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Legge 23 febbraio 2001, n. 38.
Norme a tutela della minoranza linguistica slovena della regione Friuli-Venezia Giulia.

Pubblicata nella Gazz. Uff. 8 marzo 2001, n. 56.

1. Riconoscimento della minoranza slovena.
 
1. La Repubblica riconosce e tutela i diritti dei cittadini italiani appartenenti alla minoranza linguistica slovena presente nelle province di Trieste, Gorizia e Udine, a norma degli articoli 2, 3 e 6 della Costituzione e dell'articolo 3 della legge costituzionale 31 gennaio 1963, n. 1, recante approvazione dello Statuto speciale della regione Friuli-Venezia Giulia, in conformità ai princìpi generali dell'ordinamento ed ai princìpi proclamati nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, nelle convenzioni internazionali e nei trattati sottoscritti dal Governo italiano.
2. Ai cittadini italiani appartenenti alla minoranza linguistica slovena si applicano le disposizioni della legge 15 dicembre 1999, n. 482, salvo quanto espressamente previsto dalla presente legge.
 
 
2. Adesione ai princìpi della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie.
 
1. Le misure di tutela della minoranza slovena previste dalla presente legge si ispirano, oltre che alla Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali, fatta a Strasburgo il 1° febbraio 1995 e ratificata ai sensi della legge 28 agosto 1997, n. 302, ai seguenti princìpi affermati nella Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, fatta a Strasburgo il 5 novembre 1992:
a) il riconoscimento delle lingue regionali o minoritarie come espressione di ricchezza culturale;
b) il rispetto dell'àmbito territoriale di ciascuna lingua;
c) la necessità di una risoluta azione di affermazione delle lingue regionali o minoritarie finalizzata alla loro salvaguardia;
d) la promozione della cooperazione transfrontaliera e interregionale anche nell'àmbito dei programmi dell'Unione europea.
 
3. Comitato istituzionale paritetico per i problemi della minoranza slovena.
 
1. Con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, è istituito entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge il Comitato istituzionale paritetico per i problemi della minoranza slovena, di seguito denominato «Comitato», composto da venti membri, di cui dieci cittadini italiani di lingua slovena.
2. Fanno parte del Comitato:
a) quattro membri nominati dal Consiglio dei ministri, dei quali uno di lingua slovena;
b) sei membri nominati dalla giunta regionale del Friuli-Venezia Giulia, di cui quattro di lingua slovena designati dalle associazioni più rappresentative della minoranza;
c) tre membri nominati dall'assemblea degli eletti di lingua slovena nei consigli degli enti locali del territorio di cui all'articolo 1; l'assemblea viene convocata dal presidente del consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge;
d) sette membri, di cui due appartenenti alla minoranza di lingua slovena, nominati dal consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia con voto limitato.
3. Con il decreto istitutivo di cui al comma 1 sono stabilite le norme per il funzionamento del Comitato. Il Comitato ha sede a Trieste.
4. Per la partecipazione ai lavori del Comitato è riconosciuto ai componenti solo il rimborso delle spese di viaggio.
5. Per le finalità di cui al presente articolo è autorizzata la spesa massima di lire 98,5 milioni annue a decorrere dall'anno 2001.
 
 
4. Àmbito territoriale di applicazione della legge.
 
1. Le misure di tutela della minoranza slovena previste dalla presente legge si applicano alle condizioni e con le modalità indicate nella legge stessa, nel territorio in cui la minoranza è tradizionalmente presente. In tale territorio sono considerati inclusi i comuni o le frazioni di essi indicati in una tabella predisposta, su richiesta di almeno il 15 per cento dei cittadini iscritti nelle liste elettorali o su proposta di un terzo dei consiglieri dei comuni interessati, dal Comitato entro diciotto mesi dalla sua costituzione, ed approvata con decreto del Presidente della Repubblica.
2. Qualora il Comitato non sia in grado di predisporre nel termine previsto la tabella di cui al comma 1, la tabella stessa è predisposta nei successivi sei mesi dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, sentite le amministrazioni interessate e tenendo conto del lavoro svolto dal Comitato, fermo restando quanto stabilito dall'articolo 25 della presente legge.
 
 
5. Tutela delle popolazioni germanofone della Val Canale.
 
1. Nel quadro delle disposizioni della legge 15 dicembre 1999, n. 482, e dei princìpi della presente legge, forme particolari di tutela sono garantite alle popolazioni germanofone della Val Canale, tenendo conto della situazione quadrilingue della zona, senza nuovi o maggiori oneri per il bilancio dello Stato.
 
 
6. Testo unico.
 
1. Il Governo è delegato ad emanare, entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sentito il Comitato, un decreto legislativo contenente il testo unico delle disposizioni legislative vigenti concernenti la minoranza slovena della regione Friuli-Venezia Giulia, riunendole e coordinandole fra loro e con le norme della presente legge.
 
 
7. Nomi, cognomi, denominazioni slovene.
 
1. Gli appartenenti alla minoranza slovena hanno il diritto di dare ai propri figli nomi sloveni. Essi hanno inoltre il diritto di avere il proprio nome e cognome scritti o stampati in forma corretta secondo l'ortografia slovena in tutti gli atti pubblici.
2. Il diritto alla denominazione, agli emblemi ed alle insegne in lingua slovena spetta sia alle imprese slovene sia alle altre persone giuridiche, nonché ad istituti, enti, associazioni e fondazioni sloveni.
3. I cittadini appartenenti alla minoranza slovena possono ottenere il cambiamento del proprio nome redatto in lingua italiana e loro imposto anteriormente alla data di entrata in vigore della legge 31 ottobre 1966, n. 935, nel corrispondente nome in lingua slovena o in quello, sempre in lingua slovena, abitualmente usato nelle proprie relazioni sociali.
4. Ciascun cittadino il cui cognome sia stato in passato modificato o comunque alterato, che non sia in grado di esperire le procedure previste dalla legge 28 marzo 1991, n. 114, può ottenere il cambiamento dell'attuale cognome nella forma e nella grafia slovena, avvalendosi delle procedure previste dall'articolo 11 della legge 15 dicembre 1999, n. 482.
5. Il regio decreto-legge 10 gennaio 1926, n. 16, convertito dalla legge 24 maggio 1926, n. 898, è abrogato.
6. I procedimenti di cambiamento del nome e del cognome previsti dal presente articolo sono esenti da ogni imposta, tassa o diritto, anche negli atti e procedimenti successivi al cambiamento. L'esercizio del diritto di cui al comma 2 non comporta l'applicazione di oneri fiscali aggiuntivi.
 
 
8. Uso della lingua slovena nella pubblica amministrazione.
 
1. Fermo restando il carattere ufficiale della lingua italiana, alla minoranza slovena presente nel territorio di cui all'articolo 1 è riconosciuto il diritto all'uso della lingua slovena nei rapporti con le autorità amministrative e giudiziarie locali, nonché con i concessionari di servizi di pubblico interesse aventi sede nel territorio di cui all'articolo 1 e competenza nei comuni di cui all'articolo 4, secondo le modalità previste dal comma 4 del presente articolo. È riconosciuto altresì il diritto di ricevere risposta in lingua slovena:
a) nelle comunicazioni verbali, di norma direttamente o per il tramite di un interprete;
b) nella corrispondenza, con almeno una traduzione allegata al testo redatto in lingua italiana.
2. Dall'applicazione del comma 1 sono escluse le Forze armate e le Forze di polizia nell'espletamento dei rispettivi compiti istituzionali, salvo che per i procedimenti amministrativi, per le Forze armate limitatamente agli uffici di distretto, avviati a richiesta di cittadini di lingua slovena e fermo restando quanto stabilito dall'articolo 109 del codice di procedura penale. Restano comunque esclusi dall'applicazione del comma 1 i procedimenti amministrativi avviati dal personale delle Forze armate e di polizia nei rapporti interni con l'amministrazione di appartenenza.
3. Nei comuni di cui all'articolo 4 gli atti e i provvedimenti di qualunque natura destinati ad uso pubblico e redatti su moduli predisposti, compresi i documenti di carattere personale quali la carta di identità e i certificati anagrafici, sono rilasciati, a richiesta dei cittadini interessati, sia in lingua italiana e slovena sia nella sola lingua italiana. L'uso della lingua slovena è previsto anche con riferimento agli avvisi e alle pubblicazioni ufficiali.
4. Al fine di rendere effettivi ed attuabili i diritti di cui ai commi 1, 2 e 3, le amministrazioni interessate, compresa l'amministrazione dello Stato, adottano, nei territori compresi nella tabella di cui all'articolo 4, le necessarie misure, adeguando i propri uffici, l'organico del personale e la propria organizzazione interna, nel rispetto delle vigenti procedure di programmazione delle assunzioni di cui all'articolo 39 della legge 27 dicembre 1997, n. 449, e successive modificazioni, ed entro i limiti delle risorse finanziarie disponibili ai sensi del presente articolo. Nelle zone centrali delle città di Trieste e Gorizia e nella città di Cividale del Friuli, invece, le singole amministrazioni interessate istituiscono, anche in forma consorziata, un ufficio rivolto ai cittadini ancorché residenti in territori non previsti dall'articolo 4 che intendono avvalersi dei diritti di cui ai commi 1, 2 e 3.
5. Le modalità di attuazione delle disposizioni di cui al comma 1 per i concessionari di servizi di pubblico interesse sono disciplinate mediante specifiche convenzioni, entro i limiti delle risorse finanziarie disponibili ai sensi del presente articolo, dagli enti pubblici interessati di intesa con il Comitato.
6. Nell'àmbito della propria autonomia statutaria i comuni e le province provvedono all'eventuale modifica ed integrazione dei propri statuti conformemente alle disposizioni della presente legge.
7. Fino all'adozione dei provvedimenti di cui ai commi 4 e 6 rimangono in vigore le misure già adottate a tutela dei diritti previsti dal presente articolo.
8. Per il progressivo conseguimento delle finalità di cui al presente articolo è autorizzata la spesa massima di lire 5.805 milioni annue a decorrere dall'anno 2001.
9. La regione Friuli-Venezia Giulia, gli enti locali di cui all'articolo 4 ed altri soggetti pubblici possono contribuire con risorse aggiuntive alla realizzazione degli interventi necessari per l'attuazione del presente articolo, sentito a tale fine il Comitato.
10. Con decreto del Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, da emanare entro il 31 gennaio di ciascun anno, sentito il Comitato, sono determinati i termini e le modalità per la ripartizione delle risorse di cui al comma 8 tra i soggetti interessati.
 
 
9. Uso della lingua slovena negli organi elettivi.
 
1. Negli organi collegiali e nelle assemblee elettive aventi sede nei territori di cui all'articolo 4 è riconosciuto il diritto all'uso della lingua slovena negli interventi orali e scritti, nonché nella presentazione di proposte, mozioni, interrogazioni ed interpellanze, compresa l'eventuale attività di verbalizzazione. Le relative modalità di attuazione sono stabilite dagli statuti e dai regolamenti degli organi elettivi.
2. A cura dell'amministrazione competente si provvede alla traduzione contestuale in lingua italiana sia degli interventi orali sia di quelli scritti.
3. I componenti degli organi e delle assemblee elettive possono svolgere le pubbliche funzioni di cui sono eventualmente incaricati anche in lingua slovena, a richiesta degli interessati.
4. Nei rapporti tra i pubblici uffici situati nei territori di cui all'articolo 4 è ammesso l'uso congiunto della lingua slovena con la lingua italiana.
 
10. Insegne pubbliche e toponomastica.
 
1. Con decreto del presidente della giunta regionale, sulla base della proposta del Comitato e sentiti gli enti interessati, sono individuati, sulla base della tabella di cui all'articolo 4, i comuni, le frazioni di comune, le località e gli enti in cui l'uso della lingua slovena è previsto in aggiunta a quella italiana nelle insegne degli uffici pubblici, nella carta ufficiale e, in genere, in tutte le insegne pubbliche, nonché nei gonfaloni. Le stesse disposizioni si applicano anche per le indicazioni toponomastiche e per la segnaletica stradale.
2. Per le finalità di cui al presente articolo è autorizzata la spesa massima di lire 128 milioni annue per gli anni dal 2001 al 2005.
 
 
11. Scuole pubbliche con lingua di insegnamento slovena.
 
1. Per quanto non diversamente disposto dalla presente legge, continuano ad applicarsi le disposizioni di cui alle L. 19 luglio 1961, n. 1012, e L. 22 dicembre 1973, n. 932. All'articolo 2, commi primo e secondo, della legge 22 dicembre 1973, n. 932, dopo le parole: «di lingua materna slovena» sono inserite le seguenti: «o con piena conoscenza della lingua slovena».
2. Fermo restando quanto stabilito dal terzo comma dell'articolo 1 della legge 19 luglio 1961, n. 1012, per la riorganizzazione delle scuole con lingua di insegnamento slovena si procede secondo le modalità operative stabilite dagli articoli 2, 3, 4, 5 e 6 del decreto del Presidente della Repubblica 18 giugno 1998, n. 233, e nel rispetto delle competenze previste dagli articoli 137, 138 e 139 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, sentita la Commissione scolastica regionale per l'istruzione in lingua slovena di cui all'articolo 13, comma 3, della presente legge.
3. All'articolo 4 della legge 19 luglio 1961, n. 1012, sono aggiunte, in fine, le parole: «sentita la Commissione scolastica regionale per l'istruzione in lingua slovena».
4. Nell'ordinamento delle scuole con lingua di insegnamento slovena è ammesso l'uso della lingua slovena nei rapporti con l'amministrazione scolastica, negli atti e nelle comunicazioni, nella carta ufficiale e nelle insegne pubbliche.
5. A decorrere dal 1° gennaio 2001, l'importo del fondo di cui all'articolo 8 della legge 22 dicembre 1973, n. 932, è aumentato a lire 250 milioni annue. Il fondo può essere utilizzato anche per compensi relativi alla redazione e stampa di dispense scolastiche ed altro materiale didattico, nonché a favore di autori di testi e dispense che non siano cittadini italiani appartenenti all'area culturale slovena. La gestione del fondo, la definizione dei criteri per la sua utilizzazione, anche attraverso piani di spesa pluriennali, e la proposta per la sua periodica rivalutazione sono di competenza della Commissione di cui all'articolo 13, comma 3. Per le finalità di cui al presente comma è autorizzata la spesa massima di lire 155,5 milioni annue a decorrere dall'anno 2001.
 
 
12. Disposizioni per la provincia di Udine.
 
1. Nelle scuole materne site nei comuni della provincia di Udine compresi nella tabella di cui all'articolo 4, la programmazione educativa comprenderà anche argomenti relativi alle tradizioni, alla lingua ed alla cultura locali da svolgere anche in lingua slovena, senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato.
2. Negli istituti di istruzione obbligatoria siti nei comuni di cui al comma 1 l'insegnamento della lingua slovena, della storia e delle tradizioni culturali e linguistiche locali è compreso nell'orario curricolare obbligatorio determinato dagli stessi istituti nell'esercizio dell'autonomia organizzativa e didattica di cui all'articolo 21, commi 8 e 9, della legge 15 marzo 1997, n. 59. Detti istituti deliberano le modalità di svolgimento delle suddette attività curricolari, stabilendone i tempi e le metodologie, nonché i criteri di valutazione degli alunni e le modalità d'impiego dei docenti qualificati. Al momento della preiscrizione i genitori comunicano alla istituzione scolastica interessata se intendono avvalersi per i propri figli dell'insegnamento della lingua della minoranza.
3. Nelle scuole secondarie delle province di Trieste, Gorizia e Udine, frequentate da alunni provenienti dai comuni di cui al comma 1, possono essere istituiti corsi opzionali di lingua slovena anche in deroga al numero minimo di alunni previsto dall'ordinamento scolastico.
4. Il Ministro della pubblica istruzione, sentita la Commissione di cui all'articolo 13, comma 3, fissa con proprio decreto, per le attività curricolari di cui al comma 2, gli obiettivi generali e specifici del processo di apprendimento e gli standard relativi alla qualità del servizio, definendo i requisiti per la nomina degli insegnanti.
5. La scuola materna privata e la scuola elementare parificata con insegnamento bilingue sloveno-italiano, gestite dall'Istituto per l'istruzione slovena di San Pietro al Natisone in provincia di Udine, sono riconosciute come scuole statali. Alle predette scuole si applicano le disposizioni di legge e regolamentari vigenti per le corrispondenti scuole statali. Per le finalità di cui al presente comma è autorizzata la spesa massima di lire 1.436 milioni annue a decorrere dall'anno 2001.
6. Nei comuni della provincia di Udine compresi nella tabella di cui all'articolo 4 è prevista l'istituzione, sentito il Comitato e secondo le modalità operative di cui al comma 2 dell'articolo 11, di scuole statali bilingui o con sezioni di esse, con insegnamento nelle lingue italiana e slovena, senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato. Le misure da adottare per il funzionamento di tali scuole sono predisposte sentita la Commissione di cui all'articolo 13, comma 3.
7. Le iniziative previste dal comma 2 sono realizzate dalle istituzioni scolastiche autonome, avvalendosi delle risorse umane a disposizione, della dotazione finanziaria attribuita ai sensi dell'articolo 21, comma 5, della legge 15 marzo 1997, n. 59, nonché delle risorse aggiuntive reperibili con convenzioni, prevedendo tra le priorità stabilite dal medesimo comma 5 quelle di cui alla presente legge.
 
 
13. Organi per l'amministrazione scolastica.
 
1. Per la trattazione degli affari riguardanti l'istruzione in lingua slovena, presso l'ufficio scolastico regionale del Friuli-Venezia Giulia è istituito uno speciale ufficio diretto da un dirigente regionale nominato dal Ministro della pubblica istruzione tra il personale dirigenziale dei ruoli dell'amministrazione scolastica centrale e periferica e tra i dirigenti scolastici delle scuole con lingua di insegnamento slovena. Tale ufficio provvede a gestire i ruoli del personale delle scuole e degli istituti con lingua di insegnamento slovena.
2. Al personale dell'ufficio di cui al comma 1 è richiesta la piena conoscenza della lingua slovena.
3. Al fine di soddisfare le esigenze di autonomia dell'istruzione in lingua slovena è istituita la Commissione scolastica regionale per l'istruzione in lingua slovena, presieduta dal dirigente regionale di cui al comma 1. La composizione della Commissione, le modalità di nomina ed il suo funzionamento sono disciplinati, senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro della pubblica istruzione, sentito il Comitato, entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge. La Commissione di cui al presente comma sostituisce quella prevista dall'articolo 9 della legge 22 dicembre 1973, n. 932, fatto salvo quanto previsto dall'articolo 24 della presente legge.
4. Per le finalità di cui al presente articolo è autorizzata la spesa massima di lire 895 milioni annue a decorrere dall'anno 2001.
 
 
14. Istituto regionale di ricerca educativa.
 
1. Ai sensi dell'articolo 288 del testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado, approvato con decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, è istituita apposita sezione dell'istituto regionale di ricerca educativa per il Friuli-Venezia Giulia con competenza per le scuole con lingua di insegnamento slovena, senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato. La composizione della sezione e il suo funzionamento sono disciplinati ai sensi del regolamento di riordino degli istituti regionali di ricerca educativa, previsto dall'articolo 21, comma 10, della legge 15 marzo 1997, n. 59, e dall'articolo 76 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, sentita la Commissione di cui all'articolo 13, comma 3.
 
 
15. Istruzione musicale.
 
1. Con decreto del Ministro dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica, di concerto con il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, è istituita, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, la sezione autonoma con lingua di insegnamento slovena del conservatorio di musica «Giuseppe Tartini» di Trieste. Con il medesimo decreto sono stabiliti i relativi organici del personale docente, amministrativo, tecnico ed ausiliario ed i relativi specifici ruoli; per un triennio su e da tali cattedre non sono consentiti trasferimenti e passaggi. L'attuale organico di diritto del conservatorio di musica «Giuseppe Tartini» resta fermo per un triennio, fatta salva l'attivazione di nuovi insegnamenti e scuole nonché la definitiva stabilizzazione del corso di lingua italiana per stranieri.
2. Con ordinanza del Ministero dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica saranno fissate le modalità di funzionamento e le materie della sezione autonoma di cui al comma 1, nonché le modalità di reclutamento del personale docente, amministrativo, tecnico ed ausiliario. Ai fini del reclutamento del personale docente il servizio prestato nei centri musicali di lingua slovena «Glasbena matica» e «Emil Komel» è considerato alla stregua del servizio prestato in conservatori o istituti di musica pareggiati. Per il reclutamento del personale docente e non docente a tempo indeterminato o determinato si applicano le disposizioni di cui all'articolo 425 del testo unico approvato con decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297.
3. Gli insegnanti della sezione autonoma di cui comma 1 fanno parte a pieno titolo del collegio dei professori del conservatorio, articolato in due sezioni, rispettivamente con insegnamento in lingua italiana e con insegnamento in lingua slovena. Per pareri e deliberazioni relativi a questioni e problematiche specifiche, quali le iniziative di sperimentazione, relative alla singola sezione, il direttore del conservatorio convoca solo la corrispondente sezione. In tali casi le pronunce hanno valenza circoscritta alla sezione che le ha deliberate. L'attività di ciascuna sezione deve essere coerente con il piano annuale delle attività formative del conservatorio e con la programmazione didattico-artistica generale, la cui elaborazione compete al collegio plenario dei docenti.
4. Gli insegnanti della sezione autonoma con lingua di insegnamento slovena eleggono al loro interno un coordinatore della sezione medesima che è esonerato dall'attività di insegnamento per tutto il periodo dell'incarico. Gli atti del direttore del conservatorio concernenti la sezione autonoma sono adottati previo parere del coordinatore.
5. Il coordinatore di cui al comma 4, per la durata dell'incarico, è membro del consiglio di amministrazione del conservatorio di musica «Giuseppe Tartini», di cui fanno parte, altresì, due esperti, di cui uno appartenente alla minoranza slovena, designati dalla giunta regionale del Friuli-Venezia Giulia.
6. Per le finalità di cui al presente articolo è autorizzata la spesa massima di lire 1.049 milioni annue a decorrere dall'anno 2001.
 
 
 
16. Istituzioni e attività della minoranza slovena.
 
1. La regione Friuli-Venezia Giulia provvede al sostegno delle attività e delle iniziative culturali, artistiche, sportive, ricreative, scientifiche, educative, informative e editoriali promosse e svolte da istituzioni ed associazioni della minoranza slovena. A tale fine, la regione consulta le istituzioni anche di natura associativa della minoranza slovena. Per le finalità di cui al presente comma, è data priorità al funzionamento della stampa in lingua slovena. Per le finalità di cui al presente comma lo Stato assegna ogni anno propri contributi, che confluiscono in un apposito fondo nel bilancio della regione Friuli-Venezia Giulia.
2. Al fondo di cui al comma 1 è destinata per l'anno 2001 la somma di lire 5.000 milioni e per l'anno 2002 la somma di lire 10.000 milioni. Per gli anni successivi, l'ammontare del fondo di cui al comma 1 è determinato annualmente dalla legge finanziaria ai sensi dell'articolo 11, comma 3, lettera d), della legge 5 agosto 1978, n. 468, e successive modificazioni.
 
 
17. Rapporti con la Repubblica di Slovenia.
 
1. Il Governo assume le iniziative necessarie al fine di agevolare e favorire i rapporti tra le popolazioni di confine e tra la minoranza slovena e le istituzioni culturali della Repubblica di Slovenia e assicura lo sviluppo della cooperazione transfrontaliera e interregionale, anche nell'àmbito delle iniziative e dei programmi dell'Unione europea.
 
 
18. Teatro stabile sloveno.
 
1. Fermo restando quanto previsto in materia dalla legislazione nazionale, il «Teatro stabile sloveno di Trieste - Slovensko stalno gledalisce» è riconosciuto come organismo di produzione teatrale a gestione pubblica, anche agli effetti delle relative contribuzioni a carico dello Stato.
 
 
19. Restituzione di beni immobili.
 
1. La casa di cultura «Narodni dom» di Trieste - rione San Giovanni, costituita da edificio e accessori, è trasferita alla regione Friuli-Venezia Giulia per essere utilizzata, a titolo gratuito, per le attività di istituzioni culturali e scientifiche di lingua slovena. Nell'edificio di Via Filzi 9 a Trieste, già «Narodni dom», e nell'edificio di Corso Verdi, già «Trgovski dom», di Gorizia trovano sede istituzioni culturali e scientifiche sia di lingua slovena (a partire dalla Narodna in studijska Knjiznica - Biblioteca degli studi di Trieste) sia di lingua italiana compatibilmente con le funzioni attualmente ospitate nei medesimi edifici, previa intesa tra regione e università degli studi di Trieste per l'edificio di Via Filzi di Trieste, e tra regione e Ministero delle finanze per l'edificio di Corso Verdi di Gorizia.
2. In caso di mancata intesa entro cinque anni, si provvede, entro i successivi sei mesi, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri.
3. Le modalità di uso e di gestione sono stabilite dall'amministrazione regionale sentito il Comitato.
 
 
20. Tutela del patrimonio storico ed artistico.
 
1. Ai fini di cui all'articolo 9 della Costituzione, la regione Friuli-Venezia Giulia, le province ed i comuni compresi nella tabella di cui all'articolo 4 adottano misure di tutela anche nel rispetto delle caratteristiche peculiari delle località abitate dalla minoranza slovena, sia con riferimento ai monumenti storici ed artistici, sia con riferimento alle usanze tradizionali e ad altre forme di espressione della cultura della popolazione slovena, ivi compresi progetti di carattere interculturale.
2. Ai fini di cui al comma 1 gli enti interessati avviano adeguate forme di consultazione con le organizzazioni e le altre associazioni rappresentative della minoranza slovena.
 
 
21. Tutela degli interessi sociali, economici ed ambientali.
 
1. Nei territori di cui all'articolo 4 l'assetto amministrativo, l'uso del territorio, i piani di programmazione economica, sociale ed urbanistica e la loro attuazione anche in caso di espropri devono tendere alla salvaguardia delle caratteristiche storico-culturali.
2. Ai fini di cui al comma 1 e d'intesa con il Comitato, negli organi consultivi competenti deve essere garantita una adeguata rappresentanza della minoranza slovena.
3. Per consentire l'attuazione di interventi volti allo sviluppo dei territori dei comuni della provincia di Udine compresi nelle comunità montane del Canal del Ferro - Val Canale, Valli del Torre e Valli del Natisone, nei quali è storicamente insediata la minoranza slovena, a decorrere dall'anno 2001 lo Stato assegna alla regione Friuli-Venezia Giulia un contributo annuo pari a lire 1.000 milioni.
4. Per le finalità di cui al presente articolo è autorizzata la spesa massima di lire 1.000 milioni annue a decorrere dall'anno 2001.
 
22. Organizzazioni e attività sindacali.
 
1. Alle organizzazioni sindacali e di categoria che svolgono la loro attività prevalentemente in lingua slovena, le quali, per la loro consistenza e diffusione sui territori di cui all'articolo 4, abbiano carattere di rappresentatività all'interno della minoranza, sono estesi, sentito il Comitato, in ordine all'esercizio delle attività sindacali in genere ed al diritto alla rappresentanza negli organi collegiali della pubblica amministrazione e degli enti operanti nei settori di interesse, i diritti riconosciuti dalla legge alle associazioni e alle organizzazioni aderenti alle confederazioni sindacali maggiormente rappresentative sul piano nazionale.
 
 
23. Integrazioni alla legge 15 dicembre 1999, n. 482, in materia di tutela penale delle minoranze linguistiche.
 
1. Dopo l'articolo 18 della legge 15 dicembre 1999, n. 482, è inserito il seguente:
«Art. 18-bis. - 1. Le disposizioni di cui all'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e successive modificazioni, ed al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, si applicano anche ai fini di prevenzione e di repressione dei fenomeni di intolleranza e di violenza nei confronti degli appartenenti alle minoranze linguistiche».
 
 
24. Norma transitoria.
 
1. Fino alla costituzione della Commissione di cui all'articolo 13, comma 3, le relative competenze sono esercitate dalla Commissione di cui all'articolo 9 della legge 22 dicembre 1973, n. 932, opportunamente integrata dal provveditore agli studi di Udine, o da un suo delegato, e da due cittadini di lingua slovena designati dal consiglio provinciale di Udine, con voto limitato.
 
 
25. Modifiche dell'àmbito territoriale di applicazione della legge.
 
1. La tabella di cui all'articolo 4 può essere modificata con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Comitato, senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato.
2. Su proposta del Comitato le misure di tutela previste dalla presente legge si applicano, in quanto compatibili, anche al di fuori dei territori di cui all'articolo 4, in favore degli appartenenti alla minoranza slovena, quando si tratti di attività intese alla conservazione e promozione della loro identità culturale, storica e linguistica, senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato.
3. Ai cittadini di cui al comma 2 è comunque garantito l'esercizio dei diritti di cui ai commi 1, 2 e 3 dell'articolo 8 limitatamente ai rapporti con gli enti sovracomunali già operanti secondo le modalità previste dal comma 4 dell'articolo 8.
4. L'elenco previsto dall'articolo 10 può essere modificato con decreto del Presidente della giunta regionale, sulla base della proposta del Comitato, e sentiti gli enti interessati.
 
 
26. Disposizioni in materia elettorale.
 
1. Le leggi elettorali per l'elezione del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati dettano norme per favorire l'accesso alla rappresentanza di candidati appartenenti alla minoranza slovena.
 
 
27. Copertura finanziaria.
 
1. Agli oneri derivanti dalle autorizzazioni di spesa di cui agli articoli 3, 8, 10, 11, 12, 13, 15, 16 e 21 della presente legge, pari a lire 15.567.000.000 per l'anno 2001 ed a lire 20.567.000.000 a decorrere dall'anno 2002, si provvede mediante utilizzo delle proiezioni, per i medesimi anni, dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2000-2002, nell'àmbito dell'unità previsionale di base di parte corrente «Fondo speciale» dello stato di previsione del Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica per l'anno 2000, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al Ministero medesimo.
2. Il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.
 
 
28. Disposizioni finali.
 
1. Fermo restando quanto disposto dalla presente legge, rimangono in vigore le misure di tutela comunque adottate in attuazione dello Statuto speciale allegato al Memorandum d'intesa di Londra del 5 ottobre 1954, richiamato dall'articolo 8 del trattato tra la Repubblica italiana e la Repubblica socialista federativa di Jugoslavia, con allegati, ratificato, unitamente all'accordo tra le stesse Parti, con allegati, all'atto finale ed allo scambio di note, firmati ad Osimo (Ancona) il 10 novembre 1975, ai sensi della legge 14 marzo 1977, n. 73.
2. Nessuna disposizione della presente legge può essere interpretata in modo tale da assicurare un livello di protezione dei diritti della minoranza slovena inferiore a quello già in godimento in base a precedenti disposizioni.
3. Eventuali disposizioni più favorevoli rispetto a quelle previste dalla presente legge, derivanti dalla legislazione nazionale di tutela delle minoranze linguistiche, si applicano, sentito il Comitato, anche in favore della minoranza slovena e germanofona nella regione Friuli-Venezia Giulia, senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato.
4. Dall'attuazione della presente legge non potrà derivare alcun nuovo o maggiore onere per la finanza pubblica oltre a quelli massimi esplicitamente previsti dalla legge stessa e dalle altre leggi concernenti la tutela della minoranza slovena.
 
 
29. Definizione.
 
1. Ai fini della presente legge per frazione si intende un centro autonomo dotato di una propria individualità

Legge 23 febbraio 2001, n. 38.

Norme a tutela della minoranza linguistica slovena della regione Friuli-Venezia Giulia.

Legge 15.12.1999 n. 482

Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche

Legge 30 marzo 2004, n. 92

Istituzione del «Giorno del ricordo» in memoria delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano - dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati.

Legge 15 febbraio 1984, n. 89

"Norme sulla compilazione di documenti rilasciati a cittadini italiani nati in Comuni ceduti dall'Italia ad altri Stati, in base al trattato di pace"

proposta di Legge on. Menia

Per porre rimedio al blocco del riconoscimento dei legittimi diritti di questi italiani che, trattenuti con la forza da un esercito straniero, non hanno potuto fare subito rientro in Italia.

La presente proposta di legge riguarda quei cittadini italiani che al termine degli eventi bellici della seconda guerra mondiale si trovavano a risiedere e lavorare nei territori italiani ceduti alla Jugoslavia e che, fedeli alle loro origini, avevano optato per il mantenimento della cittadinanza italiana, incontrando l’ostilità  gli impedimenti posti dalle autorità jugoslave. Questi italiani sono stati sottoposti in quegli anni ad una vera e propria persecuzione, con deportazioni e carcerazioni soprattutto nelle isole della Dalmazia, dove venivano sottoposti ad ogni tipo di vessazione e tortura. I più « fortunati » venivano arruolati coattamente nell’esercito jugoslavo e mandati nei posti più sperduti a compiere lavori particolarmente usuranti; di fatto, con la copertura del servizio militare venivano sottoposti a lavori forzati.

Con questo provvedimento si pone un rimedio al blocco del riconoscimento dei legittimi diritti di questi italiani che, trattenuti con la forza da un esercito straniero, non hanno potuto fare subito rientro in Italia: si tratta di un riconoscimento sancito dalla Convenzione generale in materia di sicurezza sociale firmata con la Jugoslavia nel 1957 e che, proprio per il momento in cui è stata stipulata, non teneva conto di questi italiani « prigionieri » che il regime di Tito considerava dei nemici da perseguitare.

 

PROPOSTA DI LEGGE del deputato Roberto Menia

ART. 1.
1. Ai profughi d’Istria, Fiume e Dalmazia, riconosciuti tali con decreto prefettizio, che hanno optato per la conservazione della cittadinanza italiana e sono stati trattenuti in territorio jugoslavo contro la loro volontà ed avviati al lavoro, sono riconosciuti, in deroga alle vigenti disposizioni di legge, i diritti al riscatto dell’assicurazione obbligatoria ed al riconoscimento dei contributi versati all’Ente assicurativo jugoslavo anche dopo il 18 dicembre 1954.

2. Al fine di cui al comma 1, sono riaperti i termini per la ricostruzione della posizione assicurativa presso l’Istituto nazionale della previdenza sociale e gli altri istituti previdenziali ai sensi e con le procedure previste dalla legge 5 aprile 1985, n. 135.

ART. 2.

1. Le disposizioni di cui all’articolo 1 si applicano altresì ai cittadini italiani provenienti dalla zona B del Territorio libero di Trieste fino al 5 ottobre 1956.

ART. 3.

1. Ai profughi di cui agli articoli 1 e 2 che sono stati costretti a prestare servizio militare nella Repubblica federativa di Jugoslavia, sono estesi i benefici di cui alla legge 30 aprile 1969, n. 153, e successive modificazioni.

2. Il servizio prestato coattivamente nella Repubblica federativa di Jugoslavia è equiparato a quello prestato in Italia.

ART. 4.
1. I cittadini italiani che sono stati ristretti nelle carceri jugoslave per motivi etnici, politici, nazionali e ideologici sono equiparati ai perseguitati politici.

ART. 5.
1. Il Governo è tenuto ad avanzare ai Governi degli Stati subentrati alla cessata Repubblica federativa di Jugoslavia la richiesta di totale riabilitazione dei cittadini italiani di cui all’articolo  3.

Il confine orientale italiano nel Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947 di Gabriele Bagnoli (pdf) - Approfondimento tematico di "Storia Contemporanea" del Corso di Studi Internazionali della Facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell'Università degli Studi di Firenze

LEGGE 15 FEBBRAIO 1989 - nº 54
"Norme sulla compilazione di documenti rilasciati a cittadini italiani nati in Comuni ceduti dall'Italia ad altri Stati, in base al trattato di pace"

La Camera dei Deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato:
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA PROMULGA
la seguente legge:
Art. 1

1 - Tutte le amministrazioni dello Stato, del parastato, degli enti locali e qualsiasi altro ufficio o ente, nel rilasciare attestazioni, dichiarazioni, documenti in genere, a cittadini italiani nati in comuni già sotto la sovranità italiana ed oggi compresi nei territori ceduti ad altri Stati, ai sensi del trattato di pace con le potenze alleate ed associate, quando deve essere indicato il luogo di nascita dell'interessato, hanno l'obbligo di riportare unicamente il nome italiano del comune, senza alcun riferimento allo Stato cui attualmente appartiene.-

Art. 2

1 - Le amministrazioni, gli enti, gli uffici di cui all'articolo 1, sono obbligati, su richiesta anche orale del cittadino stesso, ad adeguare il documento alle norme della presente legge.-

La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica Italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.-


Data a Roma, addì 15 febbraio 1989

COSSIGA

De Mitta, Presidente del
Consiglio dei Ministri

Visto, il Guardasigilli: Vassalli
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Pubblicata nella GAZZETTA UFFICIALE del 22 febbraio 1989
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MINISTERO DELL'INTERNO - CIRCOLARE 5 agosto 1999 Nº 15
Indicazione dello Stato di nascita nei documenti d'identità dei cittadini italiani nati in comuni ceduti dall'Italia ad altri Stati, in base al trattato di pace e nelle certificazioni anagrafiche.

Ai sigg.ri Prefetti della Repubblica,
Al Presidente della Giunta Regionale della Valle d'Aosta -
Servizi di prefettura,
Al Commissario del Governo per la provincia di Bolzano,
Al Commissario del Governo per la provincia di Trento
e, per conoscenza :
Alla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento della funzione pubblica,
Al Ministero dei Trasporti e della Navigazione -Direzione Generale della motorizzazione civile,
Al Ministero di Grazia e Giustizia - Direzione generale AA.CC. e libere professioni ,
Al gabinetto del Ministro,
Al Dipartimento della Pubblica Sicurezza,
Ai Commissari del Governo.

L'indicazione dello Stato e della provincia relativi al comune di nascita, costituisce motivo di contestazione da parte dell'utenza in occasione del rilascio di documenti di identitá e di certificazioni anagrafiche, onde si rende necessario effettuare alcune considerazioni e diramare opportune disposizioni, mirate a semplificare l'azione amministrativa ed evitare difformità di comportamenti, specie nel rilascio delle certificazioni anagrafiche, con conseguente disagio per i cittadini.-
Al riguardo, si ricorda che, per quanto riguarda i cittadini italiani nati in comuni ricompresi in territori ceduti dall'Italia ad altri Stati in base ai trattati di pace, la Legge 15 febbraio 1989, nº 54, prevede che i documenti in genere, le attestazioni, le certificazioni e dichiarazioni, devono riportare il solo nome italiano del comune di nascita dell'interessato, senza alcun riferimento allo Stato di appartenenza.-
Ciò in applicazione del principio che l'evento nascita rimane ancorato al tempo ed al luogo in cui é avvenuto.-
Pertanto, anche nelle certificazioni anagrafiche, quali il certificato di residenza, é del tutto superfluo, non solo riportare lo Stato cui appartiene il comune di nascita dell'interessato, ma altresí riportare la provincia di pertinenza se non per risolvere casi di omonimia di comuni.-
L'eliminazione di tali superflue indicazioni é quanto mai opportuna specie nel momento attuale in cui spesso si verificano soppressioni ed accorpamenti di comuni, anche con spostamento della provincia di riferimento : si eviterà in tal modo la necessità di aggiornare i sistemi informatici dei comuni.-
Si pregano le SS.LL.di richiamare l'attenzione delle Amministrazioni Pubbliche e dei Comuni della rispettiva Provincia e seguire la questione, anche nell'ambito delle consuete visite ispettive informando la scrivente.-
Si ringrazia e si resta in attesa di un cortese cenno di riscontro.-
Il Direttore Generale dell'Amministrazione Civile
Gelati

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Pubblicata nella GAZZETTA UFFICIALE DEL 08 SETTEMBRE 1999 nº 211
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Nota dell'Unione degli istriani - norma ministeriale

Si informa che con nota del 10 maggio 1999 il Ministero dell'Interno, Direzione Generale dei Servizi Civili, ha comunicato che il Dipartimento della Pubblica Sicurezza ha dato disposizioni alle Questure affinchè, nella compilazione dei Passaporti, rilasciati a favore delle persone di cui alla Legge n. 54/89, in luogo dell'indicazione dello Stato, alla denominazione del Comune di nascita, seguano tre asterischi.- Ciò al fine di ovviare al problema tecnico segnalato da codesta Federazione nel corso delle riunioni tenutesi presso questa Presidenza.-

Il Capo Dipartimento - Cons. Mario Luigi Torsello

Legge 15.12.1999 n. 482

Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche

 

Art. 1.

1. La lingua ufficiale della Repubblica è l'italiano.

2. La Repubblica, che valorizza il patrimonio linguistico e culturale della lingua italiana, promuove altresì la valorizzazione delle lingue e delle culture tutelate dalla presente legge.

 

Art. 2.

1. In attuazione dell'articolo 6 della Costituzione e in armonia con i princìpi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l'occitano e il sardo.

 

Art. 3.

1. La delimitazione dell'ambito territoriale e sub-comunale in cui si applicano le disposizioni di tutela delle minoranze linguistiche storiche previste dalla presente legge è adottata dal consiglio provinciale, sentiti i comuni interessati, su richiesta di almeno il quindici per cento dei cittadini iscritti nelle liste elettorali e residenti nei comuni stessi, ovvero di un terzo dei consiglieri comunali dei medesimi comuni.

2. Nel caso in cui non sussista alcuna delle due condizioni di cui al comma 1 e qualora sul territorio comunale insista comunque una minoranza linguistica ricompresa nell'elenco di cui all'articolo 2, il procedimento inizia qualora si pronunci favorevolmente la popolazione residente, attraverso apposita consultazione promossa dai soggetti aventi titolo e con le modalità previste dai rispettivi statuti e regolamenti comunali.

3. Quando le minoranze linguistiche di cui all'articolo 2 si trovano distribuite su territori provinciali o regionali diversi, esse possono costituire organismi di coordinamento e di proposta, che gli enti locali interessati hanno facoltà di riconoscere.

 

Art. 4.

1. Nelle scuole materne dei comuni di cui all'articolo 3, l'educazione linguistica prevede, accanto all'uso della lingua italiana, anche l'uso della lingua della minoranza per lo svolgimento delle attività educative. Nelle scuole elementari e nelle scuole secondarie di primo grado è previsto l'uso anche della lingua della minoranza come strumento di insegnamento.

2. Le istituzioni scolastiche elementari e secondarie di primo grado, in conformità a quanto previsto dall'articolo 3, comma 1, della presente legge, nell'esercizio dell'autonomia organizzativa e didattica di cui all'articolo 21, commi 8 e 9, della legge 15 marzo 1997, n. 59, nei limiti dell'orario curriculare complessivo definito a livello nazionale e nel rispetto dei complessivi obblighi di servizio dei docenti previsti dai contratti collettivi, al fine di assicurare l'apprendimento della lingua della minoranza, deliberano, anche sulla base delle richieste dei genitori degli alunni, le modalità di svolgimento delle attività di insegnamento della lingua e delle tradizioni culturali delle comunità locali, stabilendone i tempi e le metodologie, nonché stabilendo i criteri di valutazione degli alunni e le modalità di impiego di docenti qualificati.

3. Le medesime istituzioni scolastiche di cui al comma 2, ai sensi dell'articolo 21, comma 10, della legge 15 marzo 1997, n. 59, sia singolarmente sia in forma associata, possono realizzare ampliamenti dell'offerta formativa in favore degli adulti. Nell'esercizio dell'autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo, di cui al citato articolo 21, comma 10, le istituzioni scolastiche adottano, anche attraverso forme associate, iniziative nel campo dello studio delle lingue e delle tradizioni culturali degli appartenenti ad una minoranza linguistica riconosciuta ai sensi degli articoli 2 e 3 della presente legge e perseguono attività di formazione e aggiornamento degli insegnanti addetti alle medesime discipline. A tale scopo le istituzioni scolastiche possono stipulare convenzioni ai sensi dell'articolo 21, comma 12, della citata legge n. 59 del 1997.

4. Le iniziative previste dai commi 2 e 3 sono realizzate dalle medesime istituzioni scolastiche avvalendosi delle risorse umane a disposizione, della dotazione finanziaria attribuita ai sensi dell'articolo 21, comma 5, della legge 15 marzo 1997, n. 59, nonché delle risorse aggiuntive reperibili con convenzioni, prevedendo tra le priorità stabilite dal medesimo comma 5 quelle di cui alla presente legge. Nella ripartizione delle risorse di cui al citato comma 5 dell'articolo 21 della legge n. 59 del 1997, si tiene conto delle priorità aggiuntive di cui al presente comma.

5. Al momento della preiscrizione i genitori comunicano alla istituzione scolastica interessata se intendono avvalersi per i propri figli dell'insegnamento della lingua della minoranza.

 

Art. 5.

1. Il Ministro della pubblica istruzione, con propri decreti, indica i criteri generali per l'attuazione delle misure contenute nell'articolo 4 e può promuovere e realizzare progetti nazionali e locali nel campo dello studio delle lingue e delle tradizioni culturali degli appartenenti ad una minoranza linguistica riconosciuta ai sensi degli articoli 2 e 3 della presente legge. Per la realizzazione dei progetti è autorizzata la spesa di lire 2 miliardi annue a decorrere dall'anno 1999.

2. Gli schemi di decreto di cui al comma 1 sono trasmessi al Parlamento per l'acquisizione del parere delle competenti Commissioni permanenti, che possono esprimersi entro sessanta giorni

 

Art. 6.

1. Ai sensi degli articoli 6 e 8 della legge 19 novembre 1990, n. 341, le università delle regioni interessate, nell'ambito della loro autonomia e degli ordinari stanziamenti di bilancio, assumono ogni iniziativa, ivi compresa l'istituzione di corsi di lingua e cultura delle lingue di cui all'articolo 2, finalizzata ad agevolare la ricerca scientifica e le attività culturali e formative a sostegno delle finalità della presente legge.

 

Art. 7.

1. Nei comuni di cui all'articolo 3, i membri dei consigli comunali e degli altri organi a struttura collegiale dell'amministrazione possono usare, nell'attività degli organismi medesimi, la lingua ammessa a tutela.

2. La disposizione di cui al comma 1 si applica altresì ai consiglieri delle comunità montane, delle province e delle regioni, i cui territori ricomprendano comuni nei quali è riconosciuta la lingua ammessa a tutela, che complessivamente costituiscano almeno il 15 per cento della popolazione interessata.

3. Qualora uno o più componenti degli organi collegiali di cui ai commi 1 e 2 dichiarino di non conoscere la lingua ammessa a tutela, deve essere garantita una immediata traduzione in lingua italiana.

4. Qualora gli atti destinati ad uso pubblico siano redatti nelle due lingue, producono effetti giuridici solo gli atti e le deliberazioni redatti in lingua italiana.

 

Art. 8.

1. Nei comuni di cui all'articolo 3, il consiglio comunale può provvedere, con oneri a carico del bilancio del comune stesso, in mancanza di altre risorse disponibili a questo fine, alla pubblicazione nella lingua ammessa a tutela di atti ufficiali dello Stato, delle regioni e degli enti locali nonché di enti pubblici non territoriali, fermo restando il valore legale esclusivo degli atti nel testo redatto in lingua italiana.

 

Art. 9.

1. Fatto salvo quanto previsto dall'articolo 7, nei comuni di cui all'articolo 3 è consentito, negli uffici delle amministrazioni pubbliche, l'uso orale e scritto della lingua ammessa a tutela. Dall'applicazione del presente comma sono escluse le forze armate e le forze di polizia dello Stato.

2. Per rendere effettivo l'esercizio delle facoltà di cui al comma 1, le pubbliche amministrazioni provvedono, anche attraverso convenzioni con altri enti, a garantire la presenza di personale che sia in grado di rispondere alle richieste del pubblico usando la lingua ammessa a tutela. A tal fine è istituito, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri - Dipartimento per gli affari regionali, un Fondo nazionale per la tutela delle minoranze linguistiche con una dotazione finanziaria annua di lire 9.800.000.000 a decorrere dal 1999. Tali risorse, da considerare quale limite massimo di spesa, sono ripartite annualmente con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, sentite le amministrazioni interessate.

3. Nei procedimenti davanti al giudice di pace è consentito l'uso della lingua ammessa a tutela. Restano ferme le disposizioni di cui all'articolo 109 del codice di procedura penale.

 

Art. 10.

1. Nei comuni di cui all'articolo 3, in aggiunta ai toponimi ufficiali, i consigli comunali possono deliberare l'adozione di toponimi conformi alle tradizioni e agli usi locali.

 

Art. 11.

1. I cittadini che fanno parte di una minoranza linguistica riconosciuta ai sensi degli articoli 2 e 3 e residenti nei comuni di cui al medesimo articolo 3, i cognomi o i nomi dei quali siano stati modificati prima della data di entrata in vigore della presente legge o ai quali sia stato impedito in passato di apporre il nome di battesimo nella lingua della minoranza, hanno diritto di ottenere, sulla base di adeguata documentazione, il ripristino degli stessi in forma originaria. Il ripristino del cognome ha effetto anche per i discendenti degli interessati che non siano maggiorenni o che, se maggiorenni, abbiano prestato il loro consenso.

2. Nei casi di cui al comma 1 la domanda deve indicare il nome o il cognome che si intende assumere ed è presentata al sindaco del comune di residenza del richiedente, il quale provvede d'ufficio a trasmetterla al prefetto, corredandola di un estratto dell'atto di nascita. Il prefetto, qualora ricorrano i presupposti previsti dal comma 1, emana il decreto di ripristino del nome o del cognome. Per i membri della stessa famiglia il prefetto può provvedere con un unico decreto. Nel caso di reiezione della domanda, il relativo provvedimento può essere impugnato, entro trenta giorni dalla comunicazione, con ricorso al Ministro di grazia e giustizia, che decide previo parere del Consiglio di Stato. Il procedimento è esente da spese e deve essere concluso entro novanta giorni dalla richiesta.

3. Gli uffici dello stato civile dei comuni interessati provvedono alle annotazioni conseguenti all'attuazione delle disposizioni di cui al presente articolo. Tutti gli altri registri, tutti gli elenchi e ruoli nominativi sono rettificati d'ufficio dal comune e dalle altre amministrazioni competenti

 

Art. 12.

1. Nella convenzione tra il Ministero delle comunicazioni e la società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo e nel conseguente contratto di servizio sono assicurate condizioni per la tutela delle minoranze linguistiche nelle zone di appartenenza.

2. Le regioni interessate possono altresì stipulare apposite convenzioni con la società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo per trasmissioni giornalistiche o programmi nelle lingue ammesse a tutela, nell'ambito delle programmazioni radiofoniche e televisive regionali della medesima società concessionaria; per le stesse finalità le regioni possono stipulare appositi accordi con emittenti locali.

3. La tutela delle minoranze linguistiche nell'ambito del sistema delle comunicazioni di massa è di competenza dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni di cui alla legge 31 luglio 1997, n. 249, fatte salve le funzioni di indirizzo della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi.

 

Art. 13.

1. Le regioni a statuto ordinario, nelle materie di loro competenza, adeguano la propria legislazione ai princìpi stabiliti dalla presente legge, fatte salve le disposizioni legislative regionali vigenti che prevedano condizioni più favorevoli per le minoranze linguistiche.

 

Art. 14.

1. Nell'ambito delle proprie disponibilità di bilancio le regioni e le province in cui siano presenti i gruppi linguistici di cui all'articolo 2 nonché i comuni ricompresi nelle suddette province possono determinare, in base a criteri oggettivi, provvidenze per l'editoria, per gli organi di stampa e per le emittenti radiotelevisive a carattere privato che utilizzino una delle lingue ammesse a tutela, nonché per le associazioni riconosciute e radicate nel territorio che abbiano come finalità la salvaguardia delle minoranze linguistiche.

 

Art. 15.

1. Oltre a quanto previsto dagli articoli 5, comma 1, e 9, comma 2, le spese sostenute dagli enti locali per l'assolvimento degli obblighi derivanti dalla presente legge sono poste a carico del bilancio statale entro il limite massimo complessivo annuo di lire 8.700.000.000 a decorrere dal 1999.

2. L'iscrizione nei bilanci degli enti locali delle previsioni di spesa per le esigenze di cui al comma 1 è subordinata alla previa ripartizione delle risorse di cui al medesimo comma 1 tra gli enti locali interessati, da effettuare con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri.

3. L'erogazione delle somme ripartite ai sensi del comma 2 avviene sulla base di una appropriata rendicontazione, presentata dall'ente locale competente, con indicazione dei motivi dell'intervento e delle giustificazioni circa la congruità della spesa

 

Art. 16.

1. Le regioni e le province possono provvedere, a carico delle proprie disponibilità di bilancio, alla creazione di appositi istituti per la tutela delle tradizioni linguistiche e culturali delle popolazioni considerate dalla presente legge, ovvero favoriscono la costituzione di sezioni autonome delle istituzioni culturali locali già esistenti

 

Art. 17.

1. Le norme regolamentari di attuazione della presente legge sono adottate entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della medesima, sentite le regioni interessate (3).

 

Art. 18.

1. Nelle regioni a statuto speciale l'applicazione delle disposizioni più favorevoli previste dalla presente legge è disciplinata con norme di attuazione dei rispettivi statuti. Restano ferme le norme di tutela esistenti nelle medesime regioni a statuto speciale e nelle province autonome di Trento e di Bolzano.

2. Fino all'entrata in vigore delle norme di attuazione di cui al comma 1, nelle regioni a statuto speciale il cui ordinamento non preveda norme di tutela si applicano le disposizioni di cui alla presente legge

 

Art. 18-bis.

1. Le disposizioni di cui all'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e successive modificazioni, ed al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, si applicano anche ai fini di prevenzione e di repressione dei fenomeni di intolleranza e di violenza nei confronti degli appartenenti alle minoranze linguistiche (4).

 

Art. 19.

1. La Repubblica promuove, nei modi e nelle forme che saranno di caso in caso previsti in apposite convenzioni e perseguendo condizioni di reciprocità con gli Stati esteri, lo sviluppo delle lingue e delle culture di cui all'articolo 2 diffuse all'estero, nei casi in cui i cittadini delle relative comunità abbiano mantenuto e sviluppato l'identità socio-culturale e linguistica d'origine.

2. Il Ministero degli affari esteri promuove le opportune intese con altri Stati, al fine di assicurare condizioni favorevoli per le comunità di lingua italiana presenti sul loro territorio e di diffondere all'estero la lingua e la cultura italiane. La Repubblica favorisce la cooperazione transfrontaliera e interregionale anche nell'ambito dei programmi dell'Unione europea.

3. Il Governo presenta annualmente al Parlamento una relazione in merito allo stato di attuazione degli adempimenti previsti dal presente articolo.

 

Art. 20.

1. All'onere derivante dall'attuazione della presente legge, valutato in lire 20.500.000.000 a decorrere dal 1999, si provvede mediante corrispondente riduzione delle proiezioni dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 1998-2000, nell'ambito dell'unità previsionale di base di parte corrente “Fondo speciale” dello stato di previsione del Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica per l'anno 1998, allo scopo parzialmente utilizzando, quanto a lire 18.500.000.000, l'accantonamento relativo alla Presidenza del Consiglio dei ministri e, quanto a lire 2.000.000.000, l'accantonamento relativo al Ministero della pubblica istruzione. 2. Il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

Legge 23 febbraio 2001, n. 38.

Norme a tutela della minoranza linguistica slovena della regione Friuli-Venezia Giulia.

Pubblicata nella Gazz. Uff. 8 marzo 2001, n. 56.

 

1. Riconoscimento della minoranza slovena.

1. La Repubblica riconosce e tutela i diritti dei cittadini italiani appartenenti alla minoranza linguistica slovena presente nelle province di Trieste, Gorizia e Udine, a norma degli articoli 2, 3 e 6 della Costituzione e dell'articolo 3 della legge costituzionale 31 gennaio 1963, n. 1, recante approvazione dello Statuto speciale della regione Friuli-Venezia Giulia, in conformità ai princìpi generali dell'ordinamento ed ai princìpi proclamati nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, nelle convenzioni internazionali e nei trattati sottoscritti dal Governo italiano.

2. Ai cittadini italiani appartenenti alla minoranza linguistica slovena si applicano le disposizioni della legge 15 dicembre 1999, n. 482, salvo quanto espressamente previsto dalla presente legge.

 

2. Adesione ai princìpi della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie.

1. Le misure di tutela della minoranza slovena previste dalla presente legge si ispirano, oltre che alla Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali, fatta a Strasburgo il 1° febbraio 1995 e ratificata ai sensi della legge 28 agosto 1997, n. 302, ai seguenti princìpi affermati nella Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, fatta a Strasburgo il 5 novembre 1992:

a) il riconoscimento delle lingue regionali o minoritarie come espressione di ricchezza culturale;

b) il rispetto dell'àmbito territoriale di ciascuna lingua;

c) la necessità di una risoluta azione di affermazione delle lingue regionali o minoritarie finalizzata alla loro salvaguardia;

d) la promozione della cooperazione transfrontaliera e interregionale anche nell'àmbito dei programmi dell'Unione europea.

 

3. Comitato istituzionale paritetico per i problemi della minoranza slovena.

1. Con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, è istituito entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge il Comitato istituzionale paritetico per i problemi della minoranza slovena, di seguito denominato «Comitato», composto da venti membri, di cui dieci cittadini italiani di lingua slovena.

2. Fanno parte del Comitato:

a) quattro membri nominati dal Consiglio dei ministri, dei quali uno di lingua slovena;

b) sei membri nominati dalla giunta regionale del Friuli-Venezia Giulia, di cui quattro di lingua slovena designati dalle associazioni più rappresentative della minoranza;

c) tre membri nominati dall'assemblea degli eletti di lingua slovena nei consigli degli enti locali del territorio di cui all'articolo 1; l'assemblea viene convocata dal presidente del consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge;

d) sette membri, di cui due appartenenti alla minoranza di lingua slovena, nominati dal consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia con voto limitato.

3. Con il decreto istitutivo di cui al comma 1 sono stabilite le norme per il funzionamento del Comitato. Il Comitato ha sede a Trieste.

4. Per la partecipazione ai lavori del Comitato è riconosciuto ai componenti solo il rimborso delle spese di viaggio.

5. Per le finalità di cui al presente articolo è autorizzata la spesa massima di lire 98,5 milioni annue a decorrere dall'anno 2001.

 

4. Àmbito territoriale di applicazione della legge.

1. Le misure di tutela della minoranza slovena previste dalla presente legge si applicano alle condizioni e con le modalità indicate nella legge stessa, nel territorio in cui la minoranza è tradizionalmente presente. In tale territorio sono considerati inclusi i comuni o le frazioni di essi indicati in una tabella predisposta, su richiesta di almeno il 15 per cento dei cittadini iscritti nelle liste elettorali o su proposta di un terzo dei consiglieri dei comuni interessati, dal Comitato entro diciotto mesi dalla sua costituzione, ed approvata con decreto del Presidente della Repubblica.

2. Qualora il Comitato non sia in grado di predisporre nel termine previsto la tabella di cui al comma 1, la tabella stessa è predisposta nei successivi sei mesi dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, sentite le amministrazioni interessate e tenendo conto del lavoro svolto dal Comitato, fermo restando quanto stabilito dall'articolo 25 della presente legge.

 

5. Tutela delle popolazioni germanofone della Val Canale.

1. Nel quadro delle disposizioni della legge 15 dicembre 1999, n. 482, e dei princìpi della presente legge, forme particolari di tutela sono garantite alle popolazioni germanofone della Val Canale, tenendo conto della situazione quadrilingue della zona, senza nuovi o maggiori oneri per il bilancio dello Stato.

 

6. Testo unico.

1. Il Governo è delegato ad emanare, entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sentito il Comitato, un decreto legislativo contenente il testo unico delle disposizioni legislative vigenti concernenti la minoranza slovena della regione Friuli-Venezia Giulia, riunendole e coordinandole fra loro e con le norme della presente legge.

 

7. Nomi, cognomi, denominazioni slovene.

1. Gli appartenenti alla minoranza slovena hanno il diritto di dare ai propri figli nomi sloveni. Essi hanno inoltre il diritto di avere il proprio nome e cognome scritti o stampati in forma corretta secondo l'ortografia slovena in tutti gli atti pubblici.

2. Il diritto alla denominazione, agli emblemi ed alle insegne in lingua slovena spetta sia alle imprese slovene sia alle altre persone giuridiche, nonché ad istituti, enti, associazioni e fondazioni sloveni.

3. I cittadini appartenenti alla minoranza slovena possono ottenere il cambiamento del proprio nome redatto in lingua italiana e loro imposto anteriormente alla data di entrata in vigore della legge 31 ottobre 1966, n. 935, nel corrispondente nome in lingua slovena o in quello, sempre in lingua slovena, abitualmente usato nelle proprie relazioni sociali.

4. Ciascun cittadino il cui cognome sia stato in passato modificato o comunque alterato, che non sia in grado di esperire le procedure previste dalla legge 28 marzo 1991, n. 114, può ottenere il cambiamento dell'attuale cognome nella forma e nella grafia slovena, avvalendosi delle procedure previste dall'articolo 11 della legge 15 dicembre 1999, n. 482.

5. Il regio decreto-legge 10 gennaio 1926, n. 16, convertito dalla legge 24 maggio 1926, n. 898, è abrogato.

6. I procedimenti di cambiamento del nome e del cognome previsti dal presente articolo sono esenti da ogni imposta, tassa o diritto, anche negli atti e procedimenti successivi al cambiamento. L'esercizio del diritto di cui al comma 2 non comporta l'applicazione di oneri fiscali aggiuntivi.

 

8. Uso della lingua slovena nella pubblica amministrazione.

1. Fermo restando il carattere ufficiale della lingua italiana, alla minoranza slovena presente nel territorio di cui all'articolo 1 è riconosciuto il diritto all'uso della lingua slovena nei rapporti con le autorità amministrative e giudiziarie locali, nonché con i concessionari di servizi di pubblico interesse aventi sede nel territorio di cui all'articolo 1 e competenza nei comuni di cui all'articolo 4, secondo le modalità previste dal comma 4 del presente articolo. È riconosciuto altresì il diritto di ricevere risposta in lingua slovena:

a) nelle comunicazioni verbali, di norma direttamente o per il tramite di un interprete;

b) nella corrispondenza, con almeno una traduzione allegata al testo redatto in lingua italiana.

2. Dall'applicazione del comma 1 sono escluse le Forze armate e le Forze di polizia nell'espletamento dei rispettivi compiti istituzionali, salvo che per i procedimenti amministrativi, per le Forze armate limitatamente agli uffici di distretto, avviati a richiesta di cittadini di lingua slovena e fermo restando quanto stabilito dall'articolo 109 del codice di procedura penale. Restano comunque esclusi dall'applicazione del comma 1 i procedimenti amministrativi avviati dal personale delle Forze armate e di polizia nei rapporti interni con l'amministrazione di appartenenza.

3. Nei comuni di cui all'articolo 4 gli atti e i provvedimenti di qualunque natura destinati ad uso pubblico e redatti su moduli predisposti, compresi i documenti di carattere personale quali la carta di identità e i certificati anagrafici, sono rilasciati, a richiesta dei cittadini interessati, sia in lingua italiana e slovena sia nella sola lingua italiana. L'uso della lingua slovena è previsto anche con riferimento agli avvisi e alle pubblicazioni ufficiali.

4. Al fine di rendere effettivi ed attuabili i diritti di cui ai commi 1, 2 e 3, le amministrazioni interessate, compresa l'amministrazione dello Stato, adottano, nei territori compresi nella tabella di cui all'articolo 4, le necessarie misure, adeguando i propri uffici, l'organico del personale e la propria organizzazione interna, nel rispetto delle vigenti procedure di programmazione delle assunzioni di cui all'articolo 39 della legge 27 dicembre 1997, n. 449, e successive modificazioni, ed entro i limiti delle risorse finanziarie disponibili ai sensi del presente articolo. Nelle zone centrali delle città di Trieste e Gorizia e nella città di Cividale del Friuli, invece, le singole amministrazioni interessate istituiscono, anche in forma consorziata, un ufficio rivolto ai cittadini ancorché residenti in territori non previsti dall'articolo 4 che intendono avvalersi dei diritti di cui ai commi 1, 2 e 3.

5. Le modalità di attuazione delle disposizioni di cui al comma 1 per i concessionari di servizi di pubblico interesse sono disciplinate mediante specifiche convenzioni, entro i limiti delle risorse finanziarie disponibili ai sensi del presente articolo, dagli enti pubblici interessati di intesa con il Comitato.

6. Nell'àmbito della propria autonomia statutaria i comuni e le province provvedono all'eventuale modifica ed integrazione dei propri statuti conformemente alle disposizioni della presente legge.

7. Fino all'adozione dei provvedimenti di cui ai commi 4 e 6 rimangono in vigore le misure già adottate a tutela dei diritti previsti dal presente articolo.

8. Per il progressivo conseguimento delle finalità di cui al presente articolo è autorizzata la spesa massima di lire 5.805 milioni annue a decorrere dall'anno 2001.

9. La regione Friuli-Venezia Giulia, gli enti locali di cui all'articolo 4 ed altri soggetti pubblici possono contribuire con risorse aggiuntive alla realizzazione degli interventi necessari per l'attuazione del presente articolo, sentito a tale fine il Comitato.

10. Con decreto del Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, da emanare entro il 31 gennaio di ciascun anno, sentito il Comitato, sono determinati i termini e le modalità per la ripartizione delle risorse di cui al comma 8 tra i soggetti interessati.

 

9. Uso della lingua slovena negli organi elettivi.

1. Negli organi collegiali e nelle assemblee elettive aventi sede nei territori di cui all'articolo 4 è riconosciuto il diritto all'uso della lingua slovena negli interventi orali e scritti, nonché nella presentazione di proposte, mozioni, interrogazioni ed interpellanze, compresa l'eventuale attività di verbalizzazione. Le relative modalità di attuazione sono stabilite dagli statuti e dai regolamenti degli organi elettivi.

2. A cura dell'amministrazione competente si provvede alla traduzione contestuale in lingua italiana sia degli interventi orali sia di quelli scritti.

3. I componenti degli organi e delle assemblee elettive possono svolgere le pubbliche funzioni di cui sono eventualmente incaricati anche in lingua slovena, a richiesta degli interessati.

4. Nei rapporti tra i pubblici uffici situati nei territori di cui all'articolo 4 è ammesso l'uso congiunto della lingua slovena con la lingua italiana.

 

10. Insegne pubbliche e toponomastica.

1. Con decreto del presidente della giunta regionale, sulla base della proposta del Comitato e sentiti gli enti interessati, sono individuati, sulla base della tabella di cui all'articolo 4, i comuni, le frazioni di comune, le località e gli enti in cui l'uso della lingua slovena è previsto in aggiunta a quella italiana nelle insegne degli uffici pubblici, nella carta ufficiale e, in genere, in tutte le insegne pubbliche, nonché nei gonfaloni. Le stesse disposizioni si applicano anche per le indicazioni toponomastiche e per la segnaletica stradale.

2. Per le finalità di cui al presente articolo è autorizzata la spesa massima di lire 128 milioni annue per gli anni dal 2001 al 2005.

 

11. Scuole pubbliche con lingua di insegnamento slovena.

1. Per quanto non diversamente disposto dalla presente legge, continuano ad applicarsi le disposizioni di cui alle L. 19 luglio 1961, n. 1012, e L. 22 dicembre 1973, n. 932. All'articolo 2, commi primo e secondo, della legge 22 dicembre 1973, n. 932, dopo le parole: «di lingua materna slovena» sono inserite le seguenti: «o con piena conoscenza della lingua slovena».

2. Fermo restando quanto stabilito dal terzo comma dell'articolo 1 della legge 19 luglio 1961, n. 1012, per la riorganizzazione delle scuole con lingua di insegnamento slovena si procede secondo le modalità operative stabilite dagli articoli 2, 3, 4, 5 e 6 del decreto del Presidente della Repubblica 18 giugno 1998, n. 233, e nel rispetto delle competenze previste dagli articoli 137, 138 e 139 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, sentita la Commissione scolastica regionale per l'istruzione in lingua slovena di cui all'articolo 13, comma 3, della presente legge.

3. All'articolo 4 della legge 19 luglio 1961, n. 1012, sono aggiunte, in fine, le parole: «sentita la Commissione scolastica regionale per l'istruzione in lingua slovena».

4. Nell'ordinamento delle scuole con lingua di insegnamento slovena è ammesso l'uso della lingua slovena nei rapporti con l'amministrazione scolastica, negli atti e nelle comunicazioni, nella carta ufficiale e nelle insegne pubbliche.

5. A decorrere dal 1° gennaio 2001, l'importo del fondo di cui all'articolo 8 della legge 22 dicembre 1973, n. 932, è aumentato a lire 250 milioni annue. Il fondo può essere utilizzato anche per compensi relativi alla redazione e stampa di dispense scolastiche ed altro materiale didattico, nonché a favore di autori di testi e dispense che non siano cittadini italiani appartenenti all'area culturale slovena. La gestione del fondo, la definizione dei criteri per la sua utilizzazione, anche attraverso piani di spesa pluriennali, e la proposta per la sua periodica rivalutazione sono di competenza della Commissione di cui all'articolo 13, comma 3. Per le finalità di cui al presente comma è autorizzata la spesa massima di lire 155,5 milioni annue a decorrere dall'anno 2001.

 

12. Disposizioni per la provincia di Udine.

1. Nelle scuole materne site nei comuni della provincia di Udine compresi nella tabella di cui all'articolo 4, la programmazione educativa comprenderà anche argomenti relativi alle tradizioni, alla lingua ed alla cultura locali da svolgere anche in lingua slovena, senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato.

2. Negli istituti di istruzione obbligatoria siti nei comuni di cui al comma 1 l'insegnamento della lingua slovena, della storia e delle tradizioni culturali e linguistiche locali è compreso nell'orario curricolare obbligatorio determinato dagli stessi istituti nell'esercizio dell'autonomia organizzativa e didattica di cui all'articolo 21, commi 8 e 9, della legge 15 marzo 1997, n. 59. Detti istituti deliberano le modalità di svolgimento delle suddette attività curricolari, stabilendone i tempi e le metodologie, nonché i criteri di valutazione degli alunni e le modalità d'impiego dei docenti qualificati. Al momento della preiscrizione i genitori comunicano alla istituzione scolastica interessata se intendono avvalersi per i propri figli dell'insegnamento della lingua della minoranza.

3. Nelle scuole secondarie delle province di Trieste, Gorizia e Udine, frequentate da alunni provenienti dai comuni di cui al comma 1, possono essere istituiti corsi opzionali di lingua slovena anche in deroga al numero minimo di alunni previsto dall'ordinamento scolastico.

4. Il Ministro della pubblica istruzione, sentita la Commissione di cui all'articolo 13, comma 3, fissa con proprio decreto, per le attività curricolari di cui al comma 2, gli obiettivi generali e specifici del processo di apprendimento e gli standard relativi alla qualità del servizio, definendo i requisiti per la nomina degli insegnanti.

5. La scuola materna privata e la scuola elementare parificata con insegnamento bilingue sloveno-italiano, gestite dall'Istituto per l'istruzione slovena di San Pietro al Natisone in provincia di Udine, sono riconosciute come scuole statali. Alle predette scuole si applicano le disposizioni di legge e regolamentari vigenti per le corrispondenti scuole statali. Per le finalità di cui al presente comma è autorizzata la spesa massima di lire 1.436 milioni annue a decorrere dall'anno 2001.

6. Nei comuni della provincia di Udine compresi nella tabella di cui all'articolo 4 è prevista l'istituzione, sentito il Comitato e secondo le modalità operative di cui al comma 2 dell'articolo 11, di scuole statali bilingui o con sezioni di esse, con insegnamento nelle lingue italiana e slovena, senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato. Le misure da adottare per il funzionamento di tali scuole sono predisposte sentita la Commissione di cui all'articolo 13, comma 3.

7. Le iniziative previste dal comma 2 sono realizzate dalle istituzioni scolastiche autonome, avvalendosi delle risorse umane a disposizione, della dotazione finanziaria attribuita ai sensi dell'articolo 21, comma 5, della legge 15 marzo 1997, n. 59, nonché delle risorse aggiuntive reperibili con convenzioni, prevedendo tra le priorità stabilite dal medesimo comma 5 quelle di cui alla presente legge.

 

13. Organi per l'amministrazione scolastica.

1. Per la trattazione degli affari riguardanti l'istruzione in lingua slovena, presso l'ufficio scolastico regionale del Friuli-Venezia Giulia è istituito uno speciale ufficio diretto da un dirigente regionale nominato dal Ministro della pubblica istruzione tra il personale dirigenziale dei ruoli dell'amministrazione scolastica centrale e periferica e tra i dirigenti scolastici delle scuole con lingua di insegnamento slovena. Tale ufficio provvede a gestire i ruoli del personale delle scuole e degli istituti con lingua di insegnamento slovena.

2. Al personale dell'ufficio di cui al comma 1 è richiesta la piena conoscenza della lingua slovena.

3. Al fine di soddisfare le esigenze di autonomia dell'istruzione in lingua slovena è istituita la Commissione scolastica regionale per l'istruzione in lingua slovena, presieduta dal dirigente regionale di cui al comma 1. La composizione della Commissione, le modalità di nomina ed il suo funzionamento sono disciplinati, senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro della pubblica istruzione, sentito il Comitato, entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge. La Commissione di cui al presente comma sostituisce quella prevista dall'articolo 9 della legge 22 dicembre 1973, n. 932, fatto salvo quanto previsto dall'articolo 24 della presente legge.

4. Per le finalità di cui al presente articolo è autorizzata la spesa massima di lire 895 milioni annue a decorrere dall'anno 2001.

 

14. Istituto regionale di ricerca educativa.

1. Ai sensi dell'articolo 288 del testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado, approvato con decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, è istituita apposita sezione dell'istituto regionale di ricerca educativa per il Friuli-Venezia Giulia con competenza per le scuole con lingua di insegnamento slovena, senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato. La composizione della sezione e il suo funzionamento sono disciplinati ai sensi del regolamento di riordino degli istituti regionali di ricerca educativa, previsto dall'articolo 21, comma 10, della legge 15 marzo 1997, n. 59, e dall'articolo 76 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, sentita la Commissione di cui all'articolo 13, comma 3.

 

15. Istruzione musicale.

1. Con decreto del Ministro dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica, di concerto con il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, è istituita, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, la sezione autonoma con lingua di insegnamento slovena del conservatorio di musica «Giuseppe Tartini» di Trieste. Con il medesimo decreto sono stabiliti i relativi organici del personale docente, amministrativo, tecnico ed ausiliario ed i relativi specifici ruoli; per un triennio su e da tali cattedre non sono consentiti trasferimenti e passaggi. L'attuale organico di diritto del conservatorio di musica «Giuseppe Tartini» resta fermo per un triennio, fatta salva l'attivazione di nuovi insegnamenti e scuole nonché la definitiva stabilizzazione del corso di lingua italiana per stranieri.

2. Con ordinanza del Ministero dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica saranno fissate le modalità di funzionamento e le materie della sezione autonoma di cui al comma 1, nonché le modalità di reclutamento del personale docente, amministrativo, tecnico ed ausiliario. Ai fini del reclutamento del personale docente il servizio prestato nei centri musicali di lingua slovena «Glasbena matica» e «Emil Komel» è considerato alla stregua del servizio prestato in conservatori o istituti di musica pareggiati. Per il reclutamento del personale docente e non docente a tempo indeterminato o determinato si applicano le disposizioni di cui all'articolo 425 del testo unico approvato con decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297.

3. Gli insegnanti della sezione autonoma di cui comma 1 fanno parte a pieno titolo del collegio dei professori del conservatorio, articolato in due sezioni, rispettivamente con insegnamento in lingua italiana e con insegnamento in lingua slovena. Per pareri e deliberazioni relativi a questioni e problematiche specifiche, quali le iniziative di sperimentazione, relative alla singola sezione, il direttore del conservatorio convoca solo la corrispondente sezione. In tali casi le pronunce hanno valenza circoscritta alla sezione che le ha deliberate. L'attività di ciascuna sezione deve essere coerente con il piano annuale delle attività formative del conservatorio e con la programmazione didattico-artistica generale, la cui elaborazione compete al collegio plenario dei docenti.

4. Gli insegnanti della sezione autonoma con lingua di insegnamento slovena eleggono al loro interno un coordinatore della sezione medesima che è esonerato dall'attività di insegnamento per tutto il periodo dell'incarico. Gli atti del direttore del conservatorio concernenti la sezione autonoma sono adottati previo parere del coordinatore.

5. Il coordinatore di cui al comma 4, per la durata dell'incarico, è membro del consiglio di amministrazione del conservatorio di musica «Giuseppe Tartini», di cui fanno parte, altresì, due esperti, di cui uno appartenente alla minoranza slovena, designati dalla giunta regionale del Friuli-Venezia Giulia.

6. Per le finalità di cui al presente articolo è autorizzata la spesa massima di lire 1.049 milioni annue a decorrere dall'anno 2001.

 

16. Istituzioni e attività della minoranza slovena.

1. La regione Friuli-Venezia Giulia provvede al sostegno delle attività e delle iniziative culturali, artistiche, sportive, ricreative, scientifiche, educative, informative e editoriali promosse e svolte da istituzioni ed associazioni della minoranza slovena. A tale fine, la regione consulta le istituzioni anche di natura associativa della minoranza slovena. Per le finalità di cui al presente comma, è data priorità al funzionamento della stampa in lingua slovena. Per le finalità di cui al presente comma lo Stato assegna ogni anno propri contributi, che confluiscono in un apposito fondo nel bilancio della regione Friuli-Venezia Giulia.

2. Al fondo di cui al comma 1 è destinata per l'anno 2001 la somma di lire 5.000 milioni e per l'anno 2002 la somma di lire 10.000 milioni. Per gli anni successivi, l'ammontare del fondo di cui al comma 1 è determinato annualmente dalla legge finanziaria ai sensi dell'articolo 11, comma 3, lettera d), della legge 5 agosto 1978, n. 468, e successive modificazioni.

 

17. Rapporti con la Repubblica di Slovenia.

1. Il Governo assume le iniziative necessarie al fine di agevolare e favorire i rapporti tra le popolazioni di confine e tra la minoranza slovena e le istituzioni culturali della Repubblica di Slovenia e assicura lo sviluppo della cooperazione transfrontaliera e interregionale, anche nell'àmbito delle iniziative e dei programmi dell'Unione europea.

 

18. Teatro stabile sloveno.

1. Fermo restando quanto previsto in materia dalla legislazione nazionale, il «Teatro stabile sloveno di Trieste - Slovensko stalno gledalisce» è riconosciuto come organismo di produzione teatrale a gestione pubblica, anche agli effetti delle relative contribuzioni a carico dello Stato.

 

19. Restituzione di beni immobili.

1. La casa di cultura «Narodni dom» di Trieste - rione San Giovanni, costituita da edificio e accessori, è trasferita alla regione Friuli-Venezia Giulia per essere utilizzata, a titolo gratuito, per le attività di istituzioni culturali e scientifiche di lingua slovena. Nell'edificio di Via Filzi 9 a Trieste, già «Narodni dom», e nell'edificio di Corso Verdi, già «Trgovski dom», di Gorizia trovano sede istituzioni culturali e scientifiche sia di lingua slovena (a partire dalla Narodna in studijska Knjiznica - Biblioteca degli studi di Trieste) sia di lingua italiana compatibilmente con le funzioni attualmente ospitate nei medesimi edifici, previa intesa tra regione e università degli studi di Trieste per l'edificio di Via Filzi di Trieste, e tra regione e Ministero delle finanze per l'edificio di Corso Verdi di Gorizia.

2. In caso di mancata intesa entro cinque anni, si provvede, entro i successivi sei mesi, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri.

3. Le modalità di uso e di gestione sono stabilite dall'amministrazione regionale sentito il Comitato.

 

20. Tutela del patrimonio storico ed artistico.

1. Ai fini di cui all'articolo 9 della Costituzione, la regione Friuli-Venezia Giulia, le province ed i comuni compresi nella tabella di cui all'articolo 4 adottano misure di tutela anche nel rispetto delle caratteristiche peculiari delle località abitate dalla minoranza slovena, sia con riferimento ai monumenti storici ed artistici, sia con riferimento alle usanze tradizionali e ad altre forme di espressione della cultura della popolazione slovena, ivi compresi progetti di carattere interculturale.

2. Ai fini di cui al comma 1 gli enti interessati avviano adeguate forme di consultazione con le organizzazioni e le altre associazioni rappresentative della minoranza slovena.

 

21. Tutela degli interessi sociali, economici ed ambientali.

1. Nei territori di cui all'articolo 4 l'assetto amministrativo, l'uso del territorio, i piani di programmazione economica, sociale ed urbanistica e la loro attuazione anche in caso di espropri devono tendere alla salvaguardia delle caratteristiche storico-culturali.

2. Ai fini di cui al comma 1 e d'intesa con il Comitato, negli organi consultivi competenti deve essere garantita una adeguata rappresentanza della minoranza slovena.

3. Per consentire l'attuazione di interventi volti allo sviluppo dei territori dei comuni della provincia di Udine compresi nelle comunità montane del Canal del Ferro - Val Canale, Valli del Torre e Valli del Natisone, nei quali è storicamente insediata la minoranza slovena, a decorrere dall'anno 2001 lo Stato assegna alla regione Friuli-Venezia Giulia un contributo annuo pari a lire 1.000 milioni.

4. Per le finalità di cui al presente articolo è autorizzata la spesa massima di lire 1.000 milioni annue a decorrere dall'anno 2001.

 

22. Organizzazioni e attività sindacali.

1. Alle organizzazioni sindacali e di categoria che svolgono la loro attività prevalentemente in lingua slovena, le quali, per la loro consistenza e diffusione sui territori di cui all'articolo 4, abbiano carattere di rappresentatività all'interno della minoranza, sono estesi, sentito il Comitato, in ordine all'esercizio delle attività sindacali in genere ed al diritto alla rappresentanza negli organi collegiali della pubblica amministrazione e degli enti operanti nei settori di interesse, i diritti riconosciuti dalla legge alle associazioni e alle organizzazioni aderenti alle confederazioni sindacali maggiormente rappresentative sul piano nazionale.

 

23. Integrazioni alla legge 15 dicembre 1999, n. 482, in materia di tutela penale delle minoranze linguistiche.

1. Dopo l'articolo 18 della legge 15 dicembre 1999, n. 482, è inserito il seguente:

«Art. 18-bis. - 1. Le disposizioni di cui all'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e successive modificazioni, ed al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, si applicano anche ai fini di prevenzione e di repressione dei fenomeni di intolleranza e di violenza nei confronti degli appartenenti alle minoranze linguistiche».

 

24. Norma transitoria.

1. Fino alla costituzione della Commissione di cui all'articolo 13, comma 3, le relative competenze sono esercitate dalla Commissione di cui all'articolo 9 della legge 22 dicembre 1973, n. 932, opportunamente integrata dal provveditore agli studi di Udine, o da un suo delegato, e da due cittadini di lingua slovena designati dal consiglio provinciale di Udine, con voto limitato.

 

25. Modifiche dell'àmbito territoriale di applicazione della legge.

1. La tabella di cui all'articolo 4 può essere modificata con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Comitato, senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato.

2. Su proposta del Comitato le misure di tutela previste dalla presente legge si applicano, in quanto compatibili, anche al di fuori dei territori di cui all'articolo 4, in favore degli appartenenti alla minoranza slovena, quando si tratti di attività intese alla conservazione e promozione della loro identità culturale, storica e linguistica, senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato.

3. Ai cittadini di cui al comma 2 è comunque garantito l'esercizio dei diritti di cui ai commi 1, 2 e 3 dell'articolo 8 limitatamente ai rapporti con gli enti sovracomunali già operanti secondo le modalità previste dal comma 4 dell'articolo 8.

4. L'elenco previsto dall'articolo 10 può essere modificato con decreto del Presidente della giunta regionale, sulla base della proposta del Comitato, e sentiti gli enti interessati.

 

26. Disposizioni in materia elettorale.

1. Le leggi elettorali per l'elezione del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati dettano norme per favorire l'accesso alla rappresentanza di candidati appartenenti alla minoranza slovena.

 

27. Copertura finanziaria.

1. Agli oneri derivanti dalle autorizzazioni di spesa di cui agli articoli 3, 8, 10, 11, 12, 13, 15, 16 e 21 della presente legge, pari a lire 15.567.000.000 per l'anno 2001 ed a lire 20.567.000.000 a decorrere dall'anno 2002, si provvede mediante utilizzo delle proiezioni, per i medesimi anni, dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2000-2002, nell'àmbito dell'unità previsionale di base di parte corrente «Fondo speciale» dello stato di previsione del Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica per l'anno 2000, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al Ministero medesimo.

2. Il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

 

28. Disposizioni finali.

1. Fermo restando quanto disposto dalla presente legge, rimangono in vigore le misure di tutela comunque adottate in attuazione dello Statuto speciale allegato al Memorandum d'intesa di Londra del 5 ottobre 1954, richiamato dall'articolo 8 del trattato tra la Repubblica italiana e la Repubblica socialista federativa di Jugoslavia, con allegati, ratificato, unitamente all'accordo tra le stesse Parti, con allegati, all'atto finale ed allo scambio di note, firmati ad Osimo (Ancona) il 10 novembre 1975, ai sensi della legge 14 marzo 1977, n. 73.

2. Nessuna disposizione della presente legge può essere interpretata in modo tale da assicurare un livello di protezione dei diritti della minoranza slovena inferiore a quello già in godimento in base a precedenti disposizioni.

3. Eventuali disposizioni più favorevoli rispetto a quelle previste dalla presente legge, derivanti dalla legislazione nazionale di tutela delle minoranze linguistiche, si applicano, sentito il Comitato, anche in favore della minoranza slovena e germanofona nella regione Friuli-Venezia Giulia, senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato.

4. Dall'attuazione della presente legge non potrà derivare alcun nuovo o maggiore onere per la finanza pubblica oltre a quelli massimi esplicitamente previsti dalla legge stessa e dalle altre leggi concernenti la tutela della minoranza slovena.

 

29. Definizione.

1. Ai fini della presente legge per frazione si intende un centro autonomo dotato di una propria individualità.

La cronologia degli avvenimenti che hanno segnato la storia dell'Italia e dei suoi confini orientali, dalla seconda guerra mondiale al Trattato di Osimo.


dott. Luca Campanotto

Commento giuridico a prima lettura della Proposta di Legge Costituzionale d’iniziativa del Consiglio Regionale approvata ai sensi dell’articolo 63, secondo comma, dello Statuto Speciale nella seduta pomeridiana dell’1 febbraio 2005 e recante «Statuto Speciale della Regione Friuli Venezia Giulia/Regjon Friûl Vignesie Julie/Dežela Furlanija Julijska Krajina/Region Friaul Julisch Venetien», con esclusivo riferimento ai più significativi nodi problematici inerenti la tutela e la promozione delle lingue minoritarie



Così il vigente Statuto Speciale, Legge Costituzionale 1/63:

«Art. 3

Nella Regione è riconosciuta parità di diritti e di trattamento a tutti i cittadini, qualunque sia il gruppo linguistico al quale appartengono, con la salvaguardia delle rispettive caratteristiche etniche e culturali.».


Lo Statuto attualmente vigente, in materia di tutela e promozione delle tre lingue minoritarie regionali e delle rispettive minoranze linguistiche, reca una disposizione, l’articolo 3, redatta in maniera ben ponderata, estremamente equilibrata e molto attenta alla correttezza ed alla proprietà tecnico-giuridiche:

· nell’inciso iniziale dell’unico comma si esordisce proclamando a livello statutario e recependo al vertice della piramide delle fonti del micro-ordinamento regionale autonomo ma comunque derivato prima di tutto un basilare, fondazionale ed insopprimibile principio fondamentale di uguaglianza formale (articolo 3, comma 1, della Costituzione), proseguendo nella consacrazione costituzionale espressa dell’altrettanto evidente corollario, oltremodo rilevante nella nostra materia, del divieto di discriminazione negativa in ragione del parametro linguistico;

· sempre nella prima parte dell’unico comma del vigente articolo 3 si può facilmente rinvenire anche un espresso riconoscimento della sicura rilevanza giuridica delle minoranze linguistiche regionali quali formazioni sociali che, pur prive di una autonoma soggettività piena e perfetta, sono riconosciute e tutelate non solamente dall’articolo 6 della Costituzione, ma anche dall’aspirazione che dall’articolo 2 della Costituzione traspare orientata verso la globalità nella protezione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, minoranze linguistiche, queste, che la disposizione caratterizza correttamente quali aggregazioni dei cittadini italiani, inderogabilmente appartenenti al Popolo italiano e quindi alla Nazione italiana – in virtù del pubblico ed indisponibile vincolo della cittadinanza, che indissolubilmente li lega allo Stato italiano quale parte integrante ed indivisibile di un suo fondamentale elemento costitutivo –, ma ugualmente praticanti – nella loro parimenti insopprimibile, riconosciuta e tutelata libertà linguistica – codici linguistici diversi da quello definito come l’unico ammantato di carattere ufficiale da parte dell’ordinamento della Repubblica;

· la disposizione in commento, pur breve, generale e tendenzialmente priva di idoneità applicativa diretta, tuttavia non riduce la tutela linguistica nella Regione Autonoma ad una semplice e formalistica astensione dalle discriminazioni negative da parte della mano pubblica, ma si spinge oltre, completando il già significativo quadro precedentemente delineato anche con un forte e deciso recepimento nell’ordinamento regionale di una necessaria «salvaguardia» delle minoranze e dei diritti linguistici dei rispettivi parlanti, che non è altro se non la declinazione friulana e giuliana del più generale principio fondamentale di uguaglianza anche sostanziale (articolo 3, comma 2, della Costituzione), nonché del conseguente importantissimo corollario della necessità di tutela e promozione dei diritti linguistici (combinato disposto degli articoli 3 e 6 della Costituzione), salvaguardia, questa, che necessariamente presuppone infatti una pubblica opera di protezione e promozione attiva e fattiva di fondamentali diritti inerenti l’uso delle lingue minori riconosciute e tutelate dall’ordinamento anche con il ricorso a forme ragionevoli di discriminazione positiva a favore delle lingue più deboli, diritti, questi, inquadrabili infatti certamente nell’ambito delle libertà fondamentali di natura sociale e positiva, di nuova generazione rispetto ai diritti fondamentali di matrice negativa;

· un altro pregio della disposizione recata dall’articolo 3 è poi quello inerente il suo indefinito campo applicativo in ragione del parametro linguistico, considerato anche che il suo dato testuale, pieno di forme espressive plurali e di certo maggiormente vincolante in campo ermeneutico rispetto ai lavori preliminari, sembra proprio lasciare all’ordinamento legislativo subordinato il delicatissimo compito di puntuale identificazione delle tre minoranze regionali cui applicare i principi fondamentali che reca, tra l’altro sulla scia delle scelte che nel 1948 il Costituente aveva consacrato nell’articolo 6 della Costituzione: ecco che una disposizione che nel 1963 per accidens ha avuto origine soprattutto dalla preoccupazione di onorare gli obblighi di natura internazionale gravanti sullo Stato italiano ed inerenti solamente la tutela della minoranza linguistica slovena in Italia (all’epoca, prima del Trattato di Osimo del 1975 – ratificato con L. 73/77 –, solamente il Trattato di Pace di Parigi del 1947 – ratificato con D. Lgs. C. P. S. 1430/47 – e soprattutto il Memorandum di Intesa di Londra del 1954, cui nel 1991 alla Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia è succeduta la Repubblica di Slovenia, atto internazionale, quest’ultimo, la cui efficacia nel nostro ordinamento interno è sempre stata controversa e solo ultimamente ammessa in via generale, sia pur con molte difficoltà), oggi, anche ma non solamente in chiave evolutiva, senza alcuna forzatura delle sue risultanze letterali ben può essere interpretata, a fondamento della tutela riconosciuta non solamente ai residenti slovenofoni, ma anche ai cittadini friulanofoni e germanofoni, a favore quindi di tutte le tre minoranze linguistiche regionali così riconosciute dalla legge statale e regionale, come una disposizione recante norme caratterizzate da un ambito applicativo molto ampio, praticamente onnicomprensivo, nonché, e forse soprattutto, da una piuttosto chiara aspirazione del Legislatore Costituzionale ad una tendenziale e ragionevole uguaglianza del livello di tutela delle tre diverse minoranze linguistiche stanziate sul territorio regionale, implicita ma ben compatibile con i principi supremi della Costituzione (combinato disposto dell’articolo 3 e dell’articolo 6 della Costituzione);

· l’unica osservazione negativa che, rischiando di sconfinare in valutazioni di ordine latamente politico, si può forse muovere ad una tale disciplina inerisce il potenzialmente pericoloso mancato ricorso ad un catalogo espresso delle tre minoranze linguistiche regionali che possa assurgere ad un rango costituzionale ed assicurare quindi tutte le garanzie ad esso legate, soprattutto in relazione alla peculiare forza passiva di tali fonti; ma tale lacuna sembra imputabile non tanto ai redattori del testo statutario, tra i quali figurava il grande maestro di diritto costituzionale Livio Paladin, quanto alla temperie culturale che ha generato il primo Statuto, nato in un clima politico che nella nostra materia era ancora in parte condizionato da visioni non sempre favorevoli all’espresso riconoscimento ed alla piena ed effettiva tutela e promozione delle minoranze linguistiche, delle lingue minori e dei diritti linguistici.


Nonostante qualche inevitabile tara legata all’età, le impressioni circa le concrete implicazioni del vigente Statuto del 1963 non possono quindi che essere sostanzialmente positive.


Così la nuova Proposta di Legge Costituzionale d’iniziativa consiliare 01 Febbraio 2005:


«Art. 5

(Minoranze, lingue regionali o minoritarie e corregionali all'estero)


1. Il Friuli Venezia Giulia valorizza la diversità linguistica come patrimonio comune di tutti i suoi cittadini.


2. La Regione riconosce e tutela con propri atti i diritti di quanti appartengono alla minoranza nazionale slovena e promuove altresì la lingua friulana, la lingua slovena e la lingua tedesca.


3. La Regione provvede con specifiche norme a promuovere l’uso delle lingue di cui al comma 2 nei vari contesti sociali e a valorizzare le culture delle minoranze storiche.


4. La Regione promuove iniziative a favore degli italiani residenti nelle Repubbliche di Slovenia e Croazia; può estendere loro i benefici previsti dalla propria legislazione nel rispetto degli accordi internazionali.


5. La Regione riconosce i corregionali all’estero quale componente fondamentale del Friuli Venezia Giulia, promuove iniziative volte al mantenimento e allo sviluppo dei legami culturali, sociali ed economici con la terra d’origine, favorisce la loro partecipazione attiva alla vita della comunità regionale e agevola il loro eventuale rientro. A tal fine la legge regionale istituisce e disciplina un organo di rappresentanza dei corregionali all’estero.


Art. 35

(Rappresentanza della minoranza slovena)


1. La legge regionale statutaria assicura l'elezione all’Assemblea legislativa regionale di almeno un candidato appartenente alla minoranza slovena.».


L’impressione generale ad una prima lettura della Proposta in commento è contrastata.


Certo non manca un significativo incremento delle garanzie e del livello di tutela a favore di tutte le tre minoranze linguistiche regionali, ad esempio in ragione di una generale ma per certi versi copernicana riscoperta e valorizzazione della diversità linguistica quale patrimonio comune da tutelare e promuovere (articolo 5, comma 1, della Proposta), per il tramite di una per certi versi innovativa e particolarmente importante catalogazione dettagliata dei tre gruppi linguistici tradizionalmente presenti in ambito regionale non più solamente da parte della normativa legislativa di settore ma anche nell’ambito dell’articolato statutario di rango costituzionale (articolo 5, comma 2, ultima parte non evidenziata, della Proposta), per mezzo dell’espresso riconoscimento in capo alla Regione Autonoma di uno specifico titolo di legittimazione alla tutela ed alla promozione linguistica che va a recepire l’oramai pacifica giurisprudenza costituzionale (ex pluribus S. 28/82; S. 312/83; S. 289/87) in tema di competenza legislativa ed amministrativa nella materia trasversale e pertanto condivisa della tutela delle lingue minori (articolo 5, comma 2, prima parte non evidenziata, e comma 3, della Proposta), nonché in forza dell’esplicita previsione costituzionale di competenze regionali legislative ed amministrative di carattere esclusivo sia in generale quanto a tutela linguistica, sia in particolare quanto a definiti ambiti di intervento particolarmente significativi in materia (alcuni punti dell’articolato della Proposta in materia di allocazione di competenze, dei quali abbiamo omesso la citazione in quanto non ci sembra possano originare particolari problemi una volta entrati in vigore).

Nonostante tutto quello che di più positivo le tre minoranze linguistiche regionali possono sperare dall’approvazione della Proposta di revisione statutaria in commento, non si possono tuttavia tacere anche le numerose problematiche di considerevole peso specifico che la Proposta farebbe inevitabilmente sorgere una volta entrata in vigore nell’attuale tenore testuale, e non solamente da un punto di vista di opportunità politica, già approfondito in sede di discussione consiliare dell’articolato e sul quale in questa sede noi non possiamo che sorvolare, ma anche da un punto di vista strettamente giuridico di legittimità costituzionale del nuovo Statuto, che invece ora ci apprestiamo ad esaminare: a voler infatti tacer d’altro, anche ad una prima lettura si evidenziano delle palesi violazioni di insopprimibili principi di rango costituzionale e di livello fondamentale.

Conviene infatti preliminarmente precisare, anche dal punto di vista procedurale, come, anche alla luce della pacifica giurisprudenza costituzionale (ex pluribus S. 1146/88), persino le Leggi Costituzionali e di Revisione Costituzionale non siano solamente parametro di legittimità per il giudizio di costituzionalità delle leggi e degli altri atti normativi aventi valore di legge, ma come possano anche arrivare ad essere persino possibile oggetto di tale giudizio di fronte alla Consulta, in relazione alla violazione di fondamentali principi insopprimibili rientranti nel nocciolo più duro della Costituzione, insuscettibili persino di revisione costituzionale senza contestuale introduzione di una insanabile frattura nel sistema con conseguente irrimediabile rottura dell’ordine costituzionale vigente da cui lo stesso sistema costituzionale deve necessariamente disporre dei mezzi anche giuridici per difendersi, se non altro in forza della sua originaria ed incomprimibile tendenza alla conservazione.

Non sarebbe certo la prima volta che persino una Legge Costituzionale, quale potrebbe anche divenire la Proposta in commento, venisse dichiarata costituzionalmente illegittima per violazione di insopprimibili principi costituzionali, come ad esempio è già accaduto, proprio in relazione ad uno Statuto Speciale (L. Cost. 2/48, di conversione in Legge Costituzionale della Repubblica senza alcuna modificazione dello Statuto Speciale prerepubblicano per la Regione Siciliana recato dal R. D. Lgs. 455/46) ed in riferimento a principi fondamentali meramente impliciti (l’inviolabile unicità della giurisdizione costituzionale), senza alcuna difficoltà da parte della Corte Costituzionale, che non ha avuto molte remore a cancellare pressoché totalmente dall’ordinamento costituzionale la pur prima costituzionalizzata Alta Corte per la Regione Siciliana ed a sostituirsi ad essa (ex pluribus S. 38/57, S. 111/57, S. 31/61, S. 32/61, S. 6/70, S. 72/84; l’Ord. 161/01 rimane comunque un caso isolato).

Con riferimento alla parte della Proposta che per chiarezza abbiamo evidenziato, infatti sembrano proprio evidenti ed insanabili numerosi punti di attrito tra principi che lo stesso testo della Costituzione definisce espressamente come fondamentali (articoli da 1 a 12 della Costituzione) o che tali devono comunque essere ritenuti in via interpretativa alla luce della giurisprudenza costituzionale (pena lo scardinamento delle fondamenta del nostro sistema costituzionale, così come delineate una volta per tutte dal Costituente del 1948: per esempio, secondo la S. 38/57, i principi recati dall’articolo 116 della Costituzione, per quanto a noi specificamente ora interessa, nonostante la più che altro formale sua riscrittura introdotta dalla L. Cost. 3/01) e la formulazione della Proposta in commento, per quanto riguarda la parte che abbiamo isolato e che ci apprestiamo a commentare, nell’impossibilità, oltretutto, di operarne interpretazione adeguatrice rispetto al nocciolo duro della Costituzione senza dover necessariamente alterare il pacifico senso tecnico-giuridico delle parole e delle espressioni che abbiamo sottolineato nel testo del suo articolo 5, comma 2:

· l’entrata in vigore della parte sospetta della Proposta in commento, definendo la minoranza slovena addirittura «nazionale» ed incidendo quindi necessariamente ed espressamente sulla pacifica nozione di basilari concetti giuridici di sicura importanza fondamentale nell’ambito dell’ordinamento costituzionale italiano, determinerebbe una irrimediabile violazione del fondamentale articolo 5 della Costituzione in relazione all’incomprimibile principio di unità ed indivisibilità della Repubblica, che sarebbe menomato se, in seguito all’approvazione dell’attuale formulazione della Proposta, si affermasse non un concetto di Nazione unitario ed onnicomprensivo, dato dalla proiezione spazio-temporale di un Popolo italiano rigorosamente determinato dalla necessaria ed inderogabile aggregazione di tutte le persone fisiche legate al nostro Ente sovrano dal pubblico ed indisponibile criterio giuridico di collegamento della cittadinanza italiana, e quindi dall’aggregazione – squisitamente tecnico-giuridica e comunque neutra e neutrale, molto rispettosa delle minoranze linguistiche e dei diritti fondamentali dei cittadini italiani loro appartenenti – di tutti i cittadini italiani, qualunque sia il loro idioma (ex pluribus PALADIN, DE VERGOTTINI), ma al contrario un’idea di Nazione frazionata e parziale pur nell’ambito dell’unico ordinamento italiano, definita sulla base di criteri di appartenenza linguistica – criteri che, pur cari al Manzoni, non hanno tuttavia determinante rilevanza propriamente giuridica a tale scopo definitorio –: se l’appartenenza linguistica venisse assunta a criterio definitorio della Nazione, non solamente si determinerebbe di riflesso, in una preoccupante eterogenesi dei fini, addirittura una regressione della legittimazione costituzionale della tutela delle minoranze linguistiche, ma anche si frantumerebbe quella che necessariamente deve essere l’unica Nazione italiana, necessariamente intesa come comprensiva anche dei cittadini italiani appartenenti a tutte le minoranze linguistiche, venendo così a mancare, assieme alla Nazione, anche il fondamentale concetto di Popolo italiano, che a sua volta pacificamente dal punto di vista strettamente giuridico altro non è se non uno dei tre elementi essenziali, assieme al territorio ed all’ordinamento sovrano, che vanno a costituire quell’Ente statuale di cui l’articolo 5 vuole inderogabilmente garantire l’unità – pur nel contestuale riconoscimento di peculiarità anche linguistiche che possono essere tollerate e tutelate se e nella misura in cui comunque riconoscano la loro completa appartenenza allo Stato di tradizionale presenza, che è comunque l’unico Stato cui possono legittimamente guardare come riferimento anche per la loro tutela –; a partire quindi da un concetto di Nazione a dir poco equivoco e completamente destituito di fondamento giuridico, in conclusione si potrebbe così anche arrivare a mettere a repentaglio la fondamentale ed incomprimibile unità nazionale;

· l’entrata in vigore della parte sospetta della Proposta, attribuendo solamente alla minoranza slovena la qualificazione giuridica di «minoranza» e proclamando la rilevanza costituzionale dei «diritti» linguistici solamente in capo ai cittadini slovenofoni, mentre alle altre due pur costituzionalmente riconosciute lingue regionali sarebbe contestualmente riservata una più semplice e pericolosamente indefinita «promozione» (articolo 5, comma 2, ultima parte non evidenziata della Proposta), si porrebbe in aperto ed insanabile contrasto con il combinato disposto dell’articolo 3 e dell’articolo 6 della Costituzione, in relazione al fondamentale principio di tendenziale e ragionevole uguaglianza del livello di tutela delle diverse minoranze linguistiche nell’ambito dell’ordinamento italiano (PIERGIGLI), così come puntualmente e significativamente attuato anche dalla Legge 482/99, di riconoscimento e di garanzia di un livello minimo di tutela a favore di tutte le varie minoranze linguistiche d’Italia: pur essendo possibili secondo la giurisprudenza costituzionale tra diverse minoranze linguistiche delle ragionevoli diversificazioni anche quanto al livello di tutela, tali forme di discriminazione positiva nella discriminazione positiva determinata dalla più generale tutela linguistica generale, per essere compatibili con l’insopprimibile canone costituzionale della ragionevolezza, devono necessariamente trovare giustificazione e fondamento in palesi situazioni di obiettiva diversità (ex pluribus S. 233/94, tra l’altro proprio in materia di rappresentanza delle minoranze linguistiche negli organi legislativi), situazioni di obiettiva diversità che quanto al nostro caso sembrano invece insussistenti nell’ambito dello stesso territorio regionale, stante la piena e sicura rilevanza costituzionale non solamente di una cosiddetta «minoranza linguistica forte» – la cui lingua, come quella slovena, risulta ufficializzata in ordinamenti sovrani esteriori –, ma anche di una «minoranza linguistica debole» – la cui lingua, come quella friulana, non viene dichiarata ufficiale in alcuno Stato estero –, considerata anche la onnicomprensiva genericità dell’articolo 6 della Costituzione – che, nella sua amplissima formulazione, di certo non ha recepito in Costituzione certe tralatizie distinzioni dottrinali tra le varie minoranze linguistiche, di stampo prettamente internazionalistico e prive di qualsiasi fondamento giuridico positivo, nonché oggi superate persino nell’ambito dell’ordinamento internazionale tramite la Carta Europea delle lingue regionali e minoritarie adottata in seno al Consiglio d’Europa nel 1992, che va a riconoscere rilevanza giuridica internazionale anche alle minoranze deboli –; del resto, la volontà della Proposta di differenziare oltre ogni ragionevole limite il livello di tutela goduto dalle tre minoranze regionali sembra proprio ulteriormente confermata, a livello di interpretazione sistematica, anche dalla presenza nell’articolato della Proposta del succitato articolo 35, tendente ad assicurare la necessaria rappresentanza in seno all’organo legislativo regionale della sola minoranza slovena, secondo una scelta di discriminazione positiva che non solamente non può fare a meno di rivelarsi molto opinabile, ma che addirittura appare costituzionalmente illegittima a causa dell’inspiegabile e pertanto irragionevole esclusione di tale favor electionis, pur riconosciuto ai cittadini appartenenti alla minoranza slovena, ad esempio a favore dei corregionali appartenenti alla ben più numericamente limitata minoranza germanofona, esclusione, anch’essa, che, essendo manifestamente irragionevole, si pone quindi apertamente in contrasto con il combinato disposto dei fondamentali articoli 3 e 6 della Costituzione;

· l’entrata in vigore della parte sospetta della Proposta in commento, andando inevitabilmente ad incidere su principi e concetti giuridici fondamentali e generalissimi, quali quelli richiamati sopra, determinerebbe inoltre una grave violazione anche del combinato disposto dell’articolo 5 e dell’articolo 116, comma 1, della Costituzione, in relazione alla limitata e circoscritta competenza di produzione giuridica riconosciuta dalla Costituzione agli Statuti Speciali quale contraltare posto a garanzia del supremo principio di unità nazionale rispetto alla loro possibilità di andare a derogare all’ordinario Titolo V della Costituzione: contrariamente alle altre Leggi Costituzionali di cui all’articolo 138 della Costituzione, che come sopra abbiamo già dimostrato sono vincolate da tale fondamentale principio sulla produzione normativa solamente al rispetto degli insopprimibili principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale, le peculiari Leggi Costituzionali recanti gli Statuti Speciali infatti, in forza dell’articolo 116, comma 1, della Costituzione, sono tenute inoltre a contenere l’ampiezza del campo applicativo delle loro disposizioni nell’ambito materiale inerente quelle «forme e condizioni particolari di autonomia» che devono garantire alle Regioni e Province Autonome quali deroghe rispetto all’articolazione dei poteri tra lo Stato e le Regioni quale delineata dal generale Titolo V della Costituzione per le restanti quindici Regioni Ordinarie – salva l’ibrida e discutibile innovazione, comunque eccezionale, di cui al comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione, nel nuovo testo derivante dalla riforma introdotta dalla L. Cost. 3/01 – (S. 38/57), con conseguente impossibilità che uno Statuto Speciale, pur Legge Costituzionale, possa andare a comprimere ad esempio il concetto di Nazione italiana, e non solamente in quanto principio fondamentale, ma anche in quanto principio troppo generale per poter essere fatto in qualche modo rientrare in quella che inderogabilmente deve essere la comunque limitata e specifica competenza di produzione giuridica che la Costituzione riserva agli Statuti Speciali.

Non appare infatti possibile citare, a sostegno di una specificità eccessivamente peculiare della minoranza slovena e quindi della costituzionalità dell’inciso incriminato, atti internazionali quali la Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali adottata nell’ambito del Consiglio d’Europa nel 1995 e ratificata dall’Italia con la L. 302/97, se non altro perché la pacifica giurisprudenza costituzionale ritiene che persino tali atti internazionali trovino un vincolo di efficacia interna, tutto sommato similmente a quanto sopra abbiamo dimostrato avviene per le Leggi Costituzionali, negli insopprimibili principi costituzionali fondamentali, nonché, in caso di violazione di tali limiti insuperabili, si spinge addirittura a riconoscere la piena ammissibilità di un giudizio di legittimità rispetto al nocciolo più duro della Costituzione delle fonti legislative interne pur a peculiare forza passiva che ne costituiscono lo strumento di ratifica nell’ambito dell’ordinamento italiano, anche qui in maniera non molto difforme da quanto fa con le Leggi Costituzionali viziate (ex pluribus S. 232/89, addirittura elaborata dalla Corte in riferimento al ben più incisivo ordinamento comunitario).

Pur nel generale apprezzamento per il resto della disciplina che il nuovo Statuto Speciale vorrebbe dettare in materia di tutela e promozione delle tre minoranze linguistiche regionali – disciplina cui comunque sarebbe forse auspicabile qualche piccola ulteriore integrazione –, non è pertanto proprio possibile fare a meno di invocare con risoluta decisione la soppressione dell’inciso sospetto di incostituzionalità che abbiamo evidenziato nel comma 2 dell’articolo 5 della Proposta, nonché, se non l’eliminazione, quantomeno l’estensione delle stesse garanzie elettorali di cui al parimenti citato articolo 35 anche a favore dei cittadini appartenenti alla minoranza linguistica germanofona residente nella Regione.

Questo commento è stato pubblicato dalla rivista della Società Filologica Friulana “Sot la Nape” di febbraio-giugno 2005.

Beffa per i profughi istriani: all’anagrafe risultano serbi

di Fausto  Biloslavo

Fuggiti dall’ Istria per le persecuzioni titine, si ritrovano nei documenti la sigla

Prima sono stati costretti all'esodo, dalle violenze di Tito, poi la storia ufficiale li ha volutamente dimenticati ed oggi gli esuli italiani dell'Istria, Fiume e Dalmazia vengono addirittura beffati. Su alcuni documenti pubblici risultano nati in Serbia-Montenegro, Croazia, Slovenia alla stregua di extracomunitari. I più fortunati si ritrovano con un documento che riporta, come luogo di nascita, la vecchia Jugoslavia. Un oltraggio per chi sente di aver perso tutto per l'Italia.

Lo scorso aprile Nidia Cernecca ha acquistato un'automobile e sbrigato tutte le pratiche per i documenti di circolazione. La signora è un'esule istriana, che oggi vive a Verona, sempre in prima linea per le battaglie dei 350mila italiani che dovettero fuggire dalle proprie terre annesse alla Jugoslavia di Tito dopo il 1945. Sul certificato di proprietà risulta che la signora Cernecca è nata a Gimino, un paese italiano, nel centro dell'Isola, prima dell'esodo. Sulla casella indicata per la provincia o lo Stato, se diverso da quello italiano, compare la sigla «Yu», che sta ad identificare la Federazione jugoslava socialista creata da Tito. Un vecchio problema che si era posto anche sulle carte d'identità, fino a quando lo Stato non aveva emanato una legge almeno per omettere lo Stato di appartenenza attuale del comune di nascita. Legge ancora disattesa per molti documenti pubblici a cominciare dalla carta di circolazione. Se la signora Cernecca ci aveva fatto quasi il callo a quella fastidiosa «Yu» non poteva immaginare il resto. Sul nuovo documento di circolazione del 27.04.2005 risulta correttamente nata a Gimino, 68 anni fa, quando era Italia, ma accanto sta scritto «SerbiaMontenegro». I nuovi sistemi informatici si sono aggiornati, dato che la Jugoslavia di Tito è crollata in un bagno di sangue. Sulle sue ceneri sono sorte Repubbliche separate come la federazione fra Serbia e Montenegro. L'aspetto più assurdo è che Gimino, trovandosi nell'Istria centrale, attualmente fa parte della Croazia. «Oltre al danno la beffa - osserva Nidia Cernecca -. Adesso sono diventata extracomunitaria e magari se vengo fermata dalla polizia stradale, per un controllo, mi chiedono il permesso di soggiorno. Queste offese sono frutto del silenzio e dalla disinformazione che per troppi anni ha avvolto la storia di un pezzo d'Italia».

«Quando ho protestato allo sportello del pubblico registro automobilistico mi hanno detto che in alternativa potevo cambiare il mio "stato" di nascita da Serbia-Montenegro alla solita Yu di Jugoslavia» racconta amereggiata l'esule.

Non si tratta di un caso isolato, ma di un problema diffuso anche con altri documenti pubblici. A Brescia e dintorni, circa 3mila esuli si sono visti recapitare la carta regionale dei servizi con un oltraggio ancora peggiore. Sulla tessera plastificata il luogo di nascita non specifica la città, ma solo lo Stato. Quindi Claudia Zorizza, italiana di Zara, si ritrova nata in Croazia. Erio Giachelich, fiumano del Quarnaro, è invece nato in Serbia e Monte-negro, secondo il curioso sistema informatico della Regione Lombardia. Tragicomico il caso di Franco Liberini, nato a Tolmino, in provincia di Gorizia, prima di venir occupato dai titini alla fine della seconda guerra mondiale. Il computer non riconosce Tolmino e quindi nello spazio del luogo di nascita, viene stampato un enigmatico «non codificato». A Brescia l’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (Anvgd), uno dei gruppi che rappresenta gli esuli, ha inviato una lettera di protesta a tutti gli enti coinvolti nella beffa dei documenti. Per assurdo esiste già una legge, del 15 febbraio 1989, che risolve alla radice il problema, ovvero «obbliga a riportare sui documenti in genere, in cui ricorre la necessità di indicare il luogo di nascita dell’interessato, solo il nome italiano del Comune, senza riferimento allo Stato cui attualmente appartiene». La Regione Lombardia ha spedito la settimana scorsa una lettera di scuse invitando 1’Anvgd ad informare gli esuli che possono rivolgersi alle Aziende sanitarie locali per richiedere una nuova tessera dove sarà indicato come luogo di nascita, Pola, Fiume, Zara, Tolmino, ovvero i toponimi delle città in italiano.

«Resta l’amarezza per l’ignoranza della pubblica amministrazione - spiega Luciano Rubessa che a Brescia ha sollevato il caso - Evidentemente la storia rimossa della nostra tragedia ha colpito ancora. Ci sentiamo vilipesi, o quantomeno presi in giro, se nel 2005 chi ha scelto la via dell’esodo, proprio per rimanere italiano, si ritrova croato, sloveno, serbo o montenegrino».

LEGGE 15 FEBBRAIO 1989 - nº 54
"Norme sulla compilazione di documenti rilasciati a cittadini italiani nati in Comuni ceduti dall'Italia ad altri Stati, in base al trattato di pace"

La Camera dei Deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato:
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA PROMULGA
la seguente legge:
Art. 1

1 - Tutte le amministrazioni dello Stato, del parastato, degli enti locali e qualsiasi altro ufficio o ente, nel rilasciare attestazioni, dichiarazioni, documenti in genere, a cittadini italiani nati in comuni già sotto la sovranità italiana ed oggi compresi nei territori ceduti ad altri Stati, ai sensi del trattato di pace con le potenze alleate ed associate, quando deve essere indicato il luogo di nascita dell'interessato, hanno l'obbligo di riportare unicamente il nome italiano del comune, senza alcun riferimento allo Stato cui attualmente appartiene.-

Art. 2

1 - Le amministrazioni, gli enti, gli uffici di cui all'articolo 1, sono obbligati, su richiesta anche orale del cittadino stesso, ad adeguare il documento alle norme della presente legge.-

La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica Italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.-


Data a Roma, addì 15 febbraio 1989

COSSIGA

De Mitta, Presidente del
Consiglio dei Ministri

Visto, il Guardasigilli: Vassalli
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Pubblicata nella GAZZETTA UFFICIALE del 22 febbraio 1989
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MINISTERO DELL'INTERNO - CIRCOLARE 5 agosto 1999 Nº 15
Indicazione dello Stato di nascita nei documenti d'identità dei cittadini italiani nati in comuni ceduti dall'Italia ad altri Stati, in base al trattato di pace e nelle certificazioni anagrafiche.

Ai sigg.ri Prefetti della Repubblica,
Al Presidente della Giunta Regionale della Valle d'Aosta -
Servizi di prefettura,
Al Commissario del Governo per la provincia di Bolzano,
Al Commissario del Governo per la provincia di Trento
e, per conoscenza :
Alla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento della funzione pubblica,
Al Ministero dei Trasporti e della Navigazione -Direzione Generale della motorizzazione civile,
Al Ministero di Grazia e Giustizia - Direzione generale AA.CC. e libere professioni ,
Al gabinetto del Ministro,
Al Dipartimento della Pubblica Sicurezza,
Ai Commissari del Governo.

L'indicazione dello Stato e della provincia relativi al comune di nascita, costituisce motivo di contestazione da parte dell'utenza in occasione del rilascio di documenti di identitá e di certificazioni anagrafiche, onde si rende necessario effettuare alcune considerazioni e diramare opportune disposizioni, mirate a semplificare l'azione amministrativa ed evitare difformità di comportamenti, specie nel rilascio delle certificazioni anagrafiche, con conseguente disagio per i cittadini.-
Al riguardo, si ricorda che, per quanto riguarda i cittadini italiani nati in comuni ricompresi in territori ceduti dall'Italia ad altri Stati in base ai trattati di pace, la Legge 15 febbraio 1989, nº 54, prevede che i documenti in genere, le attestazioni, le certificazioni e dichiarazioni, devono riportare il solo nome italiano del comune di nascita dell'interessato, senza alcun riferimento allo Stato di appartenenza.-
Ciò in applicazione del principio che l'evento nascita rimane ancorato al tempo ed al luogo in cui é avvenuto.-
Pertanto, anche nelle certificazioni anagrafiche, quali il certificato di residenza, é del tutto superfluo, non solo riportare lo Stato cui appartiene il comune di nascita dell'interessato, ma altresí riportare la provincia di pertinenza se non per risolvere casi di omonimia di comuni.-
L'eliminazione di tali superflue indicazioni é quanto mai opportuna specie nel momento attuale in cui spesso si verificano soppressioni ed accorpamenti di comuni, anche con spostamento della provincia di riferimento : si eviterà in tal modo la necessità di aggiornare i sistemi informatici dei comuni.-
Si pregano le SS.LL.di richiamare l'attenzione delle Amministrazioni Pubbliche e dei Comuni della rispettiva Provincia e seguire la questione, anche nell'ambito delle consuete visite ispettive informando la scrivente.-
Si ringrazia e si resta in attesa di un cortese cenno di riscontro.-
Il Direttore Generale dell'Amministrazione Civile
Gelati

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Pubblicata nella GAZZETTA UFFICIALE DEL 08 SETTEMBRE 1999 nº 211
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Nota dell'Unione degli istriani - norma ministeriale

Si informa che con nota del 10 maggio 1999 il Ministero dell'Interno, Direzione Generale dei Servizi Civili, ha comunicato che il Dipartimento della Pubblica Sicurezza ha dato disposizioni alle Questure affinchè, nella compilazione dei Passaporti, rilasciati a favore delle persone di cui alla Legge n. 54/89, in luogo dell'indicazione dello Stato, alla denominazione del Comune di nascita, seguano tre asterischi.- Ciò al fine di ovviare al problema tecnico segnalato da codesta Federazione nel corso delle riunioni tenutesi presso questa Presidenza.-

Il Capo Dipartimento - Cons. Mario Luigi Torsello

Chi è nato in Istria lo sa: su documenti e dichiarazioni alla voce "Nato a" si è trovato le denominazioni più strane, da Jugoslavia, a Croazia e Slovenia, fino anche a Ex Jugoslavia.

Ma c'è una legge, e molte circolari che obbligano gli enti statali e non a riportare solo il comune di nascita.

In questi giorni molti di voi stanno preparando la documentazione per la presentazione delle dichiarazioni dei redditi (730 e Unico). Anche su queste dichiarazioni avete il diritto a veder riportati i dati giusti. E lo prevede anche il Ministero dell'Economia nelle sue note tecniche alle dichiarazioni.

 

"Tutte le amministrazioni dello Stato, del parastato, degli enti locali e qualsiasi altro ufficio o ente, nel rilasciare attestazioni, dichiarazioni, documenti in genere, a cittadini italiani nati in comuni già sotto la sovranità italiana ed oggi compresi nei territori ceduti ad altri Stati, ai sensi del Trattato di Pace con le potenze alleate ed associate, quando deve essere indicato il luogo di nascita dell'interessato, hanno l'obbligo di riportare unicamente il nome italiano del comune, senza alcun riferimento allo Stato cui attualmente appartiene."

[tutta la legge 54/89]

 

I dati tecnici per il 730/2005

 

ALLEGATO D
730 / 2005
Istruzioni per lo svolgimento degli adempimenti previsti per l’assistenza fiscale da parte dei sostituti d’imposta e dei CAF

 

(...)

Provincia di nascita
Può essere assente per i contribuenti nati all’estero.
Per i contribuenti nati nelle ex province dell’Istria, Giuliane e Dalmate (Fiume, Pola e Zara) la provincia può essere assente oppure può assumere i valori FU, PL e ZA.
Per le province di nuova istituzione può essere indicata la sigla della nuova provincia.

(...)

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA

Al Ministro dell’Interno

Al Ministro del Lavoro e della previdenza Sociale

Al Ministro della Salute

Al Ministro degli Affari Esteri

Al Ministro della Giustizia


Per sapere – premesso che:

il signor Giacomo Scotti, nato a Saviano (NA) l’1/12/1928, emigrato per scelta a Fiume nella Yugoslavia comunista nel 1947, è attualmente vicepresidente dell’Unione Italiana (organismo che dovrebbe rappresentare i nostri connazionali d’Istria, Quarnaro e Dalmazia in Slovenia e Croazia);

il medesimo notoriamente risiede a Fiume, attualmente Croazia, e nella sopraccitata veste non potrebbe che risiedere a Fiume;

invece lo stesso signor Scotti risulta falsamente residente a Trieste in via Ireneo della Croce, 10, come da scheda anagrafica del Comune di Trieste;

risulta all’interrogante che, oltre al citato Scotti, parecchi altri italiani dell’Istria e Fiume appaiono nelle liste anagrafiche del Comune di Trieste e molti di questi godono della pensione minima italiana oltre a quella croata o slovena e/o analogamente si servano del servizio sanitario italiano;


che nelle scorse tornate elettorali, per esplicita dichiarazione di candidati dell’Ulivo, sono stati organizzati dall’Istria pullmann di falsi residenti a Trieste per condizionare il risultato delle elezioni:-


se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti denunciati;

se, in particolare, vogliano accertarsi della condizione del signor Scotti e se lo stesso stia godendo di trattamenti pensionistici o sanitari italiani;

se, analogamente, vogliano disporre un’indagine ed un riscontro sulle doppie residenze dei cittadini croati e sloveni con doppia cittadinanza (seconda l’italiana) ed in tale caso se vogliano verificare eventuali abusi di tipo previdenziale ed elettorale, ponendo in atto ogni misura idonea ad interrompere gli stessi;

se, in caso di riscontri positivi, ritengano di promuovere le dovute forme di risarcimento dei danni procurati allo Stato investendo, se del caso, l’autorità giudiziaria.


On. Roberto Menia

Roma, 8 febbraio 2005

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