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liberamente tratto da "Documentari e cinegiornali sulla questione giuliana (1943-1954)" di Ottavia Sardos Albertini ricostruiamo il legame tra le Lega Nazionale e i documentari del dopoguerra

Del 1947-1948 è il documentario "Genti Giulie" realizzato per la Lega Nazionale - sezione di Monfalcone con la collaborazione di vari operatori, fra cui Piero De Vescovi e Giovanni Ivessa, del giornalista Italo Orto e, per quanto riguarda la stesura del testo da inserire nel documentario, di Gino Villasanta, con soggetto dell'ing. Graziano Radimiri (allora Presidente della Lega Nazionale sezione di MOnfalcone) , sceneggiato e realizzato da G.A. Vitrotti e C. Pelizzon, e adattamento musicale del m.o Mancini.

L'idea di questo lavoro venne alla Lega Nazionale dopo essere entrata in possesso di una ripresa dell'arrivo delle truppe italiane a Monfalcone, il 15 settembre 1947, realizzata da Ivessa, un polesano che nella sua città d'origine era stato proprietario di due cinematografi e che al momento di abbandonare Pola aveva potuto portare via le apparecchiature e una cinepresa.

Ivessa era un cineoperatore amatoriale e la ripresa che aveva effettuato l'aveva girata con una cinepresa Erneman con trascinamento a manovella della pellicola, con un unico obiettivo grandangolare e con magazzino di 120 metri, corrispondenti a circa quattro minuti di immagini, che fu girato completamente; la pellicola conteneva un solo campo lungo della piazza della città con i soldati e la folla, ripreso da un balcone.

E' evidente che i quattro minuti girati da Ivessa non erano sufficienti per ottenere un buon lavoro capace di soddisfare il desiderio della Lega Nazionale, cioè di far circolare il più possibile il documentario, sia a causa della scarsa durata della ripresa sia perché questa risultava estremamente noiosa in quanto per tutto il tempo si vedeva sempre la stessa scena.

La Lega Nazionale decise perciò di chiedere a Vitrotti il suo intervento. Vitrotti non si era recato a Monfalcone in occasione dell'arrivo delle truppe italiane perché allora si trovava a Gorizia,(...) e aveva chiesto al presidente della Lega e al commando militare di organizzare una rievocazione dell'entrata delle truppe in città; quella che si vede è solo una rappresentanza di tutte le truppe.

Il titolo del documentario appare in sovraimpressione alle antenne della stazione di Monteradio di Trieste; da quanto dichiarato dallo stesso autore, ciò si deve a una scelta ben precisa: si voleva sottolineare il fatto che allora il mezzo per comunicare le notizie riguardanti quelle zone era la radio e più precisamente la Radio Venezia Giulia. Quest'ultima era sorta nell'autunno 1945 con l'intento di diffondere gli avvenimenti che potevano interessare gli italiani delle terre di confine e tutti coloro che si occupavano delle vicende giuliane.

 

Durante il 1948 Gianni Alberto Vitrotti girò "Vacanze in Valsugana" che portava sugli schermi la vacanza di bambini triestini in una colonia organizzata dalla Lega Nazionale in un paesino vicino a Sella di Valsugana.

Il documentario illustra una colonia montana che ospita bambine triestine organizzata dalla Lega Nazionale di Trieste in un paesino vicino Sella di Valsugana, luogo di nascita dell'allora Presidente del Consiglio De Gasperi.

Il presidente del Consiglio De Gasperi, che si trovava in vacanza a Sella di Valsugana, aveva approfittato dell'occasione per incontrare una colonia di bambine accompagnata da alcuni dirigenti della Lega Nazionale.

Dopo l'inaugurazione delle colonia di Strigno, il documentario mostra alcune bambine che, accompagnate da dirigenti della Lega Nazionale, si recano a Sella, dove il Presidente del Consiglio dei Ministri trascorre le sue vacanze, per porgergli i loro omaggi.

Il documentario non venne proiettato a Trieste, ad eccezione di una proiezione privata al cinema "Azzurro" alla presenza del Presidente di zona dott. Palutan, dell'ing. Visintin pro Sindaco, del comm. Bardi della Missione Italiana, dell'ing. Bartoli e di altre autorità cittadine

 

Nel 1949 vide la luce il cinegiornale "Cosmos" ideato e realizzato da Gianni Alberto Vitrotti assieme a una equipe di cineoperatori. Del "Cosmos" uscirono quattro numeri e trattarono solamente fatti di interesse locale; erano editi a Trieste e i direttori erano Vitrotti e Claudio Pelizzon.

Il primo numero conteneva i servizi "Cava romana di Nabresina ", "Intervista con l'Ocean" che era una portaerei, "Nelle acque del nostro Golfo" che serviva per mettere in risalto il lavoro degli italiani nei cantieri , "Un'occhiata nei dintorni: Muggia" che illustra l'inaugurazione della nuova sede della Lega Nazionale e "Commosse onoranze a Grezar" che mostra come le due squadre, la Triestina e il Padova, prima della partita abbiano voluto mantenere un minuto di silenzio in onore dei giocatori del Torino, fra i quali c'erano due triestini, che in un disastro aereo avevano perso la vita.

 

tratto da:

 

Ottavia Sardos Albertini, originaria da famiglia istriano-dalmata, è nata nel 1974 a Trieste dove tuttora risiede. Si è laureata in Lettere e Filosofia, con il massimo dei voti, presso l'Università di Trieste con una tesi in filmologia.

Con quest'opera l'autrice ha voluto rivisitare la "questione giuliana" attraverso i cinegiornali ed i documentari realizzati nel periodo di tempo che va dall'8 settembre 1943 sino al 1954 cioè fino al ricongiungimento di Trieste all'Italia. Finalità della pubblicazione è anche quella di ricordare il 50° anniversario di quest'ultimo storico avvenimento.

Si tratta di una ricerca condotta sui filmati dell'epoca che sono stati analizzati contestualizzandone i messaggi che da essi promanavano, tenendo conto anche della maggiore oggettività che spesso il mezzo cinematografico ha rispetto alle documentazioni cartacee.

In quegli anni erano stati girati numerosi documentari e cinegiornali per rendere nota la situazione che si era venuta a creare nella Venezia Giulia. Parte delle pellicole sono andate poi disperse o distrutte mentre alcuni avvenimenti non era stato nemmeno possibile riprenderli perché non sempre ciò era consentito dalle autorità militari e talvolta diventava persine rischioso farlo.

La pubblicazione, avvenuta in collaborazione tra l'Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione e il Centro Culturale "Gian Rinaldo Carli" aderente all'Unione degli Istriani.

www.istitutogiuliano.it

Il libro "Per un grande amore", ristampa di una pubblicazione edita nel 1913, può essere richiesto alla Segreteria della Lega Nazionale (tel. 040/365343, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. ).
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La Lega Nazionale nel suo tempo e nelle sue Sezioni Adriatica, Tridentina e Dalmata, vista attraverso documenti, immagini e testi elaborati e raccolti dallo storico Diego Redivo.

 

Una riflessione ricca di dettagli, particolari curiosi, inediti documenti storici, letterari e iconografici sulla più che centenaria vicenda dell'istituzione che maggiormente si è battuta per la difesa della lingua e della cultura italiana nelle regioni imperial-regie del Trentino e dell'Adriatico orientale nel corso dell'ultimo Ottocento e del Primo novecento. (Il Piccolo)

Nuova opera di Diego Redivo, con contributi di Salimbeni e Sardos Albertini

LEGA NAZIONALE, UN SECOLO IN TRINCEA

L'impegno per la difesa della lingua e della cultura italiana

Un Tableau vivant con cinque fanciulle, sovrastate da una sesta - che impersona la Lega Nazionale - intenta a coronare di un serto tricolore un busto di Dante, a significare la dedizione patriottica delle terre "irredente": Trento, Gorizia, Trieste, Istria, Dalmazia.

Sapore d'altri tempi nella fotografia che spicca sulla copertina di "Le trincee della nazione: cultura e politica della Lega Nazionale (1891-2004)", il nuovo saggio che, patrocinato, dalla Lega Nazionale, Diego Redivo manda in libreria, completato da contributi di Fulvio Salimbeni e Paolo Sardos Albertini.

Il libro verrà presentato domani, alle ore 17.30, nella sala della Lega Nazionale in via Donota, da Fulvio Senardi e Fulvio Salimbeni, alla presenza dell'autore.

Una riflessione ricca di dettagli, particolari curiosi, inediti documenti storici, letterari e iconografici sulla più che centenaria vicenda dell'istituzione che maggiormente si è battuta per la difesa della lingua e della cultura italiana nelle regioni imperial-regie del Trentino e dell'Adriatico orientale nel corso dell'ultimo Ottocento e del Primo novecento. Aprendo asili, scuole e dopo-scuola, società ginniche e culturali, attrezzando biblioteche circolanti, organizzando occasioni di socializzazione e di incontro, vendendo - si direbbe oggi - gadget propagandistici (in concorrenza con ciò che gli altri nazionali stavano compiendo sullo stesso terreno dell'istruzione e della cultura: il Deutscher Schulverein, la Druzba Cirila i Metoda).

Si trattava di sopravvivere alla pressione snazionalizzante proveniente da Est e da Nord, ed è stupefacente notare la comunione di intenti e la coerente articolazione di iniziative con cui la borghesia nazional-liberale-elite politico-culturale ben diversa da quella dei nostri giorni tutta concentrata sul "particolare" -, organizzava la difesa dell'italianità, nel tentativo di conquistare alla propria causa quei ceti popolari sempre più coinvolti nella vita pubblica (dopo la concessione, nel 1906, del suffragio universale), tra i quali andava allargandosi l'influenza dell'internazionalismo socialista, nel quadro di legalità garantito, nonostante tutto, da un Impero prossimo al disfacimento.

Diego Redivo conduce l'analisi perfettamente a suo agio tra i volumi della ricca bibliografia e i faldoni d'archivio, cita grandi protagonisti del passato (Cesare Battisti e Ruggero Timeus, fra gli altri), porta alla luce episodi poco o per nulla noti, ma emblematici di una situazione generale: chi sapeva, per esempio, che nell'estate del 1909 il parroco di Salorno, appena al di là del confine etnico trentino, aveva negato la possibilità che nella sua chiesa si svolgessero prediche in italiano, confermando quel pieno coinvolgimento del clero nelle lotte nazionali di cui abbiamo potuto leggere a proposito dell'Istria nella "Miglior vita" , il capolavoro di Fulvio Tomizza, il nostro maggior scrittore di confine?

Ma il discorso non si ferma qui perché lo storico accompagna le vicende della Lega fino allo scioglimento del 1931, quando il regime avoca a sé tutte le iniziative educative; non erano mancate del resto le ragioni di dissidio con il fascismo perché la Lega sosteneva sì una strategia di"conquista morale" dell'italianità, ma su un orizzonte di rispetto della cultura e delle tradizioni di quelle popolazioni delle province recentemente annesse che il fascismo chiamava con termine ingiusto e sprezzante "allogene".

Poi la rinascita, in anni in cui ritorna di stringente attualità la questione del confine orientale, con personalità come Benco, Stuparich, Saba tra i rifondatori.

L'impegno della Lega acquista allora un duplice aspetto: per l'italianità di Trieste e per l'assistenza ai profughi dell'Istria e di Fiume. Dopo il Memorandum d'Intesa del 1954 una crisi di identità e il pericolo , non remoto, di battaglie di retroguardia o strumentalizzazioni.

Siamo all'attualità: Osimo, la LpT, la fine del comunismo sovietico, l'allargamento dell'Europa, con Trieste nel ruolo di un Giano bifronte, che guarda indietro ma capace , nel tempo stesso, di strabilianti anticipazioni, città inquieta e sperimentale come sempre, lacerata tra sacrosante esigenze nazionali di politica estera e altrettanto irrinunciabili istanze locali.

Il compito di domani - la sfida per la costruzione nell'Unione Europea, di una "comune civiltà continentale" - viene saggiamente sintetizzato dalle parole del predatore, Fulvio Salimbeni, che vede una possibilità di fruttuosa continuazione dell'impegno della Lega, se essa "si richiamerà ai momenti più alti della sua lunga storia e a una concezione non settaria e non condizionata da remore del passato di quell'aggettivo che è l'elemento sostanziale e decisivo della sua denominazione".

Fulvio Senardi

Il libro "Le canzoni triestine della Lega Nazionale" può essere richiesto alla Segreteria della Lega Nazionale (tel. 040/365343, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. ).
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Il lavoro di Diego Redivo ci propone una accurata ed approfondita analisi della Lega Nazionale, lungo l’arco dei cento e dieci anni della sua storia. Un’opera, la sua, che in qualche modo trova le naturali premesse in un precedente lavoro, quello di Aldo Secco, “In vedetta operosa”, nel quale era stata proposta una cronistoria ricca di fatti, di nomi, di immagini di un secolo di questa associazione(1).

Ma, oltre a questi due autori, altri si sono occupati, con angolazioni più settoriali, di questo argomento: è il caso di Roberto Spazzali e del suo pregevole lavoro sul momento della rifondazione della Lega nel ’46 (2), è il caso del lavoro di Diana De Rosa dedicato alle scuole della Lega Nazionale(3), e delle opere di Aldo Secco (4) e di Alfieri Seri (5). Ed inoltre tutta una serie di altri contributi che, in forma meno diretta e specifica, hanno comunque affrontato aspetti varii della Lega Nazionale.

C’è da chiedersi: come mai tutto questo, come si giustifica questa serie di studi e di lavori su un qualcosa che, alla fin fine, altro non è che una semplice associazione? La realtà vera è che la Lega è certamente una associazione, ma è anche qualcosa di più, un qualcosa di piuttosto diverso. Non è certo un caso che dirigenti ed appartenenti siano usi definirla con il termine, forse un po’ polveroso e vetusto, di “Sodalizio”. Non va dimenticato che questo soggetto, Associazione o Sodalizio che lo si voglia definire, ha coinvolto nel suo operare ben tre secoli: il diciannovesimo, il ventesimo ed ora il ventunesimo. Era stata fondata, la Lega, ai tempi della belle epoque, dei tram a cavallo, dei lumi a petrolio; oggi opera sotto il segno dell’informatica e vanta ovviamente il suo bravo sito su Internet (www.leganazionale.it). Era sorta quando l’Europa era ancora il centro del mondo intero ed il suo assetto politico era stato disegnato al Congresso di Vienna, oggi vive nel mondo globalizzato ed è testimone di quella sorta di quarta guerra mondiale che il fondamentalismo islamico sembra aver promosso contro l’Occidente. E questo lungo, lunghissimo percorso storico della Lega Nazionale si è articolato attraverso un inevitabile, continuo mutamento dei suoi interlocutori, dei suoi avversari, dei suoi rapporti di riferimento con il contesto sociale da cui traeva alimento e sostegno.

Al suo sorgere aveva rappresentato un tipico esempio di quella “religione civile”, attraverso la quale aveva trovato attuazione quella nazionalizzazione delle masse di cui parla Mosse (6); poi si è trovata a confrontarsi con il nascere, il trionfare ed il tramonto delle ideologie; oggi ha di fronte la crisi ed il superamento dello stato nazionale, vuoi in nome di entità sovra statuali (quale è quel tentativo di Europa, che ha per casa Bruxelles) vuoi in nome di una nuova realtà imperiale che a detta di taluni va riconosciuta nell’Impero americano (o meglio – per dirla con Marco Pannella – negli auspicati “Stati Uniti d’America e d’Europa”). Sodalizio o Associazione, certo si tratta di una entità che giustifica il lavoro di approfondimento che Diego Redivo ci propone: fondamentalmente per meglio capire cosa della Lega Nazionale, in questi cento e dieci anni, sia venuto a mutare e cosa viceversa possa essere ravvisato come una sua costante, un quid che permane , una sorta di nocciolo duro che le vicende, i cambiamenti, le trasformazioni non sono riusciti a cancellare e forse neppure ad intaccare.

Per contribuire a tale ricerca, nel tentativo di offrire una risposta a tale quesito, mi permetto suggerire un duplice binomio: “Identità – Nazione” e “Italia –Libertà”. Si tratterà, cioè, di vedere se nel richiamarsi a tali binomi si potranno trovare le ragioni del diverso articolarsi della Lega Nazionale, lungo il non breve arco di tempo che l’ha portata dal 1891 ai giorni nostri.

* * *

(1) Aldo Secco, “In vedetta operosa – Cento anni di storia della Lega Nazionale 1891 –1991”, Ed. Lega Nazionale 1995

(2) Roberto Spazzali, “Contributi di ricerca per una storia della Lega Nazionale – 1946 la ricostituzione” Ed. Triestepress 1986

(3) Diana De Rosa, “Gocce d’inchiostro. Gli asili, scuole, ricreatori, doposcuola della Lega Nazionale. Sezione di Aurisina” Ed. Del Bianco (UD) 2000

(4) Aldo Secco “La Lega Nazionale per i giovani. Breve storia dei suoi istituti educativi e delle sue colonie in cent’anni di vita” Ed. Lega Nazionale 1992

(5) Alfieri Seri, “La Lega Nazionale e i suoi ricreatori” Ed. Lega Nazionale 1971 sui temi delle colonie ed dei Ricreatori della Lega

(6) Gorge L. Mosse “La nazionalizzazione delle masse”, Ed. Il mulino 1975


 

E’ sicuramente il tema dell’identità quello che sta all’origine della Lega Nazionale, quello che motiva il suo sorgere (contrastato) nel lontano 1891. L’identità da esprimere, l’identità da difendere è quella di una comunità, le genti giulie, che riconosce se stessa nell’appartenenza alla nazione italiana. Una auto identificazione che non ha niente di etnico (Trieste, in particolare, è un vero e proprio crogiuolo di etnie), ma è tutta incentrata sul dato rigorosamente culturale, spirituale: qualsivoglia sia la provenienza (Greci, Armeni, Ebrei e così via) ci si sente pienamente e totalmente appartenenti a questa realtà giuliana nel momento in cui si abbraccia, si fa propria la identità nazionale italiana, intesa come cultura, come lingua, come civiltà. L’identificazione nella comunità giuliana avviene dunque per un atto di libera scelta, quello con il quale si assumono i valori, i contenuti della civiltà italiana. E’ insomma un percorso che può così riassumersi: una identità fondata sulla libertà, sulla libera scelta della nazione italiana.

Questa identità, nella seconda metà del XIX secolo, viene avvertita come messa in pericolo, oggetto di gravi attacchi ed a rischio di essere cancellata.

Per capire tale percezione occorre risalire alla situazione dell’Austria dopo la caduta di Napoleone: una entità politica comprensiva di diverse nazionalità, due delle quali hanno però una rilevanza del tutto particolare e cioè quella tedesca e quella italiana. L’impero asburgico comprendeva all’epoca la Lombardia, il Veneto, il Trentino, la Venezia Giulia e la Dalmazia; inoltre più d’uno degli staterelli della penisola ruotava nella sua orbita.(7)

In tale situazione l’essere Italiani nell’Impero non era, non poteva esser in nessun modo penalizzante: perché il Sacro Romano Impero di Vienna ben poteva definirsi ed essere avvertito come una entità italo-germanica.

Poi appare sulla scena l’attivismo politico, diplomatico, militare del piccolo regno di Piemonte (8).

Tale scenario viene modificato radicalmente: l’Impero perde prima la Lombardia, poi anche il Veneto e comunque cessa qualsiasi sua influenza sulla penisola. Nei suoi confini resta ancora una presenza italiana, ma decisamente ridotta (Trentino e Venezia Giulia), oramai quasi residuale. Ne deriva che questi Italiani rimasti sono avvertiti, da Vienna, come una componente infida e minacciosa, in quanto palesemente sensibile ai richiami che possono venire dal nuovo stato italiano.

L’Austria, questa nuova realtà, questo problema politico, sceglie di affrontarlo in termini di machiavellico cinismo: indebolire gli Italiani privilegiando, contro di loro, la presenza slava; così creando un conflitto tra le due etnie per giocare tale carta in funzione dell’interesse dell’Impero.(9)

E’ dunque in tale nuovo contesto che il gruppo etnico italiano, sentendo minacciata la propria identità, avverte la necessità di reagire, per difendere quella sua scelta libera (libera e quindi oltremodo preziosa) di sentirsi, di essere Italiani.

La Lega Nazionale costituì lo strumento primario con cui gli Italiani dell’Impero (a Trieste, come a Trento) risposero alla nuova politica asburgica, mettendo in campo quei mezzi che meglio fossero idonei a tutelare, ad affermare la propria identità. Ecco dunque il ruolo fondamentale, nell’attività della Lega, delle scuole ai più diversi livelli, ma anche quel suo diffuso radicamento nel sociale che trovava manifestazione nelle feste, nei concerti, nella oggettistica e così via (quasi una presenza gramsciana ante litteram) e ancora la costituzione dei diversi ricreatori cittadini ove sottrarre sì i giovani alle strade, ma in qualche modo mettersi anche in concorrenza con le strutture parrocchiali. Perché la Lega Nazionale, è giusto ribadirlo, va sicuramente inquadrata tra i fenomeni di “religione” laica e civile che segnano quell’epoca storica: da ciò una sorta di oggettiva concorrenza e naturale contrasto con gli ambienti e con la mentalità clericali. Ed in proposito non si può neppure trascurare quello che era l’atteggiamento della Chiesa triestina: di certo molto più sensibile alla fedeltà all’Imperatore, che ai sentimenti di italianità della stragrande maggioranza dei suoi fedeli (10).

Queste dunque le caratteristiche della Lega Nazionale nel suo nascere e nel suo operare, con risultati a dir poco eccezionali, in questo primo quarto di secolo della sua esistenza. In realtà, se all’inizio la sua ragion d’essere era la affermazione e la difesa dell’identità nazionale (nel senso di cultura e civiltà italiane), il mutare degli eventi politici sposta progressivamente il baricentro su un tema più nettamente politico : l’irredentismo.

Il termine appartiene ancora alle categorie della religiosità (si parla infatti di”Redenzione”), ma il contenuto è ormai non più culturale, bensì strettamente politico: far sì che queste terre, proprio perchè abitate da genti di nazionalità italiana, passino dalla sovranità di Vienna a quella di Roma.

L’Irredentismo trova il suo coronamento il 24 maggio 1915 con l’inizio dalla guerra all’Austria, proprio per liberare, per “redimere” Trento e Trieste. Saranno un migliaio di giovani giuliano dalmati che attraverseranno clandestinamente il confine, per andare ad arruolarsi volontari nelle file del Regio Esercito italiano, saranno tanti tra loro che sacrificheranno la vita ( ricordiamone alcuni: Nazario Sauro, Guido Corsi, Ruggero Fauro Timeus, Scipio Slataper, Giacomo Venezian, Francesco Rismondo). Erano tutti figli della Lega Nazionale e le loro scelte, i loro eroismi, il loro sacrificio suggellarono, in qualche modo, il senso e la ragion d’essere di questa prima fase del Sodalizio: dalla difesa dell’identità italiana all’obbiettivo del congiungimento pieno con la madre patria, entro l’alveo comune della stato nazionale italiano, quale garanzia di conservazione e di tutela della scelta della identità nazionale italiana.

E’ la fase che si conclude il 23 maggio 1915 quando la teppaglia austriacante assalta la sede della Lega Nazionale (e quella del giornale Il Piccolo) e la dà alle fiamme.

* * *

(7) Città come Milano o come Venezia potevano esser seconde solo alla capitale Vienna. Ed alla corte imperiale l’idioma di Dante era in uso tanto quanto quello di Lutero (la lingua ufficiale dello stato era poi il latino).

(8) Può apparire una curiosità o forse una bizzarria o qualcosa di fors’anche significativo il fatto, nella stessa epoca, alla corte di Torino la lingua d’uso fosse il francese, quanto e più dell’italiano

(9) Il risultato di tale operazione sarà inefficace in termini politici (perché alla fin fine queste terre andranno all’Italia, nel mentre la dinastia asburgica finirà cancellata dalla storia), ma gli effetti risulteranno pesantissimi in termini morali. La scelta di Vienna di far nascere a freddo un conflitto tra etnie (italiani e slavi) che per secoli – ai tempi di Venezia – erano convissute assolutamente in modo pacifico, la scelta “cinica” dell’Imperò sarà pagata dalle popolazioni di queste terre, lungo l’arco dei decenni successivi, con una quantità enorme di sofferenze, di crimini, di eccidi. E basterebbe questa vicenda per cancellare ogni tentazione di ricordo benevolo e nostalgico della Felix Austria.

(10) Un esempio eloquente di tale situazione: a Trieste agli inizi del ‘900, nel censimento tenuto dall’Austria la popolazione si dichiara italiana in percentuali elevatissime, al contempo delle sette parrocchie cittadine solo quella dei salesiani ha sacerdoti italiani, le altre sei hanno tutte parroco sloveno, nel mentre il Vescovo è tedesco. Alla fine della guerra il Vescovo lascerà la sua diocesi ed i suoi fedeli e seguirà a Vienna il suo Imperatore ed il suo governo. Dimostrazione clamorosa di una divaricazione, in atto, tra la Chiesa triestina e la città, divaricazione che verrà ricomposta solo a distanza di molto decenni dalla grande figura, di pastore e di italiano, di mons. Antonio Santin.


 

Finita vittoriosamente la guerra, realizzatosi l’obbiettivo del congiungimento di Trieste e della Venezia Giulia al Regno d’Italia, la Lega Nazionale riprende pienamente la sua attività.

Il contesto in cui viene ora a collocarsi è sostanzialmente diverso da quello del passato. Non c’è più l’Impero austriaco, Stato nemico da cui difendersi, la Chiesa tergestina non è più governata da un presule di nazionalità tedesca, bensì da colui che era stato al vertice dei cappellani militari italiani, il contesto politico e normativo in cui ci si colloca è oramai quello del Regno d’Italia, stato a connotati nazionali che raccoglie la gran parte di coloro che si identificano con la nazione Italia.

Le condizioni, in conclusione, potrebbero apparire quelle ideali, perché la Lega Nazionale possa proseguire a gonfie vele nelle sue attività.

Così viceversa non sarà. Già con l’arrivo del Regno, ancor più con l’avvento del Fascismo lo spazio della Lega subisce un progressivo restringimento: le scuole elementari vengono incorporate nel sistema scolastico pubblico; le altre scuole, cosi come le iniziative di diversa natura (ricreatori, avviamenti professionali, etc.) vengono progressivamente assorbite da altri soggetti, sempre di natura pubblica. Gli stessi contributi statali alla Lega Nazionale vengono progressivamente falcidiati.

La realtà è che ciò che era stata la Lega Nazionale, come libera espressione dell’identità nazionale italiana della genti giulie, non ha più molto spazio nel momento in cui l’italianità è diventata oramai funzione istituzionale della Stato, nel mentre la comunità giuliana risulta (necessariamente?) oggetto di un processo di progressiva omologazione a quella nazionale.

Il combinato disposto del restringersi degli spazi di libera espressione e della avvenuta assunzione statale delle sue finalità determinano, alla fine, il decesso, la chiusura della Lega Nazionale.

Le decisione, tutt’altro che pacifica, viene presa nel 1929 e trova attuazione agli inizi degli anni ’30 con l’auto scioglimento ed il trasferimento ad altri soggetti pubblici del non poco patrimonio immobiliare di cui la Lega era ancora titolare.(11)

Questa decisione va letta come una scelta liberamente voluta, una sorta di consapevole suicidio oppure la Lega Nazionale è stata per così dire “suicidata”, perché messa nelle condizioni necessarie di auto sciogliersi?

Meriterà certamente che qualche storico, più avanti, dedichi la sua attenzione all’approfondimento di tale passaggio. Certo è che quell’atto di auto scioglimento, quella spogliazione dei beni aveva tutte le caratteristiche per apparire come definitivo, tali da far pensare, a chiunque, che la vicenda della Lega Nazionale dovesse ritenersi come ormai giunta a sicura e definitiva conclusione.

 

* * *

 

La storia non conosce i “sempre” e neppure i “mai”: anche nella vicenda della Lega Nazionale il futuro doveva ancora riservare della sorprese.

Ci sarà nuovamente la guerra, ci sarà la caduta del fascismo, ci sarà la divisione dell’Italia ed il suo essere tragicamente attraversata, passo passo, dagli eserciti in guerra.

Trieste, di suo, vivrà il dramma della paventata inclusione nel Reich, delle tragiche quaranta giornate di occupazione jugoslava e della successiva occupazione alleata. Una volta di più, il destino della città di San Giusto risulterà diverso da quello del resto d’Italia. La guerra nel capoluogo giuliano finirà infatti ben nove anni più tardi (vale a dire nel 1954) rispetto al restante territorio nazionale, perché solo allora verrà a cessare l’occupazione militare di forze straniere.

In questo contesto la Lega Nazionale ricompare sulla scena della Venezia Giulia e lo fa da protagonista, da soggetto primario delle nuove vicende politico-sociali.

Già nel ’45 si discute di una sua ricostituzione, ma è nel ’46 che ciò si realizza, con quello storico manifesto che vede la sottoscrizione di firme le più autorevoli, di una serie di personaggi che sono espressione di posizioni politiche anche lontanissime.(12)

Questa rifondazione della Lega Nazionale ha sicuramente il suo momento di riferimento in quello storico passaggio vissuto, da Trieste, tra il 30 aprile ed il primo maggio 1945. In quella occasione Trieste si trovò a sperimentare, nel giro di poche ore, la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della terza (quella che si concluderà nel 1989). Nel resto d’Italia, nel resto d’Europa, nel resto del mondo ancora non lo si sapeva, si ancora era fermamente convinti che da un lato ci fossero il nazismo ed il fascismo (e con essi la Germania e l’Italia) gravati dalla disfatta e dall’altro Urss ed Usa, Francia ed Inghilterra accumunati dalla vittoria e dal compito di doversi spartire l’universo mondo e di accingersi a governarlo per un futuro, più o meno lungo.

Il futuro, viceversa, sarà di tutt’altro genere, sarà quello della cosiddetta “guerra fredda” nella quale i quattro vincitori della seconda guerra mondiale si troveranno in due schieramenti contrapposti: Unione Sovietica, da un lato, USA, Inghilterra e Francia dall’altro. Per i successivi decenni questi due schieramenti si confronteranno, si contenderanno il controllo del pianeta, si terranno reciprocamente sotto la minaccia letale dello scontro atomico.

Trieste tutto ciò sarà in grado di percepirlo già nel passaggio da quello storico trenta aprile 1945 a quel parimenti storico 1 maggio 1945, quando i “liberatori” titini si paleseranno immediatamente come nemici dei partigiani del C.L.N. di don Marzari (che pure il giorno prima avevano liberato la città dai Tedeschi), tanto quanto di tutti coloro che comunque non fossero Comunisti.

Don Edoardo Marzari: il quale sempre più chiaramente viene riconosciuto come figura centrale di quel momento storico, colui che – già presidente del Comitato di Liberazione Nazionale – avrà un ruolo determinante nel voler ricostruire la Lega Nazionale, per dare vita con essa ad una strumento che fosse idoneo a fronteggiare la nuova situazione triestina, quella cioè già inserita negli schemi della guerra fredda.

Nel nuovo scontro politico, quello della terza guerra mondiale, tra rivoluzione (lo schieramento comunista, che guardava ad Oriente) e libertà (lo schieramento democratico che guardava ad Occidente) la Lega Nazionale venne concepita come il soggetto che, al di là dei singoli partiti di appartenenza, doveva raccogliere e mobilitare tutti coloro che - in nome della libertà e dell’Italia - intendevano opporsi allo schieramento contrapposto, quello slavo-comunista.

Il successo clamoroso della ricostituita Lega (centinaia di migliaia di adesioni in pochissimo tempo) sta a dimostrare la giustezza dell’ intuizione di chi volle recuperare, dal passato, questa istituzione, di chi intuì che proprio nel passato della Lega erano già presenti quei due contenuti (libertà ed italianità) che nel secondo dopoguerra triestino andavano a costituire il motivo coagulante per la maggioranza della popolazione.

La Lega Nazionale, dunque, ricostituita quale espressione di quel “partito italiano” che sarà chiamato a contrastare il pericolo, vero e reale, delle pretese espansioniste di Belgrado. Sarà questo, in qualche modo, l’incubo che per quasi un decennio peserà su Trieste e sui Triestini: quello che i quaranta giorni di occupazione titina potessero ripetersi, il timore costante che qunato che stava succedendo in terra d’Istria potesse accadere anche all’ombra di san Giusto.

La garanzia più sicura, contro tale eventualità, venne vista nella prospettiva , nella speranza del ricongiungimento di Trieste allo Stato italiano. E questa costituì la domanda forte, la richiesta continua della Lega e di tutte le forze politiche riconducibili al partito italiano, l’appello rivolto ai consessi nazionali ed a quelli internazionali.

Fino a quando lo schema rimane quello tipico della guerra fredda (Oriente contro Occidente) è chiaro che l’appoggio arriva dai paesi occidentali, nel mentre Tito trova nell’URSS il suo sostegno. Ed è questo il contesto nel quale viene emanata la “Nota tripartita” del 20 marzo 1948, con la quale le tre potenze occidentali promettono la restituzione all’Italia, non solo di Trieste, ma anche della Zona B.

Quando però le evoluzioni del Maresciallo di Belgrado vanno a modificare gli scenari, anche la questione triestina rischia di prendere strade diverse. La pregevole relazione del prof. De Robertis , al convegno promosso dal Comune di Trieste sui fatti del ’53, ha fornito ampia documentazione di come il vento delle diplomazie, anche a Londra, anche a Washington, rischiasse di cambiare direzione e di iniziare a spirare in senso contrario ai desideri, alla volontà di quella stragrande maggioranza di triestini, quelli che si ritrovavano nel partito italiano, che si identificavano con la Lega Nazionale, che aspiravano con tutto il cuore al ricongiungersi con l’Italia.

Le Lega, in questa fase, risponde pienamente al suo ruolo di mobilitazione. Organizza manifestazioni, promuove cerimonie, mantiene sempre viva la sua presenza, il suo radicamento sociale (le colonie, il ricreatoria, l’assistenza scolastica, i libri in comodato e così via). Continua, in definiva, a raccogliere e mobilitare i Triestini che si ritrovano nel binomio “Italia e libertà”.

Quando poi si tratterà di giocare la partita decisiva, di “costringere” cioè Stati Uniti ed Inghilterra a rispettare le promesse, prima che si accingano a rimangiarsele, a quel punto la Lega Nazionale, e con essa la città tutta, saprà dare testimonianza adeguata: i martiri del novembre ’53 (tutti soci della Lega), le centinaia di feriti, di arrestati, di esiliati a seguito di quel novembre di sangue saranno la premessa necessaria perché l’incubo del ritorno dei titini possa definitivamente svanire, perché la guerra posso finalmente finire anche a Trieste, perché Trieste ritorni all’Italia e perché l’Italia ritorni a Trieste.

E quello storico 26 ottobre del 1954 segnerà sicuramente un momento di trionfo per la Lega Nazionale: sarà in qualche modo un ripetersi di ciò che avvenne con la prima Redenzione, quella del 1918.

Le finalità della Lega Nazionale, italianità e libertà, trovano in quel 26 ottobre la loro piena realizzazione.

 

***

 

(11) Tali beni verranno distribuiti tra l’Opera Nazionale Balilla e l’Ente Italia Redenta.

(12) Tale argomento viene analizzato nel saggio di Piero Del Bello “1946: Risorge la Lega Nazionale”, che viene proposto in appendice al presente volume


La seconda Redenzione di Trieste pone la Lega Nazionale di fronte ad una situazione per qualche verso analoga a quella verificatasi dopo il 4 novembre 1918. Di comune c’è, in entrambe la situazioni, l’avvenuto raggiungimento degli obbiettivi primari del Sodalizio: il congiungimento di Trieste alla Stato italiano e, conseguentemente, la fine della minaccia austriaca nel ’18 e lo svanire dell’incubo titino nel ’54.

Ma una qualche analogia è riscontrabile anche su un altro versante: sicuramente già con il Fascismo si era posto un problema di una diversa sensibilità centrale nell’interpretare l’identità giuliana (problema che forse è stato all’origine dello stesso scioglimento della Lega); dopo il ’54 questa problematica si ripropone, anche se in tutt’altra prospettiva: non più nei confronti del potere centrale, bensì in riferimento a quello locale.

Occorre ricordare la situazione politica triestina di allora. Il partito di maggioranza relativa (la DC ) era stato decisamente schierato, in tutto il dopoguerra, tra le forze del cosiddetto “partito italiano”; quello cioè di cui la Lega , dai tempi della sua rifondazione ad opera di don Marzari, era l’espressione e lo strumento più diretto ed esplicito. La Democrazia Cristiana aveva anzi costituito il fulcro di tale schieramento ed il tramite fondamentale per tutto il lavoro di collegamento con il Governo di Roma.

Figura simbolo di questo partito, ma al contempo di tutto il “partito italiano”, era stato Gianni Bartoli, il sindaco della seconda Redenzione. Accanto a lui, nello stesso partito, una serie di esponenti che ne condividevano obbiettivi, sensibilità e valori (Romano, Pecorari, Visintin e tanti altri).

Le vicende interne di quel partito portano però ad un drastico cambio della guardia: i cosidetti notabili (Bartoli e gli altri) vengono scalzati; al loro posto appare un nuovo gruppo dirigente, si parlerà inizialmente dei “giovani turchi”, poi dopo il Congresso di Firenze del ’59 troveranno la loro etichetta definitiva, cioè quella di “morotei”.

Saranno loro a controllare il partito (ed in breve tutta la città) per diversi decenni. Lo faranno su una linea politica per un verso di maggiore attenzione verso le sinistre, per un altro di esplicita rottura con quella che era stata la tradizione “liberal-nazionale”. Questo secondo elemento sarà vissuto con maggiore lucidità e consapevolezza da qualche esponente di spicco della nuova dirigenza: quasi un regolamento dei conti con la Storia, una sorta di nemesi in nome dei clericali e degli austriacanti, sconfitti nel ’15 proprio dalla Lega Nazionale. Sarà in questa visuale che si andrà a riproporre, a tavolino, una mittel-europa del tutto estranea dalla cultura ed al sentire della città, una nostalgia dell’Austria che farà inorridire chi l’Austria ancora può ricordarsela, sarà sempre in questa prospettiva che si vorranno dedicare studi, onori e rievocazioni alla figura di mons. Fogar, visto e proposto come figura alternativa a quella del suo successore mons. Santin. In definitiva una scelta di “liberare” Trieste da quelle sue “anomalie” che fossero riconducibili al passato liberal-nazionale (13)

Questa scelta politico culturale dei “morotei” di demonizzazione della tradizione “liberal-nazionale” andava necessariamente a collidere con quella funzione specifica rivendicata dalla Lega Nazionale di farsi custode dell’identità giuliana e quindi in primo luogo dello spirito e della tradizione rigorosamente anti asburgica dei primi venticinque anni del Sodalizio.

Quanto all’aspetto, meno culturale e più propriamente politico, dell’apertura alle sinistre, questo veniva poi a collidere con quella che era stata la vicenda del secondo dopoguerra, giacchè quelle sinistre a cui ci si rivolgeva altro non erano che componenti del cosiddetto schieramento slavo-comunista che, fino al 26 ottobre 1954, era stato visto (e non a torto) come la quinta colonna delle mire del maresciallo Tito.

A ciò si aggiunga una scelta a dir poco provocatoria: l’apertura a sinistra doveva attuarsi con l’insediamento al Comune di Trieste di un assessore slavo- titino.

Sulla vicenda Hresciak (il nome dell’assessore in questione) ci fu uno scontro durissimo, tra la Lega e la dirigenza morotea . Quest’ultima giunse a deliberare l’incompatibilità tra la presenza nella DC e nella Lega Nazionale (l’incompatibilità poi fu limitata a ruoli dirigenti). Il tutto non solo ignorando i pregressi strettissimi rapporti (da don Marzari in avanti), ma anche infischiandosene del fatto che, nella sua opposizione all’operazione Hresciak, la Lega Nazionale fosse in piena ed assolutamente esplicita sintonia con il vescovo Mons. Santin (il settimanale Vita Nuova, fu in prima linea in questa battaglia).

Alla fine la linea morotea passò e, per la Lega Nazionale, la sconfitta fu esplicita e pesantissima. Si ritrovò in larga misura isolata, inchiodata dalle accuse di estremismo politico (con possibilità di riferirsi ai soli partiti di destra) e di anacronismo storico-culturale, nel suo richiamarsi a quella identità giuliana di cui era stata interprete fin dal 1891.

La politica morotea, nel suo lucido progetto, dopo la vittoria sul liberal-nazionalismo nella vicenda Hreshiak, volle completare il quadro, proseguire nella “normalizzazione” della realtà triestina: far scomparire dalla scena politica anche quel tema dell’Istria, che continuava ad essere fonte di nostalgie, motivo di rimpianti, occasione per ripensare ad una Trieste, ad una Venezia Giulia più consone ai Gianni Bartoli che ai Guido Botteri (14)

Lo strumento per questa operazione, definibile come il voler porre la pietra tombale sulla questione Istria, doveva essere il Trattato di Osimo. Con tale atto ogni questione veniva chiusa e definita; in primis quella della cessione della sovranità sulla Zona B alla Jugoslavia (15).

Apparentemente la situazione politica e di pubblica opinione della città appariva non presentare rischi, per tale operazione dei morotei. Poi si verificò l’imprevisto: una scelta editoriale de Il Piccolo, l’animarsi della associazioni degli esuli e, con esse, delle Lega Nazionale, ma soprattutto quella vampata di passione, quella fiammata di rabbia che improvvisamente animò tanta parte dei Triestini: Osimo diventò sinonimo di vergogna e di ignominia, la classe politica che lo aveva sostenuto (bollata con l’infamante titolo di “osimante”) si trovò travolta dal verdetto delle urne che portò una sorta di sconvolgimento tellurico, dopo il quale niente fu come prima. Iniziò, con tale atto, quella nuova fase politica che vide la Lista per Trieste come protagonista.

La Lista non solo fu immediata interlocutrice della Lega Nazionale, ma si dichiarò esplicitamente continuatrice ed erede di quella tradizione “liberal-nazionale” di cui, per tutto il periodo del sistema moroteo, la Lega Nazionale era stata pressoché l’unica custode e tutrice.(16)

La vicenda Osimo, i riaprirsi del sistema politico triestino, l’offuscamento del “sistema moroteo” costituirono per la Lega Nazionale una sorta di bilanciamento, di compensazione di quella che era stata la durissima sconfitta sul caso Hresciak.

Il collegamento con le forze politiche, e quindi con la pubblica opinione, prese dunque un corso diverso.

Due esempi possono dare la misura di tutto ciò: negli anni successivi la Lega Nazionale ebbe diversi dirigenti e addirittura un Vice Presidente (il sen. Arduino Agnelli) provenienti da quel partito (il PSI) che era stato quello di appartenenza di Hreshiak; ancora, quella DC che aveva dichiarata l’incompatibiltà con la Lega Nazionale si trovò a candidare alla Camera (quale indipendente) lo stesso presidente in carica della Lega.

Il tutto a dimostrazione palese di come le condizioni di isolamento del dopo Hreshiak fossero decisamente superate e cancellate.

 

* * *

 

In tale nuova situazione, nella quale la Lega ha recuperato il suo ruolo di interprete di almeno parte della identità giuliana, quali gli ambiti, quali i compiti di sua spettanza? Riaffermare, senza alterigia, ma senza complessi, tutto la sua lunga tradizione, il suo esser stata interprete dell’identità vera di queste genti, il suo ricordare le vicende che hanno lasciato un segno vivo nella storia di queste terre.(17)

In conclusione, l’impegno di continuare a ribadire ed a testimoniare il fondamento di quella scelta che sta alla base dell’identità delle genti giulie: libertà e nazione italiana.

 

* * *

E si arriva così al 1989, al tracollo del Comunismo, ed al successivo sconvolgimento di tanti scenari.

C’è la decomposizione (nel sangue e negli orrori) della Jugoslavia, la nascita di nuovi stati (Slovenia e Croazia) ed il loro percorso europeo; per la situazione politica italiana c’è lo sconquasso di mani pulite, il nuovo assetto bipolare, il crescente coinvolgimento, del nostro paese, nei vincoli della dimensione europea.

Tutto ciò per la Lega Nazionale ha significato sicuramente l’apertura di nuove prospettive (ad esempio è ancora tutta da articolare la scelta di “portare l’italianità in terra d’Istria, di Fiume e di Dalmazia”), ma anche la rottura di predenti steccati (esponenti di quello che fu il Comunismo sono oramai pacifici e proficui interlocutori della Lega e fu una Giunta regionale guidata da un ex comunista – il Presidente Travanut - ad intervenire in maniera significativa per fronteggiare passate difficoltà finanziarie del Sodalizio(18)

Al di là di tutto questo c’è una tematica di fondo che sempre più è destinata a coinvolgere la Lega Nazionale, nel futuro che si prospetta.
Diego Redivo lo indica chiaramente, a conclusione del suo lavoro: il tema della nazione.

La fine del Comunismo ha sicuramente palesato come, al di là delle ideologie, il dato nazionale abbia dimostrato una vitalità forte e sia destinato a pesare nella realtà politica, presente e futura del continente europeo.

Contrariamente a passate previsioni, quella delle nazioni appare inoltre una realtà capace di sopravvivere anche all’eclissi degli stati nazionali: la nazione è viva e vitale, anche senza il supporto di uno Stato che con essa si identifichi

L’identità nazionale, il sentirsi parte di una realtà più ampia che superi i limiti della geografia e della storia, continua ad essere avvertita come un elemento irrinunciabile della nostra stessa identità personale.

Negli Stati Uniti il cittadino del Texas sente l’orgoglio della sua appartenenza texana e, proprio grazie a questo orgoglio, sente quello dell’essere cittadino USA. L’Europa, quella che ha casa a Bruxelles, manca tutt’ora di un’anima anche perché incapace di essere nazione. Potrà colmare tale vuoto solo se ciascuno porterà, in quella casa, il proprio essere italiano o francese, polacco o spagnolo. Se così non sarà Bruxelles resterà abitata – come lo è tutt’ora – solo da ottusi burocrati e da miopi banchieri.

Tutto questo per dire una sola cosa: il tema della nazione è uno di quelli che, come pochi altri, appartiene sia al presente che al futuro e con il quale ciascuno sarà chiamato a confrontarsi.

E per la Lega Nazionale proporre, approfondire, divulgare il tema “NAZIONE – IDENTITA’” significherà semplicemente restare fedele ad uno di quei binomi in cui vanno ravvisate le sue ragioni fondanti, uno dei filoni della sua sostanziale continuità: da quando venne costituita, in quel lontano 1891, che appartiene ormai a tre secoli or sono, fino ai giorni nostri, ormai incardinati nel nuovo millennio

 

Paolo Sardos Albertini

 

* * *

 

(13) Forse espressione di tale stato d’animo lo slogan con cui la DC morotea triestina affrontò una campagna elettorale: “TRIESTE NON E’ UN’ISOLA”. Episodio significatvo se si pensa che non molto tempo dopo proprio nella realtà triestina esploderà il fenomeno del “municipalismo”.

(14) Il dr. Guido Botteri, già dirigente della RAI, rappresenta una figura di spicco del gruppo moroteo, per un certo periodo anche Segretario del partito, comunque intellettuale di ampio respiro storico culturale e politico estremamente lucido: anche nell’individuare la Lega Nazionale come il nemico “liberal-nazionale” da abbattere. Qualcuno osservò che le sue origini trentine, e non giuliane, possono forse dare regione di questo voler vendicare i clericali autriacanti, sconfitti nel 1915. Ma queste sono valutazioni personali che meritano minima attenzione .

(15) E’ curioso che quegli stessi ambienti che hanno voluto e difeso Osimo avessero in precedenza sostenuto a spada tratta che tale cessione già sarebbe stata attuata con il Memorandum di Londra del ’54. Ma se così fosse stato che bisogno c’era del Trattato di Osimo?

(16) I collegamenti personali tra dirigenza della Lista e dirigenza della Lega sono stati innumerevoli. Bastino solo due nomi: il compianto Alfieri Seri, che della Lega fu anche presidente, ed il battagliero Gianfranco Gambasssini la cui fedeltà quale dirigente della Lega costituì sempre motivo di esempio

(17) Rientra in ciò l’azione svolta per far emergere la tragedia “rimossa” delle Foibe. Attraverso lo strumento del “Comitato Martiri delle Foibe” venne progressivamente realizzato un coinvolgimento delle istituzioni – fino al Capo dello Stato – nelle cerimonie al Sacrario di Basovizza. Il tutto ha trovato coronamento in quella “ giornata della memoria”, recentemente istituita dal Parlamento nazionale, su proposta dal triestino Roberto Menia, non a caso un vero e proprio “figlio della Lega”. Analogo impegno, di conservazione della memoria storico-patriotica, la Lega lo esplicò cu altri temi: il martirio di Guglielmo Oberdan, l’annuale omaggio agli studenti del Liceo Dante Alighieri, caduti per la patria, il ricordo dei Triestini trucidati dal piombo titino nel ‘45 in via Imbriani e, non ultimo, quelli dei caduti del 5 e 6 novembre 1953, dei quali per non pochi anni solo la Lega Nazionale parve conservare memoria.

(18) Delle volte c’è da restare ammirati per quella sorta di senso dell’umorismo che la Storia sembra manifestare: la riduzione dei contributi pubblici ai tempi di Mussolini giocò non poco nello scioglimento della Lega; di contro un intervento significativo di un Presidente Regionale ex Pci rese di fatto possibile il sopravvivere della Lega stessa.

L'opuscolo "Lega Nazionale - Storia di un Sodalizio che attraversa tre secoli" può essere richiesto alla Segreteria della Lega Nazionale (tel. 040/365343, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. ).
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Ristampato dopo mezzo secolo il saggio di Stefano Terra con il mistero del "falso" Josip Broz Tito, riappare il libro fatto sparire da Belgrado
Riappare dopo mezzo secolo il saggio di Stefano Terra "Tre anni con Tito", pubblicato da Mgs Press Belgrado disse: fate sparire quel libro Il mistero del vero Josip Broz, lo "strappo" con Mosca studiato ad arte

Ci mise poco a sparire dalle librerie, "Tre anni con Tito". Qualche settimana appena. E non perchè i lettori, a frotte, si fossero precipitati ad acquistare quel saggio controcorrente scritto da Stefano Terra nel 1953. No, sembra piuttosto, come sostiene la moglie del giornalista e scrittore, che le autorità di Belgrado ordinarono alla loro ambasciata di Roma di comperare tutte le copie disponibili.
Così, in un lampo, quel libro pubblicato dalla piccola casa editrice Bocca finì per diventare un oggetto misterioso. Un libro maledetto. Di cui si parlava soltanto a mezza voce. Di cui molti favoleggiavano il contenuto, senza averlo nemmeno sfogliato. E solo adesso, a distanza di mezzo secolo, "Tre anni con Tito" esce dall'oblio e ritorna in libreria.

La settimana prossima sarà Mgs Press (con il contributo della Provincia di Trieste e della Lega Nazionale) a distribuire il saggio di Stefano Terra, il cui vero nome era Giulio Tavernari, morto a Roma nel 1986. Il 14 dicembre verrà presentato al Circolo della Stampa di Trieste, alle 18, da Giuseppe Parlato, Giorgio Cesare e dalla moglie Emilia Tavernari.

Non si accontentava di raccontare ai suoi lettori le verità di regime, Stefano Terra. Da buon borghese liberale, da antifascista che credeva negli ideali di Giustizia e Libertà, quando si trovò a spiegare la Jugoslavia di Tito ai lettori della "Stampa" e agli ascoltatori dei programmi Rai, decise di non basarsi sulle veline. Anche perchè, in quegli anni, era ancora aperta la "questione di Trieste". E chi guardava l'Europa, il mondo, da Belgrado aveva la sensazione che gli americani fossero disposti a cedere alle mire di Josip Broz sulla Venezia Giulia. Perchè solo lui aveva dimostrato di saper tenere testa all'Urss.

Così Terra, che anni dopo avrebbe vinto il Premio Campiello e il Viareggio con i romanzi "Alessandra" e "Le porte di ferro", decise di prendere sul serio la sua missione di inviato. E cominciò a indagare su alcune stranezze del regime di Tito. Rischiando la pelle, rivelò perchè i discorsi del leader jugoslavo, trasmessi dalla radio con grande enfasi, all'improvviso venivano interrotti e sostituiti da brani musicali. Semplice: di solito, dopo aver tracannato un bicchiere di vino, Josip Broz lasciava da parte il linguaggio forbito e si rivolgeva alla gente con espressioni a dir poco colorite. A Roma che insisteva per riavere Trieste mandava a dire: "L'Italia e De Gasperi non avranno nulla da noi, nemmeno una fava bagnata di piscio". E poi, dietro l'apparente affabilità di Tito c'era un bel mistero. Tutti continuavano a interrogarsi: ma perchè parla con quell'accento marcatamente russo se dice d'essere croato? Terra cominciò a chiedere in giro e si spinse fino a Kumrovec, il paesone natale del Maresciallo. Lì raccolse testimonianze imbarazzanti. "Mi ricordo bene di Josip Broz - disse un vecchio - perchè quando andò apprendista meccanico a Sisak tornò senza due dita". E aggiunse che quel Josip Broz non venne arruolato nell'esercito, perchè gli mancavano l'indice e il medio della mano. Chi era, allora, lo Josip Broz Tito che aveva tutte e dieci le dita?

Ecco, "Tre anni con Tito" è questo e molto di più. Un libro che, ancora oggi, racconta la Jugoslavia di Tito senza il timore di ridimensionare un mito costruito troppo in fretta. Con quarant'anni d'anticipo arriva a preconizzare il sanguinoso scontro etnico che avrebbe sconvolto i Balcani. E fa capire che perfino lo "strappo" con Mosca fu costruito e strombazzato ad arte.
Normale che Stefano Terra fosse arrestato, nel settembre del 1953. E poi espulso dalla Jugoslavia. Ancora oggi il suo libro scorre, pagina dopo pagina, come lava incandescente.


Alessandro Mezzena Lona

da "Il Piccolo" del 1/12/04

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La Lega Nazionale è stata orgogliosa di presentare le memorie del defunto Ermanno Mattioli, cittadino polesano prigioniero dei partigiani titini tra il 1945 e il 1946. L’opera è stata presentata nella conferenza che ha avuto luogo la sera di venerdì 18 novembre, presso il circolo culturale Il Colle in via Umberto I 51 a san Daniele del Friuli, sede della Lega Nazionale.

Hanno inaugurato la serata Massimiliano Verdini, coordinatore della Delegazione Friulana della Lega Nazionale, e Maurizio Rinaldi, presidente del circolo Il Colle e membro dell’associazione. La partecipazione all’evento è stata numerosa, con 40-50 persone che hanno formato un pubblico compatto e caloroso.

Il libro, Istria ’45-’46 – Diario di prigionia, è stato introdotto da Gianfranco Mattioli, il figlio dell’autore, nonché responsabile della raccolta e pubblicazione postuma del diario: grazie ai suoi interventi siamo stati in grado di ricostruire meglio la figura di Ermanno, senz’altro positiva. Già con l’intervento successivo del gen. Silvio Mazzaroli, Sindaco del Libero Comune di Pola in esilio in Patria e direttore de L’Arena di Pola, sono emersi alcuni tratti significativi che hanno contraddistinto le vicende narrate e l’atteggiamento del protagonista-autore, quali la totale assenza di odio e di risentimento verso coloro che hanno portato i nostri connazionali alla morte o all’esilio, nonché la forza incrollabile della Fede, che ha permesso a Ermanno di superare molti tormenti: non ultima, la presenza della moglie Antigone, piccola ma tenace, capace di seguire gli spostamenti del marito tra le carceri di tutta l’Istria.
È seguito un intervento di Gaetano Valenti, consigliere regionale ed ex Sindaco di Gorizia, che ha approfittato dell’occasione per ricordare il drammi dell’esilio dei 350 mila istriani fuggiti dalla dittatura militare jugoslava: argomento dal quale è partito il cavalier Rodolfo Ziberna, presidente della Sezione di Gorizia della Lega Nazionale e presidente dell’Associazione Nazionale Venezia-Giulia e Dalmazia della città sonzìaca, per poi portare a compimento un approfondito esame dell’opera, delle circostanze storiche e delle figure di Ermanno e Antigone. La relazione di Ziberna è stata inframmezzata da letture di passi del libro da parte di Francesco Brocchi, membro della Delegazione Friulana della Lega Nazionale. Brocchi ha aggiunto l’importanza dell’amore come elemento cardine delle memorie e come sentimento incrollabile, capace di vincere l’inevitabile odio verso l’oppressore.

L’andamento generale della discussione ha determinato la lettura dei passi più lieti e umani, per quanto il diario ci ricordi episodi di pesante crudeltà, di ingiustizia e di sprezzo verso le leggi internazionali. Non possiamo dimenticare quello che i nostri connazionali hanno patito a conflitto già finito, quando il nostro popolo usciva già provato dalla Guerra Mondiale e dalla Guerra Civile: si trattò di una prevaricazione a danno di civili innocenti da parte di un regime che, per quanto avesse osteggiato la guerra, non esitò a procrastinarla a nostro danno e a proprio beneficio.
Tutti i presenti hanno manifestato questa necessità di rivendicazione dei torti subiti e un interesse, forte, di divulgare i fatti che hanno segnato la tragedia dei Giuliano Dalmati: non per dissotterrare rancori, bensì per ricordare con frasi genuine e vivo trasporto i connazionali che più di tutti hanno patito.
La quasi totalità dei presenti è rimasta fino alla bicchierata finale, mentre la conferenza si è protratta ben oltre le più rosee previsioni con interventi vivaci e concreti da parte di studiosi, reduci e cittadini polesani. Forse sulla falsariga del libro, le argomentazioni si sono sviluppate all’insegna della civiltà e del rispetto reciproco, pur non nascondendo una certa perplessità nei confronti di coloro i quali ancora non riconoscono la gravità del dramma patito dai nostri fratelli Giuliano Dalmati.

Francesco Brocchi

copertina6LE CANZONI DELLA LEGA NAZIONALE ………a modo nostro di  Bruno e Fiorella Iurcev
 

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"Berlino 1989. Guerra Fredda in Europa", a cura dell'Associazione Inoltre

Il dvd, oltre al ricco repertorio iconografico, proveniente dall'archivio fotografico Grazia Neri, il dvd contiene le schede di approfondimento sulle varie sezioni cronologiche, in cui il documentario d'articola, curate da storici e studiosi del nostro ateneo.

Il DVD  può essere richiesto alla segreteria della Lega Nazionale (040/365343 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. ).

 

Istria ’45 - ’46, diario di prigionia
135 pagine – 10 euro
Alla fine della Prima Guerra Mondiale, il confine italo-jugoslavo passava attraverso una linea immaginaria che collegava Tarvisio, Fiume e Zara. Lo sconfitto Impero Austroungarico aveva infatti dovuto cedere quei territori che nei secoli erano appartenuti dapprima all’ Impero Romano (la cui testimonianza più evidente è la bella arena di Pola), poi alla Repubblica Veneta, alla monarchia asburgica, per un breve periodo a Napoleone ed infine nuovamente all’Impero degli Asburgo.

Con la conferenza di pace di Versailles del 1919, i territori storicamente italiani tornarono quindi al nostro Paese.

Nemmeno trent’anni dopo , queste terre cambiarono nuovamente proprietario; nel 1947, a seguito della sconfitta italiana nella Seconda Guerra Mondiale, si sancì, tra mille polemiche, che l’Istria e la Dalmazia venissero integralmente consegnate alla Jugoslavia del maresciallo Tito.

Questo libro è il diario di prigionia del maestro di scuola elementare Ermanno Mattioli, nato a Pola il 24 luglio 1906 e catturato dai partigiani di Tito quando l’Istria venne abbandonata dai presidi militari italiani.In quel periodo i confini italiani furono esposti all’invasione incontrastata dei partigiani jugoslavi da est e dai tedeschi da nord: le popolazioni di queste terre dovettero così subire le barbarie di entrambi gli invasori.

Detta occupazione fu talmente rapida che pareva organizzata da tempo, visto che già il giorno dopo aver varcato il confine, i partigiani si stavano impadronendo delle caserme e dei magazzini militari.

Ma la cosa più triste e drammatica fu che migliaia di italiani vennero torturati, assassinati e gettati, a volte ancora vivi, nelle ormai tristemente famose foibe.

La cosa più sconcertante è che ci sono voluti anni ed anni prima che queste vittime innocenti siano state riconosciute vittime di genocidio e che anche i mass media abbiano cominciato a dire la verità su quegli anni.

Vi fu una vera e propria pulizia etnica. Facendo credere di voler perseguitare i fascisti, il compito dei partigiani di Tito (come ha poi ammesso il suo braccio destro in un’ intervista di qualche anno fa) era in realtà quello di “indurre tutti gli italiani ad andare via, con pressioni di ogni tipo”.

Il diario di Mattioli ripercorre tutto il calvario di prigionia dal maggio 1945 al miracolo della scarcerazione più di un anno dopo.

Il doloroso calvario della città di Pola che dovrà subire l’invasione dei partigiani con 45 giorni drammatici, prima che il governo Alleato si decida ad occupare la città, ponendo fine al terrore.

Tutto passando per la caccia all’italiano fatta casa per casa dalla polizia slava, grazie anche all’aiuto di certi delatori ex fascisti che han pensato bene di cambiare subito camicia.

Il rifiuto di abbandonare la città e la famiglia, in quanto convinto di non aver nulla sulla coscienza, se non solo l’essere italiano.

I nascondigli di fortuna nei sottotetti della chiesa di S.Antonio a Pola per sfuggire agli sgherri dell’ OZNA, la famigerata polizia balcanica.

L’arresto dei figli e della moglie di Ermanno,ed al suo inevitabile “costituirsi” per evitare altre vessazioni ai familiari.

L’arresto con al famosa “auto nera”, denominata “la bara dei vivi” e con l’invito a recarsi per pochi minuti al comando, pochi minuti che si prolungheranno per più di un anno.

I giorni chiusi in cella senza interrogatorio , con la paura del domani, con il pensiero alla famiglia.

Gli interrogatori che duravano ore e le torture fisiche e psicologiche.

I lunghi trasferimenti a piedi, su camion da Pola a Buccali a Fiume, in giro per carceri.

Il processo, l’accusa di essere italiano e di aver insegnato l’italiano, la condanna nel “Collegio per lavori forzati” a Kocevie.

Le storie terribili di alcuni compagni di sventura, il patire la fame fino a giudicare prelibatezze le bucce di patate.

Infine l’insperato ritorno a casa grazie alla riduzione della pena, gioia immensa del ricongiungimento con la famiglia; ma poi la decisione di abbandonare la propria casa e la propria terra con l’Esodo.

Infatti il territorio giuliano ed istriano era stato diviso in due parti : la Zona A, su cui il Governo Militare Alleato estendeva la sua giurisdizione e che comprendeva oltre a Pola, le province di Trieste e Gorizia. La Zona B che comprendeva Fiume e tutta l’Istria, era ormai territorio jugoslavo.

Il desiderio di italianità di Pola fu avversato in tutti i modi dai partigiani slavi, fino alla barbara strage della spiaggia di Vergarolla , dove scoppiarono delle mine e morirono più di 110 polesani.

Con la firma del trattato di pace di Parigi , il febbraio 1947, si impose all’Italia la cessione di Pola , Fiume, Zara, gran parte delle province di Trieste e Gorizia.

Molto italiani abbandonarono le loro case e le loro terre , per poter rientrare in territorio italiano.

Nella sola città di Pola, su 34.000 abitanti, ne partirono 30.000.

Si portava via il possibile, a tal punto che vennero razionati i chiodi per effettuare gli imballi dei materiali.

Da parte sua , il governo italiano non agevolò subito l’esodo, anzi, si propose di far rientrare gli istriani nelle loro case. Alcune forze politiche , spinte da motivi ideologici, non ravvisarono neppure la necessità che gli italiani abbandonassero l’amica e comunista Jugoslavia.

Dopo varie proteste ed appelli si decise di intervenire e fu favorito l’esodo: il piroscafo Toscana ed altre motonavi cominciarono così i loro viaggi verso le coste italiane.

Da precisare che gli istriani che arrivarono in Italia non furono accolti a braccia aperte: l’ignoranza e la mancanza di informazione fece sì che essi fossero ritenuti austriaci o slavi arrivati fin lì in cerca di lavoro.

Invece di venir elogiati per aver abbandonato tutto pur di rimanere italiani, molti di loro venivano accolti con parolacce e sputi ed accusati di esser fascisti “che sfuggivano alla giusta reazione del popolo lavoratore”.

Molti si ricordano quando le motonavi cariche di profughi attraccavano a Venezia alla famosa Riva degli Schiavoni, i comunisti tiravano sassi ai poveri istriani , a donne , vecchi e bambini tanto che molti di loro non ebbero nemmeno il coraggio di scendere a terra e preferirono (ahimè) ritornare indietro…….senza poter immaginare a cosa sarebbero poi andati incontro.

Addirittura alcuni ferrovieri minacciarono scioperi se i treni merci che portavano i profughi si fossero fermati nelle loro stazioni.

Come commentare questi fatti?
Nel diario viene narrato in maniera serena un dramma storico, è una cronaca fedele di un esperienza terribile raccontata da una persona semplice abituata ad insegnare ai propri alunni la correttezza e l’amore verso il prossimo, anche quando questo si presenta sotto forma di torturatore.

In ogni istante egli affida a Dio il proprio destino, fiducioso che Egli saprà gestire la sua sorte nel modo che riterrà più opportuno, nel bene e nel male.

Solo chi l’ha vissuto può capire cosa possa voler dire lasciare la propria terra, la casa, gli affetti.

Inutile dire che mentre le città rimanevano praticamente deserte, dalle periferie arrivavano i nuovi occupanti che in breve tempo si impadronivano delle case e dei beni abbandonati.

Alla fine dell’Esodo si calcola che quasi 350.000 abitanti sui 580.000 abbandonarono le terre divenute ormai Jugoslavia.

Nessuna di queste persone è stata e probabilmente sarà mai risarcita per ciò che ha vissuto o per quello che ha perso.

Questo diario, come tanti altri libri scritti , servirà forse a rispondere alla domanda che si poneva l’allora segretario del PCI: “Perché bisogna evacuare Pola?”

Massimiliano Panizzut (nipote)
Chi fosse interessato può farne richiesta allo 338.58.57.826 , il costo serve a recuperare le spese di stampa , l’operazione non ha scopo di lucro ma solo di diffusione culturale a ricordo perenne di tutte le vittime del genocidio partigiano comunista jugoslavo.

Libro: Lega Nazionale 100 anni di propaganda
di Piero Delbello

offerta minima 35,00 Euro (più spese spedizione)

100 (e 17) anni di propaganda della Lega nazionale raccontata attraverso la più completa raccolta di immagini, cartoline, libri, oggetti conservati da collezionisti privati e da enti pubblici e recuperati dal curatore del volume Piero Delbello.

 

Una fotografia illuminante per quanto riguarda la pubblicità ed il marketing dei primi anni del 1900.

 

Il volume di 238 pagine è disponibile presso la nostra sede (040365343) o vi può essere inviato via posta. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Tito, orrori anche in Slovenia

 

Luciano Garibaldi

Lo storico Guido Deconi ha ricostruito in volume le stragi compiute dai comunisti titini non solo dei connazionali filofascisti e filonazisti, ma anche dai partigiani non comunisti, temuti antesignani di una Jugoslavia democratica

Sia in Slovenia che in Croazia», scriveva tempo addietro Robi Ronza su "II Giornale", «alla fine della guerra i comunisti titini fecero strage non solo dei connazionali filofascisti e filonazisti, ma innanzitutto dei partigiani non comunisti, temuti antesignani di una Jugoslavia democratica che Tito vedeva come il fumo negli occhi».

E aggiungeva: «Si calcola che nei dintorni di Lubiana circa ottomila di questi ultimi siano stati sterminati e sepolti in giganteschi cimiteri segreti. Tale è la consistenza di questi cimiteri che essi sono divenuti un problema inconfessato ma reale per i progettisti delle nuove autostrade slovene e croate. Ufficialmente non esistono, ma chi traccia le nuove autostrade deve stare bene attento a non andarci dentro».

Per concludere: «Finora in Slovenia e in Croazia questi orrori continuano a venire censurati. La ragione di tale censura è che nelle classi dirigenti adesso al potere sono troppo numerosi coloro che in gioventù parteciparono a questi massacri o sono figli di persone che li diressero, o appartengono a famiglie che si arricchirono con la razzia dei beni degli uccisi e degli espulsi».

Ebbene, questa dura ma rigorosamente esatta rappresentazione della tragedia storica legata alla Slovenia ha trovato adesso una clamorosa conferma nell'opera di Guido Deconi, istriano, ma ormai milanese fin da ragazzo, che a proprie spese, e forte della sua conoscenza della lingua slovena della lingua slovena e dei vari dialetti di quella terra, ha tradotto in italiano, e pubblicato in un volume di 800 pagine, una serie di pubblicazioni semiclandestine uscite a varie riprese in Slovenia a cura di un gruppo di giovani ostili al regime che tuttora domina quelle terre, e desiderosi di mondarsi delle colpe del passato.

«Mio padre fu infoibato», mi dice Guido Deconi. «È anche per questo che ho deciso di dedicare questi anni della mia ormai non più giovane vita ad un lavoro certamente titanico, ma, a mio avviso, necessario; Per il ristabilimento della verità storica sulle terre italiane che più hanno sofferto le conseguenze della seconda guerra mondiale, e per un doveroso omaggio verso le migliaia di martiri innocenti».

Il volume di Guido Deconi ha per titolo "Slovenia: anche noi siamo morti per la patria – I sepolcri tenuti nascosti e le loro vittime". Nel frontespizio, l'autore ha voluto scrivere: «Questo libro è dedicato alla memoria di mio padre Antonio, trucidato a Canale d'Isonzo durante i festeggiamenti del primo maggio 1945, e a mia madre Maria Angela che, essendo deceduta prima, non ha potuto assistere né alla rovinosa caduta del del comunismo ne della dissoluzione della Jugoslavia».

Incominciamo subito da un episodio di altissima drammaticità, narrato nelle pagine del commovente, anzi straziante libro-testimonianza. È il maggio 1945. Alcuni battaglioni di soldati inglesi trasferiscono su treni merci, dai campi di prigionia situati in Italia, lungo la costa marchigiana, diecimila soldati della "Difesa anticomunista del territorio sloveno", per consegnarli agli sgherri di Tito. Sono i "domobranzi", ragazzi che hanno risposto alla chiamata alle armi del governo di Lubiana, sotto protettorato tedesco, e hanno fatto il loro dovere, battendosi contro le bande di Tito. Il loro destino? Le foibe, dove verranno gettati vivi dopo avere subito orribili sevizie. Si erano arresi alle truppe britanniche sperando nella prigionia garantita dalla Convenzione di Ginevra. Ma gli inglesi li tradirono vigliaccamente.

Perché la storia “ufficiale” non l’ha ancora spiegato, ma qualche storico “marginale” una spiegazione l’ha data: gli inglesi dovevano in qualche modo far tacere Stalin, ch’era venuto, a conoscenza della tresca Mussolini-Churchill e minacciava il finimondo. Lo placarono dandogli in pasto 150mila ucraini, cetnici, domobranzi e mongoli che avevano servito sotto la svastica hitleriana.

Non siamo che all'inizio di una storia raccapricciante. Che incomincia con una leggenda finalmente sfatata: la guerra partigiana contro i fascisti non ebbe inizio nel 1941 in Slovenia né in Croazia né in Serbia, ma a Trieste, nell'ottobre 1943, ad opera di elementi triestini, dunque cittadini italiani, ma di madre lingua slovena. Insomma, i nonni - anche se non tutti - di coloro che ancor oggi leggono il noto quotidiano sloveno liberamente pubblicato nel capoluogo giuliano. La Slovenia è letteralmente disseminata di inumazioni di massa: domobranzi, italiani, preti e seminaristi, appartenenti alle minoranze di lingua tedesca. Su un totale di 60mila morti tra l'ottobre 1943 e gli anni post-bellici, i risultati della ricerca ci dicono che 40mila furono le persone assassinate dai comunisti e 20mila quelle morte sotto i bombardamenti alleati su Lubiana e le città costiere, oppure fucilate dai tedeschi nel corso delle loro rappresaglie, non meno feroci di quelle che sarebbero state, dopo la fine della guerra, le stragi comuniste. Gli esempi sono allucinanti. Vi si racconta, per esempio, la storia di una madre di 17 figli uccisa con braccio il suo ultimo nato, di appena un anno. Oppure le vicende dei gulag di Celjc e San Vito dove, tra il 1945 e il 1948, decine di italiani e sloveni anticomunisti furono soppressi dopo torture inenarrabili e dopo essere stati costretti a gridare «Siamo traditori! Siamo banditi!». Il libro è dunque una sconvolgente antologia di sadismo, crudeltà e ferocia.

Chiedo a Maria Renata Sequenzia, presidente del Movimento nazionale "Associazione culturale Istria Fiume Dalmazia", un commento all'opera di Deconi: «Da queste pagine», dice la battagliera presidente, «risulta evidente il massacro di cittadini inermi e innocenti, senza alcuna distinzione di età, né di sesso: bambini, donne, vecchi, uomini, ad arbitrio totale di belve assatanate, vengono considerati nemici del regime comunista, vengono strappati, solitamente di notte, alle loro case, trascinati in luoghi rtascostì - per lo più in prigioni e campi di concentramento imparagonabili a quelli italiani - e poi sottoposti a strazi inenarrabili fino alla morte per essere infine gettati in qualsiasi buca, foiba, anfratto, bosco, abbandonati alle bestie e alle intemperie, disfatti senza nome, cancellatì, annullati».

«Il recupero, dove impossibile quello dei corpi, almeno quello della memoria», prosegue Maria Renata Sequenzia, «è il filo conduttore principale dell'attività di questo piccolo e lodevole gruppo di giovani revisionisti sloveni che hanno il merito di aver portato alla luce le malefatte dei carnefici comunisti in un quadro di orrori mai prima descritto con tanta precisione. E naturalmente, di Guido Deconi, che ha tradotto tutto in italiano».

Chiedo a Guido Deconi di spiegare il significato politico e storico dell'iniziativa cui si è ispirato il suo lavoro. «Le autorità slovene», mi risponde, «hanno approvato, almeno formalmente, delle leggi affinchè le ingiustizie venissero sanate, ma queste leggi non vengono applicate in quanto lederebbero pesantemente gli interessi degli stessi governanti che altro non sono se non gli ex portaborse dei grandi condottieri comunisti del passato. La Corte Costituzionale slovena ha abolito la cosiddetta "legge delle confische" ma non le confische avvenute sessantanni fa, che rimangono inalterate, tanto che a nessuna famiglia e a nessun avente diritto è stato restituito quanto fu tolto. Una cosa comunque si può affermare: le autorità statali slovene hanno autorizzato e finanziato alcune associazioni per la ricerca e l'individuazione dei sepolcri tenuti nascosti».

Chissà, forse lo hanno fatto per agevolare il lavoro degli ingegneri addetti alla costruzione delle nuove autostrade. Continueremo a pensarla così finché non si metteranno in ginocchio di fronte ai nostri e ai loro morti.

PRESENTATO A TRIESTE IL LIBRO DI AUTORI SLOVENI SUI MASSACRI DEL 1945
Una lunga marcia della morte
Pagine di storia raccontate solo dopo 60 anni di silenzio

TRIESTE – Quante pagine di storia ancora ignoriamo perché mai scritte e raccontate? E quante di queste, seppur conosciute, vengono taciute per politiche d’opportunità? Può un eccidio di migliaia di persone attraversare ben 60 anni di colpevole silenzio storiografico per attendere di venire rivelato dal preciso benché amatoriale impegno di ricerca di una semplice associazione civile di volontari?

La storia solitamente la scrivono i vincitori che determinano il discrimine tra vittime e perseguitati. Ma a tanti decenni di distanza, così come il giornalista Giampaolo Pansa ha fatto per le esecuzioni dei fascisti o presunti tali del 1945 nell’Alta Italia, altre testimonianze si fanno strada. Spesso, nel corso della guerra e, purtroppo, negli anni successivi, le vendette incrociate sono state la regola, vittime e carnefici si sono scambiati i ruoli dipendentemente dalla sovranità sui territori e dalla politica, anche internazionale, del momento.

Ecco che 35.000 persone – domobrani, collaborazionisti e famiglie al seguito – assassinate in Slovenia nel ‘45 nei modi più truci ed efferati (anche a mannaiate o con coltelli e maceti) dai partigiani titini, trovano ora testimonianza storica e un momento di pietà.

Erano colonne di sbandati e sconfitti in marcia verso le postazioni degli Alleati che venivano riconsegnati, dopo il tentativo di riparare in Austria, agli stessi partigiani. Solo ora, nel 2005, ritrovano la dignità del riconoscimento di un martirio subito pur senza poter ricevere una degna sepoltura – visto che impossibile sarebbe dare identità a resti umani rinvenuti nelle centinaia di fosse comuni disseminate in tutta la Slovenia.

“Slovenia 1941-1948-1952. Anche noi siamo morti per la Patria – Tudi mi smo umrli za domovino” è il lavoro documentato, ora tradotto anche in italiano (mentre inizia anche la traduzione in lingua inglese) di quanto è emerso dalle indagini e dalle testimonianze raccolte dall’Associazione slovena per la Sistemazione dei Sepolcri tenuti nascosti durante il lavoro di mappatura dei “luoghi celati” dove trovarono orribile morte non solo ufficiali e sottoufficiali (presumibili prigionieri di guerra), ma anche famiglie intere di civili bollate come anticomuniste e, quindi, “traditori da liquidare”.

Agghiaccianti i pochi passi letti e commentati da Fausto Biloslavo che, in una gremita sala della Lega Nazionale d’Istria Fiume Dalmazia di Trieste, ha presentato la traduzione italiana del libro succitato alla presenza di due dei quattro autori del volume, e di Guido Deconi, promotore della traduzione italiana e della pubblicazione dell'opera.

La pulizia etnica – è stato detto durante la serata – di ispirazione ideologico-politica venne annunciata nel febbraio del ’43 (“…chi non dimostrerà interesse per il comunismo, verrà eliminato”) per raggiungere l’apice della ferocia nel maggio di due anni dopo: i prigionieri (soldati o civili che fossero, di svariate nazionalità) venivano, dopo la cattura, prima costretti spesso a insensati pellegrinaggi – i cosiddetti “percorsi della morte” – da un campo di prigionia all’altro, per poi, dopo aver vanamente sperato nella salvezza, finire uccisi nel più barbaro dei modi.

Ai prigionieri tedeschi era riservato il compito di raccogliere nei boschi le membra delle vittime massacrate per poi finire comunque uccisi o buttati nelle fosse comuni loro stessi.

Tanti i documenti, le foto e le testimonianze raccolte nel libro con lo scopo di dare almeno il riconoscimento del ricordo a quella che fino al 1989 veniva sotto voce chiamata la “generazione scomparsa”, ma di cui non era consentito parlare: troviamo così segnate su una mappa artigianale decine di fosse comuni risalenti al periodo della guerra (‘41-‘45), moltissime foibe e numerosissime fosse utilizzate nel primo dopoguerra, dal 1.mo maggio del ’45 in poi, fino, sembrerebbe, alla fine del ’49, anno in cui veniva varata la Costituzione jugoslava.

L’invito conclusivo del padrone di casa, l’avv. Paolo Sardos Albertini, in qualità di Presidente del Comitato per le Onoranze agli Infoibati a Basovizza, a condividere con i cittadini d’oltreconfine le commemorazioni delle vittime italiane e slovene di una stessa strategia, quella del regime, sembra voler auspicare al recupero di una memoria a lungo e da più parti negata verso il riconoscimento della verità.

Emilia Marino

Libro: Le trincee della Nazione: cultura e politica della Lega Nazionale
1891 - 2004

offerta minima 35,00 Euro (comprese spese spedizione)
30,00 Euro se ritirato in Sede

Le trincee della Nazione: cultura e politica della Lega NazionaleLa Lega Nazionale nel suo tempo e nelle sue Sezioni Adriatica, Tridentina e Dalmata, vista attraverso documenti, immagini e testi elaborati e raccolti dallo storico Diego Redivo.

Un lavoro completo che ricostruisce i passaggi storici in una visione organica della Lega Nazionale e delle problematiche del confine orientale dal 1891 ad oggi.

Il volume (21cm x 30cm, 187 pagine) raccoglie inoltre decine di fotografie ed immagini d'epoca, molte delle quali pubblicate per la prima volta.

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Il libro è anche disponibile nelle librerie, ed in particolare a Trieste presso le “Librerie Internazionali Italo Svevo” di Corso Italia, 9 e di via C. Battisti, 6

leggi la prefazione

Un secolo in trincea da "Il Piccolo"

Altri approfondimenti

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La Lega Nazionale d’Istria Fiume Dalmazia - Mirabili Lembi d’Italia ha fatto tradurre ed ha patrocinato la pubblicazione dell’opera

 

ANCHE NOI SIAMO MORTI 
PER LA PATRIA

“ Tudi mi smo umrli za domovino”

 

lavoro compiuto con ammirabile impegno da cinque coraggiosi cittadini sloveni, che in un ambiente ancora ostile, hanno voluto portare a conoscenza di tutti, le testimonianze degli efferati delitti e degli eccidi commessi dalle bande titine (composte da comunisti italiani e sloveni) entro gli attuali confini della Slovenia ed in particolare nei territori ex italiani, sia durante il secondo conflitto mondiale sia dopo che la guerra era finita.

Una sconvolgente antologia di sadismo, crudeltà e ferocia.

È un volume prezioso di 892 pagine documentato con diverse attestazioni nel testo originale (con relative traduzioni). Vi sono inoltre alcune interessanti illustrazioni ed anche delle struggenti poesie.

Un testo che non dovrebbe mancare in nessuna famiglia che ha rispetto della verità e vuole che venga diffusa.

Videocassetta: Novembre 1953
Per Trieste italiana

offerta minima 15,00 Euro (comprese spese spedizione)

Documenti originali, filmati dell'Istituto Luce,  sulle giornate del 5 e 6 novembre 1953.

Alcuni spezzoni possono essere scaricati da Trieste italiana

Per chi lo desiderasse può essere riversata una copia anche in DVD al costo aggiuntivo di 5,00 Euro. La copia, non originale, dovrà essere sempre accompagnata dalla videocassetta munita di bollino SIAE.

per pagare

E' un'opera piuttosto particolare, questa che la Lega Nazionale ha il piacere di proporre. Non tanto una tradizionale biografia, quanto piuttosto un intenso mosaico che emerge da tutta una serie, ricca e variegata, di documenti e di testimonianze che accompagnano la vita dell'ing. Gianni Bartoli, fino alle radiose giornate del 1954.

A Gianni Bartoli resta indubbiamente legata la definizione di "Sindaco della Seconda Redenzione" della città di Trieste. Perché la sua persona, il suo operare segnarono in maniera indelebile quel momento storico della città di San Giusto, quando trovarono definitivo coronamento i desideri, le passioni, le sofferenze di generazioni e generazioni di Triestini: il definitivo congiungimento di Trieste alla Madre Patria Italia.

Gianni Bartoli, più di chiunque altro, personificò quel momento storico, quell' "epos" di passione e commozione, quando la città di Trieste si entusiasmava, si commoveva al grido di "Italia, Italia", quando in nome del Tricolore si era stati pronti anche al supremo sacrificio.

Gianni Bartoli ricordato, dunque, come Sindaco della Trieste Redenta, ma anche figura autorevolissima dell'Esodo giuliano- dalmata (e quindi drammaticamente consapevole del sacrificio consumato sulla terra d'Istria), oltre che esponente di rilievo del mondo cattolica. Gianni Bartoli, infine, dirigente di prestigio della Lega Nazionale, di cui tra l'altro fu uno dei promotori, nel 1946, della ricostituzione.

La Lega Nazionale, nel dedicargli questo lavoro, ritiene così non solo di offrire un prezioso strumento agli storici, ma anche di rispondere ad un preciso dovere di riconoscenza nei confronti di questo grande, grandissimo figlio di queste terre.

 

Avv. Paolo Sardos Albertini
Presidente della Lega Nazionale

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