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Il Giornale 27/09/05

Trattato di Osimo: ora l’unica speranza è nell’effetto Europa

Livio Caputo

Si avvicina l'anniversario di un avvenimento infausto nella storia del nostro Paese: la firma del Trattato di Osimo, con cui trent'anni fa l'Italia rinunciò alla zona B dell'ex Territorio Libero di Trieste e chiuse in maniera complessivamente molto svantaggiosa ogni contenzioso con la Jugoslavia. Fu un atto diplomatico preparato in gran segreto, per timore di reazioni negative dell'opinione pubblica, e ratificato solo dopo un tumultuoso dibattito in Parlamento in cui si levarono molte autorevoli voci contrarie. Fu, da un lato, un frutto avvelenato dell'avvicinamento all'area di governo del Pci, fin dall'immediato dopoguerra favorevole a concessioni territoriali a Belgrado, dall'altro di una situazione internazionale in cui Tito, a seguito della dissociazione da Mosca e della leadership in movimento dei non allineati aveva assunto un ruolo superiore al peso reale del suo Paese. Ma il trattato fu anche il risultato della debolezza e scarsa coscienza nazinale del nostro governo, che grazie allo sviluppo economico dell'Italia e al suo pieno inserimento nell'Alleanza atlantica e nella Comunità Europea, si trovava in una posizione molto più forte di quello del '47, che aveva dovuto subire il diktat con cui fummo amputati della Dalmazia e della venezia Giulia. Ancor oggi c'è chi sostiene che gli architetti del trattati - in primis il ministro degli Esteri Rumor, ma anche i parlamentari che lo approvarono nelle due Camere - sarebbero addirittura passibili dell'ergastolo in base all'art. 241 del Codice penale, che punisce «chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero».

Invece, come spesso accade nel nostro Paese, la eco del trattato nel grande pubblico si spense presto e a puntare il dito contro i responsabili rimasero soltanto gli esuli, che ne pagarono le conseguenze per la virtuale rinuncia ai beni confiscati da Tito, e i triestini che dovettero accettare come definitive frontiere terrestri e marittime soffocanti.

L'Italia avrebbe avuto la possibilità di rimediare almeno in parte all'arrendevolezza del '75 sedici anni dopo, al momento della dissoluzione della Jugoslavia. Nulla ci avrebbe impedito di chiedere una parziale revisione del trattato come condizione preliminare al riconoscimento della Croazia e della Slovenia, eredi per ragioni geografiche dei patti stipulati a suo tempo con Belgrado. Modifiche concordate dei trattati sono previste esplicitamente dal Diritto internazionale alla presenza di «mutate circostanze». Invece, il governo di allora lasciò che le sue nuove Repubbliche subentrassero alla Jugoslavia senza pagare pegno, sebbene il nuovo ordine violasse palesemente almeno l'articolo di Osimo che tutela l'unità della superstite comunità italiana dell'Istria. Il nostro giornale raccolse allora in poche settimane 160.000 firme per chiedere la denuncia di Osimo ma invano. Se l'iniziativa non servì a smuovere l'ultimo governo della prima Repubblica, ebbe tuttavia l'effetto di attirare l'attenzione degli italiani su un problema che essi avevano a tutti gli effetti rimosso e mise così in moto i meccanismi che negli ultimi anni hanno riportato alla ribalta il dramma dell'esodo e la tragedia delle foibe. Per la verità il primo governo Berlusconi tentò anche di ottenere da Lubiana e Zagabria una restituzione almeno parziale delle proprietà italiane, ma il momento favorevole era passato e, di fronte al muro di gomma dei due neonati Stati, l'Italia dovette accontentarsi di concessioni molto modeste.

A trent'anni di distanza si può ragionevolmente sostenere che il Trattato di Osimo fu, se non un crimine come sostengono gli oltranzisti, certo un errore. Un errore basato sulla erronea convinzione che la Jugoslavia fosse destinata a rimanere un attore importante della scena internazionale e che pertanto fosse opportuno chiudere - anche in perdita - i conti rimasti aperti dalla Seconda guerra mondiale. Sarebbe invece bastato aspettare qualche anno per trovarsi di fronte prima un interlocutore molto più debole e poi addirittura de piccoli Stati dal peso diplomatico molto limitato. D'accordo che sarebbe stato difficile modificare le frontiere fissate negli anni Cinquanta, ma su molti punti, non esclusa la zona B, si sarebbero potute ottenere condizioni migliori. Invece, ora Slovenia e Croazia possono opporre alle nostre pur sacrosante richieste il classico «pacta sunt servanda» e noi possiamo solo sperare nell'effetto Europa per tornare a esercitare, in quelle terre che furono italiane, almeno un maggior peso economico e culturale.

Avvenire 06/11/05

A trent'anni di distanza dal Trattato di Osimo che nel 1975 sancì il distacco dall'Italia, gli storici restano divisi sulla decisione. E per molti ex esuli l'intesa resta un tradimento

Cedere l'Istria fu inevitabile?

da Trieste Francesco Dal Mas



Il Trattato di Osimo, a trent'anni di distanza, resta «infame», come fu definito all'epoca? La cessione alla Jugoslavia della Zona B dell'ex Territorio libero di Trieste, passate le contrapposizioni del tempo, appartiene ancora alla categoria del «cedimento-tradimento» o a quella della «necessità dolorosa ed inevitabile», secondo i due schieramenti che divisero non solo Trieste, ma l'Italia intera?

Le passioni che s'infiammarono con quel 10 novembre 1975, la data appunto degli accordi di Osimo, non si sono ancora spente. Nella città di Trieste per i sommovimenti politici che comportò. (Basti ricordare la «Lista del melone» che s'insediò con Manlio Cecovini sullo scranno più alto del Comune). Ma soprattutto fra gli ex esuli italiani, che continuano a sostenere di essere stati abbandonati dal loro Paese.

«Guardato trent'anni dopo, il trattato di Osimo appare un po' meno «infame» e si conferma un po' più vera la motivazione della «dolorosa, ma inevitabile necessità per il tributo da pagare all'unità europea e alla pace» è il giudizio di Corrado Belci che da triestino e da parlamentare dell'allora Dc collaborò alla definizione del trattato. Belci, all'epoca molto vicino ad Aldo Moro, che volle con fermezza quell'intesa, è infatti convinto che senza questo passaggio sarebbe stato più difficile costruire la nuova Europa. Per lo storico Paolo Simoncelli, invece, il Trattato si è rivelato un inutile e, al tempo stesso, pesantissimo sacrificio. E non gli si può certo attribuire alcun merito nell'apertura dell'Europa, «avvenuta solo in seguito al crollo del muro di Berlino e a quanto verificatosi successivamente nell'ex Jugoslavia».

Osimo sancisce il trasferimento alla Jugoslavia dell'Istria nord-occidentale, riconoscendo lo stato di fatto venutosi a creare dopo la fine della Seconda guerra mondiale. «Oggi si vede meglio - afferma Belci - che il possesso materiale della zona B da parte della Jugoslavia non era modificabile «né con il consenso né con la forza», come disse Moro all'atto della ratifica parlamentare del Trattato. Per alcuni l'alternativa era l'attesa dello smembramento della Jugoslavia, la sua decomposizione in stati nazionali, nel dopo-Tito, fenomeno poi avvenuto con le guerre intra-jugoslave. Avrebbe potuto essere l'occasione per riprendersi l'Istria.Ma abbiamo visto che fine hanno fatto queste velleità. L'alternativa reale che si poneva all'Italia era quella tra ricorrenti conflitti e tensioni (vedi 1970 e 1974) e una prospettiva di costruttive intese future. L'Italia scelse la seconda strada ben sapendo che, in quel momento, quella scelta comportava amarezza e dolore in una parte dei suoi cittadini». Per lo storico Simoncelli la verità è un'altra. «Probabilmente Moro, che è all'origine degli accordi di Osimo, da un lato non aveva una formazione intellettuale risorgimentale», afferma lo studioso che all'università ha conosciuto da vicino l'allora uomo di governo. «Quindi non era sensibile, generazionalmente alla vicenda Trieste italiana. Non aveva il padre e lo zio che potevano essere stati sul Carso. Dall'altro, era il momento in cui personalmente Moro aveva avviato la corsa alla Presidenza della repubblica, per cui aveva bisogno di un sostegno convinto della sinistra. Ricordo personalmente che aveva paura esclusivamente dell' eversione di destra, sottovalutando quella di sinistra. Moro non ha mai parlato, in tutte queste circostanze, di rinuncia alla sovranità della zona B, ma preferiva riassumere, con le sue circonlocuzioni particolarmente ardite, che si trattava di un cambio di titolo giuridico. Cambiare il titolo giuridico significava evidentemente giungere a definire la sovranità statuale jugoslava». Simoncelli mette sotto accusa il Trattato anche perché «a fronte di una perdita di sovranità non c'è stata la minima applicazione di garanzia alla minoranza italiana rimasta nella ex zona B».

«Noi italiani potevamo applicare - rimprovera lo storico - quello che era stato il modello perfetto, internazionalmente riconosciuto, l'accordo De Gasperi-Gruber, ovvero la reciprocità. La sovranità jugoslava fu riconosciuta senza che venissero minimamente considerate le garanzie che oggi sono sotto gli occhi di tutti e che si danno a tutte le minoranze». Belci riconosce il dramma patito dagli italiani. Ma insiste perché si considerino le prospettive. «Prendendo atto della nuova realtà, possiamo constatare - osserva -che una presenza italiana in Istria è rimasta, la cultura italiana è curata dalle comunità italiane presenti (in qualche caso con episodi di notevole significato), una cooperazione negli studi linguistici, nell'arte, nella letteratura, nel cinema e in altri aspetti della vita culturale si può sviluppare con interessi convergenti, anche negli effetti turistici, tra Italia, Slovenia e Croazia». Replica Simoncelli: «Di fatto, però, anche nel processo di associazione della Slovenia e della Croazia all'Unione europea i nostri governi non hanno dimostrato la necessaria fermezza per quanto riguarda i beni italiani; il potere contrattuale si è ridotto al lumicino». L'Italia di Osimo, insomma, è stata fin troppo rinunciataria? Trent'anni dopo sono in molti a ritenere di sì. Negli ambienti diplomatici si ricorda, addirittura, che l'allora ambasciatore italiano a Belgrado, Giuseppe Walter Maccotta, fu completamente scavalcato nelle trattative; i governi dell'epoca decisero di affidarsi a rappresentanti personali. Viene richiamata, al contrario, la Germania come esempio di resistenza in attesa dell'unificazione e del ritorno di Berlino. «Ma il confronto è improprio - puntualizza Belci -.Anche la Germania ha avuto la sua Osimo. I territori oltre l'Oder-Neisse, a cui la Germania ha rinunciato prima e dopo l'unificazione, hanno le seguenti proporzioni: tra Bradenburgo orientale, Slesia, Pomerania orientale, Prussia orientale (e Danzica), la popolazione tedesca era di 9 milioni e 757 mila unità. Da quei territori i profughi furono 6 milioni e 944 mila, i morti un milione e 220 mila, i rimasti un milione e cento mila. La crudezza della storia si percepisce meglio quando la si guarda nel suo insieme».

IL CONVEGNO

A Trieste studiosi e testimoni

Il 10 novembre 1975, a Villa Leopardi Dittaiuti ad Osimo, Italia e Jugoslavia firmavano il Trattato di Osimo. La Lega Nazionale e l'Unione degli Istriani, trent'anni dopo, promuovono una serie di iniziative per approfondire l'evento. Anzitutto, sabato 12 novembre nell'auditorium del Museo Revoltella di Trieste, danno «La parola a storici e giuristi»; al convegno partecipano Massimo de Leonardis, Giovanni Cavera, Roberto Spazzali, Maurizio Maresca, Fulvio Rocco. La giornata sarà conclusa alle 17.30 da una tavola rotonda tra politici e testimoni, moderata dai giornalisti Ranieri Ponis e Fulvio Fumis, con Antonino Cuffaro, Fulvio Depolo, Franco Franzutti, Giorgio Tombesi, Carlo Ventura, Renzo de' Vidovich. Alla Galleria del Tergesteo sarà inaugurata il 10 novembre alle 18 una mostra iconografica a cura di Piero Delbello.

La Voce del Popolo 08/11/05

OSIMO, TRENT’ANNI DOPO: INTERVISTA CON PAOLO SARDOS ALBERTINI
È l’intelligenza lo strumento che supera i Trattati


TRIESTE – Osimo, trent’anni e sembra ieri, sì perché il Trattato che intendeva chiudere il contenzioso con l’ex Jugoslavia, ha continuato ad essere fortemente presente non solo nelle coscienze individuali ma soprattutto nella politica locale triestina e di conseguenza a livello nazionale italiano nei rapporti tra Trieste e il Governo e a quello internazionale nei colloqui tra Stati. Perché?

Le ragioni sono molteplici e tutte, oggi, leggibili da parte degli specialisti che, proprio nell’anniversario della firma del Trattato sono stati chiamati a presentare un’analisi di quello che si può tranquillamente definire un “fenomeno” del Novecento.
A Trieste si svolgeranno diverse manifestazioni ma anche a Milano ed in altre località.

* Trent’anni dopo quel Novembre 1975 come lo ricorda l’avvocato Paolo Sardos Albertini, Presidente della Lega nazionale di Trieste che organizza questi incontri-dibattito e mostra su Osimo?

“Diciamo che i ricordi personali, trattandosi di fatti di trent’anni fa, sono un po’sfumati ma comunque riconducibile all’esperienza familiare. Il tutto è infatti legato alla figura di mio padre, fondatore dell’Unione degli Istriani. Dopo la firma del Memorandum del ’54, più volte aveva registrato segnali, da parte jugoslava, della volontà di chiudere la questione definitivamente a suo favore, anche se l’Italia non aveva mai rinunciato formalmente alla zona B. Si trattava di provocazioni – lo spostamento dei cippi ai confini, o altro – che puntualmente venivano bloccati con interventi dell’Unione a livello governativo”.

* Ma ci furono iniziative mirate alla soluzione della questione?

“Vennero sottoscritti tutta una serie di atti nei quali si chiedeva di rispettare gli accordi”.

* Nel 1975 invece venne firmato il Trattato di Osimo…

“Fu un fulmine a ciel sereno. A dire il vero, in un primo momento, accolto con una certa indifferenza dall’opinione pubblica. Poi, lentamente, si fece strada la protesta che verteva su due punti: il fatto di aver rinunciato alla sovranità senza alcuna contropartita e l’aver accettato la proposta di creazione di una zona franca a cavallo di confine ad unico vantaggio della Jugoslavia”.

* Che cosa rispose il Governo alle vostre proteste?

“Ci ascoltarono, furono comprensivi, ma era chiaro che gli accordi avevano seguito una logica molto particolare. Così negli anni Novanta in una relazione della Commissione stragi, risultava ufficialmente che negli schemi difensivi all’epoca di Osimo, la Nato poneva quale prima linea difensiva dal Patto di Varsavia, la Jugoslavia. L’Italia era l’alleato per eccellenza, ma alleato di retrovia.

Erano state proprio le pressioni degli Stati Uniti a determinare la firma del Trattato. Tito, in quel periodo, si trovava ad affrontare un dissenso interno che a fatica era riuscito a bloccare rispolverando atteggiamenti da dittatura del dopoguerra. Aveva bisogno di un segnale forte da esibire all’opinione pubblica e gli Stati Uniti l’aiutarono consegnando, di fatto, l’Istria con Moro consenziente e dopo un viaggio di Berlinguer negli USA. I due protagonisti del compromesso storico scesero così a patti”.

* E a livello locale?

“La classe politica morotea, con radici in tutti i Partiti, aveva ipotizzato da tempo di chiudere la questione istriana perché questa determinava uno spostamento a destra della politica triestina. A Trieste non se ne doveva più parlare e una parte delle nostre associazioni era d’accordo purché si continuasse a discutere dei problemi esistenziali ed assistenziali degli esuli in Italia. Ebbene Osimo divenne testimonianza della precarietà della politica stessa e Trieste visse la sconfitta della Democrazia Cristiana, la creazione della Lista per Trieste, l’inno al tricolore in senso municipalistico, molto prima del passaggio nel resto d’Italia dalla prima alla seconda Repubblica. E del Trattato si continua a parlare, a conferma che si trattò di un fallimento. E si continua a parlare di Istria, oggi molto più di allora”.

* Perché e con quale spirito, a suo giudizio?

“Perché è nella logica delle cose, perché la fine delle ideologie del Novecento ha riportato l’Europa ad una dimensione civile che cancella i nazionalismi e privilegia le identità nazionali. Il mio sogno, qualche decennio fa, era di poter andare nella mia Capodistria e poi scendere fino a Pola senza rendermi conto di aver superato il confine. Oggi, quella che poteva sembrare un’utopia, è diventata realtà. È stato illuminante per me arrivare in Istria e leggere sui muri W Inter e W Juve, o sentire le note di un concerto di Vasco Rossi in uno stadio pieno di giovani: ci ha pensato la cultura a farci superare le barriere”.

* È un processo bidirezionale, di reciproca “contaminazione”?

“Ad una condizione: che Trieste sappia valorizzare appieno il suo ruolo di capitale adriatica”.

* Il convegno, che vedrà tra i relatori storici, giuristi e testimoni, è stato organizzato congiuntamente all’Unione degli Istriani…

“È una tradizione e, devo dire, un omaggio a mio padre che ne fu il fondatore, ma anche una prassi di quando ero presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli ad avevo avviato queste sinergie”.

* Che si potrebbero aprire agli studiosi di là?

“Non mancano i tentativi: il 16 novembre presenteremo la traduzione in italiano del volume “Slovenia 1941 -1948 -1952. Anche noi siamo morti per la patria” alla presenza degli autori e del dott. Guido Deconi che ha voluto la traduzione, oltre ad altri ospiti e relatori. È importante affermare che il meccanismo dell’ideologia è ormai tramontato, capire che è stato il comunismo a produrre alcuni fenomeni e non le popolazioni in quanto sloveni o croati. Se oggi, a fini politici, c’è chi vorrebbe continuare a proporre il gioco delle tre carte, deve rendersi conto di avere una responsabilità pesante nei confronti del prossimo”.

* C’è comunque chi propone di ritrattare Osimo e di cancellare altri accordi. Lei che ne pensa?

“E che cosa significa oggi ritrattare, andare davanti ad un Tribunale? Potrebbe anche essere una strada percorribile ma non so con quale risultato. Credo che oggi, visti i rapporti tra Italia, Slovenia e Croazia, se c’è la volontà politica di risolvere una questione, allora questa viene risolta”.

* Una questione di buona volontà?

“Io preferirei chiamarla intelligenza. Immaginiamo che la Croazia decida di restituire ai legittimi proprietari i beni esistenti, di proprietà comunale, non occupati. Con i seguenti risultati: la Croazia non avrebbe che da guadagnarci nei rapporti già buoni con l’Italia e come un segno d’alto valore nei confronti dell’Europa, e l’Italia – ma soprattutto la popolazione degli esuli – vedrebbero in questo gesto un atto di giustizia che si attende da sessant’anni.

Ne avevo parlato a suo tempo con il premier croato Sanader che mi aveva convocato a Zagabria, prima di incontrare Berlusconi e mi era sembrato convinto della cosa. È un compito che spetta ai Governi dei due Stati, uniti dal confine marittimo più lungo esistente tra due Paesi europei, e il mare, si sa, ha bisogno di cooperazione”.


Rosanna Turcinovich Giuricin

Secolo d'Italia 12/11/05

Osimo, trent’anni fa

Fu quella la vera notte della Repubblica

Luciano Garibaldi

Oggi, nell'auditorium del Museo Revoltella di Trieste, storici e studiosi faranno il punto sui trent'anni del Trattato di Osimo, anniversario finora passato quasi inosservato nelle celebrazioni pubbliche e in quelle dei mass media. D'altra parte, |a rilettura di quella pagina è senz'altro un'incombenza scomoda per gli eredi della Prima Repubblica, che con il Trattato firmò forse il più vergognoso dei suoi atti, decretando, a vent'anni dalla fine della guerra, la definitiva cessione di un pezzo d'Italia alla Jugoslavia senza neppure un tentativo di trattativa sui beni di centinaia di migliaia di esuli e sulle garanzie per la minoranza che era rimasta nell'area.

Osimo è una bellissima cittadina medievale in provincia di Ancona. Non risulta vi sia una ragione precisa per la quale fu scelta a sede per la firma di un trattato fra Italia e Jugoslavia che avrebbe dovuto sistemare definitivamente le questioni confinarie rimaste aperte dopo la seconda guerra mondiale. Il dittatore iugoslavo Tito inviò per la firma, il suo ministro degli Esteri; il capo del governo italiano, Aldo Moro, incaricò il responsabile della Farnesina Mariano Rumor. Il tutto avvenne in un clima quasi di clandestinità, voluto dal governo democristiano e favorito dal disinteresse e dall'omertà della stampa, per cui le proteste degli esuli istriani non ebbero praticamente alcuna eco se non nelle sedi della destra, e in particolare del Msi. La stessa cosa avvenne in fase di ratifica del trattato da parte del Parlamento. In gran parte latitanti i deputati della Sinistra, quelli che c'erano votarono compatti per la ratifica, assieme a democristiani e soci, mentre gli unici a opporsi furono i missini. Per la cronaca (anzi, per la storia), questi i risultati: presenti e votanti 400, votarono sì 349, no 51. E Tito si fregò le mani.

Ma che cosa stabiliva il trattato? In rapida sintesi, esso stabitiva che la cosiddetta Zona B dell'ex Tlt (Territorio libero di Trieste) sarebbe passata definitivamente alla Jugoslavia come riconoscimento dello stato di fatto determinato dalla seconda guerra mondiale. Per meglio comprendere la gravita di quell'evento, occorre partire dai 40 giorni che seguirono il 1° maggio 1945, data in cui i miliziani comunisti di Tito (il IX Korpus), che già avevano incamerato la Dalmazia e le isole italiane dell'Adriatico, occuparono Fiume, l'Istria e la Venezia Giulia spingendosi fino a Trieste. Da quel giorno, e fino al 12 giugno (data in cui gli inglesi pretesero da Tito la restituzione di Trieste, Gorizia e Pola), si verificò la terribile, seconda stagione delle foibe. Una stagione - fatta di massacri in massa e fughe disperate, verso l'Italia - alla quale gli Alleati assistettero inerti. Il dramma ebbe il suo epilogo con la firma del Trattato di Pace il 10 febbraio 1947, a Parigi.

L'evento è stato descritto dal senatore Franco Servello, ad un recente convegno del Forum Istria Fiume Dalmazia, con queste parole che riproduciamo per la loro drammatica evidenza: «L'Italia era sola. Dall'altra parte del tavolo stavano i rappresentanti di 21 nazioni, i vincitori della seconda guerra mondiale. De Gasperi non era andato. Aveva inghiottito la sua dose di fiele durante le riunioni alla Conferenza della Pace (agosto-ottobre 1946), quando Molotov, il ministro degli Esteri sovietico, leggendo un discorso scrittogli da Togliattì, aveva affermato che «l'Istria e la Venezia Giulia sono terre e popolazioni slave e non italiane». Per tutta la durata della Conferenza, il Pci, che pure in Italia era forza di governo, esercitò un'azione micidialmente contraria agl'interessi italiani e favorevole a quelli jugoslavi. De Gasperi avrebbe potuto certamente ottenere di più se avesse avuto dietro di sé l'unità di tutto il popolo. Ma i comunisti lo tradirono, e di questo tradimento raccolsero i frutti Tito e la Russia.

«Il comunista Emilio Sereni», ha ricordato Servello, «che ricopriva la determinante carica di ministro per l'Assistenza post-bellica, e sul cui tavolo finivano tutti i rapporti con le domande di esodo e di assistenza provenienti da Pola, da Fiume, dall'Istria e dalla ex Dalmazia italiana, anziché farsene carico e rappresentare all'opinione pubblica la drammaticità della situazione (tra le domande ve ne erano non poche firmate da esponenti comunisti italiani rimasti dall'altra parte della linea Morgan, che tuttavia si sentivano prima di tutto italiani), minimizzò e falsificò i dati. Rifiutò di ammettere nuovi esuli nei campi profughi di Trieste con la scusa che non c'era più posto e, in una serie di relazioni a De Gasperi, parlò di "fratellanza italo-slovena e-italo-croata", sostenendo la necessità di scoraggiare le partenze e di costringere gli istriani a rimanere nelle loro terre, e affermando che le notizie sulle foibe erano "propaganda fascista". E invece nelle foibe erano finiti 20 mila italiani!».

L'Italia dovette dunque cedere Zara, Fiume e l'Istria. Seguì l'esodo in massa di 350 mila italiani, le cui proprietà (case, terreni) furono confiscate, mentre 60 mila rimasero sul posto riuniti nell'"Unione degli Italiani dell'lstria e di Fiume". Con la ratifica del Trattato di pace da parte del Parlamento (memorabile la condanna pronunciata da Benedetto Croce), avvenne la definitiva perdita della sovranità italiana su quei tenitori, italiani fin dai tempi di Roma. Nacque il Tlt, ad opera della Commissione interalleata, alla quale la Conferenza di Parigi aveva affidato il compito di tracciare il nuovo confine italo-jugoslavo. La Russia pretendeva che l'intera Venezia Giulia fosse consegnata all'alleato Tito. Si giunse a un compromesso: la Zona A (in pratica la sola città di Trieste) agli Alleati, la Zona B (Capodistria, Pirano, Umago, Cittanova e Buie) a Tito. Subito i comunisti iugoslavi si scatenarono contro gli italiani di quelle città: confiscarono, licenziarono, perseguitarono, chiusero scuole e fabbriche italiane.

Il 20 marzo 1948 Usa, Gran Bretagna e Francia chiesero, con una «dichiarazione tripartita», che l'intero Tlt venisse restituito all'Italia. L'Urss s'impuntò: mai! A questo punto avvenne la rottura tra Tito e Stalin e la "dichiarazione tripartita" passò rapidamente nel dimenticatoio, fino al compromesso (o memorandum) di Londra del 5 ottobre 1954, cui aderì l'Italia calabraghe: riconosciuta l'impossibilità di realizzare uno Stato autonomo chiamato Tlt (sul tipo di San Marino, Montecarlo, Liechtenstein, Andorra), si affida la Zona A all'Italia e la Zona B alla Jugoslavia. Tutto fermo per oltre 20 anni, finché, il 10 novembre 1975, ai giunse, praticamente in clandestinità, al trattato di Osimo, con il quale l'Italia rinunciava definitivamente a ogni pretesa sulla Zona B. Sdegnato, l'ambasciatore Giuriati, capo della commissione mista italo-jugoslava per i confini, rassegnò le dimissioni: «Si poteva negoziare. Bastava un po' più di spina dorsale».

Nel giugno 1991, Slovenia e Croazia proclamarono la propria indipendenza. La Jugoslavia non c'era più. Dunque, il trattato di Osimo diventava automaticamente nullo. Ma in Italia nessuno - salvo la solita Destra che, da sempre, abbaia ma non morde - si mosse. E così fino ad oggi. Abbiamo chiesto un commento a Maria Renata Sequenzia, presidente.del "Movimento Nazionale Istria Fiume Dalmazia": Ecco le sue parole: «Spero che l'anniversario di Osimo non sia accompagnato dalla solita routine - a volte pigramente ripetitiva - di più o meno retorici discorsi ufficiali, squilli di fanfare, sventolio di bandiere, parate militari, premiazioni di cittadini - vivi o morti -esemplari per meriti civili o bellici. Infatti tale data non offre, a nessuna delle istituzioni ufficiali che presiedono e guidano la nostra collettività nazionale, alcun elemento, civile, morale, soprattutto politico, a cui richiamare la coscienza dei cittadini, specialmente i giovani, all'oscuro di tante pagine poco insigni della nostra storia. Il 10 Novembre 1975 rappresenta uno dei momenti più oscuri e di maggiormente vergognose conseguenze della già di per sé tragica disfatta della seconda guerra mondiale. Al mio cuore d'italiana, discendente da una parte da uno dei tanti "picciotti" garibaldini siciliani (che feci in tempo a

conoscere alla soglia dei suoi lucidi 100 anni), e dal nipote di questi, mio padre, combattente dal Carso in poi in quasi tutte le campagne che resero grande la nostra patria, Africa compresa; discendente dall'altra dagli allora "irredenti" istriani, che grazie a tutte le vicende del nostro Risorgimento, a cui anch'essi parteciparono, meritando dallo straniero persecuzioni e forche, completarono la nostra irrinunciabile unità, a questo mio cuore quella data rappresenta uno strazio irrimediabile».

Essa sancì la definitiva cancellazione di oltre un secolo di storia, con la svendita, addirittura senza neppure il mercanteggiamento d'uso tra opposte piraterie levantine, dell'ultimo lembo di terra italiana. Al di là di ogni discussione e approfondimento teorico circa le responsabilità dei singoli e dei gruppi politici, non si e mai incontrato qualcuno che abbia sollevato un dibattito - oggi per forza accademico, domani chissà? - sul valore delle disposizioni dell'articolo 241 del Codice penale, che stabilisce la pena dell'ergastolo «per chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio 0 una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero». Articolo imprescrittibile. Ma esistono oggi uomini politici, di qualunque ideologia, capaci di affrontare un simile argomento?

La grande riservatezza sulla firma a villa Leopardi dei ministri degli Esteri Rumor e Minic

1975: l'Italia rinuncia alla zona B

Il crollo dei partiti tradizionali a Trieste portò alla nascita del Melone

di Roberto Spazzali

La crisi politica triestina, la più grave del secondo dopoguerra, generata dalla protesta cittadina contro il Trattato di Osimo e il relativo accordo economico che prevedeva la costituzione di una zona franca industriale a cavallo del confine, sul Carso, è stata a lungo sottovalutata dalla politologia.

Fu la prima crisi, senza ritorno, del sistema partitocratrico incapace di interpretare gli umori di una città che si divise e che fece sorgere un movimento d'opinione capace di trasformare le firme raccolte in calce a una iniziativa di legge popolare per l'istituzione di una zona franca integrale in un movimento politico, la Lista per Trieste.

La città, in quell'autunno del '75, dava vita a un processo di autorappresentazione attraverso le pagine de «Il Piccolo» di Chino Alessi, fatto di lettere, dibattiti, assemblee pubbliche, mettendo in discussione le prospettive sul futuro con scelte che risulteranno radicali e che porteranno negli anni successivi a un profondo isolamento di Trieste rispetto il contesto politico nazionale. Una città che fu trattata da una parte non lungimirante dell'opinione pubblica italiana come senile, sclerotica, veteronazionalista, e si arrivò a dire che la Trieste della protesta, ovvero la borghesia, non aveva fatto un accurato esame di coscienza durante il processo della Risiera. Il quadro era assai più complesso.

La città sarebbe potuta esplodere invece protestò, assai civilmente per quei tempi del facile scontro di piazza: perfino il mondo accademico, salvo poche eccezioni, si schierò compattamente contro la parte economica del trattato. La destra missina, su posizioni antagoniste, avrebbe potuto avere buon gioco, ma va dato atto che lo stesso Almirante evitò che Trieste diventasse un altro campo di battaglia, come Reggio Calabria e L'Aquila; avrebbero potuto avere buon gioco i movimenti indipendentisti, invece la Lista per Trieste non mise mai, né per ripicca né per ricatto, in discussione il nesso nazionale italiano, perché il problema stava all'interno della crisi del sistema dei partiti italiani.

E la crisi fu anticipatrice nello sfascio di alcune forze politiche che persero i propri iscritti e dirigenti prima ancora dei voti, come nel caso del partito socialista che pagò in buona sostanza la sua costruzione artificiale degli anni Sessanta, frutto di convergenze e confluenze, ora tattiche ora opportunistiche, di autonomisti, unitarismi, ex titini, demopopolari: per cui il nucleo fondante il Comitato dei Dieci fu costituito da socialisti, oltre repubblicani, liberali e zonafranchisti della prima ora.

A dar fuoco alle polveri una firma: il 10 novembre 1975, nella villa Diatiauti-Leopardi a Osimo, lontano da occhi indiscreti e dai clamori sollevati dalle notizie comparse sulla stampa, i ministri degli esteri Rumor e Minic siglavano il trattato italo-jugoslavo col quale fissava in confine di stato la linea di demarcazione tra le Zone A e B dell'ex Territorio Libero di Trieste, nel tratto tra il valico di Pesek e quello di Lazzaretto di Muggia. Per l'opinione pubblica italiana e soprattutto per gli esuli istriani significava una «colpevole» rinuncia italiana a quella residua porzione di Istria che era rimasta in sospeso dopo il Memorandum di Londra del 5 ottobre 1954, quello che aveva garantito la restituzione all'Italia della provincia di Trieste.

Dell'imminenza di un trattato se n'era parlato dalla fine di settembre e mentre già infuriava la polemica: nell'ottobre 1975 si consumò il psicodramma dalle dichiarazioni alla Camera di Rumor del primo ottobre al Consiglio Comunale dell'8 ottobre, ma allora, a Trieste, alla denuncia non generarono immediati atti clamorosi che invece maturarono dopo che le segreterie politiche del centrosinistra avevano richiamato i propri consiglieri ad una stretta disciplina di partito. L'assenza di dibattito interno, l'eccesso di conformismo e l'accettazione del fatto compiuto misero in discussione le strutture partitiche più deboli. Inevitabile fu invece la difesa del trattato da parte del governo, per opera del Presidente del Consiglio Aldo Moro e del Ministro degli Esteri Mariano Rumor. Alla Camera, la richiesta governativa di sostegno alla conclusione delle trattative passava il 3 ottobre 1975 con 349 voti favorevoli, 50 contrari e 230 assenti. Per la prima volta nel dopoguerra il Pci aveva appoggiato un governo democristiano in materia di politica internazionale. Era un chiaro riferimento alla valutazione che i comunisti avevano dato ai rapporti con la Jugoslavia, in perfetta linea con le aperture di venti anni prima di Togliatti, dopo il disgelo tra Mosca e Belgrado e con la dottrina dell'eurocomunismo.

La questione, poi, della Zona Franca Industriale di Confine era stata negoziata dal Ministero dell'Industria, affidata a un proprio funzionario, il dott. Eugenio Carbone, che negli anni successivi si saprà essere stato un equivoco faccendiere iscritto alla loggia massonica coperta P 2 di Licio Gelli. E di altri faccendieri pronti a tuffarsi nell'avventura della lottizzazione della Zona Franca si parlò subito, avendo sentore del loro prossimo arrivo. A quel punto, poco importava sapere come il Trattato era articolato e a quali principi si ispirava: per la gran parte della popolazione triestina andava respinto. Nel rapido volgere di poche settimane si delineano le seguenti distinte posizioni: la maggioranza delle associazioni degli esuli respinge totalmente il Trattato che chiude ogni speranza sulla Zona B, una posizione sostenuta dalle associazioni patriottiche e d'arma e da tutta la destra italiana, Msi in testa; contestazione della sola parte diplomatica del Trattato da parte dell'associazionismo istriano legato alla Dc ed all'area socialdemocratica e repubblicana; contestazione dell'accordo economico del Trattato da parte degli ambienti universitari scientifici, naturalistici, tecnico-economici, oltre che sindacali. I partiti di centrosinistra e il Pci risultano, sia pur con qualche lieve distinguo, favorevoli all'accordo, mentre le perplessità si incentrano sulla Zfic, perplessità fatte proprie anche dai sindacati.

Roberto Spazzali

il Piccolo 11/11/05

La Voce del Popolo 11/11/05

TRATTATO DI OSIMO: LA TESTIMONIANZA DI DON ETTORE MALNATI
«Antonio Santin, un prelato impegnato per la sua gente»


TRIESTE – Dal Memorandum di Londra del 1954, una spada di Damocle incombeva sull’ignaro destino di Trieste e della Zona B.
Si subodoravano le attività politiche, ma non si conoscevano precisamente. Anzi, tante erano le rassicuranti dichiarazioni degli uomini del Governo italiano da non indurre al sospetto che si stava agendo nell’ombra delle segreterie dei partiti.
Le ultime battute sagaci; quelle nel 1974, dell’allora presidente del Consiglio Andreotti, invitavano perfino a sciogliere i "Centri di difesa della Zona B".
Neanche un anno dopo, il 10 novembre 1975, con un tratto di penna, veniva sancito il Trattato nella cittadina marchigiana di Osimo. Contraendi dei due Paesi: per l’Italia il ministro degli Esteri, Mariano Rumor, per la Jugoslavia, Miloš Minic'.

Qualcuno sostiene che non fu casuale la data in cui venne firmato il Trattato: novembre del ‘75. L’ultimo impedimento sarebbe stato proprio il Vescovo di Trieste e Capodistria che, se pur impedito nell’esercizio delle sue funzioni nella Zona B, rimaneva sempre vescovo per la gente di quella terra.
Il 29 giugno di quello stesso anno la Santa Sede accoglieva le dimissioni dell’arcivescovo mons. Antonio Santin dalla diocesi – che già erano state prorogate da Paolo VI di cinque anni. Ora non c’era più alcun ostacolo per portare a termine il patto tra l’Italia e la Jugoslavia.

Una «coscienza critica»

L’arcivescovo Santin rimaneva, anche se "in pensione", una coscienza critica. In uno "scenario storico straordinariamente complesso" aveva alzato la sua voce per difendere i diritti di Dio e dell’uomo, quando questi erano calpestati dai vari dominatori di turno. Lo faceva con determinazione e prontezza.

In un articolo di Indro Montanelli, apparso sul Corriere della sera nel 1954, si può cogliere il pensiero che guidava l’agire del vescovo: "A una cosa sola non ho il diritto, ma il dovere di dire di no: a una certa condizione umana che esula dalla politica, e che nessuna regola politica potrà mai impormi di accettare. Perché a chi tenti per politica di calpestare il Diritto e la Giustizia, non è più il vescovo, è Dio che dice ‘Indietro!’".

È difficile trovare materiale di trenta anni fa circa dichiarazioni o posizioni di mons. Santin, se non in una intervista a Epoca, dove diceva: "Si potevano lasciare le cose come stavano. C’era molta apertura; quelli di là vengono qui e viceversa. Perché cambiare? Il Memorandum parla di una situazione di fatto; tu amministri la Zona A; io amministro la Zona B ed è finita. Non discutiamo di diritto. Potremmo farlo tra cent’anni. Adesso voglio sapere perché si deve cedere questo diritto? Che cosa ne viene? È un rimuovere il dolore, riaprire una ferita che per tanta povera gente, si stava cicatrizzando".

Un archivio che parla di un'epoca

Per saperne di più, abbiamo incontrato don Ettore Malnati presso la chiesa di Sion a Trieste. Don Malnati è stato l’ultimo segretario dell’arcivescovo. Dal 1971 sino alla morte di mons. Santin, avvenuta nel marzo del 1981. Del presule don Malnati è l’unico che in modo serio ne abbia conservata viva la memoria, custodendo l’archivio, gli scritti, le note del vescovo. Molte anche le pubblicazioni, promosse dall’ex segretario, di vari libri con la precisa collaborazione del dott. Sergio Galimberti.

* Don Ettore, mons. Santin era una voce autorevole e in più di un’occasione la levò per contrastare situazioni e questioni "scottanti e delicate". Come reagì il vescovo alla notizia di un possibile Trattato tra l’Italia che avrebbe ceduto definitivamente la Zona B alla Jugoslavia di Tito?

"Quando mons. Santin ha potuto avere notizie abbastanza certe circa quanto il Governo era determinato a fare, senza aver interpellato la Città, visto che era in gioco l’economia e l’ecologia di Trieste e del Carso – oltre alla volontà rinunciataria della Zona B data in amministrazione agli jugoslavi, ricordo che scrisse personalmente al ministro Andreotti per avere spiegazioni di ciò che stava accadendo".

* Il Vescovo dopo il giugno del 1975 era in quiescenza. A livello cittadino rimaneva sempre una figura di spicco. Fece qualcosa in particolare?

"Molte personalità locali, e non, interpellarono e vennero interpellate dall’arcivescovo che ben conosceva la situazione della Venezia Giulia. L’arcivescovo fece presso le sedi istituzionali tutto quello che poté. Quando si ebbe la notizia che a Osimo venne firmato il Trattato, assieme a migliaia di triestini che si organizzarono per una manifestazione silenziosa in piazza dell’Unità d’Italia, mons. Santin volle essere presente. Così manifestava la gravità dell’atto, voluto dalla partitocrazia di allora e dai suoi satelliti, senza aver consultato la Città, che poi avrebbe dovuto subirne le conseguenze".

La manifestazione silenziosa di Piazza Unità

* Sicuramente un gesto forte e inequivocabile circa la sua disapprovazione.

"Come era suo solito. Anche in questo caso fu prudente, ma determinato e leale verso la sua gente".

* La stampa di allora come presentò all’opinione pubblica quanto a Osimo era stato siglato?

"La stragrande maggioranza della stampa locale riportava in modo acritico i pareri delle varie segreterie di partito, che avallavano la scelta rinunciataria del Trattato di Osimo. Sicuramente non adempì a quel dibattito politico sereno che sarebbe stato necessario in un clima democratico e non partitocratico".

* Una voce fuori dal coro era la stampa cattolica, in particolare Vita Nuova. Prese nettamente posizione…

"Oltre alla stampa di informazione delle varie famiglie istriane, il settimanale cattolico Vita Nuova fu la voce qualificante che sostenne la pericolosità e la gravità del Trattato di Osimo. Per questa scelta, uno dei provvedimenti chiesti al nuovo vescovo di Trieste mons. Lorenzo Bellomi fu quello di "provvedere a ciò". Tutta la redazione del settimanale venne esonerata dall’incarico. Non fu certo un gesto profetico, sapiente e avveduto per chi era appena giunto alla guida religiosa della città giuliana".

* Più che di un gesto avveduto, si trattava evidentemente di un’epurazione, suggerita da cattivi maestri. Quindi anche lei che faceva parte della redazione espresse le sue opinioni in merito. Da quei tempi ha cambiato parere?

La risposta di Trieste

"Oggi possiamo dire, e già lo dissi a suo tempo, che il Trattato di Osimo fu una mossa miope, inopportuna e moralmente e politicamente ingiusta. Infatti "grazie" al cedimento di Osimo, dopo lo sfaldarsi della Jugoslavia, nello spazio di trenta chilometri abbiamo tre confini, con la spartizione della penisola istriana come oggi la vediamo".

* L’ha definita una mossa moralmente e politicamente ingiusta. Indice di una arrendevolezza e insipienza dell’Italia che non trovava contropartita alcuna con la federativa di Tito?

"Precisamente. Questo perché si veniva a premiare l’arroganza e la violenza che il regime di Tito aveva innescato causando dalla terra istriana l’esodo di 350.000 suoi cittadini e la persecuzione etnica e religiosa. Atteggiamenti questi contrari ai diritti della persona umana e dei popoli".

* Qualcuno definì il Trattato di Osimo "il funerale di Trieste". Sicuramente fu un errore fatale, nonostante chi ha voluto mettere la benda ideologica. Secondo lei, Trieste ha saputo reagire oppure è rimasta vittima di questa manovra?

"Trieste fu sola nei confronti di questo strapotere della partitocrazia. Fu lì che la Trieste civile si organizzò per far sentire la sua progettualità politica e sociale. Diede così vita a quel movimento delle 65.000 firme che originò poi il soggetto politico della lista civica".

* Quindi, Trieste non è rimasta in ginocchio a piangere su se stessa…

"Trieste in questo fu in assoluto la prima a sgretolare il carrozzone partitocratico che ha portato a Tangentopoli e alla gestione clientelare dagli anni ’70. Poi conosciamo l’epilogo: la fine della prima Repubblica".

Paolo Rakic

Secolo d'Italia 12/11/05

Un analisi dello storico Massimo de Leonardis: Roma era succube di Tito

Il Trattato di Osimo è la prova di «una visione debole e di mancanza di senso della storia della classe politica di quegli anni», come spiega Massimo de Leonardis, docente di Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali della Facoltà di Scienze politiche dell'Università cattolica del Sacro Cuore di Milano. «Se solo avessero aspettato 15 anni, si sarebbero ribaltate le posizioni tra Italia e Jugoslavia».

Come si arriva a un errore di vàlutazione così grave?

Sul fronte internazionale, si era all'apice della grande distensione tra Usa e Urss. Pochi mesi prima si era conclusa la conferenza di Hélsinki. Gli accordi avevano sancito la fase di massimo cedimento dell'Occidente nei confronti dell'Unione Sovietica. Sul fronte interno, invece, il Partito comunista era reduce dal successo alle politiche svoltesi in giugno. E non va dimenticato che la Jugoslavia dalla sinistra italiana veniva considerata un modello.

In che senso?

Il maresciallo Tito era tra i promotori dei Paesi non allineati, cioè che non erano membri né della Nato né del Patto di Varsavia. Almeno formalmente appariva un regime comunista indipendente. Il Pci additava a modello la politica estera condotta dalla Jugoslavia.

Cosa prevede il Trattato di Osimo?

Non fa altro che recepire il Memorandum del '54, inserendo misure aggiuntive a svantaggio dell'Italia.

Che interesse avevamo ad accettare condizioni peggiori rispetto all'immediato dopo guerra?

C’era una sudditanza dei nostri politici nei confronti di Tito. Il leader jugoslavo era vecchio e malato. Infatti sarebbe morto cinque anni più tardi. Lasciò intendere che qualsiasi suo successore sarebbe stato meno malleabile di lui e molto più nazionalista.

Perché questa pagina della nostra storia recente risulta praticamente sconosciuta?

Non c'è la possibilità di accedere agli archivi. I documenti diplomatici presso il nostro ministero degli Esteri sono fermi al 1943. Se pensa che gli americani hanno già messo a disposizione i documenti degli anni '70, si rende conto della differenza. ; -

Manca la volontà politica?

No. Mancano le risorse economiche. Non ci sono archivisti e impiegati che riorganizzino l'archivio. È un peccato che questo aspetto venga trascurato. Ai nostri governanti vorrei ricordare l'ammonimento di uno storico inglese dell'800: «II Paese che non apre i suoi archivi avrà la storia scritta dai suoi nemici».

Valter Delle Donne

La Voce del Popolo 15/11/05

CONVEGNO A TRIESTE A TRENT’ANNI DALLA FIRMA
Trattato di Osimo: il fiato USA sulla zona B

10 novembre 1975, firma del Tratto di Osimo. Trent’anni dopo se ne parla sulla stampa, nei convegni, si organizzano tavole rotonde, si allestiscono mostre. Che cosa preme ricordare a Trieste? Che la notizia della firma del Trattato, inizialmente, fu accolta con una certa indifferenza, che ci volle il potere catalizzante della stampa locale per far scendere in piazza la gente, che determinò l’implosione di alcuni partiti, che divenne un motivo, per la città, di crescere sulle proprie amarezze, e così via.
Gli storici concordano sulle ragioni – sia di politica interna che internazionale – che convinsero l’Italia a firmare e a “tradire” le illusioni e le speranze di tanta gente convinta di poter riportare nella zona B la propria esistenza.

Oggi, a tent’anni di distanza, l’emotività ha lasciato spazio ad una precisa analisi del fenomeno, per cui si scopre chiaramente che a voler chiudere la partita con la Jugoslavia fu lo Stato italiano, che rispose ad un’esigenza degli Stati Uniti, con l’approvazione del Vaticano.

Nella sala dell’Auditoriun del Museo Revoltella, il convegno di un sabato mattina senza grande afflusso di pubblico – che reagirà in modo consistente solo nel pomeriggio – è iniziato (dopo i saluti delle autorità) con una testimonianza emblematica di Marucci Vascon che ha raccontato di essere stata accolta in quei frenetici giorni del ’75 dal Capo dello Stato, Giovanni Leone, che la consigliava di tornare a Trieste e tranquillizzare la gente ma, scendendo la scalinata del Palazzone incontrò un giornalista che le mostrò un comunicato che annunciava la sigla definitiva del Trattato avvenuta esattamente tre giorni prima.

E sono gli storici a confermare, che i giochi erano stati condotti, ancora una volta, dalle grande potenze, così come affermato dai tre ospiti prof. Massimo de Leonardis, dott. Giovanni Cavera e prof. Roberto Spazzali.

La Jugoslavia di Tito, preoccupata per il dissenso interno che nel ’74 aveva sfiorato il colpo di Stato, aveva bisogno di un segno forte che riportasse il Maresciallo alla “calma prima della tempesta”. Durante la sua visita in Italia e al Vaticano era stato chiaro: “Conviene risolvere con me ancora in vita, la questione della zona B – questi i termini dei colloqui – non contate sulla clemenza di coloro che mi seguiranno al governo del Paese”. Una richiesta che venne colta soprattutto dagli Stati Uniti che avevano bisogno che la Jugoslavia dei non allineati facesse da cuscinetto nella divisione in blocchi dell’Europa.

Per la classe politica triestina fu difficile superare la frustrazione di essere stata comunque tenuta all’oscuro di quanto veniva delineandosi nei rapporti internazionali, e reagì con la rabbia dell’impotenza mista alla delusione di vedersi, ancora una volta, relegare ad un ruolo marginale, periferico.

Per i giuristi – prof. Maurizio Maresca e dott. Fulvio Rocco – il Trattato di Osimo, con la sua inusitata scrittura per cui la versione in lingua italiana

non corrispondeva a quella in lingua inglese, apriva alcune possibilità e ne azzardava altre.

L’unica possibilità “sfruttabile ad uso triestino” poteva essere la creazione di un sistema off shore che però non venne realizzato. La zona franca di confine era improponibile per gli effetti negativi che avrebbe avuto sull’economia triestina che avrebbe visto la penetrazione di grandi industrie alla ricerca di lavoro a basso costo, proveniente dalle zone povere della Jugoslavia di allora, e con il rischio di distruggere una zona ecologica tanto sensibile quale il Carso. Ma queste sono cose note.

Ciò che non si conosce sono quelle sfumature ancora segretate da documenti sui quali c’è ancora il divieto di consultazione per cui diventa difficile dare lettura fino in fondo del fenomeno innescato dal Trattato di Osimo se non rimanendo ben ancorati alla realtà dei fatti, documentati dall’informazione accessibile a livello locale.

Ed infine i testimoni – chiamati a concludere il convegno voluto ed organizzato unitamente dalla Lega Nazionale di Trieste e dall’Unione degli Istriani – ai quali spetta l’onore dei ricordi. Ci furono esempi di dimissioni immediate e di speranze mal riposte. Non era facile – affermano – capire fino a che punto si potesse ancora sperare di risolvere o rinegoziare la questione.

A distanza di anni rimane una profonda amarezza ma anche la consapevolezza di essere stati nell’occhio del ciclone di una storia che toccava Trieste ma si compiva altrove. Nessuno avrebbe comunque immaginato che quegli scenari rigidi, quasi dati una volta per sempre, erano destinati a sciogliersi qualche decennio dopo, cancellando un Paese come la Jugoslavia e tanti confini all’interno dell’Europa.

Si sono avvicendati nel racconto Cuffaro e Franzutti, Ventura e Depolo, Tombesi e de’ Vidovich testimoni di un tempo che appartiene alla loro esperienza ed è già storia.

Rosanna Turcinovich Giuricin

Il Piccolo 16/11/05

GLI OPPOSITORI DI OSIMO: NESSUNA MORTIFICAZIONE
lettera dell'On. Tombesi a "Il Piccolo"

Leggo sul giornale il resoconto del convegno “Osimo trenta anni dopo” e le chiedo di pubblicare la seguente precisazione. Non ho mai detto che “Andreotti mi aveva dato mandato di concordare con l’ambasciatore jugoslavo una visita del presidente del consiglio alla Foiba di Basovizza”. Ho bensì ricordato quanto detto e scritto da me in altre occasioni e cioè che di fronte al rifiuto dell’allora presidente del Consiglio Spadolini, che doveva venire a Trieste, di rendere omaggio alle foibe che nel frattempo erano state riconosciute monumento di interesse nazionale ai sensi di legge, Andreotti, allora presidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati, mi suggerì di incontrarmi con l’ambasciatore jugoslavo per capire quale sarebbe stato al riguardo l’atteggiamento del governo jugoslavo ed in caso positivo di riferirne a Spadolini per farlo desistere dalla sua decisione di non venire alle foibe. Così feci, ma inutilmente e Spadolini delegò ad intervenire alle manifestazioni per il 150° anniversario delle Assicurazioni Generali il senatore Rebecchini, allora sottosegretario all’Industria. Ma al di là di questa precisazione, mi consenta di rammaricarmi per il modo in cui il suo giornale ha riferito della manifestazione, a differenza di quanto scritto il giorno prima su Osimo, dove è stato dato ampio spazio a quelle posizioni che in un modo o nell’altro avevano portato all’approvazione degli accordi. Si è cioè trascurato il dramma che si è vissuto nella DC triestina, dove la maggioranza (i morotei) era favorevole agli accordi e non ha candidato alle elezioni politiche del 1976 l’on. Bologna perché nel dibattito parlamentare del 1975 aveva contrastato quegli accordi. Al suo posto fui candidato io, a cui la maggioranza della DC triestina non dava alcuna possibilità di riuscita. A queste elezioni politiche la DC ha scontato questo errore, ricevendo un grande avvertimento. Nonostante gli 80.000 voti ricevuti, nelle preferenze, al primo posto si collocò il sottoscritto che sulle posizioni dell’on. Bologna si era pronunciato contro il trattato e solo al secondo posto l’on. Belci, pur essendo stato sottosegretario e direttore del giornale nazionale del Partito, ma che aveva sostenuto la posizione governativa favorevole alla firma del trattato. Questo risultato fu significativo perché si sposò con la protesta degli elettori, che in tutta Italia dettero una indicazione dello stesso tipo a favore, cioè, di un partito sensibile alle indicazioni degli elettori, in alternativa ad un partito sensibile sopratutto alle esigenze dell’apparato. Dal non rispetto di questa indicazione degli elettori nasce a Trieste la Lista per Trieste e in Italia inizia il logoramento della DC, che invano le dirigenze succedute cercano di arginare.

Le scrivo non solo per amore della verità, ma anche perché questo atteggiamento va ad alimentare la spaccatura che anche il nostro Vescovo denuncia e che è tra le cause della paralisi che la città vive. La tavola rotonda della Lega Nazionale, alla quale erano stati invitati molti protagonisti di allora, è ben riuscita sia per l’affluenza del pubblico sia per l’adesione di esponenti politici di tutte le parti. Peccato che sia mancata la testimonianza dell’on. Bologna, che se senza dubbio fu il più autorevole oppositore agli accordi di Osimo. A me sembra, e in tale senso ho aderito alla manifestazione, che sia stato un tentativo responsabile per affrontare un tema che ha diviso la città in passato e che oggi bisogna superare, per affrontare tutti assieme i problemi che la decadenza di Trieste ci pone. L’atteggiamento del suo giornale, che vuole mortificare gli oppositori di Osimo e quindi una parte della città, finisce con l’essere dannoso al superamento delle divisioni del passato.

On. Giorgio Tombesi - ex deputato della Democrazia Cristiana

L’articoletto in questione non voleva ricordare le posizioni dei partiti triestini su Osimo, appunto riportate nelle due pagine del giorno prima, ma essere una stringata cronaca della sola tavola rotonda. La rettifica smentisce che fosse stato dato mandato a Tombesi di fare un accordo con l’ambasciatore jugoslavo, ma conferma l’invito di Andreotti a consultarlo. Infine, il nostro giornale non intende affatto “mortificare” gli oppositori ad Osimo.

Da “Il Piccolo” – Trieste, 16 novembre 2005

La mattina successiva alla tavola rotonda sui trent’anni del Trattato di Osimo, riattivando il cellulare, ho trovato un messaggio: Se te servi una man per tirar piere, son pronto!” A questo sono seguiti numerosi altri contatti di amici di più o meno stretta frequentazione. Avevano già letto il Piccolo e giudicato la cronaca della manifestazione.

Quella che era dichiaratamente una battuta per ricollegarmi all’intervento dell’amico Franzutti (nel ’75, consigliere comunale PLI contravvenendo agli ordini del partito, aveva votato “contro”, assieme ai missini) che si diceva demotivato e, con Carducci, “…sassi in specie non ne tiro più…” aveva colpito il solerte inviato. Per ricollegarmi all’oratore precedente, ripeto, dissi più o meno che alle piante no, ma che sarei stato ancora disponibile a tirare sassi “ai lastroni della RAI”.

Perché alla RAI? Perché nel ‘75 era stato uno degli obbiettivi dell’indignazione dei triestini, per i servizi partigiani ed omissivi sulla reazione popolare alla sconvolgente notizia della cessione della zona B alla Jugoslavia, della programmata istituzione della zona franca sul Carso e delle altre clausole del Trattato di Osimo.

La battuta voleva significare: non rassegnazione, volontà di riscatto, orgoglio della ragione e del diritto. Ciò è stato capito dai numerosi presenti che mi hanno regalato un primo applauso. Ho quindi cercato di ricostruire il clima politico non facile degli anni ’70 nell’intero pese ed a Trieste in particolare. Ma per Il Piccolo l’unica cosa degna di nota, “il fatto scioccante” era la prima battuta. Potevano così far intendere che i missini erano i cattivi e pericolosi ed io mi ritrovavo nelle insolite vesti di “casseur”:

Fortunatamente ciò che non ha voluto capire il cronista, è risultato chiaro a quanti hanno assistito alla Tavola Rotonda ed ai molti che hanno sottolineato la ridicola forzatura.

E’ a questo punto opportuno fare qualche considerazione su quanto sentito da parte di altri “protagonisti”.

L’on. Tombesi è una persona stimatissima, politico accorto ed intelligente, sensibile interprete di istanze che filtra e sublima per elevarle al mondo etereo della politica e del potere. Vedovo sconsolato della Democrazia Cristiana, difficilmente offre spunti di aggregazione a chi segue i suoi ragionamenti, che tendono semmai a stemperare le pulsioni, che a mio avviso devono invece restare base e spinta dell’agire nella società, anche se ciò può comportare dei rischi.

L’on. Cuffarro, capace affabulatore, ci ha fatto dimenticare che avevamo con noi il segretario regionale dei Comunisti italiani. Non ha detto assolutamente niente di sinistra. Sorvolando sul suo zelo di parlamentare PCI impegnato nel ’75 a fare da stampella a Moro e Rumor, ci ha ricordato che il preside del liceo (Marcia su Roma!) lo incaricava di arringare le folle studentesche di Sciacca che manifestavano a favore di Trieste italiana. Ci ha quasi commossi raccontandoci dei suoi familiari che avevano combattuto la prima guerra mondiale e che si erano immolati sul Carso. Un breve accenno ad ipotetiche clausole segrete del Memorandum di Londra, disponibilità ad un ulteriore approfondimento, e … buonasera. Troppo poco. Sembrava quasi che gli unici discoli, i politicamente scorretti, fossimo ancora, dopo trent’anni, Franzutti, de’Vidovich ed il sottoscritto.

Il Piccolo? Lo leggo e me ne frego.

Fulvio Depolo

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