A Trieste il 5 e 6 novembre 1953 sono caduti sotto il fuoco dell'esercito di
occupazione alleato gli ultimi martiri per l'Italia.
Trieste e il Governo Militare Alleato
"La Lega Nazionale invita
la cittadinanza ad esporre il tricolore". Bastavano
queste poche parole perché il giorno dopo Trieste fosse tutta avvolta di
bandiere e perchè la strade e le piazze della città di San Giusto si
riempissero di cittadini bramosi di esprimere e testimoniare la propria
identità italiana.
parte prima: La discrasia triestina
parte seconda: Un protagonista: Don Marzari
parte terza: Ri - nasce la Lega Nazionale
parte quarta: Trieste e il Governo Militare Alleato
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Durante il periodo del Governo Militare Alleato - G.M.A. la situazione
politica triestina presenta una serie di evoluzioni. Protagonista numero uno
dello scenario politico è senz'altro quello che abbiamo definito come il
"partito italiano, che nella Lega Nazionale ha un suo strumento primario
e che, in termini elettorali, rappresenta circa due terzi della
popolazione".
Per costoro è pacifico che l'arrivo degli Alleati, nella primavera del '45,
fosse stato salutato come la vera e propria "liberazione", perché
poneva fine ai quaranta giorni di occupazione titina ed all'incubo del terrore
e delle foibe. Gli Alleati - Inglesi ed Americani - avevano continuato ad
essere sentiti come amici e protettori, anche nella fase immediatamente
successiva, quella cioè nella quale il nuovo assetto mondiale della guerra
fredda si era oramai esplicitato in tutta Europa. Era evidente che gli
Italiani di Trieste non potevano non stare con l'Occidente. Anche perché era
altrettanto evidente che il partito avverso - quello slavo-comunista - stava
dall'altra parte, con lo schieramento dell'Oriente di Giuseppe Stalin. Siamo
nel 1948, quando con la famosa Nota Tripartita del 20 marzo Stati Uniti,
Inghilterra e Francia fanno proprie le tesi italiane che reclamano la
restituzione all'Italia di tutto il Territorio Libero, vale a dire non solo
Trieste e la sua Zona A ma anche quella Zona B sottoposta all'amministrazione
jugoslava. Tale presa di posizione degli Alleati era certamente finalizzata,
nella tempistica, a dare una mano a De Gasperi per le imminenti elezioni del
18 aprile, ma rispondeva altrettanto coerentemente alla logica della guerra
fredda: si trattava comunque di far arretrare la cortina di ferro, dal confine
di Trieste a quello sul fiume Quieto.
Lo scenario comincia però a cambiare: Stalin caccia dal Cominform il
comunismo jugoslavo, reo di divergenze sui programmi balcanici dell'URSS.
Improvvisamente il ruolo internazionale del Maresciallo Tito subisce una
drastica metamorfosi: era uno dei più fedeli ed ortodossi tra i leader
comunisti, diventa di colpo l'eretico ed il revisionista (nei paesi dell'Est,
all'epoca, si va in galera o al muro per l'accusa di "titoismo").
Tito dà così avvio a quel mirabile gioco delle tre carte che egli riuscirà
a portare avanti fino al momento della sua morte: in politica interna sempre e
comunque comunista (con quegli alti e bassi, nella gestione poliziesca del
potere, che appartiene a tutti i regimi di quel tipo); in politica estera una
posizione terzista tra i due schieramenti, che prenderà il nome di "non
allineati" o di "paesi neutrali" (ma che avrà al suo interno
anche la Cina di Mao); per quanto riguarda la politica militare, infine, un
progressivo anche se non dichiarato allineamento con la Nato, a cui il
Maresciallo Tito saprà abilmente "vendere" la supposta capacità di
contrapporre una efficace guerriglia all'eventuale arrivo di truppe
sovietiche.
Questa novità, introdotta dal divorzio Stalin-Tito, gioca chiaramente anche
sui riflessi internazionali della situazione triestina. La nota tripartita del
20 marzo '48 appare sempre più svuotata di vera volontà politica. Per la
nazioni Alleate la priorità è ora quella di tessere nuove trame con
Belgrado, non certo di spostare la cortina di ferro. L'Italia è l'alleato
ormai pacificamente acquisito; mentre la Jugoslavia è il soggetto da blandire
ed agganciare (ambienti diplomatici statunitensi arrivano, addirittura, a
dichiararlo esplicitamente ad interlocutori Italiani).
L'opinione pubblica triestina tutto ciò lo avverte e non è un caso che,
1952, proprio la ricorrenza della Nota Tripartita determini nella città
giuliana dei disordini di particolare gravità. Partiti e associazioni avevano
organizzato una manifestazione al teatro Verdi, per ricordare gli impegni
presi dagli Alleati quattro anni prima. In conclusione della manifestazione la
banda della Lega Nazionale doveva tenere in piazza Unità un concerto
(regolarmente autorizzato). Vi fu invece l'intervento, estremamente energico e
brutale, della polizia per disperdere la folla all'uscita dal Teatro. I
disordini di piazza durarono per altri due giorni con il susseguirsi di
scontri e l'immancabile assalto alla sede degli Indipendentisti (visti dai
più come i prezzolati da Tito). Gianni Chicco, che ricostruisce la vicenda,
riferisce che, secondo la stampa britannica, le persone scese in piazza per
ascoltare il concerto della banda (della Lega) si erano trovate coinvolte in
una manifestazione e violentemente caricate dalla polizia che non aveva
neppure usato i microfoni prima di caricare. Sempre Chicco cita quanto scritto
da The Times del 25 marzo "…Poiché gli ufficiali comandanti la polizia
nella Piazza erano tutti britannici, gli Italiani sono ora convinti che la
Gran Bretagna da sola favorisca la Jugoslavia alle spese dell'Italia."
Di sicuro questa è l'occasione nella quale - per gli Italiani di Trieste - da
un lato si incrina la fiducia nella tutela degli Alleati e dall'altro si
genera anche il distinguo tra Inglesi ed Americani, vedendo nei primi quelli
(anche storicamente) più vicini a Tito, nel mentre gli Americani continuano
ad essere sentiti come amici e protettori. Certamente il rapporto della
popolazione italiana con il Governo Militare Alleato appare ormai incrinato.
Anche se, sullo sfondo, resta una sorta di equivoco di base (vi resterà fino
alla fine): gli scontri avvengono tra la piazza ed i poliziotti del Governo
Militare, ma tutti sanno bene che il vero nemico è altrove. Non è un caso
che l'avversione si concentri sulla Polizia Civile, sospettata - a torto o a
ragione - di grosse infiltrazioni di elementi filo Jugoslavia.
Sempre nel lavoro di Chicco si trova un'altra significativa citazione, tratta
dal The Daily Telegraph del 13 marzo 1953: "Uno scolaro che sta lanciando
pietre ai Britannici è rappresentato su una medaglia che l'italiana
irredentista Lega Nazionale ha coniato in ricordo degli scontri dell'anno
passato a Trieste. Sfortunatamente, non è questo il solo segno per cui ci
potranno essere ancora disordini quest'anno… nell'anniversario della
Dichiarazione della Tre Potenze del 1948 che suggeriva un possibile ritorno di
Trieste all'Italia". La previsione del giornale britannico si rivelerà
peraltro erronea. Vi erano stati sì degli scontri, nella giornata dell'otto
marzo 1953, ma riferibili essenzialmente ad un singolo partito (a conclusione
di un comizio del Movimento Sociale).
La scadenza del 20 marzo passò invece senza disordini o manifestazioni. Dai
verbali della Lega Nazionale risulta chiaramente che questa fu una scelta
consapevole: c'era la convinzione che forse qualcosa si stesse movendo e
quindi fosse preferibile stare ad attendere. Sicchè i dirigenti della Lega,
dopo averne discusso, decisero di non lanciare quello che era una sorta di
codice di comunicazione con i cittadini italiani di Trieste: la pubblicazione
sul quotidiano locale di un semplice annuncio "La Lega Nazionale invita
la cittadinanza ad esporre il tricolore". Non serviva altro; bastavano
queste poche parole perché il giorno dopo Trieste fosse tutta avvolta di
bandiere e perchè la strade e le piazze della città di San Giusto si
riempissero di cittadini bramosi di esprimere e testimoniare la propria
identità italiana, sovente con il tricolore al collo.
Passa comunque la scadenza del 20 marzo, si arriva all'8 ottobre '53 quando,
una nuova nota alleata interviene sulla questione Trieste. Questa volta è
solo bipartita, perché proviene da Inglesi ed Americani, ed ha quale
contenuto non il destino di tutto il territorio, ma solo l'intenzione di
lasciare all'Italia l'amministrazione su Trieste.
La dichiarazione non può certo avere effetti particolarmente rassicuranti
sugli Italiani di Trieste: costituisce infatti una implicita sconfessione di
quel di più che era stato dichiarato nel '48 e non c'è neppure la minima
garanzia che, questa volta, alle parole seguiranno i fatti. Perplessità, in
realtà, decisamente ben fondata, se è vero che il progetto iniziale era che
gli anglo-americani passassero i poteri all'Italia contestualmente alla
pubblica dichiarazione; poi invece, con evidente marcia in dietro, si scelse
di rendere pubblica l'intenzione, senza però definire le modalità ed i tempi
di attuazione.
Il tutto da inserirsi nel braccio di ferro in atto tra governo di Belgrado e
governo di Roma (il presidente del Consiglio era Giuseppe Pella) con
schieramento di carri armati ai rispettivi confini.
Che il "caso Trieste" stesse avviandosi ad una conclusione era
abbastanza percepibile; quale sarebbe stato tale esito era però tutt'altro
che scontato. Quanto avrebbe giocato la supposta divaricazione tra Stati Uniti
ed Inghilterra? Quanto sarebbe riuscita a spostare i baricentri decisionali la
politica, abile, spregiudicata, levantina del Maresciallo di Belgrado? Quale
avrebbe potuto essere il ruolo assegnato alla quinta colonna della Jugoslavia
che operava in città, nello schieramento degli "slavi-comunisti",
magari nelle vesti di celebratori della "liberazione" del 1 maggio
1945?
In tale situazione, con questi angosciosi interrogativi nel cuore, il partito
italiano di Trieste, la stragrande maggioranza dei suoi cittadini reagì non
attivandosi "contro" un qualcuno o un qualcosa. Scesero in piazza
"per": fu una sorta di esplosione di amore per il Tricolore. Quel
tricolore che la Polizia Civile fece rimuovere dal palazzo del Municipio,
quello che gli stessi poliziotti strapparono dal collo di cittadini che
ritornavano da Redipuglia.
Il Tricolore, esposto alle finestre su invito della Lega Nazionale, divenne la
causa formale e sostanziale dei disordini, degli scontri, dei caduti del
novembre 1953. Simbolo di tutto ciò è un cimelio religiosamente conservato
alla Lega Nazionale. Si tratta di una bandiera con il bianco, il rosso ed il
verde segnati dal tempo; ben visibili le macchie di sangue, ben visibili i
fori anneriti della pallottole. La portava al collo Severio Montano,
assassinato a Trieste in piazza Unità il giorno 6 novembre 1953. E' stata
affidata dalla figlia alla Lega Nazionale, perchè Saverio Montano, come
Pierino Addobbati, come Antonio Zavadil, come Erminio Bassa, come Leonardo
Manzi, come Francesco Paglia erano tutti soci della Lega Nazionale.
Morti inutili o martiri del Risorgimento?
Taluno che, in tempi abbastanza recenti, ha preteso trattare di questi
argomenti, in sede locale, ha prospettato la tesi che il sacrificio dei sei
caduti del novembre '53 sarebbe stato inutile o addirittura dannoso.
L'argomentazione - forse riconducibile a ricerca di originalità o magari a
legami ideologici con il vecchio schieramento slavo-comunista - trascura
innanzitutto un dato elementare e cioè che esattamente un anno dopo quel
tragico novembre e cioè il 26 ottobre 1954 l'Italia ritornerà finalmente a
Trieste e Trieste ritornerà finalmente all'Italia. E' ben vero che il
criterio post hoc ergo propter hoc non è il massimo del rigore scientifico,
ma è pure innegabile che è dai fatti e non dalle teorie che bisogna prendere
le mosse.
Ed i fatti ci sono e possono essere piuttosto eloquenti; proviamo ad elencarne
alcuni:
-
la politica di Inglesi ed Americani stava chiaramente seguendo una linea di
disimpegno nei confronti dell'Italia, dalla nota tripartita del '48 si era
già passati alla dichiarazione dell'8 ottobre '53 ed anche questa, da atto
che doveva essere operativo, era stata ridimensionata a pura dichiarazione di
intenti; dove poteva portare questa deriva di disimpegno?
-
Le pretese jugoslave, l'aggressività del maresciallo Tito erano crescenti,
proprio perché c'era la consapevolezza che i piatti della bilancia potevano
spostarsi a loro favore e che il fattore tempo avrebbe giocato nel rafforzare
il potere di ricatto verso l'Occidente.
-
La politica del Governo di Roma, che nel Presidente Pella aveva offerto una
risposta energica alle provocazioni di Tito, quanto avrebbe potuto o saputo
perdurare su tale linea? E' a tutti ben noto che nei Palazzi romani la
fermezza può essere l'eccezione, non certo la regola.
-
La consapevolezza di quanto potesse costituire una minaccia la presenza,
sul territorio, di una componente disposta forse a giocare (anche in termini
militari) da vera e propria quinta colonna del Maresciallo per operare
l'annessione di Trieste a Belgrado; ciò poteva riguardare la presenza
slovena, ma poteva coinvolgere anche gli stessi comunisti triestini, per i
quali la frattura tra Stalin e Tito non sembrava, apparentemente, aver avuto
effetti tanto laceranti, nei confronti del loro appoggio alle pretese
jugoslave.
-
Un'ultima considerazione: non è dato sapere quanto la dichiarazione
dell'otto ottobre fosse accompagnata da idonea volontà di attuazione; certo
è che il suo percorso avrebbe dovuto superare sia la resistenza di Tito sia
sicure resistenze nella politica anglo-americana, tutta protesa ai rapporti
con la Jugoslavia. E' chiaro che una esplosione di volontà popolare,
consacrata dal martirio, dalla testimonianza nel sangue di sei cittadini
rafforzò in termini di vis democratica il percorso di quelle decisioni (solo)
scritte sulla carta. Furono quelle manifestazioni, furono quei morti a rendere
evidente quale fosse la volontà dei cittadini di Trieste e per dei governi
democratici, come quello Inglese e quello Americano, la volontà dei cittadini
è pur sempre un dato importante, di cui tenere adeguato conto.
A conclusione di tutto questo, al di là di certe pseudo tesi (bizzarre o
ideologiche, che siano) il dato solare ed indiscutibile è che quel Tricolore
per il quale Trieste era scesa in piazza, per il quale in sei avevano
sacrificato la vita (ed a centinaia erano finiti negli Ospedali o nelle
Carceri o erano dovuto fuggire in Italia), quel Tricolore che nei momenti
cruciali la Lega Nazionale invitava ad esporre alle finestre, dopo meno di un
anno, dal 26 ottobre 1954, quel Tricolore ritornerà ad avere piena
legittimità sulla città di San Giusto. Sarà, così, il coronamento di
quella affermazione della propria identità italiana che ha caratterizzato i
Triestini sia ai tempi della dominazione austriaca che nelle lunghe e
travagliate vicende del secondo dopoguerra.
In realtà, leggere tale vicenda nella sola ottica di questa sorta di
"passione italiana" delle genti giuliane (siamo inguaribilmente
innamorati dell'Italia e non possiamo farci niente per non esserlo) risulta
sicuramente vero, ma può essere anche parziale. La vicenda di Trieste ha
riguardato certamente i Triestini, ma ha parimenti coinvolto, anche in termini
oggettivi, l'Italia tutta.
Perché la data del 26 ottobre 1954 ha certamente significato, per Trieste, il
ritorno alla casa materna (la madrepatria), ma anche per l'Italia tutta ha
rappresentato il conseguimento di una completezza, il sanare un vuoto, il
rimuovere una amputazione.
Quel anelito dei patrioti dell'ottocento, che aveva animato tutto il percorso
risorgimentale, aveva un fine chiaro ed inequivocabile: realizzare l'unità
territoriale della nazione italiana. Quel anelito ha trovato piena
soddisfazione solo nel momento in cui l'Italia ha realizzato la sua
completezza con il recupero delle città giuliana. Ciò è avvenuto grazie al
sacrificio dei sei caduti del novembre 1953. Il loro martirio, la loro
testimonianza col sangue sta dunque a significare anche il coronamento, il
concludersi di tutto il processo risorgimentale. Per questo la Lega Nazionale
reclama dallo Stato italiano il riconosciuto di ultimi martiri del
Risorgimento italiano per Pierino Addobbati, Antonio Zavadil, Severio Montano,
Erminio Bassa, Leonardo Manzi e Francesco Paglia.
Sarà un atto di giustizia, di riconoscimento della verità storica, di vera
testimonianza di quanto la realtà della Patria possa e debba avere ancora
diritto di cittadinanza nell'Italia di oggi.