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Con Marco Pirina scompare un ricercatore della verità ed un grande amico di Gorizia Lunedì scorso nel suo buon ritiro di Dobbiaco moriva a 68 anni, stroncato da un infarto, Marco Pirina, uno dei più profondi conoscitori dei drammi del Confine orientale (ma non solo), delle foibe, delle vendette partigiane. Venticinque anni fa fondava l'Istituto di ricerche storiche "Silentes Loquimur", punto di riferimenti per moltissimi ricercatori. Nell'ultimo quarto di secolo ha pubblicato una trentina di opere storiche, di ricerca, approfondimento. A Marco la definizione di storico andava certamente stretta. Egli, infatti, si è avvicinato alla storia non già per una generica passione verso ciò che costituisce il passato, bensì per la voglia, di cui non fu mai sazio, di conoscere la verità in ordine ad accadimenti di cui non si poteva parlare, veri e propri tabù, come le migliaia di vittime finite nelle foibe per mano titina, ma anche certe atrocità commesse dai partigiani comunisti, senza con ciò nulla togliere a quei tanti partigiani, di cui siamo orgogliosi, che hanno perso o rischiato la vita per difendere il suolo patrio.
Questione di stile.... Meditando sugli avvenimenti che hanno portato al Concerto per l’amicizia, tenutosi a Trieste il 13 luglio 2010 in piazza dell’Unità d’Italia e diretto dal M° Riccardo Muti, presenti i Presidenti delle repubbliche d’Italia, Slovenia e Croazia, da storico dilettante quale sono, ho ripensato al giorno ormai abbastanza lontano - ma neppure tanto per certi versi - dell’8 settembre 1943, ossia a quello che è passato alla storia come l’Armistizio di Cassibile. Detto armistizio, firmato in segreto il 3 settembre del 1943, fu l'atto formale col quale il Regno d'Italia si arrese agli anglo-americani durante la seconda guerra mondiale. In effetti, più che di un armistizio, si trattò di una resa incondizionata, richiesta dagli Alleati dopo le decisioni prese nel corso della Conferenza di Casablanca del gennaio 1943. Come tutti ben sappiamo, purtroppo, dopo l’8 settembre, la guerra non finì.
Come si può essere del tutto asimmetrici invocando la simmetria !? Ce lo insegna, maestro d’eccezione, Boris Pahor -96 anni scrittore triestino di lingua slovena- che nel suo intervento su “Il Piccolo” del 23 marzo ’09 a proposito delle giornate della memoria indica proprio la via della “simmetria” per chiudere i conti con il passato. Lo fa elencando tutta una serie di misfatti (ovviamente) italiani commessi nel periodo del ventennio fascista e lo fa invocando una divulgazione più ampia possibile della conoscenza di questi crimini in particolare nelle scuole italiane. Bene, dopo aver parlato delle nefandezze italiane ci si aspettava, girando pagina, di trovare un altro suo intervento che “simmetricamente” mettesse in luce quelle che furono le azioni criminali dei partigiani comunisti titini filojugoslavi. Niente di tutto ciò, ma nemmeno nel suo intervento non vi è traccia non solo di un commento sui metodi della armata popolare di Jugoslavia ma nemmeno vengono mai riportate le parole “comunismo”, “Tito” e “Jugoslavia”.
Il confine orientale italiano nel Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947 di Gabriele Bagnoli (pdf) - Approfondimento tematico di "Storia Contemporanea" del Corso di Studi Internazionali della Facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell'Università degli Studi di Firenze
Il massacro dei 12.000 Dobromanci - Sloveni anticomunisti uccisi dai titini nel 1945 Domobranci (scritto, seguendo la grafia italiana, anche Domobranzi) fu la denominazione collettiva degli appartenenti alla Slovensko domobranstvo (Difesa territoriale slovena), formazione anticomunista e collaborazionista di miliziani prevalentemente volontari, costituitasi in Slovenia nel settembre 1943, per contrastare la Resistenza antifascista dell' Osvobodilna fronta (Fronte di liberazione) sloveno. Questa milizia, che arrivò a contare 13.000 uomini, fu equipaggiata, addestrata e di fatto guidata dalle SS tedesche. Il comandante della milizia fu Leon Rupnik, ex generale dell'esercito jugoslavo.
GLI STATI UNITI E L'EUROPA
ALAIN DE BENOIST Conferenza tenuta presso la Lega Nazionale il 26 febbraio 2004 promossa dal Centro Studi "Alfieri Seri"
Presto sarà un anno che gli Stati Uniti hanno invaso militarmente l'Iraq affermando, per giustificare la loro iniziativa, che questo Paese possedesse delle "armi di distruzione di massa" in grado di minacciare l'intera regione. All'epoca, questa dichiarazione era talmente stridente rispetto alla realtà da non convincere praticamente nessuno. Il grande paradosso deriva dal fatto che è la stessa guerra ad averne rivelato la falsità. Se l'Iraq avesse posseduto tali armi, non avrebbe indubbiamente mancato di utilizzarle. E, d'altro canto, se le avesse possedute, è assai poco probabile che gli Stati Uniti l'avrebbero attaccato. Uno dei membri più influenti dell'entourage di George Bush, il neo-conservatore Paul Wolfowitz, ha finito col riconoscerlo ingenuamente, scatenando così un ampio scandalo oltreoceano: l'accusa lanciata contro Baghdag di detenere tali armi non era che un "pretesto burocratico". In altri termini: la Casa Bianca si è resa colpevole di una bugia di Stato. Diviene allora legittimo chiedersi perché - e soprattutto per quale ragione - gli Stati Uniti si siano lanciati in un'avventura di tal genere.
La verità nei documenti del National Archives di Kew Gardens (Londra) POLA - Figli del Caso o del freddo Calcolo, il terrore, la morte, lo strazio esplosi in riva al mare, a Vergarolla, alle 14,10 di quella calda domenica
Foibe ed esodo, la congiura del silenzio di Stelio Spadaro ( L'Unità 27marzo 2007 )
Caro Collotti, è importante che l’opinione pubblica sia cosciente che nella Venezia Giulia non furono solo due i totalitansmi, fascismo e nazismo macchiatisi di imperdonabili crimini ma tre anche il comunismo E’ utile ripercorrere le tracce di una discussione avviata dal prof. Enzo Collotti sulle colonne del manifesto (11/2/2007) a proposito delle celebrazioni del Giorno del Ricordo delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata e dell’intervento in merito del Presidente Giorgio Napolitano. È utile perché la storia del confine orientale italiano, come ha sottolineato Emilio Gentile sull’ultimo numero del supplemento domenicale del Sole 24 Ore, non si colloca nei limiti angusti di una storia locale bensì è in grado di sollevare questioni sempre attuali sul problema della nazione italiana e sulla debolezza della coscienza nazionale nello Stato unitario, fin dalla sua costituzione, e non solo dopo la Seconda guerra mondiale». Inoltre, quella storia coinvolge la capacità di molta parte della nostra storiografia di aggiornare le sue categorie interpretative e di colmare i suoi ritardi.
Chi si trovi ad analizzare le vicende triestine di questo ultimo mezzo secolo non può non riconoscere come la storia della città di San Giusto si sia caratterizzata per una serie di progetti di ampio respiro che si sono succeduti e che ne hanno segnato le vicende politiche. Sicuramente l'immediato dopoguerra si è tutto incentrato sul tema forte del trovare una risposta allo status di precarietà che era risultato dalle previsioni del Trattato di Parigi: quella collocazione del tutto aleatoria nel quadro del fantomatico Territorio Libero di Trieste, tanto aleatoria che tale staterello neppure riuscì mai a nascere (le grandi potenze alleate che dovevano sponsorizzarlo erano diventane, nel frattempo, le forze contrapposte della terza guerra mondiale, la cosiddetta guerra fredda).
Potrebbe sembrare una favola, ma non lo è! E' la storia di una Regione della nostra Patria che c'era una volta e che oggi non c'è più. Era racchiusa tra le Alpi Giulie a nord e l'Adriatico a sud; fra il fiume Isonzo ad ovest, e ad est la displuviale che, da monte Tricorno digrada su monte Nevoso e su monte Maggiore prima di scendere sul golfo del Quarnaro. Comprendeva cinque Province: Trieste, Gorizia, Pola in Istria, Fiume nel Carnaro e Zara in Dalmazia. Di queste città solo due sono rimaste all'Italia: Trieste mutilata, e Gorizia smembrata. L'una e l'altra oggi sono inserite nella Regione "Friuli Venezia Giulia".
Sono un istriano, papà di Parenzo, e mamma di Capodistria. La mia terra, l'Istria la ho nel cuore da sempre, e da istriano mi permetto raccontarvi gli avvenimenti che si sono verificati, a nostro danno, verso la fine della II guerra mondiale
La regione Giulia si chiude con il gruppo di isole e isolette dette dalmatiche, di Cherso e Lussino, che si protende verso la Dalmazia attraversato il golfo del Quarnaro, ove mirabili città, create dalla popolazione romana prima, bizantina e veneta poi si affacciano sulla costa, dando al mare adriatico le caratteristiche di un lago interno delimitato ad est dalle catene montuose delle Alpi Giulie, dalle Alpi Dinariche e dai Velebit, ed a Ovest dalla costa peninsulare sovrastata dagli Apennini.
Nell’isola dalmata di Curzola, il giorno 18 giugno 1887 nasceva Michele Depolo. Dai genitori fu allevato nella lingua italiana con la caratteristica parlata dialettale veneta poiché quelle isole sono state amministrate dalla Repubblica di Venezia per quasi 500 anni. Dopo la caduta di Venezia, la Dalmazia fu assegnata alla Monarchia Austro-Ungarica.
Ho letto con molta attenzione l'intervista rilasciata al Piccolo, il 24 agosto u.s., da Fabio Forti, Presidente dell'Associazione Volontari della Libertà, che stimo ed apprezzo per quanto fatto in passato ed in tempi recenti; un apprezzamento dimostrato intervenendo personalmente a diverse importanti manifestazioni organizzate dalla sua Associazione, in nome di una fortemente sentita e condivisa "italianità". Tuttavia il suo dire mi ha procurato qualche perplessità e fatto sì che mi ponessi taluni interrogativi ai quali ho avuto difficoltà a darmi delle convincenti risposte e che, pertanto, ripropongo a Lui ed a quanti mi leggeranno.
La sinistra e la nascita dell'antifascismo nell'immediato dopoguerra la sinistra italiana, ed in particolare il PCI, diede una lettura della Resistenza ben diversa da quella che oggi difende a gran voce. L'amnistia voluta da Togliatti, che riguardava parimenti partigiani e repubblichini, aveva infatti quale presupposto il riconoscere che ciò che aveva insanguinato l'Italia negli anni '43 - '45 era stata una vera e propria guerra civile. E l'amnistia era lo strumento tecnico-politico per porvi fine.
Illustre Presidente, al Vittoriano, alla mostra su “I simboli dell’appartenenza” manca l’Alabarda, cioè Trieste, manca il profilo degli italiani del confine orientale. Manca, insomma, ancora – e non mi riferisco in particolare alla mostra, dove probabilmente si poteva fare solo poco di più – una riflessione complessiva, dal punto di vista della Repubblica, sulle vicende degli italiani della costa nord orientale dell’Adriatico.
Ci sono diversi modi per contrastare una scomodo verità. Quello più facile ed immediato utilizza lo strumento del silenzio: per cancellare il ricordo di ciò che non deve essere ricordato, per impedire che i diretti testimoni parlino di ciò che sanno, per ottenere che gli altri, specie le giovani generazioni, vengano a conoscere quanto accaduto. Il peso di questa condanna, del "silenzio storico", ha gravato per quasi mezzo secolo su una fetta di storia d'Italia. Il dramma di centinaia di migliaia di nostri connazionali (trecentocinquantamila, per chi ama queste tristi contabilità) costretti ad abbandonare case e beni, attività e cimiteri, costretti ad affrontare la via crucis dell'esilio; la tragedia di decine di migliaia di italiani brutalmente assassinati nelle Foibe carsiche; l'angoscia e la disperazione dei tanti loro cari cui è stato negato finanche il poter accogliere nella pietà le salme dei propri genitori, dei propri fratelli, dei propri figli.
Foibe ed Esodo: tragedie ascrivibili al comunismo Contro una lettura esclusivamente in termini di "pulizia etnica", alcune considerazioni Ha ragione Paolo Segatti quando, su Il Piccolo del 5 maggio, mette in guardia contro una lettura della vicenda delle Foibe esclusivamente in termini di “pulizia etnica”, quale poteva emergere dalle parole del Presidente Ciampi. In realtà la tragedia delle Foibe, unitamente a quella dell’Esodo, va letta in chiave di ideologia, piuttosto che di nazionalismo–etnico. Il tutto va infatti inserito nel processo di formazione del nuovo stato comunista della Jugoslavia e della conseguente necessità che il formarsi della nuova realtà statale (così come teorizzato da Lenin) venisse accompagnato da una adeguata dose di “terrore”, capace di fruttare nei decenni futuri.
Una identità, quella triestina, che sicuramente (e fortunatamente) non trova fondamento in qualsivoglia "patrimonio genetico". La logica drammatica delle etnie, quella dell'identità fondata su "il sangue e la terra" che tante tragedie ha provocato nei vicini Balcani, tale logica non ci appartiene in alcun modo. Trieste - e Manlio Cecovini lo ha illustrato in modo insuperabile - è città italiana non per ragioni di sangue, bensì per un atto di libera scelta. Le componenti etniche che sono venute a costituire la storia e la realtà di Trieste sono state estremamente composite: accanto ai Veneto-Friulani ed agli Sloveni vi sono stati i Greci, i Tedeschi, gli Armeni, i Serbi, i Croati ed altri ancora.
Sloveni e Venezia Giulia Nella pagina Cultura e Spettacoli del 17 maggio u.s. Alberto Rochira attribuisce allo scrittore Boris Pahor due singolari affermazioni che a Trieste non possono passare sotto silenzio. Mi riferisco alla frase «è giusto ricordarsi delle foibe e degli esuli italiani, ma anche che 100.000 sloveni sono stati esuli dalle terre della Venezia Giulia». Poiché le organizzazioni slovene, quando presentano le richieste di finanziamento allo Stato italiano (senza alcun censimento probatorio!) sostengono che, attualmente, sarebbero presenti nella nostra regione 100.000 sloveni, mi domando quanti dovevano essere gli sloveni nella Venezia Giulia nel 1918 se fosse vero il dato di Pahor di altri 100.000 esiliati nel primo dopoguerra.
LA SINISTRA E L'ANTIFASCISMO nell'immediato dopoguerra la sinistra italiana, ed in particolare il PCI, diede una lettura della Resistenza ben diversa da quella che oggi difende a gran voce. L'amnistia voluta da Togliatti, che riguardava parimenti partigiani e repubblichini, aveva infatti quale presupposto il riconoscere che ciò che aveva insanguinato l'Italia negli anni '43 - '45 era stata una vera e propria guerra civile. E l'amnistia era lo strumento tecnico-politico per porvi fine.
La militarizzazione dell'Anteguerra (1861 - 1915) Negli anni precedenti alla Grande Guerra, l'intero corso del fiume Tagliamento venne potentemente fortificato dall'esercito italiano. Tale piazzaforte, che constava di circa quaranta siti corazzati lungo un' ampia area imperniata sul maggiore fiume friulano, era la conclusione del Progetto di Difesa dello Stato, il quale si proponeva offrire ai confini d'Italia una stabile "cerniera" difensiva.
Il Piccolo 05/07/06 Recensioni - Per Trieste italiana, i moti del 1945-1954 di Roberto Spazzali Ogni stagione politica ha avuto la sua base giovanile, soprattutto studentesca, che si è fatta interprete delle aspirazioni e proiezione diretta delle tensioni. Tutto questo si è perpetrato anche a Trieste dagli anni Dieci agli anni Ottanta del secolo scorso, con una scadenza periodica di 10-15 anni, nel segno di una continuità movimentista che ha generato anche la classe dirigente di quella «middle class» che ha governato e governa tuttora le sorti cittadine. Proprio l'esperienza movimentista, tanto irrequieta quanto generosa è stata la forgia principale, anche se non tutti coloro i quali sono passati per quelle esperienze poi hanno approdato alla vita politica, all'impegno civico.
La Grande Guerra - da Caporetto a Vittorio Veneto
La cronologia degli avvenimenti che hanno segnato la storia dell'Italia e dei suoi confini orientali, dalla seconda guerra mondiale al Trattato di Osimo.
- Ti con nu, nu con ti: la caduta di Perasto - La poesia di Giacomo Scotti - La storia postale di Fiume - C'è un'aquila che volteggia sopra di noi - Il simbolo dell'aquila da secoli è presente negli stemmi e delle insegne del Friuli - 24 maggio: due righe da un nostro lettore - Il testo del Memorandum di Londra - La spartizione della Venezia Giulia (cartina) - I confini proposti dai contendenti (cartine) - Il Terrore Titino: cosa è accaduto? perché è successo? chi ne porta la responsabilità? - Appunti per una storia vera dell'Italia da 25 luglio 1943 all'aprile 1945 del prof. Claudio de Ferra - Il caso dell'annessione di Trieste all'Italia come ipotesi di violazione della competenza a stipulare trattati internazionali - Tesi di Laurea di Elisa Calaciura (documento in pdf) - Al confine orientale - Militari e civili accomunati in una tragedia del Gen. B. (ris.) Riccardo Basile (documento in pdf) - Buon compleanno Montenegro dell'avv. Vittorio Giorgi
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Storia e vicende



Un breve ricordo del più difficile e disgraziato periodo del secolo ora trascorso. Il 25 luglio 1943, il capo del governo cav. Benito Mussolini viene arrestato dal capo dello Stato, Vittorio Emanuele III°. L’8 settembre successivo il capo del Governo italiano, maresciallo Pietro Badoglio, firma l’armistizio tra gli alleati anglo-americani ed il Regio Esercito italiano e si trasferisce a Brindisi con il capo dello Stato. La penisola italiana viene così divisa: a sud, il Regno d’Italia con capitale Brindisi, a nord la Repubblica Sociale con capitale Milano e il Territorio del Litorale Adriatico con capitale Trieste. Tutta la Venezia Giulia, compreso il Friuli e buona parte della Dalmazia e della Slovenia, furono occupate dall’esercito tedesco e con la creazione del Territorio del litorale Adriatico, fu così stravolto il confine etnico e spartiacque stabilito alla fine del conflitto 1915/18.
Riproponiamo il testo della conferenza