì matrigna, con una politica di snazionalizzazione, di negazione dei loro diritti, di inconsapevole disprezzo e infine esplicita violenza. La storia di queste terre è intrisa di sangue, di colpe e di sopraffazioni reciproche, di rancori e di lutti. Anche di contese culturali a suon di "false etimologie ingiuste come invasioni", scriveva Tommaseo, uno dei padri del nostro Risorgimento, che a Trieste si firmava "un italo-slavo". Queste lacerazioni non si possono ignorare, come fa la "Nota storica" contenuta nel kit distribuito dal Comitato Tricolore, che ad esempio non menziona le leggi razziali del '38, particolarmente rilevanti a Trieste dato il grande ruolo italiano della sua comunità ebraica, né la Risiera né l'oppressione snazionalizzatrice antislava. Tacere, rimuovere è un atto involontariamente autolesionista, perché "la verità vi farà liberi" dice il Vangelo, e chi la reprime diviene uno schiavo. Naturalmente - giacché una chiave fondamentale per Trieste è il rapporto fra italiani e sloveni - lo stesso vale, da parte slovena e croata, nei confronti delle violenze compiute da parte loro contro gli italiani e nei confronti di una regressiva fissazione nazionalista e identitaria che certo non manca fra gli slavi come tra gli italiani e gli altri popoli. Qualche tempo fa, nel comune di Duino-Aurisina, in provincia di Trieste, si è litigato sulla precedenza da dare, nelle scritte bilingui sui cassonetti di immondizie, all'italiano o allo sloveno. Non sempre i contrasti sono stati così comicamente lievi.

È necessario guardare in faccia questo retaggio negativo, per sfatarlo.

Franche indagini storiche, non timorose di offendere nessuno, possono e devono rivedere giudizi e versioni dei fatti, rettificare cifre di vittime o di carnefici, ma con la serenità di chi cerca la verità storica, non con l' astio di chi fruga nelle piaghe per farle suppurare ancora, felice se scopre di aver subìto un'infamia di più dal nemico per poterlo accusare ancora di più. Certo la serenità non è facile per chi ha subìto direttamente o nella sua famiglia una prevaricazione. Tuttavia il revisionismo storico, ora vincente, ha spesso inquinato a sua volta di preconcetta ideologia la sua rettifica di ricerche e schemi precedenti, trasformandola talora in giustificazione. Fra l'altro è singolare che il dibattito sulla Resistenza, l'esodo istriano e le altre drammatiche vicende di quegli anni siano spesso egemonizzati dai post-fascisti e dai post-comunisti, quasi in una reciproca legittimazione, mentre avrebbero più diritto di parlare i resistenti democratici, cattolici e laici, che hanno ricostruito l'Italia.

Una patria è tale solo se è patria di tutti i cittadini, di qualsiasi nazionalità, religione e fede politica, egualmente e lealmente partecipi senza riserve, e non solo tollerati. I grandi scrittori italiani di Trieste hanno sempre sottolineato con fierezza la pluralità della città: Slataper, che è morto combattendo per la sua italianità, diceva "io sono slavo, tedesco e italiano" e Saba, che definiva Trieste "un crogiuolo di razze", scriveva: "Gli incitamenti agli odi di razza (degli italiani contro gli slavi, degli slavi contro gli italiani) oltre ad essere infinitamente nocivi, sono anche infinitamente stupidi". Trieste italiana fa onore all' Italia solo se ognuna delle sue comunità e ognuno dei suoi cittadini vi si sente a suo agio e a casa propria. In questo senso, negli ultimi anni si sono fatti grandi passi verso una reale convivenza, in cui ognuno comincia a sentire come propri anche i valori raggiunti dai suoi concittadini di altre nazionalità. Altri passi vanno ancora fatti, da tutte le parti. Kosovel, il grande poeta sloveno del Carso, non è certo per questo meno mio. Se non si riesce a capirlo, si rimane quel "nazionalista povero e diseredato" di cui scrive Enzo Bettiza, aggiungendo che a costui "non rimane che l' esasperazione a vuoto dei propri sentimenti: non gli rimane che la nevrastenia".

Presentato il fitto calendario delle celebrazioni, che avranno il loro momento "clou" il 4 novembre Ciampi in piazza Unità, con i reduci del '54 Mostre, convegni, concerti, francobollo commemorativo, tripode tricolore..
Il Piccolo 17/10/04

di Silvio Maranzana


Una grande e coreografica parata militare sulle Rive con rappresentanze di tutti i reparti militari che entrarono in città nel 1954 e con la sfilata per la prima volta dei corazzieri a cavallo con la fanfara dinanzi alla nave-scuola della Marina militare "Amerigo Vespucci" e alla portaelicotteri "Garibaldi", ormeggiate davanti a piazza Unità. Sulla tribuna delle autorità, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, il vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini e il ministro della Difesa Antonio Martino. Sarà questo, la mattina del 4 novembre, il momento clou delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario del ritorno dell' Italia. Ciampi sarà a Trieste esattamente mezzo secolo dopo la prima visita in città di un presidente della Repubblica italiana, Luigi Einaudi, che percorse in macchina le rive tra la folla osannante il 4 novembre 1954

Nell'imminenza dell'avvio delle celebrazioni, che partiranno già giovedì con il prologo della staffetta podistica Roma-Trieste, che successivamente porterà la fiaccola per accendere il tripode a simboleggiare l'unità nazionale, e si concluderanno il 17 novembre con un concerto di cori alpini e le immagini della grande adunata, il Comune ha presentato le manifestazioni. In municipio, accanto al sindaco Roberto Dipiazza, c'era uno stuolo di assessori: Gilberto Paris Lippi, Fulvio Sluga, Angela Brandi e Maurizio Bucci, oltre al presidente dell'Aiat, Franco Bandelli

Il presidente Ciampi giungerà in città già nella tarda mattinata di mercoledì 3 novembre e a palazzo Gopcevic inaugurerà la mostra rievocativa "Trieste e il ritorno all'Italia. Immagini dagli archivi Alinari"

Intitolerà quindi la rinnovata sala del Ridotto del Teatro Verdi al maestro De Sabata e incontrerà il Consiglio comunale e le autorità cittadine. Nel teatro assisterà poi al concerto dell'Orchestra sinfonica del Verdi diretta dal maestro Aldo Ceccato con il violinista Salvatore Accardo. Il 4 novembre sarà dapprima al Sacrario di Redipuglia. La cerimonia sulle Rive incomincerà alle 10.30. Sono poi previsti gli interventi delle autorità cittadine, del capo di Stato maggiore della Difesa, del vicepresidente Fini e dello stesso Ciampi. Quindi la sfilata dei reparti lungo le Rive

L'altro momento clou delle celebrazioni avverrà il 26 ottobre, giorno dell' anniversario della seconda Redenzione. In piazza Unità alla presenza del ministro delle Telecomunicazioni Maurizio Gasparri sarà conferita la cittadinanza onoraria ai reggimenti fanteria San Giusto e Piemonte cavalleria alla presenza del nuovo comandante militare del Friuli Venezia Giulia, brigadier generale Andrea Caso. Si potrà assistere anche allo spettacolare arrivo in piazza a bordo di mezzi d'epoca di reduci dei reparti militari entrati a Trieste nel 1954

Sempre il 26 ottobre giungerà la fiaccola partita dall'Altare della patria a Roma, con al seguito un lungo tricolore portato da giovani atleti triestini che dopo aver sostato in alcuni luoghi simbolo della memoria, accenderà il tripode tricolore che sarà appositamente allestito nei pressi del monumento ai Bersaglieri e che arderà fino al 4 novembre. Il ministro Gasparri nell' auditorium del "Revoltella" presenterà il francobollo celebrativo emesso da Poste italiane e poi inaugurerà una mostra rievocativa alla Posta centrale

Un altro ministro, Mirko Tremaglia sarà a Trieste già domenica prossima e visiterà la mostra fotografica del Tricolore vivente che si inaugurerà questo giovedì in galleria Tergesteo. Le più belle foto dei seimila ragazzi che hanno partecipato alla manifestazione costituiranno un calendario che verrà distribuito nelle scuole e nelle comunità degli italiani all'estero

"Chiuderemo così un anno eccezionale per la città - ha commentato il sindaco Dipiazza, ricordando anche che l'exploit finale potrebbe essere l' aggiudicazione dell'Expo - mai come nel 2004 si è parlato tanto di Trieste in Italia e nel mondo"

Più caustico il vicesindaco Paris Lippi che ha preso di mira soprattutto le dichiarazioni di Luca Visentini il quale venerdì aveva parlato di "malcelate nostalgie di regime e di celebrazioni volgari e strapaesane, anziché di un' occasione che andava sfruttata per essere approfondimento, riflessione, riconciliazione e commozione". "Pensi piuttosto alla crisi industriale che c 'è in città - ha replicato Lippi - anziché volersi ritagliare un po' di spazio in vista di una carriera politica futura. Parla di feste paesane perché ha avuto il coraggio di chiederci 60 milioni di euro per un concerto

Né io né Bucci abbiamo mai speso tanto. Fa l'offeso perché non gli abbiamo dato l'auditorium del Revoltella, ben sapendo che per regolamento quella sala non può essere concessa né a partiti né a sindacati"

Poi Lippi ha attaccato chi ha parlato delle bandierine tricolori rimaste appese in vari punti della città fin da prima dell'adunata degli alpini: "Chi si offende per la presenza del tricolore, rimanga pure offeso: l'accusa non ci tange." Infine se l'è presa con il "Piccolo" che ha scritto che la mostra principale, quella alla vecchia piscina Bianchi che esporrà anche automobili e oggetti dell'epoca aprirà a celebrazioni finite. "Nulla è in ritardo - ha commentato - si è deciso di diluire gli eventi nell'arco di molti mesi. Quella alla Bianchi si aprirà 'attorno' all'11 novembre". A fine conferenza, dinanzi ad altri assessori ha ammesso: "Volevamo farla prima questa mostra, ma abbiamo saputo che Ciampi preferiva inaugurare quella della Alinari e non potevamo fargli inaugurare tutto, allora abbiamo deciso di posporla"

Fatto sta che la mostra alla "Bianchi" e la sua inaugurazione non compaiono nel pur fitto programma di celebrazioni e manifestazioni distribuito alla stampa che pure cita per sabato 23 l'inaugurazione della mostra sui campi profughi istriani, fiumani e dalmati all'ex centro raccolta profughi di Padriciano

Numerosi anche gli eventi collaterali, tenuto conto che i due convegni di approfondimento allestiti dal Comitato scientifico presieduto da Arduino Agnelli in collaborazione con l'università e che presentano anche relatori di rilievo nazionale, verranno presentati nei prossimi giorni. Sabato e domenica si svolgerà un incontro commemorativo dello storico raduno del Vespa Club Italia: nel 1954 i vespisti portarono il tricolore al sindaco Gianni Bartoli. Lunedì 25 a Duino ci sarà lo scoprimento di un cippo commemorativo del passaggio delle truppe italiane. Una fiaccolata partirà dalla chiesa di San Giovanni in Tuba e si esibirà la fanfara dei bersaglieri

Mercoledì 27 al Teatro Verdi vi sarà un concerto della banda principale della Polizia di Stato. Il primo novembre la Fiaccola della fraternità alpina accenderà lampade votive, tra l'altro, al cimitero austro-ungarico di Prosecco, al monumento ai Caduti a San Giusto, alla Risiera e alla Foiba di Basovizza. Il 3 novembre vi sarà la celebrazione dello storico sbarco dei bersaglieri del 1918. Il 5 e l'8 novembre deposizione di una corona d'alloro e messa in ricordo dei Caduti del 1953. Il 13 novembre si svolgerà la cerimonia di intitolazione del piazzale del Ferdinandeo ai "Caduti di Nassiriya".

Nel 1954 si chiuse una situazione "provvisoria" dal'45 in bilico tra occidente e mondo comunista. Ma il prezzo politico fu alto: l'Istria lasciata a Tito,15mila trucidati nelle foibe e 350mila costretti all'esodo.
Il Giorno (QN) 05/10/04

di Arrigo Petacco


"Trst jè nas", Trieste è nostra, gridavano i partigiani di Tito entrando trionfanti nella città italiana il 1° maggio del 1945. Sui fronti europei stavano cessando i combattimenti di una guerra durata quasi sei anni, ma per Trieste e per la Venezia Giulia il peggio stava per cominciare. Adottando il motto staliniano "l'occupazione rappresenta i nove decimi del diritto", il maresciallo Tito aveva lanciato tutte le sue forze verso la città italiana trascurando persino di liberare prima le città jugoslave di Lubiana e di Zagabria. Ed ora credeva di avere finalmente raggiunto il suo scopo. "Tutti i popoli jugoslavi - annunciò infatti quella stessa sera - salutano unanimemente la liberazione della nostra Trieste ju-goslava...".
Per fortuna, almeno per quanto riguarda Trieste, la regola staliniana non venne rispettata. Dopo quaranta giorni di occupazione, (che i vecchi triestini ricordano con sgomento), gli Alleati obbligarono infatti i titini a sgomberare, lasciando tuttavia libero l'alleato di Belgrado di impadronirsi della Dalmazia, di Fiume e di tutta l'Istria con le drammatiche conseguenze che tutti conosciamo.

Da quel momento, Trieste diventò una sorta di "Berlino dell'Adriatico", ossia una città in bilico fra due mondi, quello occidentale e quello comunista, affidata ad un Governo Militare Alleato il quale aveva suddiviso il T.L.T. (Territorio libero di Trieste) in due zone. La "zona A", a ovest del capoluogo, affidata all'amministrazione italiana e la "zona B", a est,affidata a quella jugoslava.

Questa situazione, definita "provvisoria", durò invece molto a lungo. Mentre dai territoti occupati dalla Jugoslavia aveva inizio l'esodo di migliala di italiani costretti ad abbandonare la propria terra e le proprie case sospinti dalle azioni terroristiche compiute dai miliziani di Tito (ne fuggirono 350mila, mentre altri dieci-quindicimila perirono nelle foibe). Roma stava praticamente a guardare... Tanto è vero che in quei giorni Harold MacMillan, rappresentante del Governo Militare Alleato rimproverò con queste parole i nostri governanti: "La colpa è tutta vostra. Siete voi che non volete salvare la Venezia Giulia". In effetti, la questione di Trieste era per noi un argomento molto scabroso (De Gasperi lo definiva "un tormento"). I motivi erano diversi e persino contradditori. Anche se l'opinione pubblica era schierata con i fratelli giuliani, i grandi partiti riluttavano a prendere posizione in proposito. D'altra parte, in quegli anni, quando era ancora fresco il ricordo dell'ubriacatura patriottica impostaci dal regime, chi osava reclamare la difesa dei confini nazionali era scambiato per un fascista e "rigurgiti fascisti" venivano infatti definiti dall'Unità le manifestazioni tricolori dei triestini che anelavano di ricongiungersi alla patria... o meglio, al "paese", in quanto anche la parola "patria" era stata sostituita da questo sinonimo meno impegnativo.

Frattanto, col passare degli anni, i rapporti fra Roma e Belgrado diventavano sempre più difficili finché, nel settembre del 1953, Tito aggravò la situazione organizzando una grande manifestazione popolare, a meno di sei chilometri dal confine in località Oktoglica (ex San Basso), nel corso della quale, davanti a 250 mila persone fatte confluire dalle regioni vicine, pronunciò un discorso minaccioso, provocatorio ed anche sprezzante nei confronti degli italiani. Le sue parole provocarono una forte emozione nel paese e anche a Roma dove, nel frattempo. De Gasperi era stato sostituito alla guida del governo da Giuseppe Pella, un tranquillo commercialista biellese che gli eventi trasformeranno in un combattivo capopolo.
Di fronte alle accuse di Tito, Pella reagì infatti d'impulso e prese addirittura in esame l'eventualità di un'azione militare. Non l'avesse mai fatto:la sua reazione trovò molti consensi nell'opinione pubblica, ma non quello del suo partito, ossia la Dc, che lo costrinse a dimettersi. Seguirono giorni convulsi soprattutto a Trieste dove le dimostrazioni patriottiche dei triestini furono represse nel sangue dalla polizia britannica (sei morti e un centinaio di feriti, quasi tutti studenti).
Dopo questi tragici fatti dovette trascorrere ancora un altro anno prima che il nodo triestino potesse essere "provvisoriamente" sciolto. Il 5 ottobre del 1954 gli Alleati siglarono a Londra un "Memorandum d'intesa" che stabiliva la cessione di Trieste e della "zona A" all'Italia, ma non faceva alcun riferimento alla "zona B", sulla sorte della quale porrà comunque sopra una pietra tombale il "Trattato di Osimo" firmato nel 1975 dal governo presieduto da Mariano Rumor.

Alcuni giorni dopo la firma del Memorandum, il 26 ottobre del 1954, mentre i genieri britannici segnavano con una lunga linea gialla il nuovo confine italo-jugoslavo, i nostri bersaglieri entravano nella città contesa fra uno sventolio di tricolori ed il tripudio di una folla immensa e commossa. Trieste tornava per la seconda volta all'Italia. Non tornavano purtroppo i borghi e le città italiane dell'Istria e della Dalmazia che centinaia di migliaia di italiani avevano spopolato con un esodo biblico.

di Toni Capuozzo
Nove anni di Governo Militare Alleato, e oggi è l'unica città che festeggia i reduci dall'Iraq

Il Foglio 22/10/04


C'è una fotografia, in bianco e nero, che ha il potere di scavalcare gli anni. Ritrae un militare americano, a Trieste. E' un Natale dell'inizio degli anni Cinquanta. Il militare tiene il braccio, paterno, sulla spalla di una bambina imbarazzata, che stringe in mano un pacchetto ancora da svolgere, e sotto braccio una confezione di dolciumi di cui si indovina la marca: Nestlè

Dietro a lei, altri bambini, con l'aria più disinvolta, attendono il loro turno, nella consegna dei pacchi dono. Due donne sorridono loro, e sono evidentemente americane, lo si intuisce dal golfino a maniche corte dell'una, e dagli occhiali, che hanno la forma di un sorriso, dell'altra. E' un Natale da dopoguerra, nella Trieste del Governo Militare Alleato, bambini italiani profughi e orfani, o entrambe le cose contemporaneamente, oppure solo indigenti, e occupatori americani. Sul braccio del militare un distintivo del reparto: una testa di cavallo su un campo oro attraversato da una banda nera, una divisione di cavalleria

Per nove anni, in realtà, Trieste visse come in una capsula del tempo, mentre l'Italia andava per conto suo. Era la cosiddetta zona A, che insieme con la zona B congelò la fine della guerra, e le pretese jugoslave e italiane sui territori di confine, e sulla linea di confine da stabilire a scapito del mondo libero occidentale o delle ultime propaggini del blocco socialista, ancora compatto. Tutto, in quegli anni, fu una storia a parte, resa più estrema e più complessa: il fascismo fu più duro che altrove, lo sterminio degli ebrei contò su una macchina di morte funzionante in loco, la Risiera, la resistenza ai nazisti fu la resistenza di un litorale annesso, il comunismo fu più internazionalista, la liberazione fu un dramma, perché le bande partigiane titine batterono sul tempo l'arrivo degli alleati, e con loro arrivò il dramma delle foibe, quaranta giorni di terrore, in cui migliaia pagarono la sola colpa di essere italiani. Il Governo Militare Alleato congelò tutto, e governò un angolo d'Italia incerto sul suo destino

Non fu una storia facile, e il ruolo dei cattivi lo assunsero gli inglesi. Furono loro a scontrarsi con la popolazione, in piazza nel novembre del 1953. Gli americani furono un'altra cosa, nella quale è difficile distinguere tra la forza di una politica - il piano Marshall, ovviamente, ma anche i modelli amministrativi - e la forza di un mito: la Coca Cola, le sigarette bionde, il nuovo che le stelle e strisce portano in una città asburgica, risorgimentale, levantina, ebrea, slava, irredentista, letteraria e proletaria, delicata come un mosaico di trecentomila abitanti sul quale soffia, come una bora sconosciuta, la grossolanità invincibile del sogno americano, incarnata da diecimila militari, e dalla loro occupazione, in un piccolo Stato cuscinetto riconosciuto dalle Nazioni Unite, e vissuto dai trecentomila come un lungo limbo di attesa: matrimoni misti, squadrette di baseball, orchestrine jazz, donne poliziotto, la Radio Trieste con il suo direttore Jacobson, cinema tridimensionale, festa del Thanksgiving e visite ufficiali: il senatore John Fitzgerald Kennedy, oppure Louis Armstrong

Adeso che xe partì el batel Non è una città di guarnigione, e neppure una storia di segnorine, anche se i bordelli fioriscono e se la miseria farà cantare una canzone popolare, alla partenza degli americani: "Adeso che xe partì el batel, no posible fumare più Camel". E' la storia di un ingresso ritardato nel dopoguerra, e di un ingresso anticipato nell'occidente, di una fuga ante litteram dalle democrazie popolari

Una storia a parte, non conclusa il 26 ottobre del 1954, in una piazza Unità strabocchevole di gente che accoglie i bersaglieri d'Italia. Giorni di cinquant'anni fa, che Trieste si prepara a ricordare come una figlia non riamata, abituata all'oblio di genitori distratti, con sentimenti ingenui verso cose semplici e parole desuete: patria, tricolore, e le altre parole che abbiamo buttato via, per buttare via la mala pianta del nazionalismo, bambino e acqua sporca, tutto alle ortiche. Poi, cinquant'anni di solitudine, di una storia che continua a essere una storia a parte

Sarà un caso che a Trieste hanno fatto festa, come ai vecchi tempi, ai militari di ritorno dall'Iraq? O sarà solo che qualcuno ha riconosciuto, nelle infuocate immagini che giungono da Baghdad, su una manica di militare americano, la stessa testa di cavallo su campo oro e banda nera, la stessa divisione di cavalleria ?

Toni Capuozzo

Il Gazzettino 25.10.04

Fu un anno importante quel 1954 per l'Italia. Nacque la televisione, morì Alcide De Gasperi che era stato l'uomo più potente tra guerra e ricostruzione. Se ne andò chiedendo perdono alle figlie perché le lasciava povere. Gli "scoiattoli" di Cortina salirono sul K2 e Gaspare Pisciotta che aveva tradito il bandito Giuliano fu avvelenato in carcere a Palermo

Dopo nove anni la guerra era ancora nella memoria e nella coscienza degli italiani. Alla stazione di Udine rientrarono nella neve gli ultimi sopravvissuti dalle prigioni dell'Unione Sovietica: 14 in tutto, accolti da centinaia di donne che sventolavano le fotografie di mariti e figli scomparsi sul fronte russo. Quell'anno Trieste tornò completamente italiana

"Finalmente italiana", scrissero i giornali

Era il 26 ottobre 1954 quando i bersaglieri entrarono nella città e sul torrione del castello di San Giusto sventolò il tricolore. In porto gettarono l'ancora le navi della marina militare. Trieste diventò il simbolo dell'Unità del Paese. Del resto, l'Italia in nove anni non aveva trascurato niente per restare agganciata a Trieste Si servì di tutto: dallo sport al cinema, dal teatro alla canzone. Gli italiani cantavano convinti e commossi: "Vola colomba bianca vola Diglielo tu che tornerò". Non passava giorno senza che la radio facesse sentire almeno tre volte la voce pastosa e morbidamente emiliana di Nilla Pizzi

Trieste era in piena "cortina di ferro", era la posta in gioco tra l'Est e l'Ovest. Era la scheggia che poteva impazzire nel cuore della "guerra fredda" tra gli stati comunisti (la Jugoslavia di Tito) e l'Occidente capitalistico. Era semplicemente la "questione di Trieste", anche se un diplomatico americano la ridimensionò cinicamente a una "questione di giardinaggio": pochi metri quadrati quasi insignificanti in un mondo già spartito. Ma per l'Italia era più di un'aiuola da recuperare. Era il passato da riprendere, era l'eredità di una guerra da queste parti ancora più atroce. Trieste era la città delle vendette consumate, degli errori fatti scontare subito

L'Italia fascista in 29 mesi di occupazione aveva seminato in Jugoslavia una scia di sangue, alla fine soltanto nella zona di Lubiana si contarono 13 mila uccisi di ogni sesso ed età. Quando tra aprile e metà giugno 1945 le truppe di Tito occuparono Trieste, Gorizia e l'Istria la vendetta fu terribile. "Epurare subito" fu l'ordine e la carneficina non risparmiò fascisti e antifascisti, bastava essere italiani. Gli slavi fecero irruzione nelle case, devastarono, fucilarono, gettarono nelle foibe i corpi delle vittime delle esecuzioni sommarie. Le foibe sono la più paurosa delle morti, una morte oscura. Le foibe sono fatte per inghiottire ciò che alla gente non serve più, gettare un corpo nelle foibe è trattarlo come un rifiuto. Nel gesto c'è la volontà di cancellazione della memoria, la negazione persino di una traccia di pietà. Ci vorranno molti anni all'Italia per capire l'entità della tragedia, accertarla e darle una dimensione storica

A guerra finita, il territorio giuliano e la città furono divisi in "Zona A" e "Zona B". L'Italia strappò pezzo per pezzo qualche concessione, emise francobolli soprastampati come nelle colonie, minacciò di spostare truppe sul confine, protestò, rispose no a Tito che voleva terre e "corridoi". I negozianti furono costretti a scrivere le insegne in lingua slava, ci furono Natali in cui fu vietato persino esporre un albero in vetrina. Ci furono manifestazioni e morti, come nel novembre 1953 quando la polizia angloamericana sparò ad altezza d'uomo sugli insorti che volevano Trieste italiana. Anziché aprire gli idranti, aprirono il fuoco contro la folla inerme che cercava scampo nella chiesa di Sant'Antonio

Cinquant'anni fa Trieste è ritornata italiana. Il 4 Novembre per l'arrivo del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi si riempirono Piazza dell'Unità d'Italia, la folla non lasciò uno spazio libero sino al mare. Ma non era più la Trieste di Italo Svevo e nemmeno quella dei versi di Umberto Saba: "E' come un ragazzaccio aspro e vorace, / con gli occhi azzurri e mani troppo grandi/ per regalare un fiore"

Fu forse l'ultima volta in cui l'Italia si riempì di bandiere tricolore in nome dell'amore di patria. Per rivedere tante bandiere e tanto orgoglio di essere italiani bisognerà attendere il 1970, l'anno di Italia-Germania 4-3 ai mondiali di calcio in Messico e la vittoria ai mondiali di Spagna nel 1982. Per riascoltare tante volte l'Inno di Mameli si dovrà aspettare l'arrivo al Quirinale di Ciampi, un presidente legato alla tradizione risorgimentale e resistenziale dell'Italia

Certo oggi per i nuovi italiani è una storia difficile da spiegare e da capire. Termini come "guerra fredda" e "cortina di ferro" sono incomprensibili, spariti persino dalle pagine dei libri. Non c'è più nemmeno il Muro di Berlino crollato da 15 anni assieme all'Urss e al comunismo reale. Anche quel che rimaneva dell'ultimo muro del confine orientale, piccolo piccolo, è caduto pochi mesi fa. Da tempo non era altro che una linea immaginaria che divideva Gorizia, passava sulle case, la gente non ci pensava ma dormiva con la testa in Italia e i piedi in Slovenia. Anche i morti del cimitero erano divisi a metà. Da quale parte stava l'anima? Della Jugoslavia di Tito non è rimasto quasi niente, divisa, spazzata da guerre civili e da pulizie etniche

Trieste tornò italiana, non invece città italianissime come Pola, Zara, Fiume. Centinaia di migliaia di profughi si allontanarono per terra e per mare, dovevano lasciare tutto, potevano portarsi dietro soltanto una valigia di venti chili. Vecchie navi li trasferirono nei campi profughi, ce n'erano 109 in Italia, sparsi nel piede dello stivale, nelle isole più lontane. Come documenta una mostra fotografica sui rifugiati allestita a Padriciano (Trieste) dove c'era un campo per profughi. Esuli e trasferiti in una destinazione imposta spesso a caso, hanno dovuto combattere a lungo anche contro il tentativo di rimozione del loro tragico esodo. Molti di loro sono morti aspettando una giustizia che non è mai arrivata

"Un popolo non è che memoria", avvertiva Nicolò Tommaseo, consapevole che una nazione non può morire finché rimane nel ricordo con la sua lingua, la sua cultura

Trieste è oggi una città ancora più di frontiera, in una posizione resa più determinante dalla nuova Europa. Regge l'impatto dell'immigrazione regolare e clandestina, soffre la crisi economica che ne ha ridotto la spinta commerciale, ma conserva ambizioni e grandi sogni

Ha scritto Claudio Magris: "E' difficile dire se le cose si vedono meglio da vicino o da lontano, se i grandi eventi storici li comprende più a fondo chi li vive direttamente sulla propria pelle, appassionatamente coinvolto nel loro precipitare"

Magris esalta il distacco della ragione in una Trieste che ha mille culture e mille etnie e mille identità e deve e può farle convivere tutte. Non è più tempo di retaggi di oscuri nazionalismi per affermare l'identità. Al nazionalista povero e diseredato non rimane che l'esasperazione a vuoto dei propri sentimenti: "Non gli rimane che la nevrastenia", avverte Enzo Bettiza

Edoardo Pittalis

La città rivive oggi una delle pagine più significative del suo passato. Per la parata ex militari da tutta Italia, esuli, mezzi d'epoca. In piazza Unità l'abbraccio ai reduci del '54. Al via le cerimonie storiche, presente il ministro Gasparri.

Il Piccolo 26/10/04


Il 4 novembre l'omaggio di Ciampi TRIESTE Come cinquant'anni fa, anche se non in quelle proporzioni oceaniche, la città si ritroverà oggi in piazza Unità per festeggiare il ritorno dell'Italia. Un'altra giornata storica nell'anno dell'allargamento dell'Unione europea. Il momento focale sarà costituito dalla consegna della medaglia d'oro ai sei triestini caduti negli scontri di piazza del novembre '53, ultimi morti del Risorgimento e primi dell'Europa libera a simboleggiare il processo di ricomposizione dell'unità nazionale e l'allargamento delle frontiere a un intero continente liberato dalle dittature e dai totalitarismi

Oggi Trieste vivrà la prima di una serie di giornate celebrative che culmineranno il 4 novembre con la grande parata sulle Rive alla presenza del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. La cerimonia in piazza Unità oggi prenderà il via alle 11 e sarà il ministro delle Telecomunicazioni, Maurizio Gasparri a consegnare ai parenti le medaglie d'oro conferite dal Capo dello Stato alla memoria di Pietro Addobbati, Erminio Bassa, Leonardo Manzi, Saverio Montano, Francesco Paglia e Antonio Zavadil. La gioiosa giornata del 26 ottobre 1954 rivivrà con l'ingresso in piazza di un centinaio di reduci, ex appartenenti a esercito, marina, polizia, carabinieri, guardia di finanza che mezzo secolo fa, sotto la pioggia e la bora, furono tra le avanguardie italiane a Trieste. Giungeranno in modo spettacolare con un gippone e due campagnole d'epoca, indossando copricapi di allora. Un fazzoletto commemorativo verrà consegnato dal sindaco presumibilmente all'ex maresciallo dell'Esercito, Graziosi, oggi ultranovantenne

Numerosi sono i reduci che, anche con famiglie e amici, sono giunti in città fin da sabato. Ieri ne sono arrivati da Rimini, da Palermo, dalla Sardegna e dalla Francia. Molti anche gli istriani, fiumani e dalmati emigrati anche nelle Americhe e in Australia, che hanno colto l'occasione per unirsi alla gioia dei triestini, ma per piangere un'ultima volta le loro terre perdute

E ancora, sono tornati alcuni ex militari americani che si erano insediati in città con il Gma. Sono rimasti un po' disorientati dal fatto che le manifestazioni sono diluite in un lasso di tempo troppo lungo e soprattutto dall'assenza di una grande mostra sugli avvenimenti: tra ieri e domani se ne aprono due, della finanza e della polizia, ma quella con le fotografie della Alinari sarà inaugurata da Ciampi il 4 novembre e di quella principale, alla piscina Bianchi, non è stata comunicata nemmeno la data di apertura

Ulteriore simbolo dell'amor patrio, mai spento in città, sarà oggi l'accensione del tripode accanto al monumento ai bersaglieri, di fronte alla piazza, che arderà poi fino al 4 novembre. La fiaccola, che era stata accesa sabato all'Altare della Patria, a Roma, seguita da tre giganteschi tricolori di cinquanta metri giungerà in piazza Unità portata da atleti triestini

Sosterrà in precedenza a Duino, dove sorgeva il confine del Territorio libero, in piazza Libertà, in piazza Sant'Antonio e a San Giusto

A prendere la parola saranno il sindaco Roberto Dipiazza, il comandante delle Forze terrestri, tenente generale Cosimo D'Arrigo e il ministro Gasparri. "Qui si celebra un evento importante della nostra storia nazionale - ha dichiarato ieri Gasparri - un'occasione di riconciliazione nazionale che deve essere vissuta all'insegna del sentimento di unità

Quello stesso sentimento che ha animato i giovani caduti per restituire Trieste alla Patria." Un'unità che però non sarà completa, stando alle posizioni espresse da qualche esponente del Centrosinistra

Ma oggi, il gran giorno, comincerà prestissimo. Alcuni reparti militari si schiereranno in piazza Unità già alle 8.40 perché dieci minuti più tardi, prima dell'alzabandiera delle 9, l'alpino Michele Maddalena dopo aver percorso oltre quattromila chilometri dalla Sicilia a Trieste e dopo aver raccolto un tricolore per ogni comune attraversato consegnerà al vicesindaco Paris Lippi la bandiera italiana ricevuta dal Presidente Ciampi. Il ministro Gasparri sarà a San Giusto già alle 9 e poi, accompagnato dal presidente di Poste italiane, Enzo Cardi, alle 10 nell'auditorium del museo Revoltella presenterà il francobollo celebrativo, mentre nel pomeriggio alle 15, nel palazzo delle Poste di piazza Vittorio Veneto inaugurerà la mostra: "1954 Il servizio postale ritorna all'Italia. 1918-1954, pagine di storia triestina." Il ritorno all'Italia sarà ricordato anche dal Consiglio provinciale che si riunirà in seduta straordinaria alle 18.30 a Palazzo Galatti. Le manifestazioni pubbliche si chiuderanno in piazza Unità alle 17 con l'ammainabandiera e un breve concerto della brigata della Pozzuolo. Gli appuntamenti celebrativi, come si vede nella tabella, proseguiranno poi fin oltre metà novembre

Silvio Maranzana

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