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Proponiamo l'importante intervento alla Camera dell'on. Roberto Menia, socio e dirigente della Lega Nazionale:

Signor Presidente, colleghi, è nozione comune e condivisa quella che, inizialmente, era solo una deduzione delle ricerche filologiche e cioè che la lingua contiene tutti gli elementi qualificanti la storia e l'identità del popolo che la parla.

Nell'articolazione del linguaggio non vi è soltanto l'espressione del pensiero in termini comprensibili, ma vi si condensano esperienze, relazioni, contatti, abitudini, vicende, aspirazioni e creazioni che, nel loro insieme, rappresentano l'evoluzione secolare di una comunità cioè la sua identità nazionale.

La lingua non si limita ad essere un addendo del processo aggregante di una nazione, ma la storia della lingua consente di ricostruire la storia dello spirito che informa di sè l'ascesa di un popolo verso la nazione.

Data la stretta connessione tra lingua e nazione, possiamo affermare che, dove c'è unità linguistica, c'è unità nazionale.

L'Italia è uno dei pochi paesi occidentali, in cui la Costituzione non prevede espressamente il riconoscimento della lingua nazionale come lingua ufficiale dello Stato ed è questo un vuoto che va colmato per una pluralità di motivi.


La mia non sarà, non intende essere una vera e propria relazione. Sarà piuttosto è un contributo per proporre alcune personali considerazione su questo argomento. Fondamentalmente ciò su cui vorrei soffermarmi è il tema della identità; cercare cioè di capire quale significato, quale valenza possa avere questo tema, oggi e nel futuro più o meno ravvicinato.

Cosa si intende per identità? Sappiamo abbastanza chiaramente cosa significhi questo concetto, se rapportato alla singola persona, cioè un insieme di dati, di consapevolezze, di autocertezze che ci fanno sentire ciò che siamo, quel qualcosa che ci individua nella nostra specificità.

Se l'identità è importante per ciascun individuo lo è però anche per una collettività, per una comunità di persone, perché questo dato gioca in maniera determinante nel far sì che la comunità sia quello che è, nel far sì che venga avvertita per ciò che è, nel far sì che ciascuno di noi si senta parte di essa, proprio perché partecipe di tale identità comunitaria.


La mia non sarà, non intende essere una vera e propria relazione. Sarà piuttosto è un contributo per proporre alcune personali considerazione su questo argomento. Fondamentalmente ciò su cui vorrei soffermarmi è il tema della identità; cercare cioè di capire quale significato, quale valenza possa avere questo tema, oggi e nel futuro più o meno ravvicinato.

Cosa si intende per identità? Sappiamo abbastanza chiaramente cosa significhi questo concetto, se rapportato alla singola persona, cioè un insieme di dati, di consapevolezze, di autocertezze che ci fanno sentire ciò che siamo, quel qualcosa che ci individua nella nostra specificità.


Alla "Nazione tra passato e attualità" l’Osservatorio Adriatico della Lega Nazionale ha dedicato nella scorsa primavera un ciclo di conferenze, che - come si ricorda – venne organizzato in aprile e maggio presso il Liceo Dante.


1. Eurofideisti

Siamo abituati a sentir parlare di “euroscettici”, categoria ripetutamente bollata dai politici e dai mezzi di comunicazione (curiosamente sembrerebbe che, nei confronti dell’Europa, il massimo concesso sia lo scetticismo, mai e poi mai la contrarietà); esiste però anche la categoria degli “eurofideisti”, coloro cioè che, nel rapportarsi all’Europa, fondano le proprie convinzioni piuttosto che sulla nuda realtà dei fatti, su quella maggiormente entusiasmante del proprio personale atto di fede, sul loro credere in un futuro certo e radioso del progetto europeo.


La recente costituzione del "Comitato paritetico", previsto dalla legge sugli Sloveni, ha riproposto la questione dei rapporti tra maggioranza italiana e minoranza slovena nella nostra città. Una problematica che per decenni ha pesato in maniera rilevante, ma che da qualche tempo (anche per fattori internazionali) sembra positivamente destinata a proporsi in termini meno laceranti, in qualche modo in un'ottica di normalizzazione. In tutto ciò gioca l'affermarsi, a livello sia nazionale che locale, di una visione bipolare della politica, sicché la discriminante tra Polo e Ulivo finisce con il travalicare quella tra Italiani e Sloveni.

Proprio in tale mutato contesto possono risultare utili ed opportune alcune considerazioni sulla questione che costituisce lo sfondo di ogni problematica maggioranza - minoranza: il tema, cioè, dell'identità della città.

Una identità, quella triestina, che sicuramente (e fortunatamente) non trova fondamento in qualsivoglia "patrimonio genetico". La logica drammatica delle etnie, quella dell'identità fondata su "il sangue e la terra" che tante tragedie ha provocato nei vicini Balcani, tale logica non ci appartiene in alcun modo. Trieste - e Manlio Cecovini lo ha illustrato in modo insuperabile - è città italiana non per ragioni di sangue, bensì per un atto di libera sceltaLe componenti etniche che sono venute a costituire la storia e la realtà di Trieste sono state estremamente composite: accanto ai Veneto-Friulani ed agli Sloveni vi sono stati i Greci, i Tedeschi, gli Armeni, i Serbi, i Croati ed altri ancora. Tali diverse componenti hanno trovato, storicamente, il motivo forte di coesione nella "scelta" della lingua, della cultura e della civiltà d'Italia, quale riferimento di appartenenza e di identità. Tale comune scelta ha fatto di Trieste una civitas, una comunità vera ed organica, anziché un semplice coacervo di gruppi e di gruppuscoli (poteva ben diventare una sorta di Tangeri dell'Adriatico).

Il connotato della “identità italiana per scelta" ci rende in qualche modo diversi da tutti gli altri abitanti della nostra penisola: a Roma, a Milano, a Bari, a Palermo si è Italiani per automatica necessità, a Trieste lo si è per un atto di libertà. Da ciò deriva quella nostra specificità che ha fatto affermare, a più d'uno, che Trieste sarebbe la più italiana tra le città d'Italia. Da ciò anche la nostra particolarissima sensibilità su tale tema: perché quello dell'identità (specie se d'elezione) tocca sempre forti sensibilità, nei singoli non meno che nelle collettività. In questa prospettiva il ruolo degli Sloveni di Trieste può e deve trovare la sua piena e logica collocazione. In passato essi per lo più si sentivano legati all'Italia solo da un vincolo giuridico (la cittadinanza), ma non da quello sostanziale della piena appartenenza. Risultavano in ciò diversi da tutte le altre componenti minoritarie per le quali il riferirsi alla cultura e civiltà d'Italia non va assolutamente a negare le loro specificità (valga per tutti il caso dei Greci di Trieste). Gli Sloveni apparivano così  corpo estraneo, rispetto al contesto dell'italianità, quale scelta accomunante di tutti gli altri Triestini.

L'odierna evoluzione, in atto nella comunità slovena, il loro progressivo sentirsi Italiani (a pieno titolo) pur se di lingua e cultura slovena fa venire meno le ragioni della loro estraneità: gli Sloveni di Trieste costituiscono una delle diverse componenti minoritarie, anche se con una collocazione diversa da tutte le altre. Ciò in forza della loro presenza storica sul territorio (autoctonia)  che da un lato li tende affini alla componente italiana e dall'altro diversi da tutti gli altri gruppi minoritari (il cui insediamento è stato storicamente posteriore).

Tale processo di normalizzazione, come avviene per questo tipo di fenomeni, richiede sicuramente dei tempi non brevissimi per poter diventare patrimonio comune della collettività. Eppure è  importante che esso sia in atto e che, sempre più, la logica di una comune appartenenza ad una medesima identità renda possibile il reciproco rispetto e la rispettiva accettazione.


Paolo Sardos Albertini

La sinistra e la nascita dell'antifascismo
L'antifascismo militante, una scelta politica di convenienza

nell'immediato dopoguerra la sinistra italiana, ed in particolare il PCI,  diede una lettura della Resistenza ben diversa da quella che oggi difende a gran voce. L'amnistia voluta da Togliatti, che riguardava parimenti partigiani e  repubblichini, aveva infatti quale presupposto il riconoscere che ciò che aveva insanguinato l'Italia negli anni '43 - '45 era stata una vera e propria guerra civile. E l'amnistia era lo strumento tecnico-politico per porvi fine.


GLI STATI UNITI E L'EUROPA
ALAIN DE BENOIST
Conferenza tenuta presso la Lega Nazionale il 26 febbraio 2004 promossa dal Centro Studi "Alfieri Seri"

Presto sarà un anno che gli Stati Uniti hanno invaso militarmente l'Iraq affermando, per giustificare la loro iniziativa, che questo Paese possedesse delle "armi di distruzione di massa" in grado di minacciare l'intera regione. All'epoca, questa dichiarazione era talmente stridente rispetto alla realtà da non convincere praticamente nessuno. Il grande paradosso deriva dal fatto che è la stessa guerra ad averne rivelato la falsità. Se l'Iraq avesse posseduto tali armi, non avrebbe indubbiamente mancato di utilizzarle. E, d'altro canto, se le avesse possedute, è assai poco probabile che gli Stati Uniti l'avrebbero attaccato. Uno dei membri più influenti dell'entourage di George Bush, il neo-conservatore Paul Wolfowitz, ha finito col riconoscerlo ingenuamente, scatenando così un ampio scandalo oltreoceano: l'accusa lanciata contro Baghdag di detenere tali armi non era che un "pretesto burocratico". In altri termini: la Casa Bianca si è resa colpevole di una bugia di Stato. Diviene allora legittimo chiedersi perché - e soprattutto per quale ragione - gli Stati Uniti si siano lanciati in un'avventura di tal genere.


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