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I 97 Finanzieri trucidati nella Foiba di Basovizza

Dal 1943 al 1945, durante l'occupazione di Trieste e dell'Istria da parte del 9° Corpus jugoslavo e delle forze partigiane titoiste, furono barbaramente uccisi e gettati nelle Foibe di Basovizza circa 12 mila cittadini residenti a Trieste, nell'Istria e provenienti da varie parti d'Italia di cui circa 350 finanzieri, e un numero imprecisato di Carabinieri, Agenti di Polizia e civili di altre amministrazioni dello Stato.

All'oppressione tedesca a Trieste ne era subentrata un'altra, di segno opposto, ma altrettanto feroce. Alla Gestapo aveva dato il cambio l'Ozna. E fu l'ora degli odi scatenati, delle vendette, delle rappresaglie e delle stragi. Una realtà storica tremenda che ora, anche dalla parte su cui grava la responsabilità degli eccidi, si comincia ad ammettere, sia pure sottovoce.

Dopo l'olocausto degli ebrei nei campi di sterminio nazisti, quello delle Foibe di Basovizza è stato certamente una delle più grandi tragedie che hanno colpito l'umanità. Per le Foibe di Basovizza si è trattato di un preordinato massacro di “pulizia etnica” che mirava alla distruzione di tutto ciò che era “Italia” e “italiano” e ciò anche per favorire l'annessione alla Jugoslavia dei territori di Trieste, del Goriziano e dell'Istria.

Da allora sono trascorsi quasi 60 anni e questa terribile pagina della nostra storia è passata sotto silenzio, perchè venissero dimenticati i fatti e le gravissime colpe di uomini e di partiti politici, impedendo alla nostra collettività nazionale di prenderne coscienza e conoscenza.

Nel corso della Seconda guerra mondiale 1940- 1945 in Italia sono state commesse altre stragi che hanno colpito i nostri soldati, combattenti per la difesa della Patria e durante la guerra di liberazione, nei Balcani e sul territorio italiano, come ad esempio i gloriosi fatti d'arme di Cafalonia-Corfù (www.cefalonia.it), i dolorosi eccidi commessi alle Fosse Ardeatine e a Marzabotto, ma trattasi di episodi che sono stati portati a conoscenza della collettività italiana che ha potuto così commemorarli, erigendo monumenti e celebrando cerimonie a carattere nazionale e locale.

Ma per i martiri delle Foibe nulla è stato fatto perchè il tutto è stato ammantato da un pietoso velo di silenzio.

Lo storico Gianni Oliva nel suo libro “Le stragi degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria” afferma che da parte sua il PCI non ha nessun interesse a tornare sulla questione che evidenzia la contraddizione tra la sua nuova collocazione come partito nazionale, la vocazione internazionalistica e gli stretti legami con Mosca: parlare di Foibe significherebbe rivisitare le indicazioni operative inviate al PCI triestino a partire dall'autunno 1944, riproporre il tema del passaggio della Divisione Garibaldina “Natisone” alle dipendenze dell'Esercito di liberazione sloveno. Il risultato complessivo è che i fatti di settembre-ottobre 1943 e del maggio 1945 non entrano a far parte della consapevolezza storica del Paese, ma rimangono confinati nella coscienza locale giuliana.

Pertanto solo a livello locale, a Trieste, a Gorizia e nelle altre città dove vivono migliaia di famiglie che non sanno darsi pace per l'orrenda fine dei loro cari, massacrati senza alcuna colpa se non per quella di essere italiani, si sono svolte cerimonie commemorative col timore di essere boicottate da alcune forze politiche.

In questa ottica, il giorno 21 settembre 1995, ricorrendo il cinquantennale dell'eccidio nelle Foibe dei 97 finanzieri della brigata di Campo Marzio di Trieste, il Gen. D. Luciano Luciani, Ispettore per l'Italia Nord-Orientale scopriva una Lapide commemorativa, affissa al muro della nuova Caserma della Guardia di Finanza di Basovizza, recante i nomi dei 97 finanzieri.

Subito dopo il Presidente Nazionale, Gen. C.A. Pietro Di Marco, provvedeva allo scoprimento di una stele, voluta dallo stesso, con la collaborazione dell'allora Consigliere Nazionale ANFI per il Friuli Venezia Giulia, Gen. D. Emilio Giosio, e dal Presidente della Sezione di Trieste, Comm. Sergio Fachin, formata da un monoblocco di pietra carsica, eretta presso la Foiba di Basovizza, vicino alla grande Pietra Tombale che chiude la Foiba principale.

Nel corso della cerimonia prendeva la parola il Comandante della Legione di Trieste, Col. Umberto Picciafuochi, per significare alle Fiamme Gialle in congedo che il Gen. Di Marco rappresentava più degnamente la Legione di Trieste, avendo egli fatto parte, nel 1945, della Brigata di Campo Marzio di Trieste, e che attualmente, nella carica di Presidente Nazionale, meglio di lui nessuno avrebbe potuto revocare quelle tragiche giornate del maggio 1945.

Pubblichiamo il seguente discorso pronunciato dal Gen. Di Marco per l'inaugurazione della grande Stele eretta a ricordo dei Caduti delle Foibe:

<< Siamo al cospetto di questo sacro luogo, ove cinquant'anni fa si consumò la tragedia di migliaia di cittadini triestini, di soldati e di appartenenti alle forze di Polizia, fra i quali circa 350 Finanzieri che prestavano servizio a Trieste e nell'Istria, compresi i 97 Finanzieri prelevati dalla Caserma di Via Campo Marzio, il 2 maggio 1945, tutti impietosamente trucidati nelle foibe per il solo motivo, come a suo tempo precisò il Presidente della Repubblica On. Scalfaro, “che molte delle persone eliminate erano colpevoli soltanto di essere italiane”.

Oggi noi vogliamo ricordare con particolare commozione e con amore profondo questi nostri commilitoni, questi soldati in fiamme gialle che qui fecero dono della loro giovane vita per assolvere al dovere di rimanere al proprio posto di servizio, senza cercare scampo fuggendo di fronte ad una minaccia tanto grave quanto imprevedibile, che eventi drammatici, del tutto estranei ai modi di guerra lealmente combattuta, condannarono a sofferenze ed a morte atroce proprio nelle viscere di questa terra carsica che vide rifulgere l'eroismo di tanti soldati italiani nel primo conflitto mondiale.

Ed è con sentimento di intima, commossa partecipazione che avverto l'impulso irresistibile a rievocare loro e il sacrificio che ne eterna la memoria di fronte agli eventi e ai destini della Patria, in quelle circostanze ferita a morte nell'intimo della sua gente fiera di cuore e di fede nazionale.

A Trieste, in particolare, appena dopo la cacciata dei tedeschi con l'insurrezione del 27 aprile 1945, alla quale avevano partecipato efficacemente anche i finanzieri del Comitato di Liberazione Nazionale, assieme alle avanguardie dell'esercito jugoslavo che si accingevano ad occupare la città, ci fu un momento di sbandamento generale quando la maggior parte dei finanzieri rimase a presidiare gli impianti e i depositi più importanti, con l'incarico di mantenere anche l'ordine pubblico, in quanto la Guardia di Finanza era l'unico Corpo armato organicamente inquadrato rimasto a presidio della città.

Nel contempo ci furono momenti di eroismo e di grande solidarietà, come quando un pugno di finanzieri rischiò la vita per salvare i loro commilitoni rimasti isolati in alcuni reparti dell'Istria, alla mercè delle truppe jugoslave che stavano completando l'occupazione della zona.

Nel momento di quei tragici fatti mi trovavo a Trieste, reduce dalla guerra di Balcania, dove prestavo servizio d'Istituto e nel contempo avevo partecipato con il locale Comitato di liberazione per la cacciata dei tedeschi dalla città.

Successivamente, mentre le forze jugoslave del Maresciallo Tito stavano completando l'occupazione di Trieste e dell'Istria, a capo di un nucleo di finanzieri volontari mi portai con un autocarro nelle varie località dell'Istria per salvare alcuni nostri commilitoni dalla prigionia o dalla morte.

Quindi rivivo oggi i terribili momenti del calvario con l'angoscioso tormento di allora, chiedendomi come sia stato possibile che la coscienza di tanti uomini politici italiani abbia consentito che un velo di oblìo, pur supportato da contingenze del tutto particolari per mentalità opportunistiche e accomodanti, potesse far dimenticare l'eccidio di circa 12 mila infoibati nella sola zona di Basovizza.

A conclusione dell'intensa commemorazione odierna desidero, all'unisono con tutti voi e con tanti altri presenti in spirito, esprimere il pensiero e la volontà di pace e di accordo tra le genti e anche per i vicini popoli slavi, duramente provati da una lunga e sanguinosa guerra, perchè tale esigenza è oggi più che mai avvertibile nel mondo intero come irrinunciabile motivo di vita, come speranza sublime di quella più umana e civile esistenza della presente generazione e di quelle venture.

Perciò oggi, nel cinquantennale del martirio delle foibe di Basovizza, siamo qui riuniti per lo scoprimento di una Stele eretta alla cara memoria dei nostri Caduti, a poche ore di distanza dalla inaugurazione di una Lapide commemorativa nella caserma del Corpo, a Basovizza, che porta incisi i nomi dei 97 Finanzieri della caserma di Via Campo Marzio.

Sono emblemi marmorei che resteranno a perenne memoria dei nostri Caduti e quali simboli di ammonimento per tutti i popoli, affinchè nella pace ritrovata, nella comprensione e nel rispetto reciproco possa essere ripreso il cammino verso quelle mete di libertà, di giustizia e di democrazia tanto auspicate>>.

Terminato il discorso, il Gen. Di Marco, con il volto visibilmente segnato dalla grande commozione, accompagnato dal Comandante della Legione di Trieste, Col. Picciafuochi, scopriva il Cippo commemorativo, coperto da un panno tricolore, Cippo costituito da un gran masso di pietra carsica.

dal sito dell'Associazione Finanzieri


 

Il racconto di un sopravvissuto

Foiba di Vines - Recuperate dal Maresciallo Harzarich dal 16.10.1943 al 25.10.1943 cinquantuno salme riconosciute. In questa Foiba, sul cui fondo scorre dell'acqua, gli assassinati dopo essere stati torturati, finirono precipitati con una pietra legata con un filo di ferro alle mani. Furono poi lanciate delle bombe a mano nell'interno. Unico superstite, Giovanni Radeticchio, ha raccontato il fatto.

Riuscì a sopravvivere Giovanni Radeticchio di Sisano.
Ecco il suo racconto: "Addì 2 maggio 1945, Giulio Premate accompagnato da altri quattro armati venne a prelevarmi a casa mia con un camioncino sul quale erano già i tre fratelli Alessandro, Francesco e Giuseppe Frezza nonché Giuseppe Benci. Giungemmo stanchi ed affamati a Pozzo Littorio dove ci aspettava una mostruosa accoglienza; piegati e con la testa all’ingiù fecero correre contro il muro Borsi, Cossi e Ferrarin. Caduti a terra dallo stordimento vennero presi a calci in tutte le parti del corpo finché rinvennero e poi ripetevano il macabro spettacolo. Chiamati dalla prigionia al comando, venivano picchiati da ragazzi armati di pezzi di legno.

Alla sera, prima di proseguire per Fianona, dopo trenta ore di digiuno, ci diedero un piatto di minestra con pasta nera non condita. Anche questo tratto di strada a piedi e per giunta legati col filo di ferro ai polsi due a due, così stretti da farci gonfiare le mani ed urlare dai dolori. Non ci picchiavano perché era buio.

Ad un certo momento della notte vennero a prelevarci uno ad uno per portarci nella camera della torture. Ero l'ultimo ad essere martoriato: udivo i colpi che davano ai miei compagni di sventura e le urla di strazio di questi ultimi. Venne il mio turno: mi spogliarono, rinforzarono la legatura ai polsi e poi, giù botte da orbi. Cinque manigoldi contro di me, inerme e legato, fra questi una femmina. Uno mi dava pedate, un secondo mi picchiava col filo di ferro attorcigliato, un terzo con un pezzo di legno, un quarto con pugni, la femmina mi picchiava con una cinghia di cuoio.

Prima dell'alba mi legarono con le mani dietro la schiena ed in fila indiana, assieme a Carlo Radolovich di Marzana, Natale Mazzucca da Pinesi (Marzana), Felice Cossi da Sisano, Graziano Udovisi da Pola, Giuseppe Sabatti da Visinada, mi condussero fino all'imboccatura della Foiba. Per strada ci picchiavano col calcio e colla canna del moschetto. Arrivati al posto del supplizio ci levarono quanto loro sembrava ancora utile. A me levarono le calze (le scarpe me le avevano già prese un paio di giorni prima), il fazzoletto da naso e la cinghia dei pantaloni. Mi appesero un grosso sasso, del peso di circa dieci chilogrammi, per mezzo di filo di ferro ai polsi già legati con altro filo di ferro e mi costrinsero ad andare da solo dietro Lidovisi, già sceso nella Foiba. Dopo qualche istante mi spararono qualche colpo di moschetto. Dio volle che colpissero il filo di ferro che fece cadere il sasso. Così caddi illeso nell'acqua della Foiba. Nuotando, con le mani legate dietro la schiena, ho potuto arenarmi. Intanto continuavano a cadere gli altri miei compagni e dietro ad ognuno sparavano colpi di mitra. Dopo l'ultima vittima, gettarono una bomba a mano per finirci tutti. Costernato dal dolore non reggevo più.

Sono riuscito a rompere il filo di ferro che mi serrava i polsi, straziando contemporaneamente le mie carni,poiché i polsi cedettero prima del filo di ferro. Rimasi così nella Foiba per un paio di ore. Poi, col favore della notte, uscii da quella che doveva essere la mia tomba"


 

Invocazione per le vittime delle Foibe di Mons. Santin

di Mons. Antonio Santin Vescovo di Trieste
1959


O Dio, Signore della vita e della morte, della luce e delle tenebre, dalla
profondità di questa terra e di questo nostro dolore noi gridiamo a Te.

Ascolta, o Signore, la nostra voce.

Noi siamo venuti qui per innalzare le nostre povere preghiere e deporre i nostri fiori, ma anche per apprendere l'insegnamento che sale dal sacrificio di questi Morti. E ci rivolgiamo a Te, perché Tu hai raccolto l'ultimo loro grido, l'ultimo loro respiro.

Questo calvario, col vertice sprofondato nelle viscere della terra, costituisce una grande cattedra, che indica nella giustizia e nell'amore le vie della pace.

Ebbene, Signore, Principe della Pace, concedi a noi la Tua pace. Dona conforto alle spose, alle madri, alle sorelle, ai figli di coloro che si trovano in tutte le foibe di questa nostra triste terra, e a tutti noi che siamo vivi e sentiamo pesare ogni giorno sul cuore la pena per questi Morti, profonda come le voragini che li accolgono.

Tu sei il Vivente, o Signore, e in Te essi vivono. Che se ancora la loro purificazione non è perfetta, noi Ti offriamo, o Dio Santo e Giusto, la nostra preghiera, la nostra angoscia, i nostri sacrifici, perché giungano presto a gioire dello splendore del Tuo Volto.

E a noi dona rassegnazione e fortezza, saggezza e bontà. Tu ci hai detto: "Beati i misericordiosi perché saranno chiamati figli di Dio, beati coloro che piangono perché saranno consolati", ma anche beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati in Te, o Signore, perché è sempre apparente e transeunte il trionfo dell'iniquità.


 

La mattanza dei Carabinieri (di Lorenzo Bianchi)

La cattura e la barbara uccisione di 18 Carabinieri da parte del IX Corpus titino.
tratto da:
DOSSIER del QUOTIDIANO NAZIONALE
settembre 2004 "Il tricolore a Trieste"
articolo di Lorenzo Bianchi


Per dieci anni ha coltivato la speranza. Per dieci anni ha acceso una piccola candela sul davanzale di una finestra, il cuore in gola, il respiro accelerato. Era un filo sottile, il tentativo disperato di segnalare al marito la strada di casa. Quel minuscolo punto luminoso avrebbe potuto guidarlo nelle tenebre che lo avevano ingoiato dall'altipiano di Tarnova a Gorizia. Ernesta Stame, moglie del carabiniere Paolo Bassani è una donna ostinata e fiduciosa. Prima di sparire, la sera del 18 maggio 1945, durante i quaranta giorni di occupazione dei partigiani jugoslavi, il militare era riuscito a impietosire un carceriere e gli aveva affidato un biglietto laconico, ma rassicurante: "Ti saluto e spero tanto di poter ritornare. Non pensare a male, io sto bene. Tanti saluti e baci. Tuo marito Paolo". Ernesta, caparbia e fiduciosa, non "ha pensato a male". Ha acceso la fiammella per illuminare il sentiero dell'improbabile ritorno. Non sapeva che Paolo giaceva sul fondo della foiba di Zavnj, a 150 metri di profondità, assieme a 17 colleghi e a tanti altri, civili inconsapevoli, partigiani cattolici sloveni, fascisti italiani, vittime di una puilizia etnica e politica feroce, sistematica, organizzata.

Nell' archivio dello storico di Pordenone Marco Pirina, fondatore del "Centro studi e ricerche storiche Silentes Loquimur", sono archiviati 5700 nomi per la sola area di Gorizia. Il destino dei diciotto carabinieri della stazione di via Barzellini, inghiottiti nel nulla a guerra persa e ampiamente finita è il paradigma della sciagura collettiva. Dopo l'8 settembre 1943 erano rimasti nel presidio, proprio di fronte al carcere, quaranta militari agli ordini del tenente Tonarelli. Avevano ancora la scritta RR CC, Reali Carabinieri sugli elmetti.
I tedeschi li tollerano a fatica. Non li utilizzano per le operazioni delicate, come i rastrellamenti di partigiani. Delegano ai militari dell'Arma la funzione inferiore di contrastare i ladri e la borsa nera dei generi alimentari, il piccolo traffico dei contadini che vendono in nero polli, grano, carne e verdura sottratti al razionamento. La rarefazione di cibo si fa sentire. "Una catenina d'oro per un chilo di sale", esemplifica Pirina.

Il 30 aprile Gorizia è attraversata da squadracce di "cetnici", nazionalisti serbi che razziano e sparacchiano a 360 gradi nella corsa precipitosa verso Palmanova dove progettano di consegnarsi alle unità inglesi. Il primo maggio entra in città il IX corpo sloveno. Cominciano le retate sistematiche. Vengono arrestate 940 persone. Di 665 non si saprà più nulla. Restano solo le memorie dei parenti disperati e i nomi incisi sul lapidario del Parco della Rimembranza. I diciotto carabinieri rimasti nella tenenza di via Barzellini finiscono nelle celle del carcere. Il diciotto maggio vengono bastonati o spinti a forza a sbattere la testa contro i muri del penitenziario e caricati su un camion. Il mezzo si dirige lentamente verso l'altipiano. Da allora solo silenzio sulla loro sorte. Un vuoto opprimente che si infrange solo nel 1994. Marco Pirina viene mobilitato da Giovanni Guarini, figlio del brigadiere Pasquale, leccese della provincia, classe 1902. Lo storico decide di aggrapparsi all'unica, esile, memoria storica che è rimasta, il parroco di Tarnova. Il prete lo indirizza a una Gostilna, una trattoria. Una donna di 84 anni, Elena Rjavec, suggerisce di sentire un partigiano di Nenici, un certo Antonio Winkler, settanta anni. L'uomo ha abitato a Gorizia per un ventennio e parla perfettamente l'italiano. Pirina alza una cortina fumogena sul vero scopo della visita. Finge di essere interessato alla sorte di un gruppo di dispersi sloveni. Winkler abbocca."Ma lei non sa nulla dei carabinieri?", si stupisce.

Il bosco è fitto. L'ex guerrigliero ha la strada scolpita nella memoria. Indica i luoghi, il tragitto del camion, "avevano i polsi legati con filo di ferro rinserrato con le pinze", la buca nella quale è stato sepolto un finanziere che è crollato per terra a venti metri dalla bocca del pozzo naturale che ha ingoiato i condannati a morte. Pirina ha annotato il racconto del partigiano, parola per parola: "Li feci salire all'imbocco della foiba. Lì c'era la squadra che li buttava nell'abisso. Qualcuno era vivo. Ad altri sparavano prima di sospingerli nel vuoto. Sono quasi cinquanta anni che non vengo più in questo posto. A quelli che uccidevano avevano dato una bottiglia di rum a testa. Dovevano stordirsi. A noi, che avevamo fatto una faticaccia per trasportarli fin lassù, non toccò nulla, neppure un goccio". Giovanni Guarini piange quietamente.

Pirina, storico per passione dopo una lunga carriera di responsabile marketing per l'Agip, ha ricostruito un elenco incompleto. Dieci famiglie che non hanno un posto nel quale depositare un fiore, persone accomunate a migliaia di altre alle quali è negata perfino la normalità del ricordo. Scomparsi che suscitano ancora imbarazzo. La foiba di Zavnj è stata recintata con una staccionata di legno. C'è una croce che sovrasta un altare minuscolo. Su una targa è riportato un verso ecumenico e generico di una poetessa slovena: "Viandante che passi ascolta le grida di chi è stato gettato qui dentro". Nella vecchia caserma di via Barzellini la targa dedicata ai carabinieri rastrellati è confinata in un corridoio interno che immette negli uffici. Ai familiari stretti è stata riconosciuta la pensione di guerra, quattrocentoquindicimila vecchie lire. Ai figli le provvidenze che spettano agli orfani del conflitto. Ora si aggiungono un distintivo e un certificato firmato da Ciampi. Clara Morassi, 78 anni, figlia dell'ex vicesindaco di Gorizia spiega. con velata ironia, che possono fregiarsene le famiglie degli infoibati fino alla sesta generazione. Pirina non riesce a capacitarsi del silenzio sloveno e della disparità di trattamento rispetto agli austriaci: "Loro hanno avuto un elenco di 5400 nomi. Noi nulla. Io sono convintissimo del fatto che sia giusto chiudere con il passato, riconoscendo però a tutti la dignità della memoria".

Gli scomparsi sono diventati il centro della sua seconda vita. Gli sono costati minacce telefoniche, "anche 5 o 6 al giorno", di italiani e sloveni, e un cappio lasciato sulla porta di casa. Nel 2000 gli hanno sabotato l'auto. Una mano ignota ha messo fuori uso i fili elettrici che segnalano i guasti ai freni e ha tagliato quasi completamente la cinghia del ventilatore. "Attenzioni" inutili.
Il 25 settembre il suo Centro pubblicherà un nuovo libro intitolato "Guerra civile 1945 ?1947 la Rivoluzione Rossa". Il filone è sempre quello degli svaniti nel nulla: "Dopo piazzale Loreto sono sparite 50.600 persone. I corpi ritrovati sono solo 15 mila".


 

Medaglia d’oro a Norma Cossetto

Il presidente Ciampi ha concesso l'onorificenza alla ragazza istriana barbaramente trucidata dai titini.
Secolo d'Italia 22/12/05


Roma. Un atto di giustizia e di onore per la memoria storica italiana è quello compiuto in questi giorni dal presidente Ciampi. Una medaglia d'oro al Merito civile è stata conferita alla memoria di Norma Cossetto, la giovane istriana di ventitrè anni che fu gettata nelle foibe dopo essere stata violentata e orribilmente seviziata dai partigiani di Tito. Ne dà notizia il senatore di An Franco Servello, che ha ricevuto una lettera dalla Segreteria generale della Presidenza della Repubblica. Nella motivazione all'onorificenza si legge: «Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai piartigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in un foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio».

Le circostanze della morte della Cossetto ne hanno fatto da subito un figura-simbolo del martirio italiano delle terre adriatiche. Una richiesta per il conferimento della medaglia d'oro venne presentata alla Presidenza della Repubblica già al tempo in cui al Quirinale sedeva Oscar Luigi Scalfaro. L'iniziativa è stata ripresa recentemente da Servello che nel maggio scorso ricevette una struggente lettera dalla sorella della Cossetto, Licia: «Sono anziana ma vorrei, prima di morire,- che sapere che il sacrificio di mia sorella venisse riconosciuto e ricordato». Nella missiva, la signora Licia ricordava di aver subito altri lutti per mano degli slavi: «Oltre a mia sorella Norma anche il mio papa è stato ammazzato e infoibato con altri familiari in quegli stessi giorni. Siamo la famiglia più colpita». Nel rivolgersi alla Presidenza della Repubblica, il parlamentare di An sottolineava il fatto che «il tanto atteso conferimento dell'onorificenza da parte dello Stato sarebbe apprezzato non soltanto dalla famiglia Cossetto ma anche dalle genti istriane».

Ora, finalmente, una battaglia così lunga e tenace trova il giusto coronamento. «E' con soddisfazione -dice Servello- che apprendo la notizia del conferimento dell'onorificenza alla memoria di Norma Cossetto. Si tratta di un atto di grande civiltà che rende onore alle sofferenze al dolore di tutti quegli italiani che piangono i loro cari barbaramente uccisi dai partigiani di Tito nel 1943 e nel 1945.,Questa medaglia d'oro arriva dopo fa restituzione alla memoria nazionale della tragedia delle foibe e del dramma dell'esodo attraverso l'istituzione della Giornata del Ricordo».

Ancor oggi; ricordando la storia della Cossetto, è impossibile reprimere un moto di rabbia e di orrore. Norma viveva a San Domenico di Visinada e si stava laureando in lettere e filosofia all'università di Padova. Il prologo della tragedia avvenne il 25 settembre 1943, diciasette giorni dopo la capitolazione dell'Italia e il disfacimento dell'esercito. Quei giorni di vergogna produssero un terremoto che si avvertì in modo drammatico anche in Istria. Quel giorno, un gruppo di partigiani slavi, approfittando dello sbandamento generale, irruppe in casa sua razziando ogni cosa, com in una sorta di "esproprio proletario" ante-litteram. Ma le belve non non sono mai paghe dei loro istinti criminali. All'indomani prelevarono la povera ragazza. Venne condotta prima nella ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove i capi-banda comunisti si divertirono a tormentarla, promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di collaborare e di aggregarsi alle loro imprese.

Norma non era certo tipo da tradire la sua gente. Al suo deciso e orgoglioso rifiuto, la rinchiusero nella ex caserma della Guardia di Finanza, a Parenzo, insieme con altri sventurati. Dopo un paio di giorni vennero tutti trasferiti nella scuola di Antignana. Fu lì che cominciò il vero martirio di Norma. La legarono a un tavolo con alcune corde e la violentarono. Una signora di Antignana che abitava di fronte, sentendo dal primo pomeriggio gemiti e lamenti, verso sera, appena buio, provò avvicinarsi alle imposte socchiuse. Vide la ragazza legata al tavolo e la udì, distintamente, invocare la mamma e chiedere da bere per pietà. Norma venne gettata nella foiba il giorno successivo.

Il 13 ottobre {a San Domenico tornarono i tedeschi su richiesta della sorella Licia, catturarono alcuni partigiani che raccontarono la sua tragica fine della ragazza e di suo padre. Il 10 dicembre 1943 i Vigili del fuoco di Pola, recuperarono la salma di Norma: era caduta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati. Aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate.

La vicenda di Norma creò un fremito d; indignazione in tutta l'Istria. Tra tutte le storie dei martiri delle foibe, è quella che viene maggiormente ricordata. La sua foto campeggia in tutti i libri che ricostruiscono la tragedia italiana di sessant'anni fa. Le sono state dedicate anche poesie. In una troviamo scritto: «Non più odio né sensi feriti/un campo solcato è ormai il mio cuore/e il silenzio opprime la mente».

Ricordare e onorare il suo sacrificio non vuol dire odio e vendetta. E' un atto d'amore alla memoria italiana.

Aldo Di Lello


 

Norma Cossetto, una splendida eroina

Norma Cossetto, una studentessa universitaria istriana, venne torturata, violentata e gettata in una delle tante foibe che caratterizzano il territorio della Venezia Giulia assieme ad altri 25 sventurati nella notte tra il 4 e il 5 ottobre 1943. La sua storia è stata spesso considerata emblematica per descrivere i drammi e le sofferenze dell'Istria e della Venezia Giulia

Norma Cossetto era una splendida ragazza di 24 anni di Santa Domenica di Visinada, laureanda in lettere e filosofia presso l'Università di Padova. In quel periodo girava in bicicletta per i comuni dell'Istria per preparare il materiale per la sua tesi di laurea, che aveva per titolo "L'Istria Rossa" (Terra rossa per la bauxite).
Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani irruppe in casa Cossetto razziando ogni cosa. Entrarono perfino nelle camere, sparando sopra i letti per spaventare le persone. Il giorno successivo prelevarono Norma. Venne condotta prima nella ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove i capibanda si divertirono a tormentarla, promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di collaborare e di aggregarsi alle loro imprese. Al netto rifiuto, la rinchiusero nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo assieme ad altri parenti, conoscenti ed amici.

Dopo una sosta di un paio di giorni, vennero tutti trasferiti durante la notte e trasportati con un camion nella scuola di Antignana, dove Norma iniziò il suo vero martirio. Fissata ad un tavolo con alcune corde, venne violentata da diciassette aguzzini, quindi gettata nuda nella Foiba poco distante, sulla catasta degli altri cadaveri degli istriani. Una signora di Antignana che abitava di fronte, sentendo dal primo pomeriggio urla e lamenti, verso sera, appena buio, osò avvicinarsi alle imposte socchiuse. Vide la ragazza legata al tavolo e la udì, distintamente, invocare pietà.

Il 13 ottobre 1943 a S. Domenico ritornarono i tedeschi i quali, su richiesta di Licia, sorella di Norma, catturarono alcuni partigiani che raccontarono la sua tragica fine e quella di suo padre. Il 10 dicembre 1943 i Vigili del fuoco di Pola, al comando del maresciallo Harzarich, ricuperarono la sua salma: era caduta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate.

Emanuele Cossetto, che identificò la nipote Norma, riconobbe sul suo corpo varie ferite di armi da taglio; altrettanto riscontrò sui cadaveri degli altri. Norma aveva le mani legate in avanti, mentre le altre vittime erano state legate dietro. Da prigionieri partigiani, presi in seguito da militari italiani istriani, si seppe che Norma, durante la
prigionia venne violentata da molti.

La salma di Norma fu composta nella piccola cappella mortuaria del cimitero di Castellerier. Dei suoi diciassette torturatori, sei furono arrestati e obbligati a passare l'ultima notte della loro vita nella cappella mortuaria del locale cimitero per vegliare la salma, composta al centro, di quel corpo che essi avevano seviziato sessantasette giorni prima,nell'attesa angosciosa della morte certa. Soli, con la loro vittima, con il peso enorme dei loro rimorsi, tre impazzirono e all'alba caddero con gli altri, fucilati a colpi di mitra.


 

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