A Trieste il 5 e 6 novembre 1953 sono caduti sotto il fuoco dell'esercito di
occupazione alleato gli ultimi martiri per l'Italia.
Un protagonista: Don Marzari
Lo strumento del Comitato di Liberazione Nazionale, che era servito contro i
Nazisti, non poteva venire riproposto pari pari per combattere ora il
Comunismo jugoslavo. Occorreva qualcosa di nuovo e di diverso e,
nell'individuare e realizzare tale novità, il ruolo di don Edoardo Marzari
appare sicuramente determinante e decisivo.
parte prima: La discrasia triestina
parte seconda: Un protagonista: Don Marzari
parte terza: Ri - nasce la Lega Nazionale
parte quarta: Trieste e il Governo Militare Alleato
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Edoardo Marzari è stato di certo un personaggio importante, un vero
protagonista della vita triestina (e meriterà sicuramente in futuro una
maggiore attenzione, un più attento approfondimento da parte di chi si occupa
di storia).
Nato a Capodistria, egli entra in seminario da adulto. Dopo l'ordinazione si
dedica con totale coinvolgimento ai suoi compiti sacerdotali; particolarmente
quale educatore, guida e riferimento per il mondo giovanile (quello dello
scoutismo cattolico). Don Marzari è però anche un intellettuale ed un vivace
ed attento giornalista: protagonista dalla fine degli anni '30 nella gestione
- sovente burrascosa, in quegli anni - del settimanale cattolico Vita Nuova,
di cui si troverà sempre più a svolgere de facto il ruolo di direttore.
Certo è che, nella primavera del 1945, egli si trova al vertice del Comitato
di Liberazione Nazionale, nonché nelle mani delle SS, nel carcere del Coroneo
dove vi è stato richiuso dalle autorità tedesche. I carcerieri nazisti lo
sottopongono anche ad una certa dose di torture - come lui stesso relazionerà
al suo vescovo mons. Santin - ma egli riesce a non parlare ("Ho resistito
senza urlare e rammentando i miei doveri di sacerdote, oltre che di uomo e di
italiano"). Liberato dal carcere con un colpo di mano dei Volontari della
Libertà (il commando è guidato da un futuro sindaco di Trieste degli anni
'70, Marcello Spaccini) è proprio don Edoardo Marzari che, il trenta aprile
1945, si trova a dare l'ordine di insurrezione, in armi, per liberare Trieste
dagli occupanti tedeschi.
L'insurrezione si realizza il larga sinergia con il corpo della "Guardia
civica", organismo quest'ultimo costituito da Cesare Pagnini, podestà di
Trieste durante l'occupazione tedesca. Comitato di Liberazione Nazionale e
Guardia Civica operano, di fatto, in larga sintonia; laddove in una logica da
guerra civile avrebbero dovuto combattersi e magari trucidarsi come avversari
e nemici irriducibili. Anche questa è un'anomalia, una ulteriore anomalia
triestina: per don Marzari, per il Cln della Venezia Giulia (non però per i
Comunisti che già parlano a nome e per conto di Tito) la Resistenza era e
resterà solamente guerra di liberazione. Si trattava cioè di cacciare lo
straniero invasore ed occupante, si trattava propriamente di liberare Trieste
e l'Italia. La loro Resistenza è stata dunque ben diversa da quella
manifestatasi in tante altre parti d'Italia, ove al tema della liberazione
dallo straniero si intrecciarono (o magari si sovrapposero) altre logiche
quali quella della guerra civile del regolamento di conti tra fratelli oppure
la logica della guerra rivoluzionaria finalizzata a realizzare un nuovo ordine
sociale e politico.
A Trieste il trenta aprile si è scesi nelle strade per cacciare l'invasore
tedesco. Se per farlo veniva offerto l'ausilio della Guardia Civica, tanto
meglio. A Trieste, dopo il primo maggio, l'invasore da combattere non era più
la Germania di Hitler (ormai sprofondata nella disfatta), ma la Jugoslavia del
Maresciallo Tito. E don Edoardo Marzari, in assoluta coerenza con le
motivazioni della sua Resistenza, della sua guerra di Liberazione, non ha
avuto esitazioni nell'individuare immediatamente nel comunismo titoista il
nuovo gravissimo pericolo da fronteggiare e da combattere.
Nel capoluogo giuliano, dopo i tragici quaranta giorni dell'occupazione titina,
il problema prioritario era quello di evitare che le sorti dei negoziati
internazionali in corso giocassero a favore delle pretese jugoslave sulla
città di San Giusto. In tale prospettiva era estremamente importante
contrastare quelle forze politiche locali che dichiaratamente di muovevano a
supporto delle tesi e delle pretese di Belgrado e che operavano da vera e
propria quinta colonna del Comunismo jugoslavo. Si trattava in primis del
Partito Comunista (Togliatti esplicitamente aveva appoggiato la pretesa di
Tito di un confine sull'Isonzo), si trattava anche di larga, larghissima parte
della componente slovena della popolazione giuliana che, in una miscela di
nazionalismo e di ideologia, guardava alla Jugoslavia come alla propria
nazione madre.
In Istria poi la situazione era ancor più drammatica (ed il capodistriano don
Marzari non poteva certo non curarsene). L'occupazione jugoslava imperversava
sulle popolazioni civili, nel più assoluto disprezzo del diritto, della
civiltà e dell'umanità. Il meccanismo del terrore che veniva messo in atto
sarà quello che, con tempistiche più o meno varie, porterà alla fine ben
trecentocinquantamila italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia a lasciare tutto,
lavoro, case, cimiteri. Preferendo, per sé e per i propri discendenti, la
strada dell'Esodo e della diaspora.
Il Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste e dell'Istria e don Marzari
cercano di fronteggiare, come possono, la drammatica situazione: con
interventi sia materiali che politici.
Far capire al resto d'Italia il dramma
che si sta vivendo al confine orientale non è però compito facile: i
profughi istriani che arrivano a Bologna o a Venezia non sono accolti come i
fratelli, in fuga da un pericolo mortale; bensì vengono ingiuriati - dagli
attivisti della CGIL o del PCI - quali criminali fascisti che abbandonano il
"paradiso comunista" del Maresciallo Tito solo perché consapevoli
delle loro colpe borghesi e fasciste. Fortunatamente questi episodi
(verificatisi e documentati) non sono la regola. Tante altre città italiane
hanno saputo, da subito, accogliere gli esuli giuliano-dalmati con generosità
e calore. Ma ciò non toglie che il problema esistesse e fosse molto concreto:
come far capire all'Italia ufficiale, al governo di Roma (dove c'erano ancora
ministri targati PCI) la novità di una Jugoslavia non più alleata, bensì
oramai nemica? Come far capire quanto fosse urgente aiutare coloro che di
questo nuovo terribile nemico già erano le vittime? Come far sì che il
pericolo venisse arginato e quali strumenti mettere in campo per questa nuova
battaglia politica?
Lo strumento del Comitato di Liberazione Nazionale, che era servito contro i
Nazisti, non poteva venire riproposto pari pari per combattere ora il
Comunismo jugoslavo. Occorreva qualcosa di nuovo e di diverso e,
nell'individuare e realizzare tale novità, il ruolo di don Edoardo Marzari
appare sicuramente determinante e decisivo.